Tag: Salvatore Anfuso
Perché continuo a scrivere
Mi è capitato spesso di chiedermelo. Non perché abbia mai smesso sul serio di scrivere, ma perché è una di quelle domande che sembrano semplici finché non provi a rispondere, per poi scoprire che ogni risposta che sei in grado di confezionare contiene sia qualcosa di vero sia qualcosa di falso. Ad esempio, scrivo perché mi piace. Adoro scolpire le frasi; mi dà un senso di compiutezza molto soddisfacente. Scrivo per essere letto. Anche. Tuttavia essere letti, oggi, in Italia, non è quasi più un problema. Possiamo dire che è stato risolto a monte… Scrivo per essere pubblicato. Nel mio caso è meno vero, ma sono sicuro che moltissimi là fuori vedono nella scrittura una sorta di riscatto e nella pubblicazione una sorta di conferma. Infine, scrivo perché sono uno scrittore. Questa affermazione ha il pregio di spiccare il problema, ma non alla radice (scuserete il gioco di parole, ndr). Potremmo andare avanti ancora diversi paragrafi, trasformando questo post in una sorta di gioco di società: in cui ognuno dice la propria e tutti gareggiano per il primato della più assurda.
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Cosa fanno (davvero) gli agenti letterari in Italia
Alcune giornate nascono con una domanda. Mentre guidavo per andare a correre al parco, come faccio da anni in pausa pranzo, sotto il cielo plumbeo di Torino il mondo mi è sembrato improvvisamente più denso. Mi è parso di vedere per la prima volta cose a cui normalmente non do importanza. E tutto questo mi ha spinto a pormi la seguente domanda: vediamo davvero ciò che stiamo guardando o ci limitiamo pigramente a osservare la realtà mentre ci scorre davanti? Siamo tutti presi dai nostri microcosmi quotidiani per poterci davvero interessare alle vite degli altri. Non è una colpa; è una constatazione. Ora, può non sembrare, ma tutto questo ha molto a che fare con l’argomento del post di oggi, ovvero: che lavoro fanno DAVVERO le agenzie letterarie in Italia? Procediamo.
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La ragazza cresciuta in un lupanare
A tredici anni ero un idiota.
Lo so che non state faticando a immaginarlo, e siete davvero gentili a farlo notare nei commenti. Non che adesso la situazione sia migliorata in modo apprezzabile, ma a tredici anni almeno possedevo l’attenuante dell’età. Mi interessavano i videogiochi, i fumetti, le ragazze, i fumetti che mostravano ragazze… Insomma, un adolescente qualsiasi. Ulpia, invece, a tredici anni vive in un lupanare sul Celio. Conosce già abbastanza bene gli uomini da sapere cosa aspettarsi da loro e possiede un talento quasi sovrannaturale per infilarsi in situazioni dalle quali una persona ragionevole si terrebbe prudentemente alla larga. D’altra parte, se fosse stata una ragazzina ragionevole, non avrei avuto alcun romanzo da scrivere.
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Otto anni dopo
Lo so, sono passati quasi otto anni dall’ultima volta.
Otto anni in cui mi sono capitate così tante cose da non aver avuto né il tempo né la voglia di appuntarle su questo blog. La vita è così: ti coglie giovane e ti restituisce vecchio. E infatti, rispetto a otto anni fa, ci vedo meno bene da entrambi gli occhi, sono mezzo sordo dall’orecchio sinistro e ho cominciato a perdere i capelli. Guardarmi allo specchio e scoprire, da un giorno all’altro, d’essere diventato più stempiato di quanto ricordassi è stato uno shock. Ho cominciato a perderli al centro, proprio sopra la fronte. La cosa buffa è che non sono spariti del tutto, ma si vede che sono più diradati di quanto lo fossero solo pochi anni fa. Datemi retta: questi otto anni hanno pesato come una vita intera, tracciando calanchi sulle mie speranze. Finché non sei arrivata tu: Ulpia.
Ma procediamo con calma.



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