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Il bello e il brutto in letteratura (… e nella vita)

Istruzione e cultura non sono la stessa cosa. L’istruzione la si acquisisce, ad esempio studiando, e lo si può fare in ogni stadio della vita; ma la cultura è un patrimonio dentro cui si nasce e si cresce. Essendo data, non è possibile acquisirla. Potremmo facilmente sostenere, ad esempio, che gli europei sono più colti dei loro cugini americani, anche se quest’ultimi quasi certamente sono più istruiti. Il contesto in cui si nasce e si cresce fa la differenza; ci forma così come siamo.

Il gusto alla bellezza non è svincolato da questo discorso. In un epoca come quella che stiamo vivendo, in cui non riusciamo più a distinguere il fatto reale dalla sua interpretazione, siamo certi di poter distinguere il bello dal brutto? Cosa, è bello? E cosa, è brutto? Che differenza c’è tra queste due entità? Può tutto essere ridotto a un semplice: like?

Poiché io a questa domanda non so trovare una risposta, ho deciso di chiedere il parere ad alcuni amici. La cosa che rende le loro risposte davvero interessanti, è che nessuno di loro era consapevole che sarebbero stati citati, così come le hanno scritte, in questo o in qualsiasi altro contesto. Sono risposte istintive, chieste su una chat o via mail. Non hanno la pretesa di risolvere l’annoso problema. Sono solo le loro risposte. E, in quanto tali, hanno valore assoluto.

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Andrea Temporelli

«Caro Salvatore,

le domande più semplici, come sai, sono le più sofisticate. Adesso, in una pausa di qualche minuto in una giornata interminabile di scuola (tra poco avrò le pagelle e i colloqui con le famiglie…), non aspettarti una risposta geniale. Occorrerebbe spiegare la bellezza come concetto storico, che evolve nel tempo [avevi visto la mia lezioncina?], in relazione anche ad altri concetti (il piacere dei sensi, il piacere intellettuale, il buono e il bene…). In definitiva, sono domande che toccano principi in qualche modo forse innati in noi, anche se poi complicati con la nostra evoluzione, specie intellettuale (gli specchi deformanti della coscienza…). Ma dire che si riconosce e basta è una non-risposta, anche molto pericolosa e autoritaria, che ci farebbe ripiombare nel soggettivismo (che per me nemmeno esiste, e comunque è un vicolo cieco).

Dunque, la mia risposta è: abbiamo tutti la sensazione di saperlo, ma siamo sempre condizionati dalla nostra cultura, quindi in definitiva non si può distinguere tra bello e brutto, per questo continuiamo a farlo. La risposta esiste solo in situazione. La risposta è la vita. Noi scegliamo continuamente il bello o il brutto (e il bene e il male, ecc.), sulla base della nostra determinazione contingente, anche se seguiamo stelle-principi così distanti e profondi in noi.

È come per l’arte. L’arte è quel fare che solo mentre si fa scopre i propri principi».

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Helgaldo

«La bellezza dipende dall’armonia, da come le parti si equilibrano con il tutto. Mi viene in mente la bellezza tipografica, Manuzio o Bodoni, ma in generale tutta la storia tipografica intorno al libro, che cerca le armonie tra i caratteri e il bilanciamento della pagina. Per questo il libro è bello, mentre l’ebook, che è solo contenuto, perde in bellezza. È pratico, veloce, ma non bello. Per estensione il testo, il quadro, la scultura, la partitura musicale, la composizione fotografica e l’inquadratura cinematografica sono belle in quanto le parti si parlano. Anche l’arte astratta, l’architettura moderna, anche quando sembra rompere lo schema o l’equilibrio lo fa cercandone di nuovi, non certamente puntando al caos fine a se stesso. Altrimenti non si riuscirebbe neppure a concepirla.

Non so cosa ne pensa un esperto di questi singoli rami, ma trovo spesso che artisti diversi in rami diversi dicono la stessa cosa sul bello. Quindi potrebbe essere anche vero».

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Chiara Solerio

«Bello e brutto dal punto di vista estetico sono concetti arbitrari quindi, qualunque sia il giudizio, è falsato dalla mente, dal gusto soggettivo e dai retaggi culturali. L’unico modo per avvicinarsi alla verità, secondo me, è l’ascolto.

Ascolto delle sensazioni che un oggetto o un testo ti dà. Parte tutto da lì, secondo me. Anche in questo caso si tratta di una percezione soggettiva. Ma non arbitraria. Il mentale è arbitrario. La coscienza intuitiva no».

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Lucio Angelini

«La bellezza e la bruttezza sono negli occhi di chi guarda. Come dire che non si sfugge alla soggettività».

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Davide Grillo

«Beh, credo intervengano parametri biologici e sociali. Cioè ti piace ciò che biologicamente può rappresentare un vantaggio: ad esempio un dolce, perché fornisce energie. O ciò che socialmente è considerato bello».

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Stefania Crepaldi

«Un libro bello, davvero bello, è quello che mi insegna qualcosa di me che non conoscevo. Che mette a nudo una mia debolezza, un limite che nemmeno sapevo di avere. Mi punge e mi offende, obbligandomi a cercare la ragione del mio disappunto.

E cambio. Smusso i miei angoli, faccio tesoro dell’esperienza della vita che mi arriva attraverso le parole di qualcuno che quella situazione l’ha vissuta.

Il messaggio.

Apprezzo lo stile riconoscibile di un autore, il modo in cui descrive la sua percezione della realtà ai miei occhi, occhi dallo sguardo diverso. Questo mi fa dire: “Che bel libro!”

Il libro brutto è quello che non mi comunica niente. Magari è scritto in un italiano corretto, ha delle belle soluzioni stilistiche, è verosimile, originale. Però qualcosa non fa breccia. Lo leggo in modo passivo, veloce,  poco attento. Mi stanca. Tendo ad avere queste sensazioni con i libri forse più commerciali, quelli con i quali passi un paio d’ore e poi te ne dimentichi appena li riponi nella libreria. Sono talmente artefatti nel loro desiderio di piacere da provocare l’effetto opposto».

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Paolo Cestarollo

«Hai usato due parole interessanti, ma nell’ordine sbagliato e a cui aggiungerò una terza. Vedendo qualcosa non è possibile dare un valore universale di bellezza, sicché abbiamo per prima cosa bisogno di conoscere quanto più possibile di un argomento, di una categoria per imparare a distinguere e operare un confronto. Solo in seguito possiamo riconoscere uno schema, elementi ricorrenti che troviamo stimolanti, eccetera.

In breve, abbiamo bisogno di conoscere e sperimentare.

Ho usato il termine “vedendo”, chiaramente ci si può riferire a uno qualsiasi dei sensi o a un qualsiasi tipo di cognizione».

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Pierantonio Ghiglione

«Il bello come prima sensazione ti fa stare o sentire bene, il brutto ti mette pensieri, crea stati di ansia, nervoso. Bello e brutto sono in perfetta sincronia con l’essere umano che ne fa suo uso e consumo. E lo riconosce con il suo stile di vita».

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Marco Amato

«Buonasera dottore. La domanda non è banale, ma difficilissima. Potrei dirti ciò che dicono tutti, la bellezza è soggettiva. E obiettivamente è vero. Ma sarebbe troppo scontato. E allora spremendo le meningi ti dico che la bellezza (o la bruttezza) è anche (e dico anche, in parte) la capacità di superare i nostri pregiudizi. Noi uomini siamo attratti per istinto animale dalle belle donne. Ma se conosciamo meglio anche le donne non belle, possiamo iniziare a vederle belle. In prospettive differenti.

Lo dico perché mi è capitato di recente di conoscere una professoressa d’arte moderna. Io amo molto l’impressionismo, i classici, e francamente non capisco gli sgorbi moderni che li ritengo brutti e a volte ridicoli. Eppure lei, ha saputo spiegarmi certi perché di Braque. Alcune considerazioni su Pollock. E allora, anche il tipo d’arte che io ritenevo brutta, ho cominciato a mutare idea. A non farmi suggerire dal mio pregiudizio del sono cose incomprensibili. La conoscenza, a volte smaschera i teli della bellezza non compresa e celata».

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Umberto Marin

«Ogni percezione estetica è locale, momentanea, tranne rari casi e dipende anche dalla complessità della mente in quel preciso momento. Ovvio che se leggo Stoner con gli occhi del critico anche io lo vedo equilibrato o ben scritto, omogeneo. Se lo leggo come leggo di  solito lo leggo con noia, perché l’evoluzione psicologica del protagonista è prevedibile, quindi non è per me, in questa localizzazione energetica, un buon libro. Credo poi che, ma non serve andare su n400/500, siano solo frammenti che permangano solo nella mente, e forse, i più scavano in quella ampia zona di nebbia che è la percezione semi consapevole. Per altro, la scrittura incarnata questo tende a riprodurre. Personalmente, oggi, difficilmente finisco un libro velocemente, usando il parallelo. E neppure lo finisco, per altro. Non accenno alla pura resa grafica, per altro anche quella integrata alla fruizione estetica del libro.

Sulla questione che ci sia la pressione esterna che preme alla ricezione estetica, ad esempio il nome, la formula del successo, la diatriba di Ludwig sul valore di Amleto e lo scontro agonico alla bloom, beh, impossibile auto analizzarsi compiutamente. Siamo non consapevoli, almeno al 70%, delle vere motivazioni delle nostre scelte morali, quindi anche estetiche. Quindi anche nel leggere quel libro con quella forma mentale.

È difficile leggere un prodotto culturale senza valutare ogni suo aspetto (più che altro, provandoci). Devo dire che pochi testi mi attraggono, per altro. Ma forse siamo postumi a tutto, ormai».

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Alessio Montagner

«Esistono enti fisici, indipendenti da noi. Ciò che non è un ente fisico è un ente linguistico, cioè qualcosa di creato tramite il linguaggio (nominalismo).

Gli enti fisici sono costituiti dalle loro proprietà. Gli enti linguistici sono costituiti dal loro senso. Le proprietà degli enti fisici non sono enti linguistici, ma gli enti linguistici si riferiscono a esse.

Il linguaggio può fare predicazioni sugli enti fisici, cioè affermare che gli enti fisici posseggono determinate proprietà. Per esempio, la frase “Donald Trump è biondo” ha grossomodo il senso di “Trump[λ≈580nm]”. Per verificare il valore di verità di questa frase devo fare una misurazione sul mondo.

Quando il linguaggio fa però una predicazione riferita non a un oggetto percepito, ma a un ente percepente, la verificazione del suo valore di verità va fatta dall’ente percepente su sé stesso.

Quando affermiamo che un oggetto è bello, stiamo facendo una predicazione sull’ente percepente, non sull’oggetto: ci riferiamo cioè a una sua percezione in relazione al dato oggetto.

Quando noi facciamo una predicazione su un oggetto, ci rendiamo conto del fatto che il senso delle parole usate è condiviso dal fatto che le risposte che riceviamo rispondono alle nostre aspettative: per esempio, dicendo “Donald Trump è biondo”, tutti si troveranno d’accordo, e chi risponderà “No, è moro” verrà preso per matto, in quanto non condivide una norma comune a una maggioranza amplissima.

Quando però affermiamo che un oggetto è bello, le risposte possono essere molto varie. Come mai?

La prima possibilità è, come dice Hume, che la percezione del bello è comune a tutti, ed è la lingua ad essere imprecisa. Cioè, dire che un oggetto è bello è come fare una predicazione sull’oggetto – cioè è come predicare sue caratteristiche – nella misura in cui a determinate caratteristiche conseguono sempre, nell’uomo, le stesse identiche percezioni, sia per quel che riguarda la consistenza fisica dell’oggetto, sia per quel che riguarda l’emozione conseguente. Ne consegue che se c’è disaccordo nell’individuare il bello questo avviene perché, anche se davanti all’oggetto percepiamo tutti le stesse cose, non tutti abbiamo assegnato a queste percezioni il nome di “bello”.

La seconda possibilità è opposta: cioè c’è un relativo accordo nel significato della parola “bello”, ma l’oggetto suscita in ognuno percezioni diverse.

Tertium non datur, per ora.

Possiamo escludere la prima possibilità. Infatti, se essa fosse vera, allora sarebbe sufficiente chiedere di esprimersi non tramite le categorie bello/brutto, ma esprimendo direttamente le proprie percezioni: e si dovrebbe scoprire così che in realtà la percezione è la stessa, solo che le si sta assegnando nomi diversi. Ma alla prova risulta invece che è la percezione stessa a variare.

Dunque è la seconda possibilità quella vera.

Essendo il bello una proprietà degli enti percepenti dunque, e non degli oggetti percepiti, è impossibile dire se un oggetto sia bello, oppure no. È possibile dire, al limite, se un dato ente percepente stia percependo un oggetto come bello, oppure no».

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In una intervista su LA7, Sorrentivo a un certo punto afferma di scrivere otto ore al giorno tutti i giorni: due sono buone; sei sono preparative a quelle due orette. La morale, se c’è, è che ogni scrittore produce una gran quantità di materiale di scarto. Da tutto questo materiale distillerà il buono che nel frattempo è riuscito a tirare fuori. Ne consegue che una delle capacità fondamentali di uno scrittore è saper distinguere il bello dal brutto. Dunque, cari lettori, cos’è la bellezza? e come la si distingue dalla bruttezza? Sarà la consapevolezza, il gusto personale, l’istinto biologico, l’emotività di chi la osserva a distinguerli l’uno dall’altro? o entra in campo qualche altro fattore non ancora considerato? Voi ve ne siete fatti un’idea?

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Note

Gli intervistati hanno risposto secondo coscienza (e conoscenza, cultura, gusto personale): li ringrazio tutti per essersi messi in gioco. Poiché sono numerosi, non ho potuto inserire i link ai loro rispettivi blog/siti. Alcuni, tra l’altro, nemmeno ce l’hanno un sito o un blog. Per non fare torti a nessuno ho preferito indicare solo nomi e cognomi (in alcuni casi non è stato possibile nemmeno quello). Ma se li cercate su internet, facilmente li troverete quasi tutti.

94 Comments on “Like

  1. A parte le due signore, hai un campione quasi tutto maschile sull’argomento. Ma non è solo una costatazione che mi è saltata all’occhio. Mi aggancio ad Angelini e Amato in cui dicono che bellezza e bruttezza sono negli occhi di chi la guarda, ma Marco dice che si può mutare questa distinzione che facciamo, se vuoi attraverso una visione di un’altra persona. Mi scuso, ma non mi ricordo chi dice che col tempo cambia ciò che ci sembra bello e brutto, ed è vero.
    Quella del “Tertium not datur”, per ora …non sono sicura.
    Solo due opzioni,non lo so se sia così. Sarebbe come dire o è bello o è brutto, non c’è altra scelta. Poi sento l’opinione del diretto interessato.
    Tutte molto interessanti e diversificate.

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    • Ho chiesto anche ad altre signore, ma o non hanno voluto esporsi o lo hanno fatto troppo tardi. Il dado è tratto. Per quanto riguarda me, la mia opinione, se vorrai, potrai leggerla il prossimo mercoledì. 😉

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      • Ma non è un appunto, è una costatazione. Non credo abbia importanza se non sono nel post poiché ognuno esprime un opinione nei commenti. Anch’io sono stata vaga. Non è una domanda semplice. Però il pensiero è più o meno quello delle due persone citate. Ti ho sempre letto. Buongiorno, dottore. 😊

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    • Tertium non datur perché:
      abbiamo significato (l’emozione che sento) e significante (il nome che le dò). Se noi non ci troviamo d’accordo, allora o varia l’emozione, o varia il nome che le dò. Se infatti non variasse nessuna delle due, allora sarebbe impossibile trovarsi in disaccordo. Se invece fossero entrambe diverse, be’, è un caso che non è utile contemplare, perché verrebbe ricondotto al fatto che il significato è diverso (quale sia il significante non importa, visto che abbiamo mescolato tutto).
      Un caso in più interessante viene fuori invece nel caso ci sia accordo: perché può essere che siamo d’accordo nell’esprimere una emozione (entrambi diciamo “bello”), ma che ciò che stiamo davvero percependo sia diverso; cioè stiamo dando uno stesso nome a sostanze diverse. In un certo senso, coi colori è così.
      Un campione quasi tutto maschile? Che sessismo in queste puntualizzazioni: uno non rientra nello stereotipo del maschio solo perché ha un nome maschile. Per esempio, io ho chiaramente un cervello da donna, chiedi a Salvatore.

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      • No, non era sessismo. L’ho trovato curioso, ma niente di più. Se è per questo per molte cose ragiono da maschio, quindi non ho bisogno di chiedere. Apettavo una delucidazione su questa non terza scelta. Ho afferrato meglio la tua spiegazione. Con poche parole non è facile né farsi capire, né comprendere. In entrambi i casi non ero polemica né con i partecipanti del post, né con il tuo pensiero. Se non capisco ho il brutto vizio di chiedere, anche a chi non conosco. Dovresti essere contento, vuol dire che hai detto qualcosa di interessante. Mi annoio ultimamente a sentire cose banali.
        Spero che ora sia più chiaro il mio pensiero, altrimenti chiedi come faccio io.

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  2. Questo vale come guest, vero? 😛

    Ricollegandomi a ciò che dice Helgado, mi son sempre chiesto come mai ciò che rispetta il rapporto aureo ci appare bello. E solo un numero, in fondo, anche se un numero con proprietà interessanti, nonchè un numero he appare spesso in natura. Ci sarà qualche ragione evolutiva sotto?

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    • No, non vale come guest. Interessante il rapporto aureo, anche Leonardo da Vinci ci ha fatto degli studi sopra, se non ricordo male. Sicuramente un certo tipo di bellezza ha a che fare con le proporzioni: un naso troppo piccolo o troppo grosso è brutto; ma è piccolo o grosso solo se messo in rapporto col resto del corpo, non in senso assoluto. Il tipo di bellezza di cui si parla in questo post, invece, riguarda proprio il senso assoluto. 🙂

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      • Però nella modernità il rapporto aureo non vale più. L’urlo di Munch oggettivamente è brutto. Ma la potenza dell’emozione che sprigiona è enorme.
        Ormai è andata. Guest da parte mia scritto. 😛

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        • E invece vale, ha mai provato studiare design di siti web, ad esempio? Impaginazione? Design di copertine? (Lìultimo punto mi sa che ti può interessare) Sono tutti basati su rapporti aurei e spirali di fibonacci (che poi sono molto leati fra loro) E la regola dei terzi in fotografia? (ok, nell’ultimo caso c’è un po’ di approssimazione)

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          • Però, chi realizza siti web o copertine, non studia la sezione aurea. Ma realizza i lavori per capacità artistica, intuito o necessità commerciali. Per un sito web ben studiato è più importante dove gli utenti posizionano il mouse.
            Secondo me, l’individuazione della sezione aurea, spesso funziona al contrario. Ovvero le cose non si progettano basandosi sui numeri. Ma col senno di poi, chi le studia, domandandosi perché piace, ci ritrova i riferimenti alla sezione aurea. Però non tutto ciò che è bello rispecchia quel canone.
            Per me è un po’ come Nostradamus. Caso strano riescono a identificare le profezie dopo che sono avvenute. Dopo gli eventi per certuni è chiaro, chiarissimo. Però quando provano a indovinare prima le profezie non ci riescono mai. 😀
            Io oggi stesso posso provare a realizzare qualcosa di bello basandomi sulla sezione aurea. Però poi subentrano i colori. Se ne utilizzo che non si abbinano, mi gioco il bonus della sezione. Lo stesso vale per le cose già viste. Ripetere lo stesso schema non funziona come per la prima volta.
            Leonardo e Raffaello è probabile che avessero come riferimento la sezione aurea. Però i pittori dopo di loro, pur riprendendo quei concetti, furono chiamati Manieristi. Proprio perché dipingevano alla maniera di Leonardo, di Michelangelo, di Raffaello. Non c’era più una ricerca del nuovo. Fu Caravaggio poi a innovare. Ma già trovare sezioni auree in Caravaggio è complicato. Oltre che conoscendo il personaggio, dubito che sapesse cosa fosse.
            Idem per gli impressionisti. Con loro l’arte si fa liquida, perde i connotati classici per diventare altro. Ma è bellissima.
            Poi uno studioso può trovare dopo complessissimi calcoli che Monet in quel quadro famoso ha utilizzato la sezione aurea. Ma l’artista, più che dalla matematica si fa guidare dal cuore.
            E lo dico io che pur non essendo un matematico, ho comunque una formazione tecnico scientifica.
            Prima le emozioni, dopo diamo i numeri. 😀

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            • Credo che gli studenti di design la studino la sezione aurea, eccome. Guarda ad esempio qui:

              o qui:

              o qui:

              o qui:

              Tempo fa mi ero interessato all’argomento per impaginare e fare la copertina di un romanzo (non mio 😛 ) e poi per realizzare un sito internet.
              Cercando in rete e poi approfondendo mi ono imbattuto spesso in sezioni auree e altri giochetti geometrici-matematici nel design, almeno di chi lo fa seriamente. Figurati che il rapporto aureo viene usato anche per decidere i rapporti tra le font (ad esempio tra titolo e ottotitolo e testo) o nella scelta dei colori 😉

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              • Altamente interessante. Certo, può darsi che nelle scuole di designer la studino la sezione aurea. I designer freelance che ho conosciuto io, più che aurei erano da galera. 😀

                Avessi tempo mi piacerebbe approfondire. Per la mia esperienza di siti internet, la componente che io ho sempre valutato è l’usabilità. Creare siti esteticamente belli, ma poco usabili, è la scorciatoia più rapida per il fallimento. Ad esempio, per il sito del mio romanzo, sto creando qualcosa di nuovo. Tutti i template esistenti per wordpress, adatti a presentare libri, sono vetrine per lo più inutili da scorrere col mouse e abbandonare in fretta. Occorre interazione. Ma soprattutto l’usabilità che io chiamo click to go. L’accesso ai link della pagina deve essere immediato e visuale. Quindi non essendo in grado di utilizzare la sezione aurea, almeno devo creare l’usabilità.
                Purtroppo l’usabilità che ho in mente, è eccezionale su desktop, ma al momento poco efficace per smartphone. E dato che la quasi totalità del traffico ormai è su cellulare… fregato sono. 😀

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        • L’Urlo di Munch mi ha sempre affascinato.Adoravo fare “Storia dell’arte”, una delle mie materie preferite. Tornando al discorso bellezza e il suo opposto, come vedi ciò che può sembrare “non bello” ha il suo fascino. Col tempo può apparire diverso, forse non perfetto esteticamente, ma ti piace. Non ci succede con le persone? A volte anche coi libri. Quello che era brutto da leggere, anche incomprensibile , col tempo lo apprezzi e lo vedi magnifico. Il tempo ci cambia anche su ciò che pensavamo non molto tempo prima.
          Il nostro criterio di bellezza è mutevole alla nostra età. Almeno è la mia modestissima opinione personale vissuta.
          P.s. non vale neppure per te questo guest.😀

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          • Sì, è vero, la nostra percezione del bello varia pure a seconda dell’età. Noi umani siamo macchine complicate. Abbiamo in dote emozioni, sentimenti, ragione, etica, indottrinamenti culturali, relazioni sociali, inconscio. Siamo dei calderoni. Il fuoco della vita ci arde dentro e trovare spesso le ragioni di quel che ci piace è a volte impossibile.
            Io trovo bello strofinare la mia mano sul tronco di un albero. Percepirne la rugosità. Sentire sulla mia pelle la sua storia.
            Io contemplo che ogni atomo attorno a noi, che faccia parte di materia biologica o sia inerte dentro un sasso, contribuisca a uno scopo di bellezza. E’ anche bello il vento crudele che sferza, il sole bruciante del deserto, le profondità degli oceani che non vedremo mai.
            Io credo che la funzione dell’artista sia anche questo. Cogliere il bello non solo da quel vede, ma anche da quello che non vede e percepisce dentro.

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      • Sono stati fatti test seri sulla proporzione aurea, ma non sono stati trovati elementi che possano suggerire una oggettività della cosa: figure geometriche che rispettavano il rapporto aureo venivano scelte, a preferenza, in modo simile a quelle che non lo rispettavano. è possibile però che vi rientri il fenomeno della familiarità, cioè il fatto che siamo abituati a notare nelle opere classiche quella proporzione. Similmente, un naso grosso ci pare brutto perché non familiare; una donna da copertina patinata ci pare bella perché familiare, perché tutte le copertine offrono immagini simili.

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        • … della familiarità o dell’influenza sociale: se tutti ti dicono che un naso grosso è brutto, alla fine molto probabilmente sarà brutto anche per te.

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  3. Poche cose sono variabili come le categorie di “bello” e “brutto”. Personalmente sono d’accordo con chi sposta il discorso su colui che guarda, ma debbo rilevare alcune tendenze generali dovute al fatto che, gira e rigira, apparteniamo tutti alla stessa specie, per esempio la diffusa sensazione di smarrimento di fronte a un’opera d’arte contemporanea: certo l’obiettivo degli artisti d’avanguardia era spiazzare, ci riuscirono e ci riescono. Forse oggi si va avanti su una strada vagamente simile per inerzia, non so. Resta il fatto che la maggior parte delle persone prova emozioni più positive – ognuno a modo proprio – di fronte a un quadro o una scultura o un’architettura di impianto più classico. Credo abbia a che fare con la questione delle proporzioni sollevata da Grilloz nei commenti.

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    • In generale, si crede che il motivo sia la familiarità: essendo abituati a quel tipo di forma, la si “decifra” più facilmente e quindi più facilmente se ne ottiene piacere.
      Anche tra chi percepisce una stessa opera come perturbante, però, c’è chi riconosce comunque quella emozione nella categoria del piacere, e chi invece la respinge e basta. Non credo che questo sia un problema di assegnazione del nome all’emozione, quanto un diverso modo di rapportarsi con essa, aggiungendo una sfumatura che cambia la natura di tale emozione.
      Secondo Leonard Bernstein, in musica esiste una bellezza che discende direttamente dal nostro corpo. Secondo Ramachandran esiste un 10% di bellezza universale, a-culturale, dovuta alla struttura comune del cervello umano, e ha anche scritto una lista di 10 caratteristiche che secondo lui costituiscono una bellezza universale (iperbole, metafora, ripetizione, simmetria, isolamento modulare, raggruppamento percettivo, contrasto, equilibrio, problem-solving percettivo, assenza di coincidenze); anche lui si ricollega però alla familiarità: sarebbero bellezze universali perché il cervello, per sopravvivere, si abitua ad applicare questi schemi di ragionamento, e quando vi riesce reagisce con piacere.
      Ulteriori problemi solleva la metafora: per esempio, abbiamo visto che esistono metafore complesse che i lettori testati giudicano “meno piacevoli” di altre più semplici, però “più poetiche”: dove sta il bello, tra le due cose?
      Sono problemi molto articolati…

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      • Credo che con la tua risposta siamo arrivati a un tema cui ho pensato solo dopo aver pubblicato il mio commento: la familiarità rientra nel problema tipicamente umano della ricerca di sicurezze. Molte cose discendono da lì: la paura dell’Altro, la ripetizione degli schemi, le tradizioni e la necessità di conservarle. Anche la convinzione assolutamente ingiustificata che non ci succeda mai nulla di letale prima della fine della giornata. In questo senso l’arte classica, immediatamente intuibile nelle forme, dà sicurezza.

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    • Secondo te, Lucio, i parametri estetici del bello e del brutto cambiano se si parla di letteratura o di cinema o di un quadro o di un piatto di pastasciutta? Alla fine quello che mi interessa davvero capire, al di là dell’ambito, è come si distingue il bello dal brutto. In generale. Poi, qui nel mio blog, è chiaro che si parla soprattutto di letteratura; ma questo è un altro discorso.

      P.S. adesso vado a leggermi il tuo link. 🙂

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      • Se ricevo un sms con una domanda secca via Messenger, rispondo in una riga e mezza. Se so che la mia risposta deve apparire in un blog letterario, la articolo di più. La fortuna critica delle opere letterarie cambia nel tempo e nello spazio (autori oggi lodati potrebbero scomparire del tutto fra qualche decina d’anni) proprio perché i parametri di giudizio e i canoni estetici mutano continuamente. Ma questa è la scoperta dell’acqua calda:-)

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      • Ogni percezione è in potenza una esperienza estetica: per questo etica ed estetica sono una cosa sola, sono entrambi giudizi basati su percezioni. Chiaramente però ogni “àmbito” ha delle particolarità, cioè il percorso che definisce le nostre percezioni è un po’ diverso, e avere una opinione impopolare su un quadro è un po’ diverso dall’avere una opinione impopolare sull’omicidio.

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        • Etica ed Estetica, queste due parole, non dovrebbero essere affiancate, credo, con tanta leggerezza. Qualcuno potrebbe pensare, ad esempio, che solo ciò che è etico può essere bello: un problema che per fortuna abbiamo già superato. Se poi la bellezza è davvero universale, allora l’ambito non conta nulla; se non lo è, non conta nulla lo stesso perché significa che il giudizio è soggettivo e cambia da persona a persona e non da cosa a cosa o da argomento ad argomento. Ora, io e te possiamo guardare una bella donna e questa può non piacerci; può piacere un po’ di più a te e un po’ meno a me; può piacere un po’ di più a me e un po’ meno a te: ma se è bella, lo sarà per entrambi. E questo non ha in sé qualcosa di universale? Non credo che la coppia bello/brutto possano davvero aiutarci a risolvere questo rebus; ché rebus lo è sul serio, e come tale basta trovare la giusta chiave di lettura. Ma ne riparliamo…

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          • Che ciò che è etico tenda anche ad essere bello lo aveva ipotizzato Schiller, cambiando poi idea nel discorso notando che sotto certe condizioni anche un omicidio può essere “artisticamente bello”. Ciò nonostante, se l’estetica è ciò che percepisco davanti ad un oggetto, l’etica è ciò che percepisco davanti ad una azione: sono due facce della stessa medaglia, solo che si applicano a sfere diverse;inoltre nella loro essenza (cioè un giudizio emesso in base a una percezione fisica) sono la stessa cosa.
            Il soggetto di-per-sé, chiaramente, non esiste: ciò che il soggetto percepisce è determinato da ciò che ha vissuto, cioè dal contesto. Il vivere in un contesto comune fa avvicinare i giudizi; non potranno però mai essere identici, perché anche vivendo nello stesso posto comunque non lo vedremo mai dalla stessa prospettiva (foss’anche solo per il fatto che i nostri atomi non possono mai avere coordinate uguali: se hanno coordinate spaziali uguali non hanno coordinata temporale uguale, se hanno coordinata temporale uguale devono avere almeno una coordinata spaziale diversa). Dire “è bello” a prescindere dalla percezione non ha alcun senso, poiché la sua definizione necessita della percezione.

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  4. Bello questo quadro d’insieme con tanti diversi punti di vista, bello anche scoprire che un mio amico diventi tuo amico e lo dico con una punta di orgoglio vero.
    Farò un piccolo esempio per dire al solito la mia.
    Sento una canzone e la trovo bella, la sente mia figlia e mi dice ma che schifo è? Vedo un bell’uomo e resto un attimo a pensare cosa abbia di bello che me lo faccia notare, mi accorgo che sono i singoli particolari ma anche l’insieme o comunque quello che rispetta canoni miei di bellezza, l’amica commenta che poi tutto sommato non è così bello.
    Leggo un libro e mi piace, lo consiglio e aspetto la stessa opinione e invece noto che non solo non si è colto quello che ho colto io, ma i medesimi passaggi hanno annoiato anziché stimolato etc.
    Tutto dipende dallo stato d’animo, dalla disponibilità a prestare attenzione vera a quella “cosa” per dargli il valore del bello e del brutto. E’ molto più che solo soggettivo, mi trovo a concordare con Chiara sulla coscienza intuitiva.

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  5. Sarebbe stato bello approfondire il discorso, ma certe chat su facebook spesso avvengono nei buchi, nelle pause sigaretta, nei momenti di deviazione mentale. La mia opinione affonda le radici nelle filosofie orientali, ma mi rendo conto che in questo trafiletto non esaurisce la propria complessità. Penso che scriverò un post, per definire e affrontare meglio questo discorso. 🙂

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    • Infatti prendetelo con le molle un “like” su Facebook. Molte volte è tanto per abitudine o da altri impulsi più primitivi. Concordo con Salvatore. Meglio una parola detta che un “like”. Almeno sai come la penso.

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      • @Tiziana, non capisco cosa c’entri un like. 🙂
        Mi stavo riferendo al fatto che Salvatore mi ha domandato su Facebook cosa fosse per me la bellezza e io gli ho risposto, considerando la circostanza, in modo molto impulsivo.
        Dei like mi frega ben poco. 😀

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        • Ne abbiamo parlato sopra del Like, in generale. Non solo con te. Parlavo a tutti.😁😁😁Figurati a me, non lo uso mai fb.
          E nemmeno qui mi servono i Like. 😉

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  6. Risposte istintive la mia trattazione? How dare you! E comunque io lo sapevo che sarei stato citato quando ho scritto la versione breve…
    Il Grilloz parlante si pone in ottica di estetica darwiniana. Il problema è che il principale vantaggio è di tipo sociale: anche se una landa deserta non è un vantaggio “biologico”, oggi rappresentare una landa deserta invece di una foresta lussureggiante può comunque costituire un vantaggio. Ma parlare di “vantaggio sociale” non ha molto senso, è qualcosa di troppo labile.
    Umberto Marin accenna alla neuroestetica. Come ho scritto sulla pagina FB, la futura critica si farà nella stanza dell’fMRI, non sui libri. Il cervello però non può darci risposte statiche, perché è chiaro che si modifica nel tempo. Il fattore N400 suggerisce quando si sta percependo qualcosa come inatteso, ma la caratteristica percepita come inattesa non lo sarà per sempre. Ovviamente la speranza è di trovare delle costanti.
    Ghiglione su questa scia fa notare come il problema sia anche relazionale. Se io sono una macchina chimica, è pur vero che il mio cervello prima o poi si assueferà al suo stesso stato; quindi, in realtà, il percepire una cosa come bella o brutta dipende anche da cosa ho percepito prima. Se io percepisco molte cose come belle, diventa sempre più difficile trovare qualcosa di bello, per questo visitare una galleria è spesso esperienza estenuante e il bello sembra sempre all’inizio, se non si prevede un climax. Un libro molto bello probabilmente al suo interno deve avere anche molte cose che paiono brutte: non è un caso se Tolstoj ha uno stile “rotto”, fatto di sintassi intorcolata e ripetizioni sgraziate; pare un difetto, ma in realtà contribuisce.

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  7. Aggiungo solo una considerazione a tutte queste. Bellezza e arte non sempre coincidono. Un’opera d’arte che ci emoziona, che fa scattare qualcosa dentro di noi non necessariamente è bella. Pensiamo all’Urlo di Munch. È bello? Insomma… Ma fa scattare qualcosa, suscita emozioni, riflessioni, è sicuramente arte. La poesia “Veglia” di Ungaretti, con la descrizione del morto in trincea è bella? Non è che l’immagine che ne ricavo mi dia un gran piacere estetico, ma mi emoziona, mi fa empatizzare con il poeta, mi suscita dei ragionamenti. Non so, quindi, quanto mi interessi il bello, per quanto ogni tanto sia piacevole fruire di cose che almeno ai nostri occhi siano belli. Ma preferisco che qualcosa di prodotto da me sia definito “interessante” piuttosto che “bello”.

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    • Anche la bruttezza può essere bella. Il concetto di “interessante” è interessante ma non definitivo: nel senso che non è ancora sufficiente. Se ti va mercoledì prossimo ne parleremo ancora. 🙂

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  8. Riflessioni post lettura:

    1. Non rispondere mai più a domande sibilline di Salvatore Anfuso;
    2. Alla domanda avevo dato una risposta coltissima e fichissima sul concetto di kalos kai agathos ma l’Anfuso mi ha smontato subito;
    3. Alla seconda domanda ho dato questa risposta, dando la mia opinione di bello e brutto riferita a un libro, ma sono l’unica ad averlo fatto e sembra una decerebrata;
    4. Non ho potuto minacciare in nessun modo l’aspirante scrittore, proprietario di questo blog, per diffidarlo dal pubblicare questo mio commento. Davide Grillo, cerchiamo un avvocato?

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    • Beh se per questo anch’io sono stato colto alla sprovvista, ho scritto di getto e l’Anfuso mi ha spiccicato in prima pagina senza nemmeno rivedere la forma. Qui ci sono gli estremi per intentare una class action.
      Nella stima dei danni di immagine io pretendo un milione di euro. Voi fate i vostri conti. 😀

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      • Cogliere alla sprovvista, caro Marco, era voluto: mi serviva una risposta di pancia. Questo dovrebbe anche insegnare l’utilità di sforzarsi a scrivere bene anche in chat, credo, io per primo (che notoriamente sbraco sempre). 😉

        P.S. in Italia non esiste la class action… spiace. 😛

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        • Non esiste la class action? Ma con chi credi di parlare.
          Gli scrittori rendono l’impossibile possibile. Basta scrivere qualcosa e la si crea.
          Che in Italia ci sia la class action. E adesso sei fregato sul serio. 😀

          A quindi devo scrivere perfetto anche in chat? La prossima volta di sicuro, considerando che lei approfitta delle chat altrui. 😛

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    • Sai che ho letto tutto il post pensando “speriamo non abbia trascritto qualche mio commento ” ma sono arrivata alla fine della lettura tirando un sospiro. Ha scelto solo gente intelligente, per fortuna e forbita che ha dato ottime risposta, e tu te la sei cavata egregiamente.

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    • A me basta che me lo classifichi come guest e sono a posto 😛 Poi mgari recupero una decina di commenti e li faccio classificare come primo capitolo del romanzo frattale

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    • Di’ la verità, cara Stefania, hai risposto ma non eri convinta della risposta, quindi mi hai chiesto chiarimenti e io ti ho dato un’imbeccata su quello che è il tuo argomento per eccellenza: i libri. Non mi pare tuttavia che la tua risposta ti faccia sfigurare. 🙂

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      • Caro Salvatore, tu mi hai scritto che quella risposta non ti soddisfaceva. Non cambiare versione. Io mi ero così impegnata! 😉

        Questa è senz’altro sincera e immediata, ma sembra fuori contesto.
        Tutto qua.
        Ma non ti preoccupare: ho nuove e validissime regole.

        Non cadrò mai più nelle tue trappole verbali! 😉

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  9. 5. Non fare affidamento su Davide Grillo e ricercarne l’alleanza, perché altamente ricattabile a causa di guest post promessi e mai pervenuti e un intero romanzo frattale, non dico iniziato, ma nemmeno mai progettato.

    Nadia, non hai niente da invidiare a nessuno. 😉 Ad una certa domanda della mia newsletter sei stata l’unica a rispondere in modo pertinente e sensibile allo stesso tempo.

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    • Ma scherziamo? Non mi far leggere questi commenti di poca autostima. Invidia di che? Sei la mejo ( da Roma e dintorni) 😛
      Chi disprezza, compra. Uh…se compra.
      P.s noi usiamo un linguaggio alto quando ci va, non perché non siamo brave. Che è diverso. Ti pare poco? Non mi far scrivere tutte le qualità che hai, sennò arrivo a fare un commento gigante e dopo sì che rosicano. 😉

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  10. La cultura credo sia quello che interiorizzi e resta dentro di te nonostante tutto e viene fuori così quando meno te lo aspetti, l’altro giorno ho risposto istintivamente a una domanda di un quiz televisivo ed era quella giusta, ma non ricordavo di averla mai studiata.
    La bellezza invece secondo me è l’incanto, guardi qualcosa e resti senza parole, incantato, appunto. Mi è capitato guardando dei quadri impressionisti a una mostra, oppure quando leggendo un libro trovo esattamente le parole che esprimono quello che sento e a cui io non avevo pensato.

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  11. Pingback: Come distinguere il bello dal brutto – Salvatore Anfuso ● il blog

  12. Pingback: Bello o brutto? – Profezia privata

  13. Pingback: La coscienza del libro – Salvatore Anfuso ● il blog

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