Il profumo della speranza


Il profumo della speranza

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Quando Dame Elisabeth Olsen avvertiva su di sé i morsi della fame, una nuova giovane creatura veniva introdotta nella sua cripta – così era arrivata a definire il luogo in cui viveva segregata. Non aveva idea di come lui conoscesse il momento esatto in cui l’appetenza faceva la sua puntuale comparsa. Ma che ci riuscisse era un fatto.

Erano sempre giovani donne appena sbocciate: forme già adulte ma ancora acerbe. Apparivano completamente denudate; forse infreddolite, spaventate… certamente tremanti. Poteva avvertire l’odore della loro paura dal sepolcro in cui studiava gli antichi tomi: una sensazione inebriante, che non faceva altro che aumentarne il desiderio. Col tempo aveva imparato a trattenersi, a ritardare l’inevitabile. Non si accontentava più di nutrirsi del loro sangue; svuotarle come otri un tempo zeppi di vita. Aveva imparato a giocarci.

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Equilibrismi


Equilibrismi

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Quando le rondini tornano a librarsi

A Torino in questi giorni una luce magnifica illumina il cielo, scaldando le membra e l’anima; permettendomi di dimenticare quanto lungo e soffocante sia stato quest’inverno appena trascorso. Le montagne incorniciano il paesaggio lambendo i confini aridi della città, tanto da farmi immaginare che allungando la mano potrei quasi spolverarne le cime innevate. Gli alberi allineati dei viali ricominciano piano piano a colorarsi di verde. In cielo di rondini non ne ho ancora avvistate, ma non dubito che presto arriveranno pure loro. Al mattino l’aria è ancora frizzante ma tutto sembra far presupporre che la primavera, con la sua carica di energia, buonumore e testosterone sesso-dipendente stia per sopraggiungere. Allora com’è che non mi sento rilassato?

Non sono in cerca di motivi; me ne frego dei motivi. Li elenco solo per riempire questa pagina, visto che da settimane non riesco a scrivere un post decente, tanto che la mia tanto decantata programmazione è ormai andata a farsi benedire. Intendiamoci, nessun problema a riempire questo bel bianco con tanto, tanto nero: ché a farlo ci metto poco; e a scanso di equivoci in questo periodo ho scritto un paio di “racconti” che mi rendono fiero di aver posato le dita sui tasti. Ma di parlare di scrittura e di tutte quelle belle cose che continuiamo a ripeterci ormai da anni non ne ho proprio voglia. E sì, che questo è un blog di scrittura creativa, ma in questo momento la mia creatività sente più il bisogno di esprimersi che di indagare. Così sto facendo, e nei prossimi giorni non dubito che potrete, se vi va, leggerne i frutti. Rimane però il problema della programmazione, e non è l’unico…

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Le preposizioni proprie: Da


Le preposizioni proprie: Da

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Fondamenti di grammatica per aspiranti scrittori

Come dicevamo la scorsa volta, le preposizioni si distinguono in proprie e improprie: le prime si adoperano solo come tali, a differenza delle seconde che invece possono assumere anche altre funzioni: ad esempio di congiunzione, di avverbio, ecc. Le proposizioni proprie sono otto (più una): di, a, da, in, con, su, per, tra (fra). Le ultime due, lo vedremo meglio dopo, sono identiche per significato e funzioni.

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La preposizione da, come tutte le preposizioni, dà origine a numerosi valori semantici. Dal 1979, secondo lo studio di Castelfranchi-Attili[1], essi sono raggruppati in quattro gruppi di relazioni: locativo d’origine: «La pausa comincia dalle quattro»; causativo: «Paolo è stato investito da una macchina»; caratterizzante: «Mi piace la ragazza dagli occhi blu»; vincolativo: «la mia prima macchina da scrivere». Tuttavia il Serianni nella sua grammatica lì divide in tre soli gruppi, riunendo i primi due. Noi, che seguiamo da sempre l’impostazione del Serianni[2] sia per stima personale sia per scarso ingegno nostro, continueremo ad attenerci ad essa. Vediamo quindi il primo gruppo, quello che il Serianni chiama di «allontanamentoprovenienza»:

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Il racket è un bene


Il racket è un bene

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Polizze assicurative contro se stessi

Quando si dice che tutto ha un prezzo, si sottintende che tutti abbiano qualcosa da vendere. Anche la mafia ha qualcosa da vendere[1]. Cos’è che vende la mafia? Qual è il bene commercializzato dalle organizzazioni malavitose siciliane? «In un contesto storico, quello siciliano o meridionale, in cui difetta la fiducia»[2] anche la protezione è un bene che può essere acquistato o venduto.

Quello della protezione è un tema di grande successo, sia per chi lo vende sia per chi se ne appropria come giustificazione del fenomeno mafioso: magistrati, poliziotti, politici… romanzieri. Il racket della protezione ha però molte facce. Una di queste è identificabile con il racket che tutela l’impresa, quella legale, attraverso il monopolio, la violenza, l’intimidazione – dei ladri, dei traditori, dei testimoni – e il sabotaggio; sabotaggio politico, sociale, morale e fisico, se occorre, della concorrenza. Così vi può capitare che passando in certe zone della Sicilia, se volete dissetarvi la gola seccata dall’arsura che in alcune stagioni potete trovare da quelle parti, potreste scoprire che il baretto dello sport in cui vi siete infilati ha da vendervi una sola marca di gazzosa. E quando, stupiti, chiedete al tizio dietro al bancone come mai non si sia fornito anche di altre bevande, tra cui la vostra preferita, questo risponda con un’alzata di spalle. La scusa di solito è che i clienti abituali chiedono solo quella. Voi, a vostra volta, scrollate le spalle giustificando l’anomalia col fatto di trovarvi in una sorta di terzo mondo, almeno culturale. Ma non è così. L’arretratezza non c’entra nulla. E quel commerciante, come ogni commerciante del mondo, avrebbe solo vantaggi nel fornirvi la vostra bevanda preferita, quella reclamizzata in TV. Solo che non può.

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Intervista col fantasma


Intervista col fantasma

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Mettere a nudo una ghost-writer

C’è una cosa che ho sempre voluto fare da quando ho aperto questo blog, ed è intervistare un/una ghost writer. I motivi sono tanti, e sono riassumibili nelle domande che leggerete a breve qui di seguito. Il problema, però, era riuscire ad acchiapparne uno: si sa che i fantasmi sono per loro natura sfuggenti. E per quanto in giro ci siano ormai una valanga di persone che si promuovono come tali, almeno tanti quanto gli editor freelance, ero sicuro che per la mia intervista non avrei mai voluto rivolgermi a nessuno di loro. Il motivo è semplice: c’è qualcosa di sacro e misterioso nella scelta dell’anonimato; ancor di più in uno scrittore che decide di cedere la propria opera restando nell’ombra. Ed era svelare questo mistero la cosa che tanto mi premeva di questa intervista. Va da sé che se uno scrittore si promuove come ghost è perché nell’ombra non ci vuole stare.

Sono passati due anni e mezzo, senza riuscire a ottenere assolutamente nulla. Ma già l’anno scorso ero entrato in contatto con una ghost writer – qualcuno di voi lo ricorderà per le mie richieste su facebook. Alla fine la cosa evaporò nel nulla ma mi diede la spinta per prendere un’altra direzione… Per l’intervista che leggerete a breve ho dovuto adoperare tutto il mio carisma, la mia retorica e ogni sorta di lusinghe. Per mesi ho dovuto lavorare alacremente. In genere la popolarità del blog mi apre molte porte, alcune con estrema facilità. Ma una ghost che vuole restare nell’ombra non è in cerca di pubblicità. Anzi, semmai la notorietà può rappresentare un problema. Quindi capirete quanto difficile sia stata questa impresa. Per lo stesso motivo non posso e non ho intenzione di rivelare il suo nome. Vi dico solo che nell’ambiente è molto conosciuta.

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