Il lettore che vorrei…

Illustrazione realizzata con l'IA

Non chi compra libri, ma chi li abita

Ogni scrittore sogna di avere più lettori.
Io compreso. Mi piacerebbe che Ulpia vendesse centomila copie, magari un milione già che ci siamo. Mi piacerebbe vedere il mio romanzo dietro le vetrine delle librerie, sui comodini della gente e, perché no, persino in cima alle classifiche. Non appartengo a quella curiosa categoria di autori che fingono di disprezzare il successo mentre controllano le vendite con la stessa frequenza con cui un cardiopatico si misura la pressione. Eppure, ogni volta che qualcuno mi chiede quale sia il mio lettore ideale, mi accorgo che la domanda mi mette a disagio. Disagio… Perché mai? Ce l’ho un lettore ideale, io? Mi sono sforzato di immaginare chi potesse essere costui/costei mentre progettavo il romanzo? Ho pensato a lui o lei mentre lo scrivevo? No? Sì? E se non ho pensato a lui/lei, come farà a trovarmi? Ecco l’entità del problema che affligge l’editoria oggi…


Perché continuo a scrivere

Illustrazione realizzata con l'IA

Articolo molto personale

Mi è capitato spesso di chiedermelo.
Non perché abbia mai smesso sul serio di scrivere, ma perché è una di quelle domande che sembrano semplici finché non provi a rispondere, per poi scoprire che ogni risposta che sei in grado di confezionare contiene sia qualcosa di vero sia qualcosa di falso. Ad esempio, scrivo perché mi piace. Adoro scolpire le frasi; mi dà un senso di compiutezza molto soddisfacente. Scrivo per essere letto. Anche. Tuttavia essere letti, oggi, in Italia, non è quasi più un problema. Possiamo dire che è stato risolto a monte… Scrivo per essere pubblicato. Nel mio caso è meno vero, ma sono sicuro che moltissimi là fuori vedono nella scrittura una sorta di riscatto e nella pubblicazione una sorta di conferma. Infine, scrivo perché sono uno scrittore. Questa affermazione ha il pregio di spiccare il problema, ma non alla radice (scuserete il gioco di parole, ndr). Potremmo andare avanti ancora diversi paragrafi, trasformando questo post in una sorta di gioco di società: in cui ognuno dice la propria e tutti gareggiano per il primato della più assurda.


Cosa fanno (davvero) gli agenti letterari in Italia

Illustrazione realizzata con l'IA


Basato sulla mia esperienza diretta

Alcune giornate nascono con una domanda.
Mentre guidavo per andare a correre al parco, come faccio da anni in pausa pranzo, sotto il cielo plumbeo di Torino il mondo mi è sembrato improvvisamente più denso. Mi è parso di vedere per la prima volta cose a cui normalmente non do importanza. E tutto questo mi ha spinto a pormi la seguente domanda: vediamo davvero ciò che stiamo guardando o ci limitiamo pigramente a osservare la realtà mentre ci scorre davanti? Siamo tutti presi dai nostri microcosmi quotidiani per poterci davvero interessare alle vite degli altri. Non è una colpa; è una constatazione. Ora, può non sembrare, ma tutto questo ha molto a che fare con l’argomento del post di oggi, ovvero: che lavoro fanno DAVVERO le agenzie letterarie in Italia? Procediamo.



La fine dell’attenzione

Illustrazione realizzata con l'IA

Come smartphone e social stanno influenzando il nostro sistema nervoso

Da qualche anno si è diffusa la sensazione che qualcosa stia cambiando.
Molte persone lamentano una crescente difficoltà a concentrarsi, a leggere testi lunghi, a seguire ragionamenti complessi o a mantenere l’attenzione per periodi di tempo prolungati. La spiegazione più immediata è anche la più pessimistica: ci staremmo progressivamente rincitrullendo. La ricerca, tuttavia, suggerisce una conclusione diversa: non stiamo diventando meno intelligenti; stiamo addestrando il nostro cervello a svolgere compiti diversi da quelli che per secoli hanno caratterizzato il nostro rapporto con la lettura. Il cervello è un organo straordinariamente adattabile. Rafforza le capacità che utilizziamo con maggiore frequenza e riduce l’efficienza di quelle che esercitiamo sempre meno. In altre parole, diventa bravo in ciò che gli chiediamo di fare ogni giorno e meno in tutto il resto.


La ragazza cresciuta in un lupanare

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Presentazione di Ulpia come personaggio

A tredici anni ero un idiota.
Lo so che non state faticando a immaginarlo, e siete davvero gentili a farlo notare nei commenti (tanto lo so che lo scriverete, ndr). Non che adesso la situazione sia migliorata in modo apprezzabile, ma a tredici anni almeno possedevo l’attenuante dell’età. Mi interessavano i videogiochi, i fumetti, le ragazze, i fumetti che mostravano ragazze… Insomma, un adolescente qualsiasi. Ulpia, invece, a tredici anni vive in un lupanare sul Celio. Conosce già abbastanza bene gli uomini da sapere cosa aspettarsi da loro e possiede un talento quasi sovrannaturale per infilarsi in situazioni dalle quali una persona ragionevole si terrebbe prudentemente alla larga. D’altra parte, se fosse stata una ragazzina ragionevole, non avrei avuto alcun romanzo da scrivere.