La Roma che non è mai esistita

Il lavoro di costruzione dell’universo ucronico
Per costruire la mia Roma del III secolo d.C. ho dovuto prima ricostruire quella vera.
Averlo fatto nel modo più preciso e affidabile possibile, però, non è stato un vezzo da topografo in crisi d’astinenza e neppure una forma di perfezionismo patologico. Si è trattato di una necessità narrativa. Ulpia nasce da una premessa piuttosto impegnativa: nel tentativo di correggere il corso della storia e prevenire una guerra futura capace di sterminare l’intera umanità, un uomo del futuro torna indietro nel tempo per convincere Giulio Cesare a non attraversare il Rubicone. Tre secoli dopo ci imbattiamo nelle conseguenze di ciò che è accaduto quella notte. Più ci pensavo, più mi appariva chiara una cosa: dovevo controbilanciare l’espediente fantastico – che in genere nei romanzi non amo – facendo ricorso a una sorta di iperrealismo applicato alla ricostruzione della città di Roma. Se volevo che il lettore accettasse l’esistenza di un viaggiatore del tempo, tutto il resto doveva apparirgli autentico. Non semplicemente verosimile o plausibile. Autentico.






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