Grammar-nazi

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Scegli la grammatica

Sì, scegliete la grammatica. Scegliete un complemento di termine. Scegliete la sostantivazione dell’aggettivo, un’ortografia pulita e un superlativo del cazzo. Scegliete gli aggettivi singolativi, il refuso controllato e una sintassi lineare. Scegliete uno stile semplice con locuzioni in tinta. Un discorso diviso in tre parti e riempitelo di retorica. Scegliete di evitare la virgola tra soggetto e verbo; e domandatevi a che serva il punto e virgola. Scegliete di sedervi in poltrona a spappolarvi il cervello con un romanzo russo o di rispondete a un telequiz sul congiuntivo mentre vi ingozzate di schifezze commerciali. Alla fine scegliete di marcire in una squallida biblioteca di periferia, ridotti a motivo di imbarazzo per gli stronzetti viziati ed egoisti che avete votato per rappresentarvi. Sì, scegliete la grammatica. Ma perché dovrei fare una cosa così? Io ho scelto di non scegliere la grammatica. Ho scelto di sbagliare il congiuntivo. Le ragioni? Non ci sono ragioni. Chi ha bisogno di ragioni quando si è aspiranti scrittori?


L’intellighenzia

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Cerco un centro di gravità permanente

In Italia la figura dello scrittore pare non poter essere scissa da quella dell’intellettuale. Che qualcuno possa essere bravo a inventare e raccontare storie, senza per questo avere qualcosa di profondo o trasversale da dire sul mondo, la vita o se stesso, come idea sembra non riuscire ad attecchire. In Italia se vuoi essere considerato uno scrittore, devi per forza avere un’opinione sui maggiori fatti di attualità, una posizione precisa verso la Sacra Madre Chiesa, una visione originale della famiglia, l’eutanasia, l’immigrazione, il ruolo della donna, i centri di potere, la giustizia o la sua parvenza. In Italia se vuoi essere preso sul serio, devi prenderti sul serio.


Le “inevitabili” baruffe social

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“Solo due cose sono infinite, l’universo e la stupidità umana, e non sono sicuro della prima.”

— Albert Einstein

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Il “silenzio degli innocenti” è maturità o connivenza?

Capita sempre più spesso di ritrovarsi invischiati in baruffe verbali dai connotati ideologici, tifi da stadio, schieramenti da battaglia, senza averne avuto l’iniziale intenzione e dalle quali sovente si fatica a uscire. Maledicendosi anche un po’, magari a posteriori, per l’ingenuità dimostrata. Ché intervenire in una discussione che l’esperienza aveva già insegnato essere foriera di atteggiamenti da ultrà è sintomo di stupidità. E anche per aver permesso a se stessi di calcare le invettive, come se la validità del proprio punto di vista o l’assurdità dell’opinione altrui dipendessero da quanto più forte si riesca a urlare; o l’indignazione che esse ci suscitano fosse tanto più vera quanto più colorito è il nostro epigramma. Capita soprattutto nei social. E capita con un’incidenza che desta scalpore.

Ogni volta finiamo per biasimare noi stessi, poiché ci reputiamo maturi abbastanza per astenerci, selezionare gli interlocutori, censurare gli impulsi. E per biasimare gli altri, con cui oramai instaurare un dialogo appare impossibile. Dialogo che, almeno nei confini del virtuale, assume via più il valore di un confronto accanito, sordo alle verità non proprie, pregno di pregiudizi monolitici, e il cui obbiettivo ultimo è quello di prevalere. Non “ragionare e far ragionare” – secondo l’esempio socratico; non “veicolare informazioni o esperienze o punti di vista”; nemmeno “dibattere con l’intento malandrino di spingere l’opinione pubblica ad adottare un sentire più vicino al nostro”. Ma: Prevalere. Ovvero: Prevaricare. Dominare. Imporsi. Col fine acclarato di stupire il mondo con le proporzioni megalitiche dell’unica estensione di noi a cui oggi teniamo davvero: l’Ego.


La pillola dell’intelligenza

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“Che razza di droga era? Non sopportavo il disordine, non toccavo una sigaretta da sei ore, non avevo mangiato. Astemio e pulito. Che cavolo era?”

— Eddie Morra, Limitless

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Come il Destefenil può cambiarti la vita se non soffri di narcolessia

Cosa saremmo disposti a fare pur di realizzare i nostri desideri? Quasi tre mesi fa mi sono imbattuto in un articolo interessante pubblicato su VICE. Parlava di un medicinale di norma prescritto a narcolettici, ovvero a soggetti affetti da un’eccessiva quanto debilitante sonnolenza diurna, ma diventato presto famoso presso coloro, studenti e lavoratori, dal cui cervello è pretesa una prestazione inferenziale superiore alla media, grazie alla sua capacità di potenziare l’intelletto. Ne ero inizialmente diffidente, ma viste le difficoltà a cui io stesso sono andato incontro in quest’ultimo periodo — difficoltà i cui effetti si ripercuotono sul mio organo pensante — e dopo aver letto numerose recensioni, verso molte delle quali nutro ancora seri dubbi, ho deciso di tentare la sorte e sperimentarlo.


Interiezioni primarie

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Fondamenti di grammatica per aspiranti scrittori

Le interiezioni primarie stanno ai margini del nostro sistema linguistico, presentando una grafica e una fonetica del tutto peculiari. Il grafema h, ad esempio, compare spesso o in posizione finale (mah) o all’interno di parola (ehi), ma solo occasionalmente ha un reale valore fonetico. Tuttavia allo scrittore torna comodo per evitare «omografie» (e ed eh potrebbero confondersi fra loro se non fosse per la h); diventando così un marchio distintivo dei monosillabi esclamativi.

Varianti grafiche tra un’interiezione e l’altra dipendono da ragioni espressive: uff, ad esempio, può guadagnare un ulteriore f per intensificare l’idea di fastidio (Pirandello); un oh può diventare, con Collodi, un ohhh molto meravigliato; un ah trasformarsi in un aah veramente soddisfatto (Bassani). Quasi tutte sono voci espressive nazionali. Solo due sono di provenienza straniera: urrah o hurrà, gridi guerreschi di origine russa giunti a noi attraverso il francese e l’inglese[1]; eja, eja alalà in cui si fondono due interiezioni greche secondo un modulo diffuso da D’Annunzio e fatto proprio dal fascismo.

Altri forestierismi sono alt, di provenienza tedesca, in luogo di alto (che si è mantenuto nella locuzione militaresca altolà); alò, ormai antiquato e di provenienza francese, in luogo di orsù; e marsch, anch’esso di provenienza francese ma ancora in voga, in luogo di marciare. Ma vediamo nel dettaglio i nostri: