Otto Anni Dopo

Hand pulling out the Ulpia manuscript from desk drawer with papers and pencil
Illustrazione realizzata con l’IA

Perché Salvatore Anfuso il Blog torna nel 2026?

Lo so, sono passati quasi otto anni dall’ultima volta.
Otto anni in cui mi sono capitate così tante cose da non aver avuto né il tempo né la voglia di appuntarle su questo blog. La vita è così: ti coglie giovane e ti restituisce vecchio. E infatti, rispetto a otto anni fa, ci vedo meno bene da entrambi gli occhi, sono mezzo sordo dall’orecchio sinistro e ho cominciato a perdere i capelli. Guardarmi allo specchio e scoprire, da un giorno all’altro, d’essere diventato più stempiato di quanto ricordassi è stato uno shock. Ho cominciato a perderli al centro, proprio sopra la fronte. La cosa buffa è che non sono spariti del tutto, ma si vede che sono più diradati di quanto lo fossero solo pochi anni fa. Datemi retta: questi otto anni hanno pesato come una vita intera, tracciando calanchi sulle mie speranze. Finché non sei arrivata tu: Ulpia.

Ma procediamo con calma.


Le “inevitabili” baruffe social

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“Solo due cose sono infinite, l’universo e la stupidità umana, e non sono sicuro della prima.”

— Albert Einstein

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Il “silenzio degli innocenti” è maturità o connivenza?

Capita sempre più spesso di ritrovarsi invischiati in baruffe verbali dai connotati ideologici, tifi da stadio, schieramenti da battaglia, senza averne avuto l’iniziale intenzione e dalle quali sovente si fatica a uscire. Maledicendosi anche un po’, magari a posteriori, per l’ingenuità dimostrata. Ché intervenire in una discussione che l’esperienza aveva già insegnato essere foriera di atteggiamenti da ultrà è sintomo di stupidità. E anche per aver permesso a se stessi di calcare le invettive, come se la validità del proprio punto di vista o l’assurdità dell’opinione altrui dipendessero da quanto più forte si riesca a urlare; o l’indignazione che esse ci suscitano fosse tanto più vera quanto più colorito è il nostro epigramma. Capita soprattutto nei social. E capita con un’incidenza che desta scalpore.

Ogni volta finiamo per biasimare noi stessi, poiché ci reputiamo maturi abbastanza per astenerci, selezionare gli interlocutori, censurare gli impulsi. E per biasimare gli altri, con cui oramai instaurare un dialogo appare impossibile. Dialogo che, almeno nei confini del virtuale, assume via più il valore di un confronto accanito, sordo alle verità non proprie, pregno di pregiudizi monolitici, e il cui obbiettivo ultimo è quello di prevalere. Non “ragionare e far ragionare” – secondo l’esempio socratico; non “veicolare informazioni o esperienze o punti di vista”; nemmeno “dibattere con l’intento malandrino di spingere l’opinione pubblica ad adottare un sentire più vicino al nostro”. Ma: Prevalere. Ovvero: Prevaricare. Dominare. Imporsi. Col fine acclarato di stupire il mondo con le proporzioni megalitiche dell’unica estensione di noi a cui oggi teniamo davvero: l’Ego.


La pillola dell’intelligenza

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“Che razza di droga era? Non sopportavo il disordine, non toccavo una sigaretta da sei ore, non avevo mangiato. Astemio e pulito. Che cavolo era?”

— Eddie Morra, Limitless

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Come il Destefenil può cambiarti la vita se non soffri di narcolessia

Cosa saremmo disposti a fare pur di realizzare i nostri desideri? Quasi tre mesi fa mi sono imbattuto in un articolo interessante pubblicato su VICE. Parlava di un medicinale di norma prescritto ai narcolettici, ovvero a soggetti affetti da un’eccessiva quanto debilitante sonnolenza diurna; ma diventato presto famoso presso coloro, studenti e lavoratori, dal cui cervello è pretesa una prestazione inferenziale superiore alla media, grazie alla sua capacità di potenziare le facoltà cognitive. Ne ero inizialmente diffidente, ma viste le difficoltà a cui io stesso sono andato incontro in quest’ultimo periodo — difficoltà i cui effetti si ripercuotono sul mio organo pensante — e dopo aver letto numerose recensioni, verso molte delle quali nutro ancora seri dubbi, ho deciso di tentare la sorte e sperimentarlo.