Come superare pensieri suicidi

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“Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia.”
— Albert Camus

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Analisi di un articolo apparso su VICE

Stavo cazzeggiando nell’attesa che mi assalisse la voglia di lavorare al romanzo quando, nel mio solito giro di social, quotidiani online, chat, controllo della posta elettronica, noto un titolo che attira la mia attenzione: Consigli per superare pensieri suicidi, secondo chi c’è passato. L’articolo è apparso su VICE il 29 agosto 2018. Poiché prima dell’estate avevo scritto qualche post sull’argomento, poiché io stesso quest’anno ho avuto un paio di settimane buie, poiché la mia ex ex ex si è suicidata a seguito di quella che i dottori avevano diagnosticato come una depressione maggiore, un titolo del genere era destinato ad attirare la mia curiosità.

Prima di conoscerla davvero, tutti facciamo sempre lo stesso errore. Scambiamo la “depressione”, ovvero una malattia cronica dell’umore, per svogliatezza, pigrizia, indolenza, fannullaggine. Avevo più o meno 27 anni – la nebbia dei ricordi mi impedisce d’essere più preciso – e stavamo insieme da circa due quando lei si arrampicò su un edificio alto cinque piani, voltò le spalle al suolo e si lanciò nel vuoto. Non sopravvisse alla caduta. Io, invece, mi sentii sollevato da un peso che gravava sulle mie spalle come se portassi in groppa una montagna. Per mesi le ero stato dietro. Avevamo seguito ogni tipo di terapia. Era stata ricoverata sia al reparto di igiene mentale dell’Amedeo di Savoia sia in una clinica privata, una sorta di grosso casermone in riva a un lago, nei pressi di Viverone.

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Come si pubblicavano i libri nell’antica Roma

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“Si pubblicano i libri che si sarebbe voluto scrivere,

per fare coi libri un discorso servendosi di chi lo sa fare meglio di noi.”

— Valentino Bompiani

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L’editoria ai tempi degli autori Latini

La prima idea di biblioteca ad uso pubblico, di cui fornire la città di Roma per il vantaggio dei suoi cittadini, venne a Gaio Giulio Cesare. Ci troviamo nella seconda metà del I secolo a.C. La guerra civile è ormai alle spalle. Il progetto comprendeva due biblioteche gemelle: una destinata ai testi greci e l’altra alla letteratura latina. Il compito di costruirle e organizzarle fu affidato a Marco Terenzio Varrone, il quale era l’autore di un testo intitolato Sulle biblioteche1. L’assassinio di Cesare nelle Idi di Marzo del 44 a.C. pose fine a tale ambizione. Per avere la prima biblioteca pubblica, i romani dovettero attendere Gaio Asinio Pollione.

Originario di Chieti (anticamente Teate), figlio di una nobile famiglia patrizia, Asinio Pollione è stato un politico, oratore e letterato romano; secondo per erudizione e proprietà di linguaggio, si dice, al solo Cicerone. Poiché non era originario di Roma, al pari di illustri contemporanei quali appunto Cicerone, Catone e via dicendo, Asinio Pollione era considerato un homines novi. Fu seguace di Giulio Cesare e combatté per lui a Farsalo, a Tapso e a Munda. Quattro anni dopo, nel 40 a.C., fu eletto console. L’anno successivo realizzò la prima biblioteca pubblica della storia di Roma2, restaurò l’Atrium Libertatis – l’archivio dei censori costruito sulla sella che univa il Campidoglio al Quirinale – e introdusse la pratica delle recitationes: le letture in pubblico di scritti in prosa o in versi.

Come si pubblicavano i libri nell’antica Roma? Esisteva una sorta di editoria, così come la conosciamo oggi? E come sopravvivevano gli autori romani?

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La servitù dei Like

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“È sapiente solo chi sa di non sapere,

non chi s’illude di sapere e ignora così

perfino la sua stessa ignoranza.”

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Dalle ombre di Platone ai Like di Zuckerberg

Oggi ti sei svegliato con una sorta di rivelazione, non è così caro follower? Capita, voglio dire. Certe mattine di svegli e quell’idea che ti frullava sottile per la testa da giorni, troppo trasparente per essere agguantata, l’hai finalmente compresa. Poiché sai scrivere, e scrivere bene, hai usato il tuo spiccato talento per la sintesi e l’hai condensata in una bella frasetta. Cosa ci farai, con questa bella frasetta? Un tempo, forse, l’avresti scritta sul tuo diario personale, tenendola segreta da occhi indiscreti. È troppo intimo il pensiero per poterlo condividere con estranei a cuor leggero. Il pensiero comunica come funziona il nostro cervello, le nostre emozioni. E poiché il comportamento è sempre un’azione conseguente un’emozione, svelare le emozioni comunica come ci comportiamo. Oppure l’avresti confidata alla mamma, ché il babbo certe cose non le capisce, o a un’amica/amico del cuore. Oppure l’avresti lasciata fluttuare nella tua testa, assieme a molti altri pensieri, andando così a formare il fondamento delle tue impressioni sul mondo, la vita, l’esistenza.

Una volta, dicevo. Ma oggi è oggi, ed è tutta un’altra storia. Oggi la tua bella frasetta, di cui vai tanto tanto fiero, la trascrivi immediatamente su Facebook. Così in fretta che a stento ne controlli l’ortografia, tanta è la fregola di condividere il tuo genio col mondo intero. E il mondo, si sa, non può attendere; ché di geni come te ce ne sono tanti e la concorrenza, come ti hanno insegnato alcuni video amatoriali su YouTube, è brutta e va battuta. E poiché è proprio una bella frasetta, vieni premiato con tanti pollici in su – si dice li abbiano inventati i romani – tanti cuoricini, risatine, wow di stupore e via dicendo. Questo, la prima volta che succede, ti stupisce, ti gratifica, ti appaga, ti galvanizza, ti fa stare bene, ti premia, ti esalta, ti stimola a scriverne delle altre per essere nuovamente ricompensato. La seconda volta un po’ meno. Dalla terza la magia non è più la stessa. E per provare nuovamente quel brivido della prima volta, devi compensare con più pollici, più cuoricini, più wow… Da lì in avanti è solo una questione di numeri: «Quanti like ha ricevuto questa mia frasetta, stavolta?» E… SBRANG!… via la frasetta cattiva che non ti ha fatto guadagnare sufficienti consensi. Adesso, però, fermati un attimo e rispondi a questa domanda: È davvero questo a cui aspiravi nella tua vita? Continua a leggere


Scrittori suicidi

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“Conosco un uomo che ha smesso di fumare, di bere, di fare sesso e di mangiare pesante. È rimasto in salute fino a che non si è suicidato.”

JOHNNY CARSON

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“Non manca mai a nessuno una buona ragione per uccidersi.”

CESARE PAVESE

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Come si ammazzano gli scrittori che vogliono uccidersi?

Quando mi sono accostato al problema, questa è stata la prima domanda che mi è venuta in mente: come muoiono gli scrittori che scelgono la via del suicidio? Non dubito ci sia un certo grado di voyeurismo nel porsela, e perfino un accenno di macabra curiosità malata. Dei motivi che spingono uno scrittore ma anche qualsiasi altra persona – a suicidarsi, invece non mi importa nulla. Ho sempre pensato che giudicare gli altri, le loro intenzioni e le loro azioni, sia un modo poco elegante di accostarsi a un problema tanto diffuso. Che sia diffuso, è certo. Le statistiche, tuttavia, non rientrano nel focus di questo articolo. Quello che mi interessa invece, il motivo per cui ho deciso di concludere in questo modo le pubblicazioni di questa prima metà del 2018, è indagare sui metodi adottati dagli scrittori famosi per porre fine alla propria esistenza.

Poiché la volta scorsa, quando vi ho presentato un racconto di autofiction in cui parlavo palesemente di suicidio, ho ricevuto decine di messaggi privati dal tono preoccupato o indignato o entrambe le cose, ci tengo a precisare che tutto quello che pubblico su questo blog ha un esclusivo valore narrativo. Per intenderci, non ho intenzione di legarmi un cappio al collo per poi pencolare rancoroso dal soffitto di casa o di procurarmi una carabina usata per solleticarmi l’ugola del palato; niente barbiturici per il sottoscritto, e nemmeno gas combustibile dallo scappamento della mia automobile. E poi, comunque, non avrei un garage in cui farlo e saturare Torino di monossido di carbonio costerebbe troppo alle mie tasche asfittiche. Quindi, potete stare tranquilli. Potete rilassarvi e porre da parte le vostre preoccupazioni piccolo-borghesi, almeno per un momento.

Il perché ho deciso di indagare questo argomento è correlato, almeno in parte, al romanzo in lavorazione. E mi dà fiducia osservare che le mie parole riescono ancora a smuovere gli animi. Sapete come si dice, no? Bene o male, basta che se ne parli. Che è un modo estremamente disonesto di attirare l’attenzione. Nel mio caso, non cerco attenzione. Decidete voi se la merito o meno. Quello che cerco, quello che ho sempre cercato con questo blog, è la verifica empirica dei sentimenti che riesco a suscitare infilando parole come perline su un filo di seta. Non prendetevela con me, quindi, se ciò che scrivo a volte può essere doloroso. Ma bando alle ciance, come direbbe uno dei peggiori presentatori TV dell’ultimo secolo. Ecco una classifica in prosa dei metodi di suicidio più diffusi nel mondo della scrittura.
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Fabbricare idee

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“La volgarità di un’idea si misura dal suo bisogno di proselitismo”

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Un metodo alternativo per inventare storie

Osservando le ultime uscite nelle sale cinematografiche, mi convinco ogni giorno di più che le idee, quelle buone, sono merce sempre più rara. I film di maggiore successo sono quelli in cui si investono i maggiori fondi per finanziare effetti speciali via via più clamorosi, oppure remake di vecchie glorie che furono scritte da sceneggiatori che le storie le sapevano imbastire davvero. In ogni caso non mi pare ce ne siano di nuove all’orizzonte.

Per i libri il discorso non è molto diverso. Quanti serial killer o ispettori potranno mai esserci al mondo? Leggiamo rielaborazioni di rielaborazioni di rielaborazioni della stessa identica trama. Solo che a ogni passaggio questa appare un po’ più rarefatta, come se si assottigliasse per via del logorio di venire usata. Ci sembra di leggere cose già lette mille altre volte in altrettanti libri. Qualcuno dice che le trame possibili siano un numero finito, e che l’originalità va cercata in altri aspetti. Forse hanno ragione loro. Forse è per questo che amiamo tanto i classici.

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