Le “inevitabili” baruffe social

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“Solo due cose sono infinite, l’universo e la stupidità umana, e non sono sicuro della prima.”

— Albert Einstein

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Il “silenzio degli innocenti” è maturità o connivenza?

Capita sempre più spesso di ritrovarsi invischiati in baruffe verbali dai connotati ideologici, tifi da stadio, schieramenti da battaglia, senza averne avuto l’iniziale intenzione e dalle quali sovente si fatica a uscire. Maledicendosi anche un po’, magari a posteriori, per l’ingenuità dimostrata. Ché intervenire in una discussione che l’esperienza aveva già insegnato essere foriera di atteggiamenti da ultrà è sintomo di stupidità. E anche per aver permesso a se stessi di calcare le invettive, come se la validità del proprio punto di vista o l’assurdità dell’opinione altrui dipendessero da quanto più forte si riesca a urlare; o l’indignazione che esse ci suscitano fosse tanto più vera quanto più colorito è il nostro epigramma. Capita soprattutto nei social. E capita con un’incidenza che desta scalpore.

Ogni volta finiamo per biasimare noi stessi, poiché ci reputiamo maturi abbastanza per astenerci, selezionare gli interlocutori, censurare gli impulsi. E per biasimare gli altri, con cui oramai instaurare un dialogo appare impossibile. Dialogo che, almeno nei confini del virtuale, assume via più il valore di un confronto accanito, sordo alle verità non proprie, pregno di pregiudizi monolitici, e il cui obbiettivo ultimo è quello di prevalere. Non “ragionare e far ragionare” – secondo l’esempio socratico; non “veicolare informazioni o esperienze o punti di vista”; nemmeno “dibattere con l’intento malandrino di spingere l’opinione pubblica ad adottare un sentire più vicino al nostro”. Ma: Prevalere. Ovvero: Prevaricare. Dominare. Imporsi. Col fine acclarato di stupire il mondo con le proporzioni megalitiche dell’unica estensione di noi a cui oggi teniamo davvero: l’Ego.

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Interiezioni primarie

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Fondamenti di grammatica per aspiranti scrittori

Le interiezioni primarie stanno ai margini del nostro sistema linguistico, presentando una grafica e una fonetica del tutto peculiari. Il grafema h, ad esempio, compare spesso o in posizione finale (mah) o all’interno di parola (ehi), ma solo occasionalmente ha un reale valore fonetico. Tuttavia allo scrittore torna comodo per evitare «omografie» (e ed eh potrebbero confondersi fra loro se non fosse per la h); diventando così un marchio distintivo dei monosillabi esclamativi.

Varianti grafiche tra un’interiezione e l’altra dipendono da ragioni espressive: uff, ad esempio, può guadagnare un ulteriore f per intensificare l’idea di fastidio (Pirandello); un oh può diventare, con Collodi, un ohhh molto meravigliato; un ah trasformarsi in un aah veramente soddisfatto (Bassani). Quasi tutte sono voci espressive nazionali. Solo due sono di provenienza straniera: urrah o hurrà, gridi guerreschi di origine russa giunti a noi attraverso il francese e l’inglese[1]; eja, eja alalà in cui si fondono due interiezioni greche secondo un modulo diffuso da D’Annunzio e fatto proprio dal fascismo.

Altri forestierismi sono alt, di provenienza tedesca, in luogo di alto (che si è mantenuto nella locuzione militaresca altolà); alò, ormai antiquato e di provenienza francese, in luogo di orsù; e marsch, anch’esso di provenienza francese ma ancora in voga, in luogo di marciare. Ma vediamo nel dettaglio i nostri:

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Il genio inosservato

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“Siete tutti così bravi, siete tutti così fighi, siete tutti così giusti eppure là fuori il mondo è ancora pieno di gente di merda”

— Charles Bukowski

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Il cigno nero vola postumo

C’è una quantità di indizi a dir poco sconfortanti che ci indicano un fatto incontrovertibile: se in Africa nasce un genio e nessuno se ne accorge, il mondo non smetterà di ruotare. Dico, Africa. Ma avrei potuto dire Europa, America, Asia, Pizzo Calabro… Forse aveva ragione Umberto Eco a scrivere: «E se il vicino di casa di Proust fosse stato tanto più bravo di lui e nessuno se ne fosse accorto, per lui sarebbe tristissimo, per l’umanità basta Proust, e avanza». Che è come ammettere la fallibilità umana e, anche, un certo disinteresse individualistico di cui noi tutti, soprattutto nella contemporaneità, siamo un po’ vittime e un po’ carnefici; e forse più di un po’.

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L’interiezione

Interiezioni

Fondamenti di grammatica per aspiranti scrittori

Dopo le congiunzioni e i connettivi siamo giunti alle interiezioni. Il termine indica una parola invariabile per genere e numero che esprime una «reazione improvvisa dell’animo»[1] (gioia, rabbia, sorpresa, dolore, ecc.) o manifesta un’intenzione precisa (un ordine, un saluto, una preghiera, ecc.). Nel colloquio orale è spesso accompagnata da un gesto («Alt!», disse la guardia parando la mano); in quello scritto è spesso graficamente seguita da un punto esclamativo o interrogativo – quando si vuole indicare meraviglia, perplessità, incredulità («Eh?») – oppure da tre puntini, se si vuole indicare incertezza o esitazione: «Mah…».

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I “classici” di oggi

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“Si dicono classici quei libri che costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati; ma costituiscono una ricchezza non minore per chi si riserba la fortuna di leggerli per la prima volta nelle condizioni migliori per gustarli.”
— Italo Calvino

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Analisi e classificazione di un genere letterario

La memoria, diceva Umberto Eco, ha due funzioni principali. La prima è di contenere. Ovvero fare da contenitore a ricordi non solo propri, ma anche appartenenti a componenti della propria famiglia, della cerchia di amicizie e conoscenze, e della comunità a cui si appartiene. La memoria, come contenitore, ci permette di possedere un’identità. Senza identità saremmo come lo smemorato di Collegno: conteso da due mogli e incapace di scegliere quale vita vivere. La storia, in questo senso, è uno strumento della memoria collettiva. La seconda funzione è quella di filtrare. Sarebbe infatti impossibile contenere tutti i ricordi, tutte le informazioni, nostre e altrui, che andiamo via via accumulando nel corso della vita. Finiremmo per somigliare a quei soggetti affetti dalla sindrome di Asperger: capaci di memorizzare fin nei minimi particolari le molte sfaccettature di un soggetto, ad esempio la pianta di una città, ma incapaci di vivere. Filtrare le memorie, selezionarne alcune e scartare le altre, è quindi una funzione indispensabile per poter vivere pienamente. In questo senso, i classici, sono il risultato di entrambe queste operazioni.

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