Scrivere è una malattia mentale


Scrivere è una malattia mentale

Guest-Post

Un guest post di Alessandro Liggieri

Salve sono il Dott. Storytelling, laureato in metafisica empirica ad Oxford e mi occupo del recupero di soggetti mentalmente disturbati, con specializzazione in scrittori.

Partiamo da una constatazione di fatto: scrivere è una malattia. Se non ci credete, basta leggere “Frenologia e conformazione del cranio degli scrittori” di Cesare Lombroso.

Questa mia convinzione non è il frutto di un’affermazione campata in aria, ma nasce dall’analisi metodica, scientificissima e quotidiana di un campione di moltimila scrittori. A breve pubblicherò il risultato della ricerca sul prestigioso periodico “Chi”, ma ho deciso di anticipare un breve abstract qui sul blog di Salvatore, che gentilmente ha contribuito a finanziare la mia ricerca, una ricerca scomoda, ma che andava fatta.

Ho rinchiuso degli scrittori in una stanza e in quella accanto ho chiuso dei soggetti affetti da ludopatia, la malattia di bruciare la pensione di povera nonna ai giochi d’azzardo. Ho dotato entrambe i gruppi solamente di una scrivania, una sedia ed un computer ed i risultati sono stati interessanti. Entrambi si dimenticano della realtà che li circondano e passano ore davanti al display, spinti da una coazione a ripetere gli stessi identici gesti in modo compulsivo e senza soluzione di continuità. La cosa ancora più interessante è che, mostrando le due stanze ad osservatori neutrali, nessuno ha saputo indicare con certezza chi fossero gli scrittori e chi i ludopati.

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Conoscere gli scrittori è un bene?


Conoscere gli scrittori è un bene?

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Strategie di marketing

Non bisognerebbe conoscere mai l’autore di un libro che ti è piaciuto molto. Quei pochi che ho incontrato di persona erano… sono, persone sgradevoli. E la domanda che mi pongo sempre più spesso è: «Ma se incontrassero se stessi, cosa penserebbero di loro?» La risposta a questa domanda è quasi scontata, visto che nella maggioranza dei casi non ci sopportiamo a vicenda. Non sopportiamo l’aspirante scrittore che ci tempesta con il suo bisogno di attenzioni, che ci contesta nei commenti per mettersi in mostra, che dà vita a prodotti narrativi di dubbio gusto e qualità, ma solo perché ci ricorda troppo da vicino noi stessi. Quello che lui sta facendo, noi l’abbiamo già fatto. Quello che pensa, quello che scrive… ci siamo già passati. L’odio viscerale, il fastidio non li si prova per una persona che ci è del tutto indifferente. Questi sentimenti li riserviamo a noi stessi. E gli altri, come diceva Osho, sono solo il nostro riflesso.

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Avverbi di giudizio


Avverbi di giudizio

avverbi di giudizio

Fondamenti di grammatica per aspiranti scrittori

Lo scorso lunedì abbiamo parlato degli avverbi di quantità, oggi vediamo gli avverbi di giudizio, ovvero: di affermazione o negazione. Presentando come probabile o improbabile un evento, cioè affermando o negando, gli avverbi di giudizio trasmettono «un’informazione sull’atteggiamento del parlante in merito a quanto sta comunicando»[1]: «forse è questo racconto che è un ponte nel vuoto» [Calvino]; «a quest’ora probabilmente non troveremo nessuno» [Serianni]; «e tu certo comprendi / il perché delle cose» [Leopardi]; «ho davvero avvertito la tua mancanza».

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20 cose da sapere sulla mia scrittura

Scrivere di getto o progettando?


Scrivere di getto o progettando?

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Bukowski

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Sulla natura di ciò che vuoi comunicare

La risposta a questa domanda è: si scrive sempre e solo progettando, tranne quelle rarissime occasioni in cui la storia ti sgorga dal petto con un tale impeto impossibile da trattenere. Potremmo chiudere qui questo post e voi, per una volta, potreste fidarvi di me e prendere per buono quanto detto. Ma so già che non lo farete, e quindi…

Cominciamo col modificare l’angolazione con cui guardiamo al problema. La scrittura è un mezzo, una sorta di tramite per traghettare l’interlocutore dal punto A al punto B. La scrittura si duplica per metafore

s. f. [dal lat. metaphŏra, gr. μεταϕορά, propr. «trasferimento», der. di μεταϕέρω «trasferire»]. – 1. Processo linguistico espressivo, e figura della retorica tradizionale, basato su una similitudine sottintesa, ossia su un rapporto analogico, per cui un vocabolo o una locuzione sono usati per esprimere un concetto diverso da quello che normalmente esprimono; così, per es., alla base della metafora l’ondeggiare delle spighe, è la comparazione istituita tra la distesa delle spighe e quella delle acque del mare e il conseguente trasferimento del concetto di ondeggiare dal movimento della superficie marina a quello di una distesa di spighe. 2. Per estens., ogni tipo di linguaggio figurato (come la sineddoche, la metonimia, ecc.), sinon. quindi di tropo o traslato; nella retorica tradizionale, si usa talora l’espressione metafora continuata per indicare l’allegoria.

replicando la vita, o alcuni aspetti di essa, ma in un modo che sia più chiaramente comprensibile al lettore. Viviamo così immersi nella nostra dimensione terrena da essere miopi e presbiti circa il significato di molte cose che ci circondano. Lo scrittore è il guardiamo dell’uscio. Sta alla porta e osserva. Poi, quando si è fatto un’idea precisa di qualche aspetto misterico e complesso dell’esistenza, lo riporta ai suoi simili in forma di metafora. La metafora rende ovvio l’imponderabile.

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