Cosa succede dopo aver trovato un editore?

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La lunga attesa

Per anni ho immaginato che trovare un editore rappresentasse il punto d’arrivo.
Del resto è questo il traguardo verso cui tende quasi ogni aspirante scrittore. Finisci il tuo romanzo, convinci qualcuno a leggerlo, lo correggi, lo correggi, lo correggi, lo correggi, lo correggi, lo correggi, lo correggi… e finalmente lo spedisci in giro, affollando le caselle postali di editori, agenti letterari, critici letterari, editor presenti su Facebook, scrittori in crisi d’astinenza, insegnanti di scrittura (poco)creativa, vecchi commentatori del blog, librai in pensione, giornalai con la cataratta, flirt con esponente del club del libro, corner in calcio d’angolo: Gol!

La prima sorpresa è stata scoprire che il romanzo, una volta trovato un editore, ricomincia a essere un cantiere. Anzi, probabilmente lo diventa più di prima. Inizia l’editing: il testo viene letto da altre persone; osservato con uno sguardo che l’autore, suo malgrado, non può avere. Si discutono passaggi, si propongono modifiche, si eliminano ridondanze, si chiariscono punti che, a forza di rileggere il manoscritto, avevi finito per considerare ovvi solo perché li avevi scritti tu. È un lavoro curioso, perché fino al giorno prima il romanzo era una cosa esclusivamente tua; dal giorno dopo diventa il risultato di un dialogo. E questo anche se il file inviato all’editore, come dichiara egli stesso, è pulitissimo:


Perché annoto le parole

Syllógion: il format che sta spopolando su TikTok

In questo mondo di matti pare vincano le ossessioni.
Esistono persone che collezionano francobolli, monete antiche, trenini elettrici, bottiglie di whisky o chitarre vintage. Io colleziono parole. Non tutte, naturalmente. Solo quelle che, per qualche motivo, mi fanno fermare durante la lettura. Quelle che, una volta incontrate, si rifiutano di uscire dalla testa. Le cerco, le annoto, le dimentico, le ritrovo anni dopo. Non so nemmeno quando abbia cominciato, anche se a occhio e croce saranno comunque più di vent’anni. A un certo punto, tuttavia, mi sono accorto di possedere un quadernetto zeppo di vocaboli. Nessun ordine alfabetico, nessun criterio apparente se non quello diacronico. C’erano parole che non avevo mai usato, altre che probabilmente non avrei usato mai: eppure erano lì. Come se aspettassero pazientemente il momento giusto per presentarsi.


La Roma che non è mai esistita

Illustrazione realizzata con l'IA

Il lavoro di costruzione dell’universo ucronico

Per costruire la mia Roma del III secolo d.C. ho dovuto prima ricostruire quella vera.
Averlo fatto nel modo più preciso e affidabile possibile, però, non è stato un vezzo da topografo in crisi d’astinenza e neppure una forma di perfezionismo patologico. Si è trattato di una necessità narrativa. Ulpia nasce da una premessa piuttosto impegnativa: nel tentativo di correggere il corso della storia e prevenire una guerra futura capace di sterminare l’intera umanità, un uomo del futuro torna indietro nel tempo per convincere Giulio Cesare a non attraversare il Rubicone. Tre secoli dopo ci imbattiamo nelle conseguenze di ciò che è accaduto quella notte. Più ci pensavo, più mi appariva chiara una cosa: dovevo controbilanciare l’espediente fantastico – che in genere nei romanzi non amo – facendo ricorso a una sorta di iperrealismo applicato alla ricostruzione della città di Roma. Se volevo che il lettore accettasse l’esistenza di un viaggiatore del tempo, tutto il resto doveva apparirgli autentico. Non semplicemente verosimile o plausibile. Autentico.


Come nasce Ulpia

Dal vecchio progetto al romanzo

Ogni romanzo ha una data di pubblicazione.
Molti hanno anche una data di stesura. Pochissimi, una vera e propria data di nascita. Ulpia non è nato quando ho scritto la sua primissima pagina, e nemmeno quando ho deciso di raccontare la storia di una ragazzina cresciuta in un lupanare. La sua origine è molto più antica. Per ritrovarla bisogna tornare indietro di parecchi anni, a un’immagine che cominciava a prendere forma tra la prima e la seconda superiore. Poteva essere il ’92 o il ’93. L’idea di allora era semplice: un uomo del futuro vuole convincere Giulio Cesare a non attraversare il Rubicone, cambiando in questo modo il destino di Roma: le lunghe, estenuanti guerre civili che hanno fiaccato l’Impero molto più di quanto non abbiano fatto il Cristianesimo o i barbari sul limes o l’esaurimento delle miniere d’argento iberiche. Il guaio, all’epoca, è che non ero in grado di scriverla una storia così. Non al livello che avrei voluto io. Così, avendo una mente logica, ho catalogato e archiviato l’idea. La stessa fine l’hanno fatta numerose altre. C’è di buono che adesso ne ho un’inesauribile scorta. Ogni tanto tornavo con la mente alla tenda di Cesare. Aggiungevo qualche dettaglio, ne approfondivo un altro, e l’idea piano piano ha lievitato in me. Silenziosa. Fatua.


Il lettore che vorrei…

Illustrazione realizzata con l'IA

Non chi compra libri, ma chi li abita

Ogni scrittore sogna di avere più lettori.
Io compreso. Mi piacerebbe che Ulpia vendesse centomila copie, magari un milione già che ci siamo. Mi piacerebbe vedere il mio romanzo dietro le vetrine delle librerie, sui comodini della gente e, perché no, persino in cima alle classifiche. Non appartengo a quella curiosa categoria di autori che fingono di disprezzare il successo mentre controllano le vendite con la stessa frequenza con cui un cardiopatico si misura la pressione. Eppure, ogni volta che qualcuno mi chiede quale sia il mio lettore ideale, mi accorgo che la domanda mi mette a disagio. Disagio… Perché mai? Ce l’ho un lettore ideale, io? Mi sono sforzato di immaginare chi potesse essere costui/costei mentre progettavo il romanzo? Ho pensato a lui o lei mentre lo scrivevo? No? Sì? E se non ho pensato a lui/lei, come farà a trovarmi? Ecco l’entità del problema che affligge l’editoria oggi…