Le “inevitabili” baruffe social

.

“Solo due cose sono infinite, l’universo e la stupidità umana, e non sono sicuro della prima.”

— Albert Einstein

.

Il “silenzio degli innocenti” è maturità o connivenza?

Capita sempre più spesso di ritrovarsi invischiati in baruffe verbali dai connotati ideologici, tifi da stadio, schieramenti da battaglia, senza averne avuto l’iniziale intenzione e dalle quali sovente si fatica a uscire. Maledicendosi anche un po’, magari a posteriori, per l’ingenuità dimostrata. Ché intervenire in una discussione che l’esperienza aveva già insegnato essere foriera di atteggiamenti da ultrà è sintomo di stupidità. E anche per aver permesso a se stessi di calcare le invettive, come se la validità del proprio punto di vista o l’assurdità dell’opinione altrui dipendessero da quanto più forte si riesca a urlare; o l’indignazione che esse ci suscitano fosse tanto più vera quanto più colorito è il nostro epigramma. Capita soprattutto nei social. E capita con un’incidenza che desta scalpore.

Ogni volta finiamo per biasimare noi stessi, poiché ci reputiamo maturi abbastanza per astenerci, selezionare gli interlocutori, censurare gli impulsi. E per biasimare gli altri, con cui oramai instaurare un dialogo appare impossibile. Dialogo che, almeno nei confini del virtuale, assume via più il valore di un confronto accanito, sordo alle verità non proprie, pregno di pregiudizi monolitici, e il cui obbiettivo ultimo è quello di prevalere. Non “ragionare e far ragionare” – secondo l’esempio socratico; non “veicolare informazioni o esperienze o punti di vista”; nemmeno “dibattere con l’intento malandrino di spingere l’opinione pubblica ad adottare un sentire più vicino al nostro”. Ma: Prevalere. Ovvero: Prevaricare. Dominare. Imporsi. Col fine acclarato di stupire il mondo con le proporzioni megalitiche dell’unica estensione di noi a cui oggi teniamo davvero: l’Ego.

Continua a leggere


Humanities e scienze applicate

Riflessioni suscitate da un articolo di Riccardo Manzotti

Guest-Post

un Guest-post di Alessio Montagner

Nei giorni scorsi, ho trovato per caso un bellissimo articolo di Riccardo Manzotti, eminente filosofo della mente e non solo, che credo di aver riletto ormai 10 volte. Se qualcuno non lo conoscesse già, dovrebbe farne conoscenza adesso, quindi lo linko: Humanities sì, cultura umanistica no

La mia opinione, da maniaco delle belle lettere, è che un articolo del genere andrebbe scolpito in un blocco d’oro zecchino affinché possa essere letto da tutti gli studenti prima che scelgano il loro percorso di studi.

L’articolo lamenta cose che, viste dall’interno, mi hanno sempre dato un senso d’ansia e schiacciamento, e trovare questo testo che incarna molte delle cose che ho sempre pensato è stato davvero liberatorio.

Ciò nonostante, ci sono un paio di passaggi, quelli che mi hanno dato di più da riflettere, sui quali non sono sicuro se essere d’accordo. è sempre così, giustamente: quello che già si pensa non dà da pensare, né lo fa ciò che così chiaro e potente da sembrare indubitabilmente vero. Quello che segue non è tanto da intendersi come una risposta a questi passaggi, quanto l’insieme dei pensieri che hanno suscitato.

Continua a leggere


Considera il ragno

.

Paolo è un ragazzo di 25 anni che non ha mai avuto molta voglia di studiare. È cresciuto nella grigia periferia di una metropoli del nord Italia. In una tipica famiglia di condizioni modeste ma di saldi principi, che presta un’attenzione quasi ossessiva alla cura dei legami familiari. Nonostante l’affetto incondizionato che prova per i suoi genitori, da un po’ a Paolo la famiglia ha cominciato a stare stretta.

A venticinque anni vorrebbe iniziare a vivere una vita libera da vincoli. Fin da bambino ha coltivato una idea vaga di libertà che anni ti televisione gli hanno fatto intendere essere un obbiettivo importante da raggiungere, in grado di definirlo come persona. Tuttavia, per quanto si disperi, non gli riesce di trovare un lavoro. La disoccupazione non è mai stata così diffusa come per la sua generazione. E la poca voglia di studiare non ha permesso a Paolo di farsi un’istruzione in grado di competere con le sole figure, iper-specializzate, che le aziende di oggi sembrano ormai ricercare.

Fin da bambino, Paolo ha nutrito una sana e rispettabile paura. Una sola. Ma terribile e angosciante. Tale da poter essere iscritta senza alcuna esagerazione all’indice delle fobie. Questa paura non gli ha mai impedito di vivere la sua adolescenza come un qualsiasi, normale ragazzo di città. In fondo, in città, non è così facile imbattersi in loro. Tuttavia, le poche volte in cui vi è incappato per caso, le zampette pelose, i molti occhi sferici, le mandibole scattanti sono state in grado di generare in lui un terrore paralizzante. Quasi fino a un vero e proprio collasso fisico ed emotivo.

Continua a leggere


Dal giornalismo tradizionale alla scrittura per il web: storia di un cambio di rotta

Guest-Post

Un Guest-post di Pierfrancesco Palattella

Lo confesso, anche io sono uno di quelli che fin da bambino ha subìto inevitabilmente il fascino della scrittura; c’è un qualcosa di magico in questa arte, quasi un richiamo ancestrale e primordiale verso istinti che non sapevamo di avere.
Scrivere d’altra parte è un po’ come scavare dentro se stessi e tirar fuori parti di noi, pezzo dopo pezzo, come un minatore che lavora alacremente in una cava. Il tutto, per chi ha il dono della  scrittura, avviene in modo naturale, quasi come fosse posseduto da un demone che prende il sopravvento: perché in fondo come sosteneva
Hemingway, “Non c’è niente di speciale nella scrittura. Devi solo sederti davanti alla macchina da scrivere e metterti a sanguinare”.

Continua a leggere


La pillola dell’intelligenza

.

“Che razza di droga era? Non sopportavo il disordine, non toccavo una sigaretta da sei ore, non avevo mangiato. Astemio e pulito. Che cavolo era? Una droga per farsi un trip nella fissazione ritentiva anale? Non ero fatto, non ero schizzato, ero lucido. Sapevo cosa dovevo fare e come farlo.”

— Eddie Morra, Limitless

.

Come il Destefenil può cambiarti la vita se non soffri di narcolessia

Cosa saremmo disposti a fare pur di riuscire a realizzare i nostri desideri? Quasi tre mesi fa mi sono imbattuto in un articolo interessante pubblicato su VICE. Parlava di un medicinale di norma prescritto a narcolettici, ovvero a soggetti affetti da un’eccessiva quanto debilitante sonnolenza diurna, ma diventato presto famoso presso coloro, studenti e lavoratori, dal cui cervello è pretesa una prestazione superiore alla media, grazie alla sua capacità di potenziare l’intelletto. Ne ero inizialmente diffidente. Ma viste le difficoltà a cui io stesso sono andato incontro in quel periodo — difficoltà i cui effetti si ripercuotevano sulle prestazioni inferenziali del mio organo pensante — e dopo aver letto numerose recensioni, verso molte delle quali nutrivo e nutro ancora ora seri dubbi, ho deciso di tentare la sorte e sperimentarlo.

Continua a leggere

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: