La struttura a imbuto

Illustrazione realizzata con l'IA

Come nasce un romanzo costruito per accumulo

Il primo capitolo di Ulpia ha un difetto imperdonabile: Ulpia non c’è.
Per quasi trenta pagine il romanzo che porta il suo nome si occupa d’altro. Un giovane patrizio naviga la Cloaca Maxima. Il Tevere ha appena restituito Roma a se stessa dopo averla ricoperta di merda e limo. I libri sibillini sono scomparsi. Un albino attraversa mezza città cercando di non farsi notare. Nelle viscere dell’Esquilino un uomo cieco medita di rovesciare un impero. Nessuno sente la mancanza della protagonista. Roma meno di tutti. Mi piace pensare che le città abbiano questa forma di maleducazione. Non sanno di trovarsi dentro un romanzo, ignorano chi campeggi sulla copertina e continuano a occuparsi dei fatti propri. Se Ulpia non fosse mai nata, il Tevere sarebbe esondato lo stesso? Gli schiavi sarebbero rimasti schiavi? I senatori avrebbero continuato a complottare? Le prostitute a lavorare e qualcuno avrebbe ugualmente trovato il modo di scaricare sull’ultima ruota dell’amministrazione pubblica l’ispezione di una fogna? Certo che sì: chi mai potrebbe pensare il contrario? È da questa indifferenza che nasce la struttura a imbuto di Ulpia.


Perché Roma?

Illustrazione realizzata con l'IA

Roma come macchina narrativa e politica

Tutti nel mondo hanno due patrie: la propria e Roma.
— Henry James

A me non interessava un fondale.
Templi, colonne, toghe, legionari, sandali, marmi… È una Roma cinematografica, quella che spesso si incontra in molti romanzi storici: può creare atmosfera, fa scenografia, ma è irrilevante dal punto di vista narrativo. Non era quello che cercavo io; io cercavo un sistema dinamico. Ogni romanzo, infatti, è prima di tutto un meccanismo che produce conflitti. Gli eventi non nascono dal nulla, ma dall’interazione tra individui, istituzioni, interessi economici, rapporti di forza e idee. Da questo punto di vista, Roma rappresenta probabilmente uno dei contesti narrativi più ricchi mai esistiti.


Visto, si stampi!

Collage postmoderno con una statua romana, un antico torchio tipografico recante la scritta «Visto, si stampi!», libri e farfalle in volo sullo sfondo di Roma.
Illustrazione realizzata con l'IA

L’istante in cui un manoscritto diventa libro

Esistono tre parole capaci di fotografare un romanzo mentre assume la sua forma definitiva. Come un lepidottero che abbandona l’esuvia, il «Visto, si stampi!» rappresenta il momento esatto in cui un manoscritto, ancora capace di evolvere, smette di poterlo fare, diventando un fotogramma nello spazio-tempo: perpetuo, immutabile e assoluto. Non è un’esclamazione trionfale – Eureka! – ma un atto notarile che pone fine a qualsiasi revisione, congelando l’oggetto libro nel suo istante infinito. È normale provare un po’ di apprensione prima di comandarlo.


È ancora possibile scrivere un romanzo ambizioso nel XXI secolo?

Illustrazione generata con l'IA

Una riflessione sulla letteratura contemporanea

Quand’ero bambino, i miei genitori avevano l’abitudine – allora piuttosto comune – di prendersi un intero mese di ferie, normalmente ad agosto, per trascorrerlo integralmente in campeggio. Essendo la mia una famiglia meridionale, il concetto di vacanza non interferiva minimamente con quello di pranzo: si mangiava. Molto. Con serietà, metodo e una certa ostinazione antropologica. Di conseguenza, una volta avviata la digestione, il mare lo si rivedeva soltanto verso sera. Le ore del primo pomeriggio in campeggio, d’estate, per un ragazzino al quale sia stato proibito di entrare in acqua perché «hai appena mangiato», possiedono la stessa qualità metafisica di certe domeniche d’inverno: il tempo rallenta, si coagula, e la noia diventa materia. Per sopravvivere acquistavo con i soldi della paghetta dei romanzetti in edicola. Quasi sempre gialli. Erano scritti bene, qualche volta molto bene; avevano un delitto, un’indagine, un colpevole e soprattutto una virtù che, in quel momento, mi sembrava fondamentale: riempivano quelle tre o quattro ore di tedio senza chiedere nulla in cambio.

Anni dopo, quando ero già un ragazzo, mi capitò tra le mani Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, di un certo Gadda. Leggerlo fu come prendere ripetutamente a testate uno spigolo. La frase si impuntava, cambiava direzione, costringendoti a tornare indietro; i continui cambi di registro, il dialetto che entrava nell’italiano ingegneristico, la lingua si scomponeva, la voce narrante sembrava sapere cose che io ignoravo e non avere alcuna intenzione di agevolarmi. Non era un libro che mi accompagnava nel pomeriggio: pretendeva che fossi io ad accompagnare lui, e possibilmente senza rompere troppo i… be’, avete capito. Eppure oggi di quei gialli da edicola non ricordo nulla: un titolo, un autore, un personaggio. Niente. Gadda, invece, non me lo sono mai più lavato di dosso. E forse, quando parliamo di romanzo ambizioso, potremmo cominciare proprio da qui: dalla differenza tra un libro che svolge perfettamente il proprio compito – INTRATTENERE – e un libro che, dopo averlo svolto, decide proditoriamente di restare, nonostante te.


Nasce ulpiaromanzo.it

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Adesso Ulpia ha una casa tutta sua

Ci sono persone che trascorrono un’intera esistenza alla ricerca di un proprio posto nel mondo. Ulpia, a tredici anni, neppure lei sa quale sia il suo. Non conosce il padre, ignora chi sia sua madre ed è cresciuta in un lupanare nella Roma imperiale del III sec. d.C. Non possiede un nome gentilizio né un indizio che le permetta di rivendicarne uno. Eppure, a distanza di quasi duemila anni, questa ragazzina ha finalmente una casa tutta sua: ulpiaromanzo.it. Certo, non è esattamente il genere di sistemazione che avrebbe potuto immaginare, ma come si dice: a caval donato.