Grammar-nazi


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Scegli la vita; scegli la grammatica

Scegliete la grammatica. Scegliete un sostantivo; scegliete una preposizione articolata; scegliete la sostantivazione dell’aggettivo; scegliete un superlativo del cazzo; scegliete pronomi, avverbi, articoli determinativi e indeterminativi. Scegliete la buona scrittura, il refuso controllato e la sintassi lineare; scegliete un predicato verbale; scegliete un’ortografia pulita; scegliete gli aggettivi singolativi; scegliete uno stile semplice e locuzioni coordinate; scegliete un discorso in tre parti e riempitelo di retorica; scegliete una punteggiatura corretta e domandatevi a che serva il punto e virgola; scegliete di sedervi in poltrona a spappolarvi il cervello con un romanzo russo, di rispondete a un quiz sul congiuntivo mentre vi ingozzate di schifezze da mangiare. Alla fine scegliete di marcire, di tirare le cuoia in una squallida biblioteca di periferia ridotti a motivo di imbarazzo per gli stronzetti viziati ed egoisti che avete votato per rappresentarvi; scegliete un futuro anteriore; scegliete la grammatica. Ma perché dovrei fare una cosa così? Io ho scelto di non scegliere la grammatica: ho scelto qualcos’altro. Le ragioni? Non ci sono ragioni. Chi ha bisogno di ragioni quando si è aspiranti scrittori?

La gente pensa che si tratti di egocentrismo, megalomania, ignoranza; merdate del genere, che pure non vanno sottovalutate. Ma quello che la gente dimentica, è quanto sia piacevole. Se no noi non lo faremmo. In fondo non siamo mica stupidi. Almeno non fino a questo punto, eccheccazzo. Prendete l’orgasmo più forte che avete mai provato, moltiplicatelo per mille: neanche allora ci sarete vicini. Quando decidi di sbagliare il congiuntivo hai una sola preoccupazione: farlo. Quando non lo fai, di colpo devi preoccuparti di tutta una serie di cazzate: non hai un lessico e non sai parlare, hai il lessico ma lo usi male; sbagli un tempo verbale e vieni additato, usi l’indicativo e ti rompono le palle; devi pensare all’ortografia, alla semantica e a una sintassi di merda che non ti convince mai; ai pronomi allocutivi e a tutte quelle cose che invece non contano quando coltivi una sincera e onesta ignoranza.

L’unico svantaggio, o perlomeno lo svantaggio più grosso è che devi sciropparti tutta una serie di stronzi che ti dicono: «Neanche morto mi rovinerei la reputazione fallendo un congiuntivo, credo che tu stai sbagliando cazzo»; «Sprechi la vita bello, infondo è utile la grammatica»; «Tutte le occasioni che avevi, figliolo, le hai buttate nel cesso: tentare la strada dell’autopubblicazione…». Di tanto in tanto perfino io ho pronunciato le parole magiche:

«Mai più, Grilloz. Basta con questa storia».

«Dici sul serio?».

«Sì. Mai più. Ho chiuso con questa merda».

«Dipende solo da te».

«Faccio davvero sta volta, voglio uscirne una volta per tutte».

«L’ho già sentita questa cosa…».

«Il “metodo Amato”».

«Ah con lui ha funzionato…».

«Gli è sempre mancata la fibra morale».

«Sa un sacco di cose su Sean Connery, però».

«Questo non è un sostitutivo».

«Hai bisogno di una grammatica?».

«No. Non credo, no».

Lo chiamavamo madre superiora, per il suo alto numero di anni persi a scuola. Certo che avevo bisogno di una grammatica, dopotutto mi aspettata un duro lavoro.

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Rinunciare all’ignoranza linguistica, fase uno: preparazione.

Per questa cosa, ti serve:

  • Una stanza da cui non poter uscire;
  • Musica distensiva;
  • Sei settimane di affitto pagato;
  • Quinterni a righe: 10 scatole;
  • Penne a sfera: 8 scatole;
  • Un vocabolario etimologico, formato integrale;
  • Il grande dizionario dei sinonimi e contrari Zanichelli;
  • Vocabolario Devoto-Oli, grammatica italiana Serianni, prontuario di punteggiatura Bice Mortara Garavelli, un piccolo compendio di editing, pornografia;
  • Altra pornografia: melius abundare quam deficere;
  • Un materasso;
  • Un secchio per l’urina, uno per le feci, uno per il vomito;
  • Un televisore rotto da fissare intensamente nei momenti d’astinenza;
  • L’ultima edizione della settimana enigmistica: me la sono procurata da mia madre che, nel suo modo domestico e socialmente accettabile, è un’ignorante pure lei;

Ora sono pronto. Mi ci vuole solo un’ultima dosa di Grande Fratello Vip, per calmare la nausea.

«E queste, che cazzo sono?». Era tipico di Silvia Algerino. In condizioni normali chi se la filava quella.

«Sono riviste femminili: ideali per il tuo scopo».

«Voglio La Gazzetta dello sport, cazzo».

«Mi dispiace, ho solo queste. Prendere o lasciare».

«…».

«Ti senti meglio ora, eh?».

«Oh sì, per il bene che mi fanno anche in culo me le potevo ficcare».

L’ignoranza rende costipati. L’ignoranza dell’ultima edizione del Grande Fratello vip sta finendo il suo effetto. Non sono più costipato.

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Smettere sul serio

Il brutto, quando smettevo con l’ignoranza linguistica, era che sapevo di tornare dai miei amici in uno stato di lucidità verbale assoluta. Era spaventoso. Mi ricordavano talmente me stesso che quasi non riuscivo a guardarli. Prendete Marco Amato, per esempio. Aveva smesso di sbagliare il congiuntivo nel mio stesso periodo. Non perché lo volesse, badate bene, ma solo per irritarmi. Solo per dimostrarmi quanto facile gli venisse, sminuendo di conseguenza tutti i miei sforzi. Un subdolo scassa coglioni, no?

«È certo un fenomeno di ogni stadio della vita».

«Che vuoi dire?».

«Beh, a un certo punto ce l’hai e poi lo perdi. E se n’è andato per sempre, in ogni stadio della vita. Paolo Giordano, ad esempio, ce l’aveva e l’ha perso. O Niccolò Ammaniti, Roberto Saviano, Alessandro Baricco…».

«Alessandro Baricco ha fatto su YouTube cose davvero niente male».

«No, non sono male. Ma neanche grandiose, no? E in cuor tuo lo sai che anche se ti suonano bene in effetti sono solo cagate».

«Poi, chi altro?».

«Italo Calvino, Alberto Moravia, Stefano Benni…».

«D’accordo, d’accordo, d’accordo… insomma che cosa cerchi di dimostrare?».

«La sola cosa che cerco di fare, Salvatore, è darti una mano a comprendere che Il nome della Rosa è appena un barlume di un’altrimenti ininterrotta traiettoria discendente».

«E che mi dici della Scuola cattolica?».

«Quello neanche lo considero».

«Nonostante il Premio Strega?».

«Non significa un cazzo di niente, è per simpatia che l’hanno votato».

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Tornare sui propri passi

«E Adesso?».

«Pubblicheremo in self».

«Cosa?».

«Pubblichiamo in self!».

«Dove?».

«Su Amazon».

«Marco, non è una cosa normale».

«È la nostra grande opportunità questa. È l’autoeditoria!».

«Guarda, Marco, sappiamo che ti va di cacca col tuo editore, ma scusa tanto non c’è bisogno di rifartela su di noi».

«Ma non vi sentite orgogliosi di essere degli scrittori autopubblicati?».

«È una merda essere dei selfer! Siamo il peggio del peggio. La feccia dell’editoria. I più disgraziati, miserabili, servili, patetici avanzi che siano mai stati cagati dalla Repubblica delle Lettere. Ci sono quelli che odiano gli editori. Io no, sono solo delle mezze seghe. D’altra parte noi siamo stati scartati dalle mezze seghe. Non troviamo neanche un editore decente da cui farci pubblicare. Siamo influenzati da palle mosce. Noi siamo in una situazione di merda, Marco. E tutta l’autoeditoria di questo mondo non potrà cambiare uno stracazzo di niente!».

E fu più o meno in quel momento che Amato, Grilloz e io prendemmo la sana, democratica e motivata decisione di tornare a sbagliare il congiuntivo. Ci vollero circa dodici ore… Pare facile, ma non lo è. Sembra una scelta comoda, ma scrivere così è un lavoro a tempo pieno.

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La svolta

Ma i bei tempi non potevano durare in eterno. Credo che Nadia avesse urlato per tutto il giorno, ma prima non se n’era accorto nessuno. Erano giorni che non sentivo parlare. Qualcuno avrà pure detto qualcosa in tutto quel tempo. Cazzo, qualcuno l’avrà fatto.

«Calmati, tutto si aggiusterà».

Niente poteva essere più lontano dalla verità. Infatti, nulla sarebbe più stato come prima. Anzi, tutto stava per cambiare. Non era mio. Di Marco, di Grilloz, di Nadia: non lo so. Il romanzo rivelazione dell’anno non era mio. Era stato pubblicato in formato anonimo. Nessuno di noi ricordava di averlo scritto. La metà del tempo eravamo strafatti di congiuntivi per rendercene conto.

Avevo in mente varie possibilità su quello che poteva succedere con Amazon. Cose di cui non volevo parlare con nessuno, idee che era meglio tenere per me. Grilloz non si fidava di Amato, e Nadia in quei giorni era troppo prudente. Così organizzai io. Feci quello che andava fatto. Mi sono giustificato con me stesso in tante maniere diverse. Non era niente di che, solo un piccolo tradimento. I nostri rapporti erano cambiati. Cose così. Ma ammettiamolo, li avevo bidonati. Di Grilloz non me ne fregava un cazzo, e Marco avrebbe fatto la stessa cosa con me se ci avesse pensato per primo. Per Nadia, d’accordo: per Nadia mi dispiaceva. Allora perché farlo?

.

Finale

Potrei dare un milione di risposte, tutte false. La verità è che sono cattivo. Ma questo cambierà. Io cambierò. È l’ultima volta che faccio cose come questa. Metto la testa a posto, vado avanti, rigo dritto, scelgo la vita. Già adesso non vedo l’ora. Diventerò esattamente come voi. Il sostantivo, la punteggiatura, il superlativo del cazzo, la concordanza, la sintassi, il pronome e l’aggettivo collettivo. Buona scrittura, ortografia pulita, refuso controllato, revisione, prima bozza, modi verbali, avverbi, discorso in tre parti, retorica, punto e virgola, predicato verbale, orario d’ufficio, bravo a vendermi, l’editoria tradizionale, tanti soldi, Natale in hotel, presentazioni in fiera, giudice ai concorsi; tirando avanti, lontano dai guai, in attesa del giorno in cui morirai.

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Note

La chiamano satira.

Per essersi prestati a fare da personaggi, un ringraziamento speciale a: Silvia Algerino, Nadia Banaudi, Davide Grillo e Marco Amato.

102 Comments on “Grammar-nazi

  1. oh, comunque questo è un incipit fantastico:
    “Non era mio. Di Marco, di Grilloz, di Nadia: non lo so. Il romanzo rivelazione dell’anno non era mio. Era stato pubblicato in formato anonimo. Nessuno di noi ricordava di averlo scritto. La metà del tempo eravamo strafatti di congiuntivi per rendercene conto.”
    Roba da Wallace o Vonnegut 😉

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  2. Qui bisogna preparci per la Svezia. L’ Anfuso, prima o poi, vince il Nobel.
    Averti prima che devo comprare il vestito da sera. Ti accompagnamo. 🙂

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  3. mumble, mumble, ci rifletto e la testa mi torna ai secchi e mi prende un certo conato. Poi sorrido quando scrivi Nadia prudente e quando dici che per me ti dispiaceva. Però lo sai che non le reggo tutte le incursioni di parolacce. Altro che gli errori grammaticali. Sarò l’unica, ad ammetterlo, ma l’ho letto due volte e capito a tratti, decisamente non è il mio genere e se scrivi un romanzo così, no, non sarà quello rivelazione dell’anno.

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    • Oddio Nadia, se non vuoi le parolacce non leggere il mio commento. 😀
      Ma credo che in questo pezzo Salvatore abbia impiantato una divertente sciarada. 😉

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      • Anch’io non uso le parolacce, però. …però. ..però. ..a volte gli tocca.
        Qui ci sta a fagiolo. E a volte anche nella vita.
        Prima mai avrei pensato di mettere parolacce in qualcosa che scrivo. Ammetto che l’ho fatto ora. Che Dio mi perdoni!

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        • Beh dal mio commento si può evincere che sono uno dalla parolaccia facile. In realtà nella vita ordinaria non le uso mai. Magari quando mi “inalbero” tra me e me, o quando si scherza con amici (uomini) e il tono della smargiassata è necessario.
          Tuttavia uno scrittore non deve avere remore nell’utilizzo di qualsiasi parola. Anche quelle volgari. Se la storia richiede le parolacce, se i personaggi lo richiedono, non puoi farli parlare come educande.
          Uno scrittore deve ignorare i propri limiti e i regimi morali.

          P.s. grazie per la gentilezza del contatto. Io sono il tipo che vuole disturbare mai. Appena arrivo nella fase di revisione dove entra in scena il colombiano, ti scrivo. 😉

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          • Lo penso anch’io. Se una storia richiede che il personaggio sia rude, sboccato, che lo sia.
            Lo scrittore non c’entra nulla col protagonista della storia, ma anche se fosse una comparsa. Poi, tra se e se non sempre pensi “politicamente corretto”.
            Certi dialoghi alcune volte. Non è la norma, ma nemmeno dico: “Per carità, non dico parolacce “.
            In quasi 40 primavere, qualcuna l’ho detta.
            Casi estremi, per fortuna. Sentirne troppe non è bello.

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            • E’ interessante, nella fase della scrittura, quando ti fermi davanti al monitor e ponderi la parolaccia.
              Ti domandi la metto o non la metto? Il personaggio la dovrebbe dire, è necessaria, ma il lettore come la prenderà? Penserà va bene, questa te la perdono o ti dirà una parolaccia perché hai detto una parolaccia.
              E anche quando si sceglie la parolaccia, bisogna valutare il grado di gravità. Non tutte le parolacce sono uguali. E quindi, nessun blogger ha mai scritto sull’editing delle parolacce nei suoi romanzi. Sarebbe interessante leggere come ciascuno fa parolacciare i proprio personaggi. 😉

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              • La metto o non la metto? Se serve. Per fare folclore, no. Se c’è una parolaccia proprio lì, un motivo ci sarà.
                Così come una parola dolce. Le parole hanno uno specifico ruolo, sta alla bravura di chi scrive capire quando, dove, se metterle o meno.
                Fosse facile. 😉

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                  • Più che altro mi diverto a fargli fare cose assurde, forti, ma anche drammatiche. La vita è fatta di tutto.
                    Meglio che non mi leggete. 😁

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                    • Ora sì che non mi leggerà più. 😀
                      Un po’ di pazienza e mi ubliquerò più avanti.
                      Pesce Pirata mi ha tolto vari tabù. Se è un bene o un male, non lo so.
                      Sto sperimentando la scrittura a quattro mani. E tutte le mie sperimentazioni. Poi da anziana non ce la faccio. 😀

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                    • @Davide sono talmente tanto ammutinato, che mi sono pure ammutinato dai pirati. Devo ancora scrivere la mia presentazione. Il problema è che non ho trovato il tempo per l’ispirazione. Almeno devo eguagliare la presentazione brillante di Salvatore. 😀
                      Intanto vado a fare il giro. Sperando che i clandestini non finiscano sulla passerella.

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                    • No, siamo buoni, li mettiamo a pelar patate, così finalmente i mozzi le possono friggere, ce siamo pieni di patate pelate, ma mamca chi le cucina 😀

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                    • Porto la friggitrice e risolviamo. Sul veliero la 220 l’avete giusto? 😀

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                    • Ti sembra che ho il viso di orco? Io sono dalla parte degli scrittori, sempre. 😉
                      Ok, allora pago sottobanco qualche gola profonda che me lo riveli… 😀

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                    • Grazie dell’ appoggio, Marco.
                      Ringrazio anche Grilloz che già si è sorbito i miei racconti.
                      🙂

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          • Ultimamente ho tolto tutti i miei limiti, tabù, coscienza morale. Mi costa un po’,ancora. Poi è una liberazione.
            Per un attimo penso : “Oddio, che penseranno dopo che hanno letto questo racconto? “.
            Assolutamente niente. Leggono e basta. Il lettore non giudica chi scrive. Io non mi faccio più problemi, anche se pensassero il più torbido dei pensieri.

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            • Il più delle volte, soprattutto se ti conoscono di persona, penseranno male. Verranno a chiederti spiegazioni, o ti faranno intendere con qualche battuta che la cosa non è stata poi così gradita. Alla fine, però, non si può piacere a tutti. Meglio piacere a molti. 😉

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          • Le parolacce sono come qualsiasi altro elemento linguistico: vanno adoperate nel modo opportuno e nella giusta quantità. Nei miei racconti non ce ne sono mai. Questo pezzo, però, è tratto da Trainspotting. Non possono non esserci.

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      • Il fatto è che nella vita come nelle letture e nei film scelgo. Le parolacce sono uso comune, esplicative e liberatorie, solo che se posso le evito o le centellino. Leggerne due o tre di fila non mi sconvolge, però se proseguono abbandono il libro, il film e la persona. Questo però è il mio limite.

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        • Scegliere è giusto. Non bisogna però fossilizzarsi in un tic mentale. Dove servono le volgarità e non vengono messe, per pudore o eccesso di candore, lo scrittore viene meno al suo mestiere. Non fa un buon lavoro, né un bene a sé o agli altri.

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          • Certo che se leggo un thriller non mi aspetto chiacchiere su cioccolatini e sono preparata ad autopsie e violenze, ovvio. Però se si tratta di trascorrere una serata in piacevole compagnia con amici preferisco le barzellette anche piccanti alle volgarità da bar, credo sia un sottile e fragile tic mentale il mio. Per lo scrittore concordo, la parola giusta al posto giusto nella scena giusta, solo che se traduce la realtà in maniera banale e ripete troppe parolacce deve anche essere sgrammaticato e far sembrare che parli uno qualunque dei soliti. Non perfezionista nei congiuntivi e poi volutamente volgare.

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    • Sarebbe stato facile riempire di parolacce uno scritto come questo. Essere moderati non significa non adoperarle mai, le parolacce. Il numero di parolacce presenti è il minimo indispensabile per un testo come questo; il quale può non piacere, certo. Abbiamo però superato l’epoca dei bigotti: le parolacce si adoperano, se serve.

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      • non so se il numero è minimo, adeguato o alto, ma non si tratta di bigottismo di cui mi spiace non sono soggetta, anzi, solo di gusti. Forse servono è vero, danno carattere al discorso, ma uffa non ce la faccio a dire che ci stanno pure bene. Avendo sbirciato la trama di trainspotting forse lo inquadro meglio ed ammetto la mia ignoranza, ma…niente…son fatta così!😛

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  4. Quando il mio compa’ Salvatore mi chiese di diventare personaggio, fui costretto a firmare la liberatoria col piscio; ché il sangue me lo aveva appena succhiato una moretta sciancata di Philadelphia.
    «Scrivo un poemetto leggero come quel fricchione di Dante,» disse lui.
    «Procedi» gli risposi, «ma tienimi fuori Silvia e la smerdata dell’estate scorsa, quando inculammo quel biondone di Trump perché voleva farsi presidente e diventare più cazzuto di me, di te, di Girlloz e di Topo Gigio tutti messi assieme.
    Solo che mentre piasciavo nome e cognome, non sapevo che lui, impippato di Ashia Salame, s’era già fatto Creatore.
    Quando Grilloz me lo disse: «Mio Dio, guarda che adesso Salvato’ è Creatore,» io sputai il crauto che avevo in gola.
    «Minchia, quello adesso ci fotte col segreto del self publishing. Lo dice a tutti che faccio proseliti all’autoeditoria, così gli editori si tolgono dal cazzo tutti gli scrittori inetti e selezionano solo gli strafatti sul serio pubblicabili. Sul serio pubblicabili!»
    E poi non lo sapevo che nel frattempo il compa’, incazzato per i congiuntivi che io avessi usato solo per irriderlo, s’era sparato direttamente nelle vene il pippone di cervello arrosto di Salinger, Wallace e quello spizzico guasto di Saramago.
    “Un sermone docile come un elefante ammaestrato”, pensai.
    Invece mi ritrovo a personaggiare assieme a Grilloz, madame Nadia e Silvia, che lei per fortuna rimembra ancora il mio monito alla Luna errante col pastore dell’Asia.
    Fossi in te Compa’, io da personaggio amletico, dopo aver ammazzato tutti voi, alla fine mi creperei mangiando un libro. Come il venerabile Jorge del Nome della Rosa. Lui però crepava mangiando la poetica di Aristotele, io per crepare mi accontento della zozzeria di un romanzo self.
    Se non ti piace così, fammi crepare in altro modo. Perché quello che alla fine se la schiatta, fa sempre scena per il bestseller. Ma se non ti torna, il conto, il congiuntivo, l’aspostrofo o l’apocope, fa uguale, fa’ come vuoi, e dopo esserti spezzato la settima vertebra del collo, compa’, va’ pure al creato’. 😀

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      • Uff… tu mi sospendi l’incredulità del lettore. 😀
        Il creatore troverebbe il modo di farmi mangiare anche le nuvole, e sarebbero pure buone. 😀

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          • Mi commuovi, solo un ingegnere poteva comprendere la mia metafora.
            Ma quindi tu come ti trovi a “personaggiare” dentro le storie di Salvatore?
            Con Salvatore dobbiamo organizzarci per terapie di gruppo come per gli alcolisti anonimi. E non scomodiamo fra i gruppi quelli di Fight Night del matto Palahniuk. Senza Chuck, quanti aspiranti scrittori resterebbero disoccupati al giorno d’oggi. 😀

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            • Uso il mezzo per cose personali. 😛
              Marco, quando vuoi chiedere per il testo spagnolo, ci sono.
              P.s. = Salvatore grazie per lo spazio. 😀

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            • Mi chiamo Grilloz e una volta sono finito in una storia di Salvatore, una storiaccia brutta brutta, non so se me la sento di raccontarla (ma tanto potete leggerla sul blog).
              Da quella volta è stato un crescendo, più provavo a smettere più ci ricadevo. Continuavo a dire a me stesso che dovevo darci un taglio, che dovevo uscire da quel tunnel e invece continuavo a restare invischiato in storie sempre più assurde. E ogni volta lì a dirmi, questa è l’ultima, ancora una poi smetto, tanto posso smettere quando voglio.
              Ed eccomi qui. Fra voi, che potete capirmi, che siete personaggi come me, finiti per sbaglio in storie altrui, trascinati con l’inganno da spacciatori di parole travestiti da blogger.
              “Dai, solo una volta. Prova, non te ne pentirai”.
              E’ stata dura, maledettamente dura, uscirne, ma ora non entro in una storia da tre mesi.

              – Estratto di una riunione dei personaggi anonimi.

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              • Io ho provato il gusto rancido dell’essere personaggiati parecchie volte. E’ come l’attrazione gravitazionale del buco nero di una vergine (ehm… scusate, sono ancora in fase Salvatorizzata, rimedio) è come l’attrazione gravitazionale di un buco nero, vortice fra le stelle. Voglio uscire dalla parte assegnata, so che è sbagliato vivere un’esistenza che non merito. Forse continuo, perché spero che nella roulette di neuroni del creatore, prima o poi mi adagi in una ignobile e monotona vita in cui sono ricco, bello e posso giocherellare col mondo fra le dita. Invece il creatore mi posiziona sempre in strade malfamate, con delinquenti che fanno ruotare il coltello a serramanico come i tornelli della metro.
                Prometto a questo gruppo, giuro a voi fratelli di personaggiate, che adesso me ne tirerò fuori. Anche se questa notte, buia come il nero della menzogna, mi tormenterà fino a lacerarmi, domani un’alba senza storia sorgerà ancora.

                – Secondo estratto di una riunione di personaggi anonimi.

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      • Come volgarità gratuite?
        E’ il personaggio amatizzato alla Salvatora che ha preso il sopravvento e ha sparato un mare di cazz… ehm di parole atte a offendere il comune senso del buon gusto.
        Bisogna fare attenzione a maneggiare simili personaggi. Questi come dinamite mal adoperata esplodono. 😀

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  5. “La metà del tempo eravamo strafatti di congiuntivi per rendercene conto”: geniale, veramente geniale!!
    Ecco, forse non di congiuntivi, ma se fossimo davvero un po’ strafatti di parole da non renderci conto che il mondo, là fuori, è altra cosa?
    Il punto è che il mondo è sempre altra cosa rispetto al microcosmo in cui si sta vivendo col pensiero…
    Ma forse tutto questo non c’entra molto col tuo post, che però mi ha fatta riflettere. 😉

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    • Sei una donna intelligente, te lo ripeto ogni volta, e tutto quello che un testo ti suscita è interessante da conoscere e condividere. Quindi grazie. Sicuramente siamo troppo miopi, cioè siamo ormai così attenti a quello che scriviamo, a come lo scriviamo soprattutto, da aver forse un po’ perso di vista il contatto con il pubblico. Ecco perché un esercizio come questo, quello che hai letto è ispirato a piene mai a Trainspotting (mi pare sia facilmente intuibile, non solo dalla foto), è utile. Il libro, e più ancora il film, hanno avuto un successo globale perché sono riusciti a cogliere lo spirito di un epoca e a restituirla in modo “gradevole” al lettore/spettatore. Con gradevole, intendo: esteticamente appagante.

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  6. Pingback: Statistiche 2016 – Salvatore Anfuso ● il blog

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