È successo.
Dopo nove anni, innumerevoli revisioni (in realtà no, ma che ne sa l’intelligenza artificiale), qualche crisi esistenziale e un numero imprecisato di improperi, ULPIA è finalmente in libreria. Ci sono eventi che sembrano impossibili fino al momento in cui accadono. Pare che nessuno abbia ancora chiesto l’intervento delle autorità, sebbene me lo aspetti da un momento all’altro. Per otto anni ho raccontato a chiunque fosse disposto ad ascoltarmi che stavo scrivendo un romanzo. Per un anno ho raccontato a chiunque fosse disposto ad ascoltarmi che un editore lo aveva intercettato per la pubblicazione. E adesso, finalmente, a chiunque sia disposto ad ascoltarmi, e per i successivi nove anni, posso raccontare che il romanzo è davvero uscito in libreria: una tragedia personale, prima che letteraria.


Esistono tre parole capaci di fotografare un romanzo mentre assume la sua forma definitiva. Come un lepidottero che abbandona l’esuvia, il «Visto, si stampi!» rappresenta il momento esatto in cui un manoscritto, ancora capace di evolvere, smette di poterlo fare, diventando un fotogramma nello spazio-tempo: perpetuo, immutabile e assoluto. Non è un’esclamazione trionfale – Eureka! – ma un atto notarile che pone fine a qualsiasi revisione, congelando l’oggetto libro nel suo istante infinito. È normale provare un po’ di apprensione prima di comandarlo.


Ci sono persone che trascorrono un’intera esistenza alla ricerca di un proprio posto nel mondo. Ulpia, a tredici anni, neppure lei sa quale sia il suo. Non conosce il padre, ignora chi sia sua madre ed è cresciuta in un lupanare nella Roma imperiale del III sec. d.C. Non possiede un nome gentilizio né un indizio che le permetta di rivendicarne uno. Eppure, a distanza di quasi duemila anni, questa ragazzina ha finalmente una casa tutta sua: ulpiaromanzo.it. Certo, non è esattamente il genere di sistemazione che avrebbe potuto immaginare, ma come si dice: a caval donato.

Prosegue sul Blog 👇


Per anni ho immaginato che trovare un editore rappresentasse il punto d’arrivo.
Del resto è questo il traguardo verso cui tende quasi ogni aspirante scrittore. Finisci il tuo romanzo, convinci qualcuno a leggerlo, lo correggi, lo correggi, lo correggi, lo correggi, lo correggi, lo correggi, lo correggi… e finalmente lo spedisci in giro, affollando le caselle postali di editori, agenti letterari, critici letterari, editor presenti su Facebook, scrittori in crisi d’astinenza, insegnanti di scrittura (poco)creativa, vecchi commentatori del blog, librai in pensione, giornalai con la cataratta, flirt con esponente del club del libro, corner in calcio d’angolo: Gol!

La prima sorpresa è stata scoprire che il romanzo, una volta trovato un editore, ricomincia a essere un cantiere. Anzi, probabilmente lo diventa più di prima. Inizia l’editing: il testo viene letto da altre persone; osservato con uno sguardo che l’autore, suo malgrado, non può avere. Si discutono passaggi, si propongono modifiche, si eliminano ridondanze, si chiariscono punti che, a forza di rileggere il manoscritto, avevi finito per considerare ovvi solo perché li avevi scritti tu. È un lavoro curioso, perché fino al giorno prima il romanzo era una cosa esclusivamente tua; dal giorno dopo diventa il risultato di un dialogo. E questo anche se il file inviato all’editore, come dichiara egli stesso, è pulitissimo:

Prosegue sul Blog 👇


In questo mondo di matti pare vincano le ossessioni. Esistono persone che collezionano francobolli, monete antiche, trenini elettrici, bottiglie di whisky o chitarre vintage. Io colleziono parole. Non tutte, naturalmente. Solo quelle che, per qualche motivo, mi fanno fermare durante la lettura. Quelle che, una volta incontrate, si rifiutano di uscire dalla testa. Le cerco, le annoto, le dimentico, le ritrovo anni dopo. Non so nemmeno quando abbia cominciato, anche se a occhio e croce saranno comunque più di vent’anni. A un certo punto, tuttavia, mi sono accorto di possedere un quadernetto zeppo di vocaboli. Nessun ordine alfabetico, nessun criterio apparente se non quello diacronico. C’erano parole che non avevo mai usato, altre che probabilmente non avrei usato mai: eppure erano lì. Come se aspettassero pazientemente il momento giusto per presentarsi.

Prosegue sul Blog 👇