Otto Anni Dopo

Perché Salvatore Anfuso il Blog torna nel 2026?
Lo so, sono passati quasi otto anni dall’ultima volta.
Otto anni in cui mi sono capitate così tante cose da non aver avuto né il tempo né la voglia di appuntarle su questo blog. La vita è così: ti coglie giovane e ti restituisce vecchio. E infatti, rispetto a otto anni fa, ci vedo meno bene da entrambi gli occhi, sono mezzo sordo dall’orecchio sinistro e ho cominciato a perdere i capelli. Guardarmi allo specchio e scoprire, da un giorno all’altro, d’essere diventato più stempiato di quanto ricordassi è stato uno shock. Ho cominciato a perderli al centro, proprio sopra la fronte. La cosa buffa è che non sono spariti del tutto, ma si vede che sono più diradati di quanto lo fossero solo pochi anni fa. Datemi retta: questi otto anni hanno pesato come una vita intera, tracciando calanchi sulle mie speranze. Finché non sei arrivata tu: Ulpia.
Ma procediamo con calma.
Otto anni, dicevo. Da allora il mondo ha attraversato una pandemia, diverse guerre, crisi energetiche, intelligenze artificiali, mode politiche, rivoluzioni digitali e catastrofi ambientali. A parte questo, pare ci siano stati anche dei problemi. Io, al mio ritorno dalla Bulgaria, ho trovato un lavoro mal pagato in uno studio di servizi legali. Ho spedito Aion (il mio primo romanzo, ndr) in giro per le case editrici e con sorpresa e anche un po’ di imbarazzo le ho osservate rispondermi tutte, una dopo l’altra, per tenerci a rifiutarlo ufficialmente. Quando lo ha fatto anche Adelphi, ho tirato un sospiro di sollievo: loro, in genere, pubblicano postumi… Ho preso a frequentare in modo stabile un’amica nata a Lione, che vive a Roma. Hanno diagnosticato un tumore maligno a mio padre ma è sopravvissuto. E ho sigillato la scrittura in un cassetto chiuso bene: non avevo più voglia di illudermi. Dopo due anni di gavetta, e dopo essermi rimesso a studiare, ho lasciato il lavoro “sontuosamente mal pagato” per tentare una sortita in solitaria. Ho avuto successo. Lo studio è avviato, i clienti non mancano – in genere sono pure soddisfatti – e anche l’aspetto economico ha smesso di essere una preoccupazione. Lieto fine.
Ma a chi la racconto? Mi conoscete, i finali lieti non mi appartengono. Mi piacciono le sfide, mettermi alla prova, dimostrare a me stesso che posso farcela anche senza l’aiuto di nessuno. Ma soprattutto, non posso vivere fingendo di essere un altro. Ho detto di aver chiuso la scrittura in un cassetto ben sigillato, eppure ha trovato il modo di evadere per tornare a tormentarmi. Ed è così che è nata Ulpia.
Ma procediamo con calma.
Ho ripreso in mano quel vecchio progetto ambientato nell’antica Roma. Quasi per caso ne ho riletto il proemio e i primi capitoli, e con sorpresa ho osservato i personaggi prendere vita sulla pagina. Tra una pratica e l’altra avevo scordato quanto sono bravo a scrivere. Non potevo lasciarlo morire in un cassetto. Sarebbe stato omicidio preterintenzionale. E non solo verso il romanzo, che è magnifico, ma verso me stesso. E nessuno suicida se stesso se può evitarlo. Riprendere in mano Ulpia è stata la decisione migliore della mia vita. Problema: adesso che l’ho scritto, adesso che so chi sono, come faccio a continuare a fingere di essere qualcosa di diverso? Lo so, può sembrare una domanda ontologica e se solo si torna indietro di pochi anni, al mio ritorno dalla Bulgaria, appare chiaro che l’indigenza era il mio principale problema. E l’ho risolto, ovviamente; ma non grazie alla scrittura. L’ho risolto fingendo di essere ciò che non sono. Confrontandomi ogni giorno con clienti ignoranti, compagnie assicuratrici fraudolente, carrozzieri rognosi, litigi, problemi, pratiche… il lavoro, insomma. E, ovviamente, l’ho fatto bene. Fin troppo. E questo è parte del problema.
Una strategia che ho adottato per sopravvivere, una volta messa da parte la scrittura, è stato interpretare un ruolo. Come un bravo attore ci sono cascati tutti: compreso me stesso. Quindi ho filato dritto, un giorno via l’altro, contando i mesi passare, senza pormi domande, svuotando la mente dalle ambizioni, lobotomizzandomi la creatività. Ma adesso che ho scritto Ulpia, come posso continuare a fingere di non essere uno scrittore? Ogni volta che squilla il telefono, ogni volta che vedo una PEC comparire sul monitor del mio portatile, ogni volta che un cliente bussa alla mia porta, provo un rifiuto viscerale. Non è per ciò che faccio; non è per come lo faccio: è la menzogna su chi sono a divorarmi l’anima. Otto anni sono una vita, cazzo.
Ulpia, invece, è proprio venuto bene. Sono sorpreso per quanto è bello. Chi lo sospettava che avevo un romanzo così in canna? La struttura a imbuto, il linguaggio che respira, i personaggi tridimensionali e in technicolor, come dice Paolo:
“Vengo al sodo: è bello, dialoghi perfetti come sempre, non si riesce a smettere di leggere perché crea una “suspense” continua, e la storia regge. Si percepisce il grande lavoro di ricerca storica, e nonostante l’ambientazione “antica”, scorre veramente bene rendendo attuali tutte le scene. Credimi, questo non è scontato. Ci sono romanzi cosiddetti storici che prendono le distanze dal narrato rendendo la storia “lontana” nel tempo, come in bianco e nero, mentre la tua è in 3D e technicolor.”
Ho anche un editore. Già, ed è arrivato quasi per caso. Una storia buffa, in effetti. Ma come tutte le belle storie, vale la pena perdere un po’ di tempo per raccontarla bene. Quindi, magari, lo facciamo la prossima volta. Per il momento basti dire che il Blog ha riaperto i battenti. Si torna ai bei fasti del “tutto” e del “niente”; pomeriggi interi passati a scrivere post e rispondere ai commenti. Meglio che mangiare popcorn guardando in tv le guerre degli altri…
Non so dove mi porterà tutto questo. Non era programmato. Non ho piani per il futuro. Né, ormai, a quasi 50 anni, mi assale più la voglia di sgomitare spalla a spalla con altri aspiranti/esordienti/scrittori in erba (o fatti d’erba: ancora da chiarire, ndr). Al momento la sensazione che prevale è quella di lasciarsi cullare dagli eventi e godersi il viaggio il più a lungo possibile. Come diceva quella canzone: quel che sarà, sarà.
E voi, che avete combinato in questi otto anni?

