Perché continuo a scrivere

Articolo molto personale
Mi è capitato spesso di chiedermelo.
Non perché abbia mai smesso sul serio di scrivere, ma perché è una di quelle domande che sembrano semplici finché non provi a rispondere, per poi scoprire che ogni risposta che sei in grado di confezionare contiene sia qualcosa di vero sia qualcosa di falso. Ad esempio, scrivo perché mi piace. Adoro scolpire le frasi; mi dà un senso di compiutezza molto soddisfacente. Scrivo per essere letto. Anche. Tuttavia essere letti, oggi, in Italia, non è quasi più un problema. Possiamo dire che è stato risolto a monte… Scrivo per essere pubblicato. Nel mio caso è meno vero, ma sono sicuro che moltissimi là fuori vedono nella scrittura una sorta di riscatto e nella pubblicazione una sorta di conferma. Infine, scrivo perché sono uno scrittore. Questa affermazione ha il pregio di spiccare il problema, ma non alla radice (scuserete il gioco di parole, ndr). Potremmo andare avanti ancora diversi paragrafi, trasformando questo post in una sorta di gioco di società: in cui ognuno dice la propria e tutti gareggiano per il primato della più assurda.
Se penso alla scrittura, a me non vengono in mente libri. Non vengono in mente vecchie biblioteche di periferia. Nemmeno l’odore della pergamena alla Hermione Granger. Mi viene in mente un bambino curioso affacciato alla finestra di un piccolo appartamento al pianterreno. La grandine che arrivava sempre dopo una giornata afosa di fine agosto e mio padre che correva in strada a fare dio solo sa cosa. La luce rutilante del sole che cadeva dall’alto abbagliandomi e la gonna a fiori di mia madre che mi sventolava sul braccio, mentre, tenendomi per mano, mi costringeva a stare al passo per andare chissà dove. Il sogno che facevo da ragazzino, sempre lo stesso. Cadevo in una buca e finivo in un labirinto sotterraneo. Dopo aver vagato per un po’ trovavo un ascensore, di quelli con le pareti a maglie metalliche, che mi riportava in superficie. Nessun mostro. Nessuna minaccia. Nessuna ansia. Se dovessi spiegare razionalmente cosa c’entrino tutte queste immagini con la scrittura, non potrei. Non per inettitudine e nemmeno per mancanza di vocaboli: quelli, per fortuna, non mi sono mai mancati. Barroccio, cirro, marra, esergo, cuticola, beante, sarchiare, solecismo… Posso andare avanti mesi. La scrittura è figlia della poesia, della parte irrazionale del nostro essere. Non può essere spiegata usando la ragione, peggio ancora la logica; può solo essere illustrata attraverso una serie di suggestioni. La scrittura è follia.
Forse perché assomiglia più alla memoria che all’intelligenza. Più alla musica che alla logica. Le parole sono suoni anche quando sono scritte. Hanno un ritmo, un peso, una temperatura. Alcune tintinnano come monetine, altre si trascinano dietro la cadenzata gravità delle marce militari. Alcune sono leggere come polline, altre glutinose come melassa. Fin da ragazzo tengo un quaderno in cui annoto vocaboli strani, man mano che li incontro nelle mie letture. Lo faccio ancora oggi. E con gli anni ne ho accumulati un bel po’. Se volete, è la mia piccola collezione da entomologo dei lessemi. Non perché mi servano. Non perché facciano scena. Non perché qualcuno mi interroghi sul loro significato. Li annoto per la stessa ragione per cui qualcuno raccoglie conchiglie sulla spiaggia. Perché mi piacciono. Perché possiedono una forma. Producono un suono. Promettono mondi. Una parola nuova è una finestra aperta nel muro di una stanza priva di finestre.
Poi però c’è anche un’altra cosa. La scrittura non nasce soltanto dalla curiosità; nasce dall’insoddisfazione. Dal sospetto che il mondo sia più grande delle definizioni che gli attribuiamo. Sono cresciuto in un ambiente in cui il futuro sembrava avere confini abbastanza precisi. Non era cattiveria. Non era nemmeno pessimismo. Era semplicemente il modo in cui funzionavano le cose. I figli degli operai diventeranno a loro volta operai. La società ama raccontarsi la favola della mobilità sociale, ma nella pratica assomigliava molto di più a un condominio: ogni famiglia ha il suo piano e raramente cambiano i condomini. Da qualche parte, molto presto, ho sviluppato il sospetto che quella storia non fosse completa. E la scrittura è diventata uno dei modi attraverso cui provare a forzarne il confine. Non per dimostrare qualcosa agli altri. Nemmeno a me stesso. Più semplicemente per vedere cosa c’era dall’altra parte.
Credo che sia per questo che non ho mai sopportato una certa idea di letteratura come puro esercizio estetico. Le parole sono importanti. Lo stile è importante. La forma è importante. Ma non sono il traguardo. Sono il materiale da costruzione. I mattoni. E con i mattoni bisogna farci qualcosa. Ci puoi costruire una cattedrale, oppure puoi lanciarne uno contro una vetrina. Va bene tutto. Quello che non capisco è l’ossessione per il mattone. Rimirarselo tra le mani. L’idea che il semplice fatto di possederlo sia sufficiente. Le parole servono a intervenire sulla realtà, anche quando raccontano una storia apparentemente lontanissima. Anche quando parlano dell’antica Roma. Anche quando descrivono un amore, una guerra o una famiglia. Ogni frase contiene una visione di mondo. Ogni romanzo contiene una proposta. Ogni libro è una dichiarazione di intenti travestita da racconto.
E allora perché continuo a scrivere? Tutto questo peregrinare deve pur condurci da qualche parte… Continuo a scrivere per il bambino affacciato alla finestra. Per la grandine di fine agosto. Per la luce che mi abbagliava dall’alto. Per la gonna a fiori di mia madre. Per quel sogno sotterraneo. Continuo a scrivere per le parole che non conosco ancora. Per quelle che nel frattempo ho dimenticato. Per quelle che non incontrerò mai. Continuo a scrivere per capire se davvero i confini sono reali o se sono soltanto linee tracciate da qualcuno su una mappa. Continuo a scrivere perché credo che le parole abbiano conseguenze. Perché credo che la cultura sia una responsabilità e non un passatempo. Perché credo che una società che rinuncia alle parole finisce inevitabilmente per rinunciare anche al pensiero. Continuo a scrivere per tutte le volte che mi hanno spiegato quanto fosse difficile emergere. Per tutte le porte chiuse. Per tutti i no. Per tutti i motivi ragionevoli che avrei avuto per smettere. Ma soprattutto, continuo a scrivere per tutto quello che la scrittura non è ancora stata. Perché scrivere non è un mestiere. Non è un’attività. Non è un hobby. Non è una posa. Non è nemmeno un lavoro. La scrittura è identità. Si può smettere di fare molte cose. Si può cambiare città, lavoro, amici, abitudini, idee politiche, perfino sogni. Ma è molto più difficile smettere di essere se stessi.
E voi, perché continuate a scrivere?


Difficile aggiungere qualcosa a un post così intimo, toccante e appassionato, se non la propria esperienza. A me piace scrivere dalla scuola elementare. Un giorno la maestra convocò mia madre per sapere se tutto quello che scrivevo nei temi fosse vero o era frutto di una fantasia lasciata troppo libera. Mia madre, accanita lettrice, mi prese da parte e mi disse “Scrivi quello che vuoi, alla maestra ci penso io”. Erano giusto cinquanta anni fa.
Penso tu abbia ragione, è identità, viene da dentro, è irrefrenabile. Qualsiasi cosa succeda.
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