Il primo capitolo di Ulpia ha un difetto imperdonabile: Ulpia non c’è.
Per quasi trenta pagine il romanzo che porta il suo nome si occupa d’altro. Un giovane patrizio naviga la Cloaca Maxima. Il Tevere ha appena restituito Roma a se stessa dopo averla ricoperta di merda e limo. I libri sibillini sono scomparsi. Un albino attraversa mezza città cercando di non farsi notare. Nelle viscere dell’Esquilino un uomo cieco medita di rovesciare un impero. Nessuno sente la mancanza della protagonista. Roma meno di tutti. Mi piace pensare che le città abbiano questa forma di maleducazione. Non sanno di trovarsi dentro un romanzo, ignorano chi campeggi sulla copertina e continuano a occuparsi dei fatti propri. Se Ulpia non fosse mai nata, il Tevere sarebbe esondato lo stesso? Gli schiavi sarebbero rimasti schiavi? I senatori avrebbero continuato a complottare? Le prostitute a lavorare e qualcuno avrebbe ugualmente trovato il modo di scaricare sull’ultima ruota dell’amministrazione pubblica l’ispezione di una fogna? Certo che sì: chi mai potrebbe pensare il contrario? È da questa indifferenza che nasce la struttura a imbuto di Ulpia.

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A me non interessava un fondale.
Templi, colonne, toghe, legionari, sandali, marmi… È una Roma cinematografica, quella che spesso si incontra in molti romanzi storici: può creare atmosfera, fa scenografia, ma è irrilevante dal punto di vista narrativo. Non era quello che cercavo io; io cercavo un sistema dinamico. Ogni romanzo, infatti, è prima di tutto un meccanismo che produce conflitti. Gli eventi non nascono dal nulla, ma dall’interazione tra individui, istituzioni, interessi economici, rapporti di forza e idee. Da questo punto di vista, Roma rappresenta probabilmente uno dei contesti narrativi più ricchi mai esistiti.

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Esistono tre parole capaci di fotografare un romanzo mentre assume la sua forma definitiva. Come un lepidottero che abbandona l’esuvia, il «Visto, si stampi!» rappresenta il momento esatto in cui un manoscritto, ancora capace di evolvere, smette di poterlo fare, diventando un fotogramma nello spazio-tempo: perpetuo, immutabile e assoluto. Non è un’esclamazione trionfale – Eureka! – ma un atto notarile che pone fine a qualsiasi revisione, congelando l’oggetto libro nel suo istante infinito. È normale provare un po’ di apprensione prima di comandarlo.


Quando FoxandSparrow è arrivata non stavo ancora cercando un editore.
Due mesi dopo, il 1° luglio 2026, ho firmato il contratto editoriale con loro. In mezzo c’è una storia abbastanza strana. Ho cominciato a scrivere Ulpia nel luglio 2017 e l’ho concluso solo nel novembre 2025, otto anni dopo. A quel punto conoscevo il romanzo fin troppo bene. Sapevo dove respirava, dove si distendeva e dove si metteva a correre; conoscevo i personaggi al punto da prevedere cosa avrebbero detto prima ancora di arrivare alla battuta. Quello che non riuscivo più a vedere era se, guardato da fuori, quell’enorme marchingegno funzionasse davvero. Così l’ho lasciato riposare fino alle ferie natalizie, poi l’ho riletto, corretto qualche refuso, e a febbraio ho scelto tre agenzie letterarie a cui affidarlo. Quando sono arrivate, le valutazioni avevano qualcosa di sospetto: dicevano tutte la stessa cosa.

La scrittura era alta. L’ambientazione impressionante. I personaggi forti. La trama funzionava. Peccato per tutto il resto… Peccato, perché Ulpia arrivava accompagnata da una combinazione che, commercialmente, aveva l’eleganza di un ippopotamo in una cristalleria: autore esordiente, serialità, mezzo milione abbondante di caratteri, romanzo storico-ucronico, struttura poco convenzionale e l’insana pretesa di essere pure ambizioso. Presi uno alla volta, elementi perfettamente gestibili. Tutti insieme, diventavano qualcosa che il mercato guarda con interesse ma tenendosi prudentemente a distanza. La cosa buffa è che quelle tre risposte non mi hanno spinto a cercare un editore, ma a ponderare una domanda ancora più urgente: cosa diamine avevo scritto? Così, a inizio maggio, ho inviato Ulpia ad alcuni amici per avere un feedback.

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Quando parlo di Ulpia, capita spesso che qualcuno la definisca una ucronia.
Ucronia [s.f., dal greco ou = “non” e chronos = “tempo”] – letteralmente “nessun tempo”, indica un genere letterario basato sull’ipotesi che la storia abbia seguito un percorso diverso da quello reale. È comprensibile. Nel romanzo c’è un Impero Romano diverso da quello che conosciamo, una storia che ha preso una direzione differente dalla nostra e un presente costruito sulle conseguenze di una deviazione avvenuta nella finzione narrativa tre secoli prima. A prima vista, quindi, Ulpia sembra rispettare pienamente il canone. Eppure questa definizione, per quanto corretta, descrive soltanto la superficie dell’opera. L’ucronia, nel suo significato più classico, nasce infatti da un punto di divergenza: un momento preciso in cui la storia cambia strada rispetto al percorso storico e da cui si sviluppano conseguenze alternative. È una struttura narrativa rigorosa, quasi scientifica, perché parte da una domanda semplice: cosa sarebbe accaduto se, ad esempio, Cesare non avesse attraversato il Rubicone? Da quel momento l’autore segue gli effetti della variazione introdotta, sforzandosi comunque di restare rigorosamente aderente al realismo storico, e osservando come una singola modifica possa alterare equilibri politici, sociali e culturali.

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