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Lo Stile in letteratura


Di Stile si muore. Lo sanno bene i tanti autori che pur di suffragare la propria singolarità, scelgono di non svendersi alle occorrenze editoriali. Questo, a scapito delle vendite. In libreria un libro che non vende è out. E lo diventa in poche settimane; quasi subito. Un libro scritto con “stile” è quasi certo che non venderà. E un autore che non vende, è bello che morto. Se volete considerarvi scrittori, vi conviene piazzare almeno 1200 copie del vostro prezioso manoscritto già alla sua prima edizione. Meno di così, e non siete niente; anzi, nessuno. Ma perché lo stile non vende? Soprattutto: cos’è lo stile?

Ombre sullo Strega


Mi riferisco a una puntata di Striscia la Notizia andata in onda lo scorso 20 aprile in cui si parla del Premio Strega, e si rivela di esso un sistema, sulla scelta del vincitore, che non parrebbe meritocratico. Non ho molto da dire al riguardo, nel senso che si sapeva da decenni – pur non nei particolari definiti dall’inchiesta – che il premio Strega non è una gara letteraria di modello olimpico, dove a vincere è l’atleta che in quel momento riesce a prevalere sugli altri, ma di modello plutocratico: di chi per giochi politici si trova sospinto dalla cordata vincente. È peraltro indubbio che il valore letterario del libro vincitore, anche quando scelto attraverso un sistema inficiato da inciuci politici, non è in discussione. Io, ad esempio, ho una copia del libro di Albinati, che mi fu regalata il Natale scorso, e leggiucchiandola mi pare che non si possa urlare allo scandalo.

Riuscire a pubblicare con una casa editrice


Elemosinare voti politici, vendere porta a porta elettrodomestici e pubblicare un libro con una casa editrice hanno in comune una cosa: l’arte di mendicare. Non è per tutti. Anche fare il politico, il promotore o lo scrittore non è per tutti. Solo che nel caso della scrittura, oltre che una certa predisposizione alla faccia da tolla (sin. di latta, avere una faccia da tolla significa avere una faccia da c***), una lingua ruvida per leccare culi pelosi – non dire quello che si pensa è un modo elegante di farlo – e uno stomaco robusto per digerire i rospi, all’arte del mendicare bisogna aggiungere anche un talento innaturale nel narrare storie.

Svantaggi della notorietà


Alcune volte mi chiedo perché tanta gente voglia essere famosa. Cosa c’è di bello nell’essere noti? Non credo che mi ci abituerò mai. Non che mi consideri “persona nota”, non sono egocentrico fino a questo punto e, anzi, il mio ego negli ultimi anni si è ridimensionato parecchio; ma in effetti tra il blog e la decina di racconti pubblicati su un settimanale cartaceo non posso considerarmi un perfetto sconosciuto come, felicemente, sono sempre stato fino a un paio di anni fa.

Vendere racconti a una rivista cartacea


Charles Bukowski, Erskine Caldwell, John Cheever, Junot Díaz, James T. Farrell, Joseph Heller, J. D. Salinger, Tennessee Williams, Richard Wright, Truman Capote, Norman Mailer: ciascuno di loro ha spinto i primi passi nel mondo dell’editoria pubblicando il primo racconto su Story, un magazine newyorkese fondato nel 1931 da Whit Burnett e la sua prima moglie, Martha Foley; naturalmente dietro compenso. Nomi leggendari della letteratura nord-americana, concorderete con me. Ad esempio uno dei primi romanzi che ho visto leggere a mia madre, quando da bambino cominciavo con fatica a tradurre le mie prime parole scritte e quindi i titoli dei libri che circolavano per casa, è stato I duri non ballano di Norman Mailer; lo ricordo come fosse oggi.