Chi sono?

img_0851Da bambini, quando veniva loro chiesto, i miei cugini rispondevano: l’astronauta, la ballerina, il calciatore… spesso cambiando opinione. Io, invece, davo sempre lo stesso responso: lo scrittore. La domanda era: cosa vorresti fare tu da grande? Ero destinato a una vita di solitudine.

La mia prima macchina da scrivere, bianca e rossa, la ricevetti in regalo all’età di dieci anni. Era il 1987. Innamorato di un’idea epica, di uomini in lotta con se stessi sopra immense distese oceaniche, ci sfornai un manualetto sulla navigazione in stile “giovani marmotte”. Poi la misi da parte e non ci pensai più.

Un pomeriggio di due anni dopo i miei genitori mi comunicarono la loro decisione di separarsi. Per quietarmi mi procurarono una Olivetti verde oliva con coperchio in plastica rimovibile. Ci scrissi un racconto fantasy il cui protagonista somigliava, insospettabilmente, ad Arnold Schwarzenegger: andava di moda Conan il Barbaro. «Giunto nella piazza del villaggio, con al centro un pozzo attorno al quale s’affollano gli abitanti, il barbaro osserva una giovane donna estrarre un secchio colmo d’acqua». La descrizione che feci della donna scaldò le notti di alcuni miei compagni di classe. Fu colpa del mio ego: mostrai il racconto al mio vicino di banco ed esso fece il giro della scuola. All’età di dodici anni capii che il genere fantasy non faceva per me, ma c’erano altre strade che potevo percorrere.

 A sedici anni conobbi Giuseppe Nasillo: il mio futuro professore di letteratura per i successivi tre anni di scuola superiore. Era un critico d’arte, un professore di lettere e il proprietario della Pentarco, una piccola casa editrice torinese specializzata in libri d’arte. Non ebbi mai il coraggio di confidargli il mio amore per la scrittura, tranne che davanti alla commissione di maturità al completo. I miei temi comunque, a suo dire, non l’avevano mai insospettito.

Al primo anno di università mi chiesero di scrivere alcuni articoli per il giornale della facoltà di lettere. Il grosso del lavoro consisteva nel chiedere in giro contributi per finanziarlo. I commercianti attorno a Palazzo Nuovo, in cambio di una piccola quota, potevano comprarvi uno spazio pubblicitario. Capii in fretta che la scrittura non è scindibile dalla vendita.

Quello stesso anno i medici diagnosticarono un tumore nell’intestino di mia madre. Le asportarono il tratto canceroso e la sottoposero a chemioterapia. La chemio, mia madre, la faceva in un grosso salone delle Molinette, l’ospedale di Torino. A fianco a lei, compagna di chemio, sedeva una signora anziana. Si sa come sono fatte le madri: per tutto il tempo chiacchierarono dei loro figli. Venne fuori la mia ambizione letteraria. Venne fuori che la vicina di chemio possedeva una piccola casa editrice (non ricordo il nome), specializzata in diari di viaggio e guide turistiche. Si propose di leggere qualcosa di mio e mi bacchettò per le sgrammaticature. Poi aggiunse: «C’è qualcosa, in effetti. Ma aspetta di essere più maturo. Laureati, trovati un lavoro, metti su famiglia. In fondo Luciano De Crescenzo ha pubblicato quando è andato in pensione». Per ripicca smisi di scrivere. Era il ’96.

A cavallo tra il 2005 e il 2006 frequentai un corso di sei mesi alla Holden di Baricco. Speravo di incontrarlo ma lui non c’era. Per l’occasione scrissi un racconto, Chi c’è al café Wha? Carpì l’attenzione dell’insegnante. Niente sgrammaticature questa volta. Non ricordo il suo nome, ma ricordo che mi chiese di scriverne altri. Non lo feci. Osservavo i miei compagni di corso, così presi dalla loro ambizione di pubblicare un romanzo, e mi stupivo di quanto poco me ne importasse. Conclusi la mia esperienza alla Holden in uno stato di beatitudine, pensando di aver finalmente chiuso la mia lunga parentesi con la scrittura. Nei successivi dieci anni feci carriera in ufficio; feci a pugni in una palestra; mi lanciai da un’altezza di 4000 metri diverse volte, incrinandomi una costola all’ultimo lancio; amai molte donne finendo per convivere con due di esse. Di scrivere… niente, nessuna pulsione.

Il 9 settembre del 2013, verso sera, mi piazzai davanti a un computer e diedi sfogo alle mie ambizioni. All’epoca avevo scritto alcuni articoli, a sostegno dell’iniziativa di un’associazione di commercianti, contro la legge sulla tassazione delle sigarette elettroniche voluta dall’allora governo Letta. Diversi articoli e uno slogan; il quale partecipò anche a una manifestazione a Roma, esposto davanti al Quirinale. Qualcuno, leggendoli, mi chiese: «Ma tu, pubblichi?». Con quel “pubblichi” intendeva chiedermi, presumo, se ero un professionista. A volte una parola può aprire dei baratri. Questa aprì il mio. Forse perché iniziavo a sentire lo scorrere degli anni, mi sedetti a quella scrivania e scrissi nuovamente. A distanza di quasi trent’anni anch’io infine ero diventato uno di loro: un aspirante scrittore. La mia vita cambiò in peggio: aprii questo blog; dissi addio alla mia compagna; frequentai il corso di narrazione di Giulio Mozzi… cambiò in peggio.

Nell’ottobre del 2015 affidai per la prima volta un mio racconto all’incognita della lettura editoriale. Il racconto si intitolava: Come una bambola. Lo spedii a una mail generica del Gruppo Editoriale Mondadori. Se devo farlo, conviene puntare in alto – pensai ingenuamente. Una settimana dopo mi rispondevano per pubblicarlo su un loro settimanale a diffusione nazionale. Da quel primo successo, ne scrissi e proposi altri. Ho collaborato con loro fino al 2017.

12 Comments on “Chi sono?

  1. La mia nobile passione per la scrittura, in effetti, ha un’origine meschina: sono narcisista e, per questo, ,plateale in tutto ciò che faccio. Amo i riflettori e non cedo a nessuno la parte di protagonista e dopo quest’odiosa ma onesta descrizione di me stessa (per alcuni addirittura audace) ho capito che, dietro qualunque maschera, ogni individuo, in fondo, cerca l’amore e che si chiami approvazione, che si definisca affermazione di sé, il fine non cambia. Secondo me, noi esseri umani siamo piuttosto banali e solo l’arte può abilmente mimetizzare quest’unica realtà. E’ solo la mia modesta opinione ma mi piace pensare che sia valida.

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    • Sul narcisismo credo tu abbia ragione: si scrive per essere letti. Sulla banalità, invece, non sono d’accordo. Sai cos’è uno scrittore? È una domanda che mi faccio spesso; ci sono molte risposte possibili… Una, però, credo sia vera più di altre: uno scrittore è soprattutto un osservatore. Io osservo le altre persone e in ciascuna, per quanto possa sembrare banale, trovo sempre qualcosa di eccezionale. Ne ho conosciute di persone… Alla fine, al di là del narcisismo, scrivo per raccontare ciò che di speciale vedo negli altri. E questo mi piace molto.

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  2. Pingback: Due brutte storie a Parigi | da dove sto scrivendo

  3. Wow! Cosa si prova dopo trenta anni ?
    Cambiò in peggio….o forse cambiò, punto!
    O forse tutto torna a quando da bambino rispondevI di voler fare lo scrittore. Ci capita che lasciamo andare via persone, momenti, lavori, situazioni modifichiamo tutto, ci mettiamo in discussione, viviamo semplicemente, ma poi qualcosa ritorna , prima o poi.Se è una parte del tuo essere , di quello che ti far star bene(una passione che viene da dentro , e, scrivere può essere una di queste),torna e con gli interessi.

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  4. Ho letto con molto ritardo la tua storia, e chapeau! Dirai perché hai letto ora? Sto preparando il post per i vincitori del concorso di cui sei giudice e volevo scrivere una frase di quelle emblematiche su di te…decisamente non basta una frase.
    Di certo vorrei avere la tua caparbia qualità di migliorare una dote naturale già così palese. Di certo vorrei anche io avere la fortuna di venire scelta da un gruppo come quello che non ti scarta un racconto, ed anche quella di scriverne di ottimi uno di seguito all’altro…e sì ti ammiro davvero. Complimenti.

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    • Grazie Nadia, sei davvero molto gentile. Presumo che il talento non sia scindibile dalla fortuna, per cui ti auguro di trovare un “gruppo come quello che non ti scarta un racconto”. Sono felice mi abbiate scelto come giudice: è stato divertente e istruttivo. Ammiro molto il lavoro che avete fatto.

      … ah sì, se trovi la frase emblematica che cerchi fammelo sapere: sarei davvero curioso di leggera. Io non ci sono mai riuscito. Non sono decisamente bravo a parlare di me.

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  5. Pingback: Leggere non è peccato the winner is … – svolazzi e scritture

  6. Circoscrivere lo scrittore in una definizione ne annullerebbe la magìa, perchè l’arte non ha confini ed accetta solo gli schemi che essa stessa crea. Buone feste!

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  7. Pingback: Statistiche 2016 – Salvatore Anfuso ● il blog

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