Analfabetismo funzionale

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analfabetismo-istituzionale

Tra vittime e carnefici

In un articolo pubblicato su La Stampa on line il 10/01/2017, Mimmo Candito ci allarma circa la percentuale di analfabeti funzionali circolanti in Italia: il 70%, ma più probabilmente l’80.

«[…] tra la gente che abbiamo attorno a noi, al caffé, negli uffici, nella metropolitana, nel bar, nel negozio sotto casa, piú di 3 di loro su 4 sono analfabeti: sembrano “normali” anch’essi, discutono con noi, fanno il loro lavoro, parlano di politica e di sport, sbrigano le loro faccende senza apparenti difficoltá, non li distinguiamo con alcuna evidenza da quell’unico di loro che non é analfabeta, e peró sono “diversi”»[1].

Accenti a parte – sono sicuro vi sarete resi conto che viene adoperato l’accento acuto al posto del grave, ma che probabilmente è da attribuire alla formattazione del testo – accenti a parte la percentuale indicata nell’articolo, e non sto a interrogarmi su dove l’abbiano presa o se sia corretta, è a dir poco inquietante. Conti alla mano, c’è da chiedersi se in questa percentuale rientriamo pure noi.

Analfabetismo s. m. [der. di analfabeta]. – Condizione di chi è analfabeta: non si vergogna di confessare apertamente il suo a.; adi ritorno, quello di chi, avendo appreso a leggere e a scrivere, ha perso tale capacità per mancanza di esercizio e di applicazione. Più com., il fenomeno sociale costituito dall’ignoranza del leggere, scrivere e far di conto: le rilevazioni statistiche dell’ain un Paesein una regionelotta contro l’a.; la diminuzione progressiva dell’ain Italia. In aggiunta a questo concetto di analfabetismo integrale (detto anche astrumentale), si è recentemente introdotto anche quello di un afunzionale, consistente in gravi carenze nella formazione tecnico-professionale, tali da rendere difficile un proficuo inserimento nella vita attiva, soprattutto in relazione allo sviluppo delle nuove tecnologie e alla crescente complessità dell’organizzazione sociale.[2]

La definizione che ne dà la Treccani è però diversa da quella fornita dall’autore, il quale si rifà a un’interpretazione (della locuzione: analfabetismo funzionale) più “popolare”, e cioè: di coloro che, pur sapendo leggere scrivere e fare di conto, non sono in grado di comprendere appieno il sotteso di un discorso, la parte inferenziale a cui le parole rimandano, con effetti ben precisi: «[…] sono incapaci di ricostruire ció che hanno appena ascoltato, o letto, o guardato in tv e sul computer», ad esempio. Gli analfabeti funzionali di cui parla Mimmo Candido «si trovano cioé in un’area che sta al di sotto del livello minimo di comprensione nella lettura o nell’ascolto di un testo di media difficoltá. Hanno perduto la funzione del comprendere, e spesso – quasi sempre – non se ne rendono nemmeno conto».

Se ci allineiamo alla definizione del dizionario, con “analfabeti funzionali” dovremmo comprendere un po’ noi tutti in alcuni ambiti della vita: ad esempio io odio i cellulari e poco mi alligno nel loro utilizzo; facendo di me un analfabeta funzionale in quel campo specifico. Cavalcando un cliché forse un po’ datato, lo stereotipo della donna al volante, o che preferisce non stare al volante delegando al marito questa funzione, è un altro esempio perfetto di analfabetismo funzionale. Tuttavia questo aspetto può anche essere frutto di una scelta deliberata; di chi, ad esempio, sceglie di non prendere parte a quel grande gioco virtuale rappresentato dai social-media (FaceBook, Twitter, Pinterest, ecc.), e standone fuori si auto-emargina da un aspetto anche importante della vita sociale, tale da “rendere difficile (almeno in alcuni casi e contesti) un proficuo inserimento nella vita attiva”. Al riguardo non mi sentirei di esprimere giudizi critici.

Se invece ci rifacciamo alla definizione dell’autore, coloro che vi rientrano sono da intendere privi di capacità di comprendonio piuttosto gravi e debilitanti, simile a quel decadimento ben noto dell’acume che può essere osservato in alcune fasi della vita: tipicamente la tarda età; in cui tutto rallenta, s’intorpidisce e diventa spesso incomprensibile. E se è vero che alcuni anziani, tipicamente quelli che svolgono una vita sana anche da un punto di vista intellettivo, ritardano molto l’insorgere della senilità; è altrettanto vero che alcuni giovani, tipicamente quelli privi di stimoli intellettuali (o di semplice curiosità), ne anticipano di parecchio gli effetti.

Di quest’ultimo fenomeno, mi pare di capire, Mimmo Candito attribuisce una certa parte di colpa «all’evoluzione delle tecnologie elettroniche» che sostituendo il messaggio letterale con quello iconico (per intenderci, le immagini – ma la società dell’immagine, lo dice Baricco, è una profezia inverata) «stanno modificando un po’ dovunque il livello di comprensione» — viene da chiedersi, pur dandogli in parte ragione, se l’autore stesso non si senta in soggezione riguardo alle nuove tecnologie: le app in particolare, e il touchscreen in generale; e un’altra parte l’attribuisce al degrado del livello d’istruzione in Italia, dove su «23 milioni di italiani – circa il 40 per cento – non ha alcun titolo di studio o ha, al massimo, la licenza della scuola elementare», e anche se l’istruzione non è garanzia d’intelligenza – perché anche fra laureati e diplomati si trovano «autentiche bestie» – «è però molto più probabile trovare “bestie” tra coloro che laurea e diploma non sanno nemmeno che cosa siano».

Tuttavia la capacità di analisi «appena basilare» davanti a eventi complessi come «la crisi economica, le guerre, la politica nazionale o internazionale» a cui Mimmo Candito fa riferimento nel suo articolo, secondo me non dipende tanto dalla presunta analfabetizzazione funzionale dell’uomo contemporaneo quanto, piuttosto, mediatica: poiché la quantità e qualità delle informazioni a cui un uomo medio popolare ha accesso oggi e il tempo che egli può dedicare a esse è mediamente, questo sì, sconfortante.

E per quanto non mi senta di difendere quel 18,6% di italiani che l’anno scorso non hanno mai aperto neanche un libro o un giornale né, tantomeno, si sono recati al cinema o a teatro o a un concerto (anche se bisognerebbe far notare che i dati statistici dicono molte cose, ma molte altre le confondono[3]), vivendo invece per la televisione; non mi sento neanche di distribuire colpe, soprattutto a chi di tutto questo “discorso” – « la scuola, il sistema educativo del paese, le scelte e gli investimenti per la costruzione di un modello funzionale» – ne è più la vittima che il carnefice.

L’uomo contemporaneo è vittima: un po’ di se stesso, ché l’accidia è da sempre un male biblico; un po’ del contesto. C’è da chiedersi se questo stato di cose faccia comodo a qualcuno; nel qual caso più che parlare di analfabetismo funzionale, dovremmo parlare di analfabetismo istituzionale – ma solo se rientrassimo in quella corrente pop-postmoderna dei cospirazionisti.

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Note

[1] Mimmo Candito, Il 70 per cento degli italiani è analfabeta, La Stampa on line del 10/01/2017

[2] Treccani, vocabolario on line

[3] Ad esempio chi non ha aperto un libro o un giornale può essersi però recato al cinema e a ballare e allo stadio; e chi ha aperto più di un libro e più di un giornale può non essersi mosso di casa, neanche per «scendere a pisciare il cane».

82 Comments on “Analfabetismo funzionale

  1. da dove inizio?crisi della autorità?kant, quindi per arrivare al post moderno?neuro fisiologia che impedisce la fruizione naturale di termini come darwin, inconscio, memoria artefatta, monod, oppure i due pensieri di kahneman e altri?in un mondo fisico di informazione specialistica e quindi anche , potenzialmente, speculativa, la nostra mente non regge e semplifica.come sempre, solo che prima il caos era anche gestito da oggetti sociali come politica o scuola.oggi no, ognuno pensa di avere gli strumenti cognitivi minimi per capire.

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    • Ciao Umberto, benvenuto nel blog. Hai centrato uno dei punti. Mi ci interrogo da un po’, in effetti, senza venirne a capo; forse perché semplicemente non c’è una soluzione. Se tentiamo un parallelo con il mondo dei nostri nonni, che non era perfetto e in cui l’analfabetismo, quello vero, era reale, possiamo facilmente sostenere che loro ne erano consapevoli; erano consapevoli della propria ignoranza e si comportavano di conseguenza. Per risolvere il problema dell’analfabetismo abbiamo aumentato il livello di istruzione – e qui bisognerebbe aprire una parentesi in cui distinguere la cultura dall’istruzione: due cose profondamente diverse – ma questo non ha migliorato la situazione, ha solo creato un altro problema: oggi, poiché mediamente istruiti (lasciamo perdere se bene o male), tutti ritengono di capire tutto, di saper fare tutto, di essere dei geni… Il concetto di analfabetismo funzionale espresso in questo articolo deve obbligatoriamente correlarsi con questa constatazione della realtà contemporanea. Tuttavia quanta colpa possiamo appioppare all’uomo comune? Secondo me non molta. Ecco perché ho lasciato il concetto di “vittima” alla fine. Siamo un po’ tutti vittime del contesto in cui viviamo; un po’ vittime e un po’ carnefici, di noi stessi.

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  2. Non ho capito però una cosa (o forse mi è sfuggita): sulla base di quali dati nasce l’affermazione secondo cui più del 70% delle persone “normali” sono analfabeti funzionali?

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    • Infatti nel primo paragrafo ho sottolineato che prendevo per buona l’informazione, senza pormi domande. Ma visto che questa percentuale l’ho vista ripetere un po’ ovunque in giro per il web e i media – ho indagato superficialmente – presumo sia uscito uno studio statistico che ne parla. Oltre non sono andato, non era di mio interesse approfondire.

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  3. Ti sei ampiamente riscattato dopo le pagine bianche.
    Che in Italia si sia analfabeti funzionali credo sia conclamato, e non per le percentuali, ma proprio per stile di vita e discorsi che si sentono in giro. Qualunquismo, superficialità, settorialità di contenuti e interessi… Mancanza di tempo, di voglia, scelta per cose veloci e facili da assorbire, insomma l’abuso della tecnologia, l’essere spugne davanti a programmi che riassumono, alla fine lascia i suoi frutti.
    Direi che tutto parte dalla scuola e dalla famiglia, dove sviscerare l’argomento e approfondirlo dovrebbe aiutare a innescare la curiosità per farlo sempre, ma la scuola ha programmi chiusi e la famiglia poco tempo. L’individuo finisce per scegliere la forma più veloce e comoda, fare la “vittima”.

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  4. Purtroppo, anche quando una persona che si reputa intelligente (e non analfabeta) propina una verità, io da scettico per natura, vaglio la bontà stessa della verità.
    E credo che il caro Mimmo Candido, nonostante le buone intenzioni, l’efficace esposizione, le giuste citazioni, sia un ignorante funzionale. Cioè funzionale al suo argomentare.
    Spero che non si offenda per l’ignorante, ma se lui prende per analfabeti più dei 3/4 degli italiani e per mala sorte potrei rientrarci anch’io. E comunque, io utilizzo ignorante mai come offesa, ma solo nel giusto significato di colui che ignora.
    Cosa ignora Candido?
    La cosa più ovvia. La storia. La storia umana.
    Perché se lui evidenzia nel suo articolo una regressione della nostra società, un analfabetismo di ritorno, ecco che io allora chiedo subito: ma se la nostra società attuale è analfabeta funzionale per il 70%, con le stesse ragioni che lui indica, saprebbe indicarmi un periodo recente o passato, in cui non eravamo ignoranti funzionali?
    Cioè lui si sentirebbe di poter affermare che negli anni ’90, o ’70, o ’40, o primi novecento, o durante l’illuminismo, o ai tempi dei romani, o durante le migrazioni dell’homo sapiens…
    Cioè quando, questo analfabetismo che lui rileva, non era presente, o in misura grandemente minore? Quando nel passato, l’intero blocco sociale, era funzionalmente più istruito di adesso?
    Perché appena mi indica un’epoca storia, che probabilmente lui conosce solo per sentito dire, per i fatti più importanti, si può dimostrare facilmente quanto quegli uomini del passato fossero più ignoranti di noi. Analfabeti funzionali, logici o di fatto. Perché è facile citare Voltare o Rousseau, quando in realtà appena dopo di loro i francesi si ghigliottinavano “funzionalmente” l’uno con l’altro. O erano intelligenti funzionali i romani che con Giulio Cesare passavano in Gallia da un genocidio all’altro.

    Il problema suo, di Candido, e della maggior parte, è ritenere che in passato sia esistita un’umanità felice, più colta e intelligente della deriva attuale. Peccato che Confucio, 500 anni prima di Cristo, se la prendeva con i giovani che perdevano le tradizioni. Questo lo diceva pure Cicerone e l’ho letto anche nello Zibaldone di Leopardi. Questo lo diceva mio nonno. E pure mio padre afferma che le canzoni degli anni ’50 e ’60 erano le più belle. A volte anch’io ci casco, pensando che gli anni ’80 e ’90 fossero migliori dei tempi nostri.
    Ma vuoi vedere che erano più belli perché ero bambino e poi ragazzo. Erano più belli perché non avevo tutti i compiti e i doveri e gli affanni e i dolori dell’età adulta. Erano più belli perché ignoravo che gli adulti di quel tempo si dividevano in politica scannandosi in futili ideologie e che il mondo viveva nella intelligenza funzionale di un imminente olocausto nucleare?
    Quanto l’articolo di Candido è funzionale al nostro tempo, e quanto deriva dalla ovvia (e ignorata) cristallizzazione del tempo stesso?
    Della repulsione dell’invecchiare e non comprendere più i giorni attuali. Nel vedere crisi per quel che non siamo più in grado di comprendere?

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    • Infatti ogni epoca storia ha le sue problematiche e l’uomo, almeno nella media, è più o meno sempre simile a se stesso (anche se ci piace l’idea di progresso e di evoluzione); simile a se stesso e al suo tempo. Ed è proprio su quest’ultima affermazione che mi soffermo. Oggi, a differenza del passato, proprio grazie all’idea di progresso, alla tecnologia con cui con facilità disponiamo, a un’informazione diffusa e selvaggia, alla scolarizzazione, eccetera riteniamo di essere tutti più intelligenti, cioè di disporre di maggiore conoscenza. Nel passato, ed è in questo aspetto che il passato mi pare più roseo, l’ignorante, l’analfabeta era conscio di esserlo; e di conseguenza si comportava. Quindi la discriminate – quello che ci fa dire: stiamo peggioranto! – è proprio una minore consapevolezza che in passato. Questa è l’eredità del postmoderno. Propongo un ritorno al classico, e ne parlerò nelle prossime settimane. (Tutto è connesso 😉 )

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      • Io ritengo che il nostro tempo sia migliore, e di gran lunga, rispetto a qualsiasi altra epoca.
        Siamo un’umanità molto più solidale. Nonostante i razzismi che vediamo ogni giorno, nel passato ce ne erano di più. I “neri” venivano considerati inferiori, degni della schiavitù o di segregazioni. Oggi abbiamo una maggiore sensibilità verso gli animali, chi soffre, gli anziani. Questo non significa che è un mondo perfetto. Di ciò che ho detto tutti avrebbero da ridere. Ma il punto è che in passato gli anziani venivano trattati peggio, gli omosessuali peggio, gli animali peggio.
        Io conosco giovani d’oggi, i cosiddetti millennial, nativi digitali, che sono molto più intelligenti di noi quando avevamo la loro età. Non si può giudicare una società con i pregiudizi e soprattutto senza fare le debite proporzioni col mondo che è stato.
        E’ facile dire, oggi nel mondo tutto va peggio. Ma perché prima?

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        • Non lo so… Io, qui a Torino, ho una visione diversa della realtà: la gente ha più paura, è più spaventata, più protettiva e quindi più chiusa e meno solidare di quando ero ragazzo. E i media premono molto su questo, la chiamano: strategia del terrore. Forse in Sicilia le cose sono migliori oggi di cinquant’anni fa (per fortuna!), ma al nord mi pare che la situazione sia invece inversa. Poi, sai, si ha sempre un punto di vista parziale. Vero è che alcune idee sono finalmente passate (o semplicemente vanno di moda) e in questo c’è un progresso. Ma vedo meno consapevolezza attorno a me, ad esempio quando si pensa che disporre di informazione (riesumabile grazie a internet) significhi disporre di conoscenza. Mi pare, in questo aspetto specifico, che il passo indietro sia enorme.

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        • Spero ardentemente che tu abbia ragione, ma non potrei essere meno d’accordo con ciò che hai detto. Il punto a mio parere non è meglio o peggio, che pure sono importanti, ma come il “meglio” viene sgretolato dall’interno da una risacca distruttiva di un liberismo senza pudore e senza nemmeno l’intenzione di arrivare a un bene più o meno comune.
          Ripeto: spero che tu abbia ragione in tutto.

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        • Io sembro ottimista. Ma in realtà sono molto pessimista.
          Dico semplicemente che in passato era peggio. Ma nel peggio non considero semplicemente la situazione sociale. Negli anni ’60, c’era un benessere crescente, maggiore propensione al divertimento. Ma non per questo gli uomini di quegli anni erano meno analfabeti funzionali di oggi. Avevano un grado di comprensione superiore al nostro? No.
          Il punto è questo.
          L’Italia per me è in declino. I fattori macroscopici sono molto evidenti. Il declino economico di un paese il cui popolo è molto stupido (non i politici, ma il popolo), è evidente.
          Ciò non toglie che se ho un problema di salute preferirei essere curato nel 2017, anziché nel ’65. Idem per tante cose.
          Ad esempio ho scritto un racconto, molto pessimista sugli esiti del mondo. Un racconto feroce e irriverente sull’uomo e su Dio. Sul Dio che ha creato l’uomo e l’uomo che ha creato Dio.
          Se lo pubblicassi, la differenza fra i tempi andati e oggi è che oggi prenderei qualche insulto dagli ultra cattolici. Nei tempi andati sarei stato messo a morte fra torture atroci.

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          • Fondamentalismo a parte, che come fenomeno è sempre simile a se stesso, mi pare che negli anni ’60, per rimanere al tuo esempio, fossero più consapevoli della loro ignoranza. Oggi siamo tutti studiati… In questo mi pare esserci un peggioramento. Un’altra cosa su cui mi pare esserci un netto declino è la qualità degli intellettuali – non delle loro idee, che col tempo e la scoperta scientifica evolvono – proprio della loro serietà e preparazione: quelli di una volta, a leggere ciò che scrivevano prima e ciò che si scrive oggi, mi sembrano più preparati e più seri (o disciplinati), e via dicendo. Insomma, ci sono indubbiamente dei miglioramenti se ci riferiamo soprattutto ai prodotti della scienza; per il resto invece vedo un declino rispetto al passato, declino che sfocia nel populismo. Ad esempio, oggi si ha più coscienza del mondo animale e della sua “dignità”, ma il tutto si traduce nel mettere il cappottino al cagnetto di casa (esagero)… mi spiego?

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  5. i governi preferiscono i cittadini ignoranti. Non è cospirazionismo. E’ un fatto. E, anche a buon senso, si capisce bene il perché. Non so come sia in altri paesi, ma nel nostro il livello dell’informazione pubblica (e dell’industria dell’intrattenimento) sembra studiato apposta per atrofizzare curiosità, senso critico e intelligenza.

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    • Questa è proprio l’impressione che si ha, caro Claudio (benvenuto nel blog). Ma l’informazione, cioè i fatti privi di interpretazione, in realtà c’è: solo che l’abbondanza di opinioni, di interpretazioni, di punti di vista e il poco tempo disponibile da dedicare a queste cose ci rende impossibile discriminare. Come lo risolviamo questo problema? Personalmente mi allineo con Ferraris: scindere il fatto dalla sua interpretazione. Ne riparleremo…

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      • Concordo, ma il piacevole e rassicurante chiacchiericcio degli esperti di turno verrebbe a mancare, lasciando il nostro AF nell’horror vacui più tragico.

        ps. ti seguo da tempo.

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        • Vero: è confortante il chiacchiericcio. La gente non chiede informazioni per approfondire e prepararsi; chiede di essere rassicurata dall’esperto di turno.

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  6. Articolo interessante, davvero. Io credo però che vada preso in considerazione anche il fenomeno della “de-alfabetizzazione”. Ci sono certi ambiti in cui abbiamo perso la lucidità delle conoscenze che avevamo acquisito sui banchi di scuola. E credo questo fenomeno ci riguardi più o meno tutti.

    Prendiamo la matematica. Si presume che tutti noi usiamo ogni giorno la matematica di base (somme, sottrazioni, moltiplicazioni e così via) ma non certo l’analisi matematica (a meno che non si è ingegneri e per mestiere la si usi tutti i giorni).

    Quindi non si tratterebbe di un analfabetismo (cioè di conoscenza mai acquisita) ma “de-analfabetismo” (cioè conoscenza acquisita e quasi dimenticata). Non mi sono preso la briga di verificare se esiste tale termine… 😛

    Vero è che certe conoscenze, se acquisite con metodo in tempi passati, possono essere riesumate in brevissimo temo (me ne rendo conto quando devo aiutare il “nipotame” a fare i compiti…).

    Quindi è più facile rimediare al “de-analfabetismo” che all’anafalbetismo.
    (Mo’ vado a vedere se esiste il termine, così colmo questa mia lacuna lessicale… 😀 )

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  7. Non ho capito bene perchè dovresti mettere radici nel cellulare 😛
    http://www.treccani.it/vocabolario/allignare/

    Comunque prendendo per buona la definizione di Candito (che è anche quella che conoscevo io) basta leggere i comenti a certi articoli online per rendersi conto che la situazione è preoccupante. Difficile però distinguere tra analfabeti funzionali veri (non hanno compreso il testo dell’articolo), pigri (hanno letto solo il titolo o scorso rapidamente il testo senza prestargli attenzione) e affetti da bias cognitivo (hanno estrapolato dal testo solo quelle informazini che confermano la loro teoria).
    D’altro canto i risultati dei test PISA sono sconfortanti ogni anno, anche alla voce “comprensione del testo”. Difficile uscirne, soprattutto nel breve periodo.

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  8. Qualche giorno fa è scoppiata una specie di bagarre sul gruppo Facebook della città di Sanremo a proposito di una frase detta tempo fa da papa Ratzinger. Ho provato a ricercarla, ma non la trovo. Il senso, comunque, è: “prima di affermare il diritto dei popoli a immigrare, si dovrebbe affermare quello a non immigrare”. Tale pensiero si infilava in un discorso ben più ampio, in cui il papa spiegava che ogni popolo ha diritto a vivere nella propria terra senza che gravi condizioni economiche, guerre, colonizzazioni selvagge, calamità naturali o altro glielo impedisca, ed esortava i cristiani a creare un mondo di questo tipo, per tutelare questo diritto. Ovviamente, il medioman di turno cos’ha capito?
    1 – Anche il papa è contro l’immigrazione;
    2 – aiutiamoli a casa loro.

    Concordo che la mancanza di approfondimento sia figlia delle modalità comunicative a cui internet ci ha abituato, ma in parte dipende da una scelte personale. Sul mio blog per esempio (N.B: il pubblico dei blog di scrittura è in generale formato da persone colte) molto spesso mi è capitato di leggere commenti da cui emergeva chiaramente che la persona aveva letto solo l’inizio e la fine del post, o aveva “saltellato” di qua e di là. In casi come questo la mancanza di approfondimento è una scelta. Posso comprendere che un mio articolo annoi. Può capitare in qualunque blog. Ma allora saltalo: non commentarlo solo per farmi vedere che mi segui, A me è capitato tante volte di non aver tempo e/o voglia di leggere qualcosa (che sia qui, o altrove) però non sono accorsa a commentare scrivendo la prima cavolata che mi veniva in mente, giusto per farmi vedere. Anche questa, secondo me, è una forma di analfabetismo funzionale, perché se tu (ovviamente è un tu generico):
    1) hai le capacità mentali di comprendere un testo;
    2) hai la cultura per interpretarlo
    ma ugualmente scegli di affrontarlo con superficialità non sei molto diverso dal tizio che condivide link dopo aver letto soltanto il titolo, o usa gli aforismi celebri per confermare le idee che già ha. 🙂

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    • Bello l’esempio sul papa, Chiara. Non ricordavo il contesto ma il significato della frase mi pare lampante, soprattutto se si tiene in considerazione chi la pronuncia. Per intenderci, la stessa frase pronunciata da Salvini potrebbe sì, avere sfumature diverse. Ecco, credo che l’analfabeta funzionale non riesca bene in questo processo di acquisizione e contestualizzazione di elementi terzi, fermandosi invece al significato letterale (quando lo comprende…).

      Sui blog, hai ragione. E’ capitato anche a me di farlo, perché hai poco tempo, sei poco concentrato, cominci a leggere ma poi ti devi interrompere per mille altri motivi e alla fine commenti lo stesso pur consapevole che non sarà la trovata del secolo quella che scrivi. Credo capiti a tutti. Tuttavia, è vero: anche questo è un aspetto dell’analfabetismo funzionale. L’ho visto succedere anche qui, sul mio blog. 🙂

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      • Ma certo, Salvatore, può capitare a chiunque, anche a me, ma si tratta di casi più unici che rari. Ricordo, per dire, una recensione di un libro che già avevo letto: siccome l’autore stava facendo il riassunto della trama, ho scritto la mia opinione al riguardo senza approfondire. Altri lettori invece lo fanno di default. Parlo di situazioni tipo:

        – “Sì, riguardo questo argomento io penso che….”
        “Anch’io: infatti è scritto nel post.”

        “Complimenti, bel post!”
        più tardi, su un altro blog: “Complimenti, bel post!”

        Il fatto è che ormai, tra di noi, ci conosciamo da qualche annetto: il personal marketing può essere messo un po’ da parte. Tu sai che io non commento sempre, però i post li leggo tutti. A volte, a puntate, lasciando la pagina aperta per riservarmi di finire appena ho tempo. Spesso commento, a volte no. Farlo “tanto per” mi sembra quasi un insulto a te. 🙂

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        • A proposito dell’esempio del papa dimenticavo una cosa. Siccome spesso l’analfabeta funzionale è anche complottista, il “ragionamento” di molti è stato: Papa Ratzinger è stato fatto fuori per le sue idee di destra, e al suo posto hanno messo un catto-comunista che apre le porte a tutti. 😀

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          • I complotti non sono tutti partoriti da associazioni minuziose e diabolicamente strutturate come SPECTRE. A volte si tratta di liti da cortile gestite (male) da potenti o governi. Vedere complotti ovunque è da folli, non vederli mai è ingenuo, imho. Se c’è una cosa che la storia ha dimostrato è che i complotti esistono eccome, solo che sono talmente rozzi che nessuno vuole crederci (spesso generati da analfabeti funzionali, sia pure di potere, grande o piccolo che sia).

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            • Ma certo, Claudio, su alcuni episodi anche io mi sento complottista, ma certe persone sfiorano la psicosi paranoica. Non è detto che questo avvenga nelle frange più basse culturalmente ( Rosario Marcianò, il tizio denunciato qualche giorno fa dai genitori della Solesin, ha insegnato nel mio liceo) ma spesso è così. Come dici tu, in medio stat virtus. 🙂

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          • A volte sono i fatti stessi ad alimentare complotti: che un papa si dimetta è un evento così straordinario che “chiunque” tende a chiedersi: “Come mai?”.

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  9. Ancora una volta mi ritrovo ad essere d’accordo con Marco. La diffusione del “sapere” , dove per diffusione intendo il tentativo programmatico di scolarizzare larga parte della popolazione, è sicuramente un’operazione recente (dal punto di vista storico), parliamo del periodo dell’industrializzazione dei primi dell’ottocento e a seguire della fase post industriale. Anche in quei casi a spizzichi e bocconi e in modo frammentario nonostante il basilare apporto fornito da pionieri della pedagogia. Quando parlo di pionieri mi riferisco non tanto ai teorici piuttosto a chi “sul campo” metteva in pratica l’idea stessa di scuola, partendo da Gaspard Itard (che in qualche modo confutò il mito del buon selvaggio di Rousseau), saltando per motivi di concisione sino alla Montessori, per arrivare a Piaget, solo alcuni nomi di “attivisti” tralasciando altri innumerevoli precursori e fautori della scolarizzazione.
    Il dato saliente che mi sento di poter indicare è legato al tipo di ignoranza con cui ci confrontiamo oggi, e chiedo scusa per il termine improprio, e cioè la base volontaria di questa deriva culturale. Come diceva Geymonat l’ignoranza, se volontaria, è una colpa. Oggi esiste la possibilità di accedere a miliardi di informazioni, per di più velocemente, eppure ci ritroviamo circondati da “asini”, idioti sapienti. La velocità di acquisizione di dati, dalla possibilità di ricavare spunti per approfondire, si è trasformata in raccolta di dati frammentari e non mediati dal ragionamento e dal confronto. Tutto ciò è trasversale, non attiene soltanto alle fasce di popolazione con una scolarità medio-bassa, ma anche, o per meglio dire è ancor peggio, a chi ottiene diplomi di laurea. Il problema è culturale. Viene privilegiato solo ciò che è funzionale al sistema, ciò che è funzionale al personalissimo desiderio di auto realizzazione economica. Più che di analfabetismo funzionale, o di analfabetismo di ritorno, parlerei di torpore delle coscienze. Indotto? Auto procurato al fine di continuare a reggere questo stile di vita improntato sul materialismo? Non lo so. Resta il fatto che abbiamo abbandonato i processi speculativi a vantaggio dell’istintualità. Si ragiona “per sentito dire”, affidiamo il concetto di verità ai mezzi di comunicazione di massa, non ragioniamo. Probabilmente Vico avrebbe da dire su ciò che sta accadendo, probabilmente dobbiamo attendere che questa fase storica passi e torni un nuovo umanesimo. Probabilmente qualche evento socio politico rivoluzionario, indubbiamente inizialmente catastrofico, ci metterà di fronte alla presunzione dell’uomo iper tecnologico che osserviamo aggirarsi intorno a noi. Che vediamo guardandoci allo specchio.

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    • Che è il ragionamento che stavo sostenendo. Molta informazione non significa molta conoscenza. Molta istruzione non significa molta cultura. Sono entrambe cose profondamente diverse. L’istruzione è ciò che studi, la cultura è data dal contesto in nasci e cresci. L’informazione fine a se stessa, o peggio, interpretata, non forma conoscenza; forma una massa di dati con cui è difficile barcamenarsi. Insomma, postulo un ritorno alle radici. Ne riparleremo…

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      • Vero. In un senso e nell’altro è desolante. Da una parte forme di populismo che si danno l’alibi del buon senso, dall’altra cosiddetti intellettuali che hanno solo da portare avanti il tipo di formazione per titoli ed esami. La conoscenza, così come la cultura, è ben altro. In primis analisi e condivisione, poi mettiamoci anche una bella dose di pratica quotidiana, così, tanto per non rimanere dei semplici “cronisti” del pensiero aulico. personalmente il populista becero e ignorante lo metto sullo stesso piano del plurilaureato imbottito di nozioni ma sterile dal punto di vista della comunicazione e della progettualità. Insomma, credo che la cultura sia un percorso, non una sorta di status, ti indica percorsi, innumerevoli porte ancora da aprire. Chi si ferma è perduto. Muore dentro. Senza nemmeno accorgersene.

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    • Ecco, Massimiliano, ormai ci ritroviamo sempre a essere d’accordo. Dobbiamo preoccuparci o siamo soltanto funzionalmente accordati? 😀

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  10. A volte mi domando se certi articoli non siano solo lo sfogo di chi non ne può più di vedere il mondo sempre identico a se stesso.

    Anche io sono una pessimista, come Marco, e nel tempo mi sono convinta che l’analfabetismo funzionale sia una scelta. Lo si usa come paravento.
    Quando non vogliamo accettare le regole di qualsiasi cosa, tac! Ecco arrivare la domanda fuori luogo, quella che non dovevamo fare nemmeno per idea.

    Un po’ come quegli autori che inviano il loro manuale di bricolage a un editore di narrativa storica; o chi invia email dubbie anche a te, Salvatore, sperando di ottenere cose che hai già specificato ovunque che non farai, o darai.

    Ecco cos’è per me l’analfabetismo funzionale: non essere più abituati ai NO, e tentare. Mal che vada faremo la figura degli sciocchi, o degli analfabeti.

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  11. Non sono un cospirazionista, anche perché non ce n’è alcun bisogno: se il problema è la scuola, la responsabilità delle istituzioni è autoevidente. Ora hanno pure ridotto i requisiti di accesso alla maturità, che è una vergogna assoluta. Se c’era una cosa che bisognava insegnare ai “ragazzi di oggi” è che nessuno ti regala niente e che se vuoi il diploma devi sputare il sangue… forse sono un po’ drastico, allora diciamo così: se uno al lavoro fa l’equivalente della “media del sei” il giorno dopo è sotto il ponte della Ghisolfa, e cara grazia se gli danno almeno il T.F.R.

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    • Temo che la scuola non possa proprio fare più di quanto già faccia: si studia troppo, troppe cose e senza il tempo di approfondirle. Sono sbagliati i presupposti. Meglio studiare bene poche cose, approfondendole.

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      • Secondo me bisognerebbe risistemare i programmi, ma tenendo presenti alcuni punti essenziali:
        1) che la scuola forma dei cittadini prima che dei lavoratori, cioè non bisogna finalizzare le ore trascorse sui banchi all’apprendimento di un mestiere, cosa per cui dovrebbe esistere un buon sistema di apprendistato regolato dallo Stato;
        2) che bisognerebbe prendere spunto dai momenti della Storia in cui il sistema scolastico ha dato i migliori risultati, per esempio non è un caso che Dante sia vissuto nel Medioevo – la Toscana del Due-Trecento era una delle aree più alfabetizzate del continente e il sistema con cui si insegnava a scrivere ai futuri letterati era molto pratico e funzionava: l’idea era mettere lo studente quanto più in fretta possibile davanti a un testo letterario latino, che doveva imparare, capire, imitare. – Poi è chiaro che il tempo è passato, che bisognerebbe adattare tutto ai nostri tempi, ma quello chi stiamo andando incontro è una semplificazione deleteria del sistema, che impedisce un apprendimento serio e duraturo invece che incentivarlo;
        3) i docenti devono essere selezionati con criteri ferrei e soprattutto motivati, perché nella scuola dell’obbligo percepiscono una retribuzione assolutamente inadeguata alla loro missione e sentirsi una voce in perdita nel bilancio statale non invoglia a far bene il proprio mestiere, soprattutto considerando che le vere voci in perdita sono quelle che decidono la loro paga.

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          • Un sensato riutilizzo di ciò che funzionava nel passato: la prima malattia da estirpare è la convinzione insana e ingiustificata che il mondo di oggi non possa essere che migliore di qualsiasi passato. Io non vedo autentici cambiamenti nella specie umana, in quarantamila anni di Storia: ci facciamo ancora la guerra, no? E allora dov’è il progresso?

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  12. Analfabeti funzionali ce ne sono moltissimi, conosco chi non sa neanche compilare il modulo di una raccomandata e confonde il mittente con il destinatario, tanto per fare un esempio, io non credo sia un problema di scuola (oggi molti docenti in certe scuole sono in trincea) è un po’ tutta la società ipertecnologica per alcuni aspetti e del tutto povera per altri…sì forse è un analfabetismo istituzionale purtroppo (e molto comodo per chi detiene il potere).

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  13. Per quanto riguarda il dato statistico (lo chiedeva Silvia sopra), è curioso come nessuno di questi articoli di giornalisti di professione non citino mai la fonte. E’ così difficile oppure stanno copiando un altro articolo dalla stampa internazionale? Il sospetto mi viene perchè non capisco come mai l’analfabetismo funzionale sia tornato alla ribalta in queste ultime due settimane, quando i dati (gli unici che si trovano per lo meno in rete) risultano più vecchi.
    Lo studio sull’analfabetismo funzionale (functional illiteracy) è stato condotto a livello europeo dall’OCSE (sigla inglese OECD), in Italia è stato curato dall’ISFOL (Istituto per lo Sviluppo della Formazione Professionale dei Lavoratori…perchè se siamo ignoranti ben ci governano, ma poi risultiamo anche pessimi lavoratori). Si tratta dell’indagine PIAAC (Programme for the International Assessment of Adult Competencies) e, spero ma non ho certezza, dovrebbe essere questo: http://www.isfol.it/piaac/Rapporto_Nazionale_Piaac_2014.pdf
    Ergo, dai del 2013 (poi elaborazione nel 2014).
    Saran cambiate le cose nel frattempo? Non lo sappiamo e non lo sapremo finché non sarà fatta nuova indagine. Eppure la notizia viene ribattuta, perché? Qualcuno sta cercando di addossare certi risvolti politici all’analfabetismo funzionale degli italiani? Beh…è un circolo vizioso perchè, stando a certe interviste, nemmeno in Parlamento si salvano da quelle percentuali. Iniziassero loro a leggere di più …ma gli interesserà poi? perchè si, nonostante tutta la tecnologia che ci porta cultura a portata di click (non informazione, ma cultura), io continuo a trovarmi persone più giovani di me all’ufficio Poste che chiedono all’impiegato come funziona questo o quel prodotto. Andare sul sito no??

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    • Avevo indago un po’ quando ho steso l’articolo e anch’io ero arrivato al tuo stesso sito. Ho visto la data. Non ho approfondito perché non era il focus del post, ma mi sono posto la tua stessa domanda. Non ho ancora una risposta. Ma visto che in queste ultime settimane numerosi articoli di questo tenore sono sbocciati in rete e sui media come fosse primavera, presumo che siano in qualche modo pilotati:

      «Ehi Bill, di che parlate Voi questa settimana?»
      «Sul serio me lo stai chiedendo, John?»
      «Se non ci si parla fra colleghi…»
      «Okey, okey. Questa è la settimana dell’analfabetismo funzionale: bisogna spingere la vendita dei biglietti del cinema, Natale non è andato così bene. Lo sai che il capo ci tiene».
      «Davvero? Okey, facciamoli sentire delle merde. Magari usciranno un po’ più spesso di casa la sera».

      … e solo un’ipotesi. Magari potrebbe essere il ministro dell’istruzione che manda pizzini in giro per i media a raccomandare la stessa cosa: non dovrebbero esserci gli scrutini a scuola di questi tempi?

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  14. Carissimo, fatti fare i complimenti per l’ottimo post: già che hai iniziato citando Ferraris guadagni 1000 punti a priori ^_^
    Volevo leggere tutti i commenti ma non ce la faccio, sono arrivato troppo tardi e la discussione è lievitata: ne sono felice perché l’argomento merita. Mi permetto di fare i complimenti anche alla tua lettrice Barbara, che ha notato l’assenza di fonti degli articoli di giornale e ha citato quelle che ha trovato: un lettore curioso e che cerca le fonti è un tesoro prezioso!
    Quando si parla dell’argomento non sembra esserci spazio proprio per l’elemento fondamentale: la curiosità. Sono nato e cresciuto a Roma e ciò che rimprovero a quasi ogni persona conosciuta dal vivo è la abissale mancanza di curiosità (ecco perché passo tanto tempo a parlare on line!). Se non sei curioso, non leggi e non ti informi, e per un curiosone come me è un vero delitto. (Il complimento più frequente che mi fanno on line è che ho un “sapere enciclopedico”. Per carità, le intenzioni sono buone ma significa che non mi hanno capito: è esattamente il contrario, proprio perché non so nulla vado a controllare tutto, vado a curiosare ovunque e cerco di capire. Se fossi convinto di sapere tutto, di aver capito tutto, non mi informerei e sarei un ignorante come tanti.) Ma il brutto deve ancora arrivare.
    Leggere un testo e non capirlo o non saperlo riassumere… MAGARI! Quasi tutti i miei concittadini che conosco non leggono una sola riga di niente, e non lo nascondono, anzi: se ne vantano. Non leggere non è un peccato in sé, ma vantarsi di non leggere significa farsi vanto della propria stupidità e scambiarla per saggezza. Sono tutti saggi, sono tutti furbi e gli altri sono stupidi: temo che sia a questo che porti l’analfabetismo di ritorno, più che un danno ad una cultura che in realtà in Italia rimane solo un mito.
    Ho parlato con persone che leggevano solo i titoli dei quotidiani gratuiti e manco li capivano: ecco perché mi considerano un asociale, nella vita “vera”, perché evito accuratamente di parlare una seconda volta con queste persone pericolose. Pericolose perché credono ad ogni bufala che viene detta loro – senza neanche capirla bene – e poi vanno a votare. (Non solo nelle urne.) Nessuno ha interesse a cambiare questa situazione perché un bacino d’utenza che ti vota senza capirti è oro puro per chiunque, quindi l’unico cambiamento può avvenire dal basso: servirebbe un pizzico di curiosità per cambiare il mondo… Quindi temo che il mondo non cambierà mai.
    P.S.
    Sapere che esistono persone come te, che si accorgono quando gli accenti sono sbagliati, fa bene al cuore! ^_^

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      • E che sono gli ignavi? 😀 😀 😀
        Da bravo romano faccio finta di saperlo! 😛
        Scherzi a parte è vero, sono solo contro una Legione, per questo non faccio nulla contro la mia asocialità: è pieno di gente interessante in rete che non val la pena di combattere con l’ignavitudine 😀

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    • Grazie per i complimenti Lucius, ma c’è da dire che la curiosità nel mio caso è doppia quando vengono citati dei dati statistici (ho un pezzo di carta universitario sulla Statistica 😛 ). La matematica non è un’opinione, la statistica si, quindi in genere voglio vedere come sono saltati alle conclusioni, qual è il campione preso in considerazione e la metodologia utilizzata.

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      • È proprio ad appassionati/specializzati come te che confido per un po’ di chiarezza 😉 La frase standard è “Studi dicono che…” “Ricerche dimostrano che…”: ma quali studi? Quali ricerche? Nessuno lo dice mai e peggio ancora nessuno lo chiede…
        Io adoro fare ricerche e raccontare i miei “viaggi”, quindi cercare fonti attendibili è importante, e trovare invece affermazioni qualunquiste è deprimente. Mi appassionano le truffe librarie che può sembrare un argomento di nicchia, invece lì i truffatori usano lo stesso marketing ma sono più spavaldi e quindi è più facile capire il loro “lavoro”. Ma il discorso rimane: la superficialità diventa verità e schiere di persone si lasciano ingannare da favolette… Ecco perché c’è bisogno di più persone come te ^_^

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  15. Pingback: La coscienza del libro – Salvatore Anfuso ● il blog

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