Scrivere molto, per scrivere bene


Scrivere molto, per scrivere bene

 

marcel-proust-illustration

 

Raggiungere alti standard di scrittura

Si pensa, e soprattutto si dice, che leggere, e molto, serva a scrivere bene, e molto. Se leggi Proust, scrivi come Proust? Può darsi che lo si possa imitare, soprattutto nelle sue vette più basse: ma a che servirebbe? Si potrebbero però imparare delle finezze: quelle che chiamiamo soluzioni, e che a Proust, perché è lui, riescono con una naturalezza da mozzare il fiato, ma che a te, perché sei tu, riuscirebbero con una fatica da dubitarne; si potrebbero però imparare delle tecniche: quelle che noi chiamiamo strutture, e che a Proust, perché è lui, riescono con un’arguzia lapalissiana, ma che a te, perché sei tu, riuscirebbero con una inerte ottusità dura da digerire; si potrebbero però imparare delle verità, buone per ogni occasione, di cui Proust, poiché le ha scritte lui, è fieramente e pienamente convinto, ma che a te, che non sei Proust, potrebbero suonare false. Il periodo lungo…

E come l’imenottero studiato da Fabre, la vespa scarnificatrice, che per assicurare ai piccoli, dopo la sua morte, della carne fresca da mangiare, chiama l’anatomia in aiuto della crudeltà e, catturato qualche ragno o punteruolo, gli trafigge con una sapienza e un’abilità meravigliose il centro nervoso da cui dipende il movimento delle zampe, ma non le altre funzioni vitali, in modo che l’insetto paralizzato, accanto al quale depone le proprie uova, fornisca alle larve, quando si schiuderanno, una preda docile, inoffensiva, incapace di fuga o di resistenza, ma non ancora frollata, Françoise escogitava, per assecondare la sua pervicace volontà di rendere la casa insostenibile da parte di qualsiasi domestico, degli accorgimenti così sottili e così spietati che, parecchi anni dopo, scoprimmo che se quell’estate avevamo mangiato asparagi quasi quotidianamente, era stato perché il loro odore provocava alla povera sguattera incaricata di pulirli delle crisi d’asma d’una tale violenza che, alla fine, fu costretta ad andarsene.

Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto

“Come l’imenottero studiato da Fabre paralizza il ragno per assicurare carne fresca e indifesa alla sua progenie, così Françoise escogitava ogni sorta di cattiveria per disarmare la concorrenza di ogni altro domestico.”

Ammettiamo pure per un istante che a te servirebbe, o fosse addirittura indispensabile, imparare a scrivere dei periodi lunghissimi. Il motivo di una tale esigenza mi sfugge, in fondo si scrive per svelare il mondo a se stessi e quindi il mondo lo devi descrivere a tuo modo con le tue parole e strategie e strutture e verità, ma prendiamo per buona questa necessità. Piuttosto che leggerlo, più proficuo potrebbe essere trascriverlo – il copia-incolla non vale –, parola per parola, riportando l’intero paragrafo su un foglio intonso, predisposto per l’occasione, meglio se a mano.

E come l’impatto duro di un corpo sul terreno, più shoccante che traumatico, di un cavallo imbizzarrito che, da una bassa altezza, disarciona il suo cavaliere, facendolo precipitare con la schiena rivolta verso il basso, e le gambe a l’aria, lo costringe a temere per la sua integrità e a ricordare, ogni volta che la circostanza dovesse nuovamente profilarsi in tutte le sue insidie, la caduta precedente e a temerne nuovamente le sue conseguenze, così la mano che ricopia, per induzione diretta, accumula nel gesto una memoria tattile che, seppur imprecisa e bisognosa di ripetizioni, aiuta l’aspirante autore ad assimilare quella sintassi, quella semantica, quella retorica che, senza saperne il perché, tanto lo aveva fatto sospirare leggendola.

 

“Come l’impatto del corpo sul terreno rende istintivamente il cavaliere disarcionato più sensibile a quel ricordo, così la memoria tattile di riprodurre la semantica di un pezzo rende l’autore più consapevole della sua bellezza.”

Si dice che il corpo abbia una memoria. L’arte di esprime emozioni attraverso i gesti e il movimento, come la danza o la recitazione, soprattutto se teatrale, o l’equilibrismo circense, basano la loro stessa esistenza, e bellezza, proprio su questo principio. Sarebbe altrimenti impossibile ripetere con tanta armonia, ed estetica soddisfazione, il flessuoso e suadente corteggiamento di un tango argentino se, per eseguirlo, dovessimo continuamente comandare il corpo, attraverso i ricordi e il ragionamento, con la potenza spesso fallace del cervello. Il corpo impara e interiorizza i ritmi, i passi, i minuetti e, grazie alla musica, li riproduce nella giusta sequenza senza che consciamente ce ne rendiamo conto, lasciando al cervello il solo compito di goderne intensamente.

L’artista che disegna o dipinge riproduce con la propria mano infinite volte gli stessi gesti. La stessa cosa si potrebbe dire dello scrittore. Non è molto diverso. Solo che per dipingere immagini, lo scrittore infila parole come perline su un filo di sintattica precisione. Scrivere è un’abitudine da coltivare quotidianamente. Farlo, allena la mano e la mente. Ricopiare i grandi classici, o i testi che più ci hanno ispirato, può aiutare a farlo meglio.

Il risvolto della medaglia è che si impara a scrivere come qualcun altro, e questo, sebbene all’inizio può non essere un male, ed è anzi quasi necessario, nel proseguo diventa una zavorra di cui è necessario liberarsi. Per dirlo con altre parole:

Impara ad ascoltare te stesso. La tua scrittura è indissolubilmente legata alla tua essenza. Non rappresenta solo l’universo fuori da te, rappresenta soprattutto l’universo dentro di te. Ciò che scrivi, ti descrive.

“Ciò che scrivi, ti descrive.”

E questo non può insegnartelo nessuno. Solo tu puoi conoscere bene te stesso. Allora, imparare a scrivere, è solo un altro modo di imparare a conoscersi. Il mio consiglio, se ritieni possa servirti, è di leggere molto ma di scrivere di più ancora.

117 Comments on “Scrivere molto, per scrivere bene

  1. Buondì. Grazie del consiglio.
    Appunto…perché sono io. 🙂
    Non amo particolarmente le frasi troppo lunghe.
    Sulla descrizione di se stessi mentre scrivi è possibile, esce fuori da emozioni interne personali.
    Un po’ di introspezione, stamattina.

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  2. Poi non so se è positivo per gli altri leggere quello che abbiamo dentro di noi.
    Spesso ci sono pensieri caotici o indicibili.
    Qualcosa è meglio tenersi a momento debito.

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  3. Ah. Se ora come ora dovessi descrivere quello che ho dentro sarebbe un capolavoro narrativo. Ma non mi va assolutamente di esternarlo.

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  4. Tra dieci anni nella sezione biografie, scaffale in alto. Lo troverai lì.
    A pezzi lo faccio.
    Unisci i miei scritti e qualcosa ci capirai.
    Anzi non credo. È tutto molto sibillino.

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  5. Come l’Anfuso nel scrivere un lungo e articolato post sulla scrittura e la riscrittura e l’imitazione artistica, arrivando alla fine a parlare dell’introspezzione, delllo scrivere di se, di ciò che si ha dentro, trovando, in qualche modo, il coraggio di svelarsi ai lettori, e nel far ciò legge, analizza e imita Proust, così il Grilloz non può esimersi dal passare, leggere con attenzione ogni singola parola, cercando il significato nascosto di ogni singola virgola, significato che con ogni probabilità è nascosto all’autore stesso del post, e poi, con cura e cautela, commenta, scrivendo lunghe e inutili parole, dimostrando di non averci capito nulla, ma cercando col suo stile di imitare quello dell’Anfuso che imita Proust, che imita il tempo perduto nel tentativo di cercarlo.

    Come me la sono cavata? 😛

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  6. Ieri stavo facendo un ragionamento simile, ricordando il mio vecchio post sulle fasi del cambiamento applicate alla scrittura. La competenza inconsapevole, che sminuirei se definissi automatismo, prevede un’applicazione spontanea della tecnica, un po’ come si fa quando si guida la macchina. Ciò consente alla creatività (almeno in fase di stesura) di scrivere senza interferenze mentali, e alla revisione di essere più rapida. Questo, secondo me, è ciò a cui dovremmo ambire. Noi emergenti, però, siamo ancora alla fase della competenza consapevole: sappiamo cosa dobbiamo fare, ma spesso dobbiamo ripeterlo a mente: per partire, mi serve la prima.

    Leggere tutti i giorni è importante, perché entri nel flusso delle parole. Il rischio, per una persona che scrive poco, è di assumere passivamente lo stile dell’autore che ha letto, riciclando involontariamente parole e espressioni. Con il tempo però, man mano che la voce individuale si consolida, questo rischio si attenua.

    Scrivere ogni giorno è altrettanto importante seppur, come scrivevo su Facebook, senza forzature. Un calciatore che si allena con il mal di gola, rischia di avere 40 di febbre il giorno dopo e di doversi fermare un mese… E la fase passiva, di riposo, è importante tanto quanto quella attiva. 🙂

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    • Esattamente. Il ragionamento era proprio questo: diventare abili a scrivere senza ragionarci; come acqua limpida in un bicchiere colmo. Deve diventare un automatismo, come guidare, mangiare, ecc. Il gusto all’estetica lo sviluppi con la lettura; l’abilità a scrivere con la scrittura. Quando sei pronto, devi solo metterci la storia. 😉

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    • Quando facevo judo a livello agonistico mi è capitato di allenarmi anche con la febbre, la teoria era che dopo una bella sudata e una bella doccia o si guarisce o si muore. Devo dire cha ha sempre funzionato (la prima, per forutna). Però devo ammettere che quando fai uno sport agonistico l’eccesso di adrenalina e di endorfine danneggia parti del cervello e ti porta a fare cose che, beh, vanno un po’ contro la prudenza. Mi sono anche allenato per anni con un legamento crociato rotto, una bella fasciatura stretta e via 😛

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        • Guarda, adesso direi di sì, eppure se vedo una scena di combattimento o seto l’odore di un tatami mi fa ancora effetto 😛

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        • Una volta ho fatto una gara con la febbre, ma l’ho msurata solo dopo, avevo quasi 40. Un esperienza da non ripetere 😛 era come combattere completamente fatti, beh, l’incontro non è durato molto in realtà 😛

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            • Fatto anche quello, non per niente è il voto più basso che ho sul libretto, ma il fatto che quel voto sia sul libretto è già un successo 😛

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              • Esame di linguistica. Nella sessione d’esami precedente avevo rifiutato il 25. Non ne sapevo molto di più ed ero completamente stordita dalla febbre. Era febbraio e faceva pure un freddo cane. E’ arrivato un 29, forse per pietà. Da lì il detto “la fortuna aiuta gli audaci!”. 🙂

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                • Esame di scienza delle costruzione (e già ho detto tutto) dopo tre tentativi andati a vuoto finalmente passo lo scritto. Influenza prima dell’orale (e durante). 19. Corro fuori facendo i salti mortali nonostante il prof mi avesse suggerito di rifiutare. Ma al POLI non si rifiuta mai, MAI 😀

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            • La reggo bene la febbre.
              Sarà che ho lavorato parecchie volte così in fabbrica. Da folle.
              Chiaro che dipende da quanto.
              Il fisico non regge ad un certo punto

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  7. Il corpo ha anche un’altra eccezionale caratteristica: fa suo ciò che vede fare. Il passo che precede immediatamente la pratica è l’osservazione: il corpo (anzi la mente attraverso il corpo) è capace di trasformare in gesto ciò che prima era solo immagine.
    Si pensi per esempio a quanto il bambino apprenda prima di tutto da ciò che vede fare da chi gli sta attorno.
    La lettura in questo senso, se presa in senso assoluto, cioè senza l’intenzione di utilizzarla con un dato scopo, è la migliore palestra per affinare la propria scrittura, proprio perché la mente mutua certi meccanismi e li fa suoi, permettendo alla propria sensibilità di uscir fuori ed esprimersi. Proprio come dici tu. 🙂

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    • Sono d’accordo sulla prima parte; meno sulla seconda. Nel senso che, secondo me, non è l’osservazione attraverso la lettura a trasmetterti un insegnamento: altrimenti i lettori sarebbero tutti dei grandi scrittori; ma l’osservazione di un altro professionista all’opera. Per questo, ormai molto tempo fa, sono andato sia da Baricco sia da Mozzi. Mi interessava osservarli nel loro ambiente, assorbire il loro modo di fare, di approcciare alla scrittura. Per poi dimenticarlo e andare avanti col mio. Così ho fatto.

      Anche tu lo fai, e in questo sei molto brava, osservando gli altri blogger. Una caratteristica, la tua, che ti sarà sempre molto utile. 😉

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      • Sì, probabilmente l’osservazione attraverso la lettura non è sufficiente, però in molti casi è la base. Poi, come dici tu, c’è molto altro. E condivido quello che dici sull’osservazione di un altro professionista.
        Qui da noi in tutti i mestieri artigianali c’è sempre stata la figura del “bocia” (penso si dica così anche a Torino), che era qualcosa di più dell’apprendista. Un ragazzo allevato ad imparare un mestiere come un’arte. Purtroppo i cambiamenti nel mercato del lavoro, nella società e certe leggi ottuse l’hanno quasi fatto sparire. Un vero peccato.

        Quando a me, grazie. Spero che sia davvero come dici tu. 😉

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      • Secondo me dipende anche dal modo. Quando tu guardi un quadro ti limiti a osservare ciò che vedi, come ho fatto io, per anni, prima di interessarmi di disegno e pittura e provare di mio (con scarsi risultati, ma vabbè) ora, quasi automaticamente, faccio attenzione alla scelta delle linee, alla composizione dei colori, cerco di immaginare quale miscela di pigmenti possa portare ad un certo viola o blu, osservo la composizione dell’immagine, gli spazzi chiari e gli spazi scuri e l’equilibrio fra le parti. Credo che uno scrittore legga un po’ in questo modo. Sbaglio? Ditemi voi che siete del mestiere 😉

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          • Non lo so, guardare quadri in modo più approfondito lo trovo ancora più bello. Però l’approcio a un quadro è diverso, parti da una visione d’insieme, poi passi ai dettagli e poi torni all’insieme per ammirare come quei dettagli si combinino. Con un libro significherebbe leggerlo più volte, forse si può fare con un racconto, non so.

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  8. Ciao Salvatore, il tuo post mi è piaciuto molto e ti ringrazio, sono quei post che mi riportano a me stesso, mentre la quotidianità, continuamente mi allontana da ciò che sono e vorrei essere.
    Solo una stupida domanda, credi che nel riscrivere sia la manualità del gesto o il fatto di porre attenzione ad ogni singola parola, a essere d’aiuto? Ti chiedo perché, sul fatto di riscrivere, mi sono chiesto “a mano o con la tastiera?” Credo che il livello di attenzione sia diverso. Grazie 😉

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    • Ciao Sergio, bella domanda. C’ho ragionato anch’io, e sono arrivato alla conclusione che non sia tanto il gesto in sé a trasmettere l’abitudine, quanto il tempo che passi sulla singola parola che trascrivi. Per intenderci: se trascrivi automaticamente, senza prestare attenzione a quello che fai, spegnendo il cervello, a mano o a tastiera non serve comunque a nulla. Ora, a mano probabilmente è meglio: proprio perché il gesto per sua natura è più lento. Solo che io, ad esempio, non ci sono più abituato e farei troppa fatica, distogliendo comunque l’attenzione dal testo. Di conseguenza non posso che risponderti: a tastiera, attivando il cervello.

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  9. Copiare lo stile altrui non porta da nessuna parte di certo. Leggere e imparare invece è corretto, ma anche solo per cercare di entrare nei percorsi del libro, dell’autore e capire se è stato sufficientemente convincente. Avere uno stile personale minimalista o esagerato è un andare verso se stessi, verso le mode del mercato… insomma una scelta. Ho letto un libro della Gamberale che mi ha talmente stancato da impedirmi di leggerne altri. Periodi lunghissimi, eterni, incomprensibili. Semplicemente a me non è piaciuto, non mi ha dato nulla. La scrittura può anche essere esperimento o riempire le pagine tanto per fare, ma se non permette un po’ di introspezione positiva non mi lascia nulla, anzi mi annoia. Quindi leggere molto per leggere libri buoni, vivere molto per assorbire esperienze e scrivere molto per imparare a farlo bene. Anche solo per se stessi.

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  10. Io sono d’accordo a metà. La scrittura quando è di getto e libera, può raggiungere dei livelli non possibili, con una scrittura ragionata.
    Tuttavia come sappiamo la scrittura richiede varie fasi. Adesso che io sono alla revisione del mio romanzo, e da qui ne traggo l’esperienza concreta, occorre la presenza vigile e ragionata dello scrittore. Valutare il ritmo del capitolo, del paragrafo. Scegliere se spezzare una frase o meno. Ragionare sui termini e sulle virgole.
    Una scena d’azione l’avevo scritta molto articolata. L’ho dovuta spezzare in frasi brevi e accapo,
    per dare
    la percezione
    nella lettura
    degli eventi esagitati.
    Ma anche la scrittura ragionata ha il suo fascino. A me piace parecchio. Si ha la possibilità di giocare con la creazione: modellare aspettative, alzare la tensione, rilasciarla al momento opportuno. Crei sostanzialmente una nuova danza che rimodella e migliora l’istinto.
    Se ci fai caso anche in altre discipline è così. Il ballerino segue il suo istinto solo dopo aver cucito assieme i passi di tecnica che ha imparato in anni di apprendimento.
    Ma anche il pittore, non pennella e basta. Dopo una pennellata magari fa un passo in dietro per valutare l’effetto del tocco.

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    • Tu sei come Rovazzi: d’accordo a metà. XD

      In questo post non si parlava della stesura di un romanzo, ma di imparare a scrivere. Sono due cose diverse. Come dici tu, sia il ballerino sia il pittore impiegano anni a fare gli stessi gesti per poi salire sul palco e eseguire una danza. La stessa cosa, in un certo senso, vale anche per lo scrittore. Solo che per lo scrittore, più che leggere, potrebbe essere utile trascrivere: trascrivere prestando attenzione. 🙂

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  11. Sono consapevole che il tema del post è un altro. Ma quello che mi angustia è vedere periodi così lunghi (come il primo, “E come l’imenottero…”) e reputarli modelli di scrittura.
    Scrittura e lettura sono le due facce della stessa medaglia: la lettura è piacevole se chi ha scritto ha fatto buona scrittura. Al netto di tutte le soggettività in gioco, chiaramente.

    Quindi ragiono come lettore: per quale motivo dovrei considerare questo tipo di scrittura come scorrevole, piacevole e accattivante ? 155 parole, un solo punto finale.

    Obiettivamente non posso considerare tale brano illeggibile: è leggibile. Ma per capirlo lo devo leggere tre volte. 😀
    Limite mio, potrebbe anche essere. Ma se il lettore è costretto spesso a rileggere perché si perde, penso che ci sia qualcosa che non vada nella scrittura. Semplice. Limite mio, ripeto.
    Ma vorrei proprio vedere, su 100 lettori che leggono quel brano, quanti lo reputerebbero “alto standard di scrittura”. Lo proporrei senza svelare l’autore, però … 😛

    Infatti mi chiedo onestamente se quello che pesa veramente è il nome dell’autore: Proust. Quindi il mio cervello di lettore dovrebbe fare questo cortocircuito: Proust = Classico = Mostro sacro = Scrittura sopraffina ?
    Quindi “alto standard di scrittura” ?

    Quindi dovrei abbassare la guardia, spegnere il cervello e chinarmi acriticamente perché sono di fronte a un grande nome?
    Perché tutto quello che scrive questo grande nome (e come lo scrive) è dunque oro colato?

    Ma anche no. 😀

    Quindi, rileggendo il post, mi fermo qui: “e quindi il mondo lo devi descrivere a tuo modo con le tue parole e strategie e strutture e verità”. 😀 😀 😀

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    • Ciao Dario, hai aperto un sacco di argomenti. Provo a dire la mia su un paio di essi. Per quanto riguarda il corto circuito di cui parli, e del quale Alessio Montagner aveva anche scritto su mia richiesta questo guest: L’effetto placebo, purtroppo le cose, almeno in parte, stanno proprio così. Infatti uno dei compiti più importanti di un esordiente è quello di acquisire peso e spessore agli occhi dei lettori “colti”. Se, per fare un esempio, Anfuso venisse considerato uno scrittore di talento da chi conta e venduto come tale a tutti gli altri, anche se finisce per scrive cazzate sarebbero comunque le cazzate “di uno di talento”… mi spiego?

      Per quanto riguarda il periodo lungo, il più delle volte è uno sfoggio di talento sprecato. Nel caso di Proust, però, è necessario alla sua narrativa, la quale è strettamente connessa al contenuto, cioè al messaggio che vuole trasmettere. Alla fine, la sua, non è una scelta. Lo spiega molto bene Baricco qui (purtroppo l’hanno messo a pagamento, una volta era libero). Inoltre il periodo di Proust è un’eccellenza assoluta. Quel pezzo che hai letto è il modo migliore, usando meno parole possibile, per dire quello che dice. Non si può negarne la maestria. Il lettore lo deve rileggere un po’ di volte, soprattutto se non è abituato alla lettura o a quel tipo di lettura; ma forse questo non è un male… Io, comunque, per aiutare i miei follower ne ho riassunto poco sotto il succo. 🙂

      E chiaro, comunque, che per me il modo migliore per scrivere resta il proprio. 🙂

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      • Grazie per i link, Salvatore. Ho finito solo ora di leggere il post sull’effetto placebo.
        Continuo a non trovarmi d’accordo sul ritenere il periodo di Proust un’eccellenza assoluta. Né riconosco la maestria.

        Ma ripeto ancora: riconosco che il mio non essere d’accordo possa derivare benissimo da limiti miei (di lettura, di cultura, di visione) non certo da limiti di Proust.
        In altre parole: sono io che non ci arrivo. 😀

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        • Be’ hai ragione su una cosa: la difficoltà della lettura potrebbe allontanare molti lettori, o un certo tipo di lettori. Non credo che a Proust interessasse. 🙂

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  12. Il periodo lungo serve come quello breve. Non capisco perché sia un male, se ben scritto. E non è prerogativa di Proust scrivere buoni periodi lunghi.
    Mi sfugge il vantaggio di ricopiare i testi dei grandi autori.

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  13. Molto interessante. Tra l’altro mi vengono in mente, riguardo al rischio di imparare a scrivere come un altro, che per secoli i letterati hanno sofferto dell’opposto problema: svariati poeti latini d’Età Imperiale volevano scrivere come Virgilio, il Vate assoluto, ma nessuno di loro era lui, nessuno di loro poté riprodurlo sul serio; e il bello è proprio questo, che sotto la patina stilistica emerge insopprimibile l’individuo, così che l’occhio attento distingue Stazio, Lucano, Silio Italico, Ovidio, ecc. persino dove è più forte la ripresa.

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  14. “Copiare” i grandi autori credo sia un classico (battutona), non solo nel campo della scrittura: viene a formarsi un gusto estetico ed a evitare, si spera, gli errori del principiante; allo stesso tempo si rischia di essere un ventriloquo: saper imitare diecimila +1 autori – molte fermandosi alla superficie – senza metterci il proprio io , il proprio pensiero, ma domandosi cosa potrebbe pensare l’autore che stiamo imitando sul dato argomento.

    Postilla: Salvatore, lei scrive a mano? Se sì la invidio, se no… pure.

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    • Io scrivo, e quindi sono.

      A mano non riesco più da anni: ho il polso debole. Scrivo a tastiera, ma sono alla costante ricerca di una tastiera che scriva da sola. 🙂

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      • Hai il polso debole?
        Mamma mia, che flemma.
        E sei ancora negli “enta”. Pensa quando oltrepassi gli “anta”.
        A parte gli scherzi. Per praticità si scrive sulla tastiera, ma io sono antica e per alcune adopero carta e penna.
        Sto cercando di togliermi il vizio di scrivere a mano.
        Mi sto facendo del male da sola.
        Il foglio mi dà delle sensazioni che non mi trasmette la tastiera.
        Però poi farei l’amanuense per ore trascrivendo tutto.

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          • E infatti non posso farlo.
            Per lavoro, per l’immediatezza che abbiamo da rispettare.
            Se per uno scritto ci impieghi 4 giorni anziché 2 ore ad esempio, sei fuori.
            Per alcune cose però torniamo a scrivere su carta.
            Il biglietto della spesa. Quello lo vogliamo scrivere su foglio?
            A me fa tristezza vederlo sul telefono.
            Poi lascia perdere che la lista la lascio sul tavolo in salotto 2 volte su tre.
            E mentre sono al telefono coi clienti?
            Lo appunto pure su una bolletta o sul dépliant pubblicitario.
            I quadernon poi…ci scrivo le lezioni, le note.
            Mi fai più felice se mi regali un quadernone e penna che un mazzo di fiori.
            Ma io sono antica.
            Poi per forza maggiore devo buttarmi sul moderno.

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  15. Mi piace molto la tua frase “ciò che scrivi ti descrive” lo penso anch’io, io cerco di leggere molto, ma quello che resta impresso dentro me dopo aver letto diventa parte del mio bagaglio di scrittura e comincia a far parte di quella memoria del corpo che descrivi così bene.

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