Ogni scrittore sogna di avere più lettori. Io compreso. Mi piacerebbe che Ulpia vendesse centomila copie, magari un milione già che ci siamo. Mi piacerebbe vedere il mio romanzo dietro le vetrine delle librerie, sui comodini della gente e, perché no, persino in cima alle classifiche. Non appartengo a quella curiosa categoria di autori che fingono di disprezzare il successo mentre controllano le vendite con la stessa frequenza con cui un cardiopatico si misura la pressione. Eppure, ogni volta che qualcuno mi chiede quale sia il mio lettore ideale, mi accorgo che la domanda mi mette a disagio. Disagio… Perché mai? Ce l’ho un lettore ideale, io? Mi sono sforzato di immaginare chi potesse essere costui/costei mentre progettavo il romanzo? Ho pensato a lui o lei mentre lo scrivevo? No? Sì? E se non ho pensato a lui/lei, come farà a trovarmi? Ecco l’entità del problema che affligge l’editoria oggi…

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Alcune giornate nascono con una domanda. Mentre guidavo per andare a correre al parco, come faccio da anni in pausa pranzo, sotto il cielo plumbeo di Torino il mondo mi è sembrato improvvisamente più denso. Mi è parso di vedere per la prima volta cose a cui normalmente non do importanza. E tutto questo mi ha spinto a pormi la seguente domanda: vediamo davvero ciò che stiamo guardando o ci limitiamo pigramente a osservare la realtà mentre ci scorre davanti? Siamo tutti presi dai nostri microcosmi quotidiani per poterci davvero interessare alle vite degli altri. Non è una colpa; è una constatazione. Ora, può non sembrare, ma tutto questo ha molto a che fare con l’argomento del post di oggi, ovvero: che lavoro fanno DAVVERO le agenzie letterarie in Italia? Procediamo.

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Ecco una classifica in prosa dei metodi di suicidio più diffusi nel mondo della scrittura.


Mi riferisco a una puntata di Striscia la Notizia andata in onda lo scorso 20 aprile in cui si parla del Premio Strega, e si rivela di esso un sistema, sulla scelta del vincitore, che non parrebbe meritocratico. Non ho molto da dire al riguardo, nel senso che si sapeva da decenni – pur non nei particolari definiti dall’inchiesta – che il premio Strega non è una gara letteraria di modello olimpico, dove a vincere è l’atleta che in quel momento riesce a prevalere sugli altri, ma di modello plutocratico: di chi per giochi politici si trova sospinto dalla cordata vincente. È peraltro indubbio che il valore letterario del libro vincitore, anche quando scelto attraverso un sistema inficiato da inciuci politici, non è in discussione. Io, ad esempio, ho una copia del libro di Albinati, che mi fu regalata il Natale scorso, e leggiucchiandola mi pare che non si possa urlare allo scandalo.


C’è una cosa che ho sempre voluto fare da quando ho aperto questo blog, ed è intervistare un/una ghost writer. I motivi sono tanti, e sono riassumibili nelle domande che leggerete a breve qui di seguito. Il problema, però, era riuscire ad acchiapparne uno: si sa che i fantasmi sono per loro natura sfuggenti. E per quanto in giro ci siano ormai una valanga di persone che si promuovono come tali, almeno tanti quanto gli editor freelance, ero sicuro che per la mia intervista non avrei mai voluto rivolgermi a nessuno di loro. Il motivo è semplice: c’è qualcosa di sacro e misterioso nella scelta dell’anonimato; ancor di più in uno scrittore che decide di cedere la propria opera restando nell’ombra. Ed era svelare questo mistero la cosa che tanto mi premeva di questa intervista. Va da sé che se uno scrittore si promuove come ghost è perché nell’ombra non ci vuole stare.