Dare una definizione univoca e universalmente condivisa di coscienza è tanto complicato quanto dare una definizione univoca e universalmente condivisa di bellezza. Abbiamo capito, e forse lo sapevamo già istintivamente, che la coscienza ci distingue dagli altri animali. Sapersi riconoscere allo specchio è, ad esempio, il primo segnale del fatto che si possieda una coscienza. I cani non si riconoscono allo specchio; i gatti neppure. Scimmie antropomorfe come gli scimpanzé, i gorilla e i babbuini invece sì. Eppure guardando un cane negli occhi possiamo realmente affermare che egli non sia cosciente di sé, di noi e del mondo che lo circonda? E quanta differenza c’è tra la coscienza umana e quella di un babbuino, nonostante quest’ultimo allo specchio riconosca se stesso esattamente come facciamo noi?


Non bisognerebbe conoscere mai l’autore di un libro che ti è piaciuto molto. Quei pochi che ho conosciuto di persona erano… sono, persone sgradevoli. E la domanda che mi pongo sempre più spesso è: «Ma se incontrassero se stessi, cosa penserebbero di loro?» La risposta a questa domanda è quasi scontata, visto che nella maggioranza dei casi non ci sopportiamo a vicenda. Non sopportiamo l’aspirante scrittore che ci tempesta con il suo bisogno di attenzioni, che ci contesta nei commenti per mettersi in mostra, che dà vita a prodotti narrativi di dubbio gusto e qualità, ma solo perché ci ricorda troppo da vicino noi stessi. Quello che lui sta facendo, noi l’abbiamo già fatto. Quello che pensa, quello che scrive… ci siamo già passati. L’odio viscerale, il fastidio non li si prova per una persona che ci è del tutto indifferente. Questi sentimenti sono riservati a noi stessi. E gli altri, come diceva Osho, sono solo il nostro riflesso.


Mi riferisco a una puntata di Striscia la Notizia andata in onda lo scorso 20 aprile in cui si parla del Premio Strega, e si rivela di esso un sistema, sulla scelta del vincitore, che non parrebbe meritocratico. Non ho molto da dire al riguardo, nel senso che si sapeva da decenni – pur non nei particolari definiti dall’inchiesta – che il premio Strega non è una gara letteraria di modello olimpico, dove a vincere è l’atleta che in quel momento riesce a prevalere sugli altri, ma di modello plutocratico: di chi per giochi politici si trova sospinto dalla cordata vincente. È peraltro indubbio che il valore letterario del libro vincitore, anche quando scelto attraverso un sistema inficiato da inciuci politici, non è in discussione. Io, ad esempio, ho una copia del libro di Albinati, che mi fu regalata il Natale scorso, e leggiucchiandola mi pare che non si possa urlare allo scandalo.