Mi è capitato spesso di chiedermelo. Non perché abbia mai smesso sul serio di scrivere, ma perché è una di quelle domande che sembrano semplici finché non provi a rispondere, per poi scoprire che ogni risposta che sei in grado di confezionare contiene sia qualcosa di vero sia qualcosa di falso. Ad esempio, scrivo perché mi piace. Adoro scolpire le frasi; mi dà un senso di compiutezza molto soddisfacente. Scrivo per essere letto. Anche. Tuttavia essere letti, oggi, in Italia, non è quasi più un problema. Possiamo dire che è stato risolto a monte… Scrivo per essere pubblicato. Nel mio caso è meno vero, ma sono sicuro che moltissimi là fuori vedono nella scrittura una sorta di riscatto e nella pubblicazione una sorta di conferma. Infine, scrivo perché sono uno scrittore. Questa affermazione ha il pregio di spiccare il problema, ma non alla radice (scuserete il gioco di parole, ndr). Potremmo andare avanti ancora diversi paragrafi, trasformando questo post in una sorta di gioco di società: in cui ognuno dice la propria e tutti gareggiano per il primato della più assurda.

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Da qualche anno si è diffusa la sensazione che qualcosa stia cambiando. Molte persone lamentano una crescente difficoltà a concentrarsi, a leggere testi lunghi, a seguire ragionamenti complessi o a mantenere l’attenzione per periodi di tempo prolungati. La spiegazione più immediata è anche la più pessimistica: ci staremmo progressivamente rincitrullendo. La ricerca, tuttavia, suggerisce una conclusione diversa: non stiamo diventando meno intelligenti; stiamo addestrando il nostro cervello a svolgere compiti diversi da quelli che per secoli hanno caratterizzato il nostro rapporto con la lettura. Il cervello è un organo straordinariamente adattabile. Rafforza le capacità che utilizziamo con maggiore frequenza e riduce l’efficienza di quelle che esercitiamo sempre meno. In altre parole, diventa bravo in ciò che gli chiediamo di fare ogni giorno e meno in tutto il resto.

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Ciao,
è online un nuovo articolo. Parla delle baruffe verbali in cui ogni tanto ci capita di essere trascinati nostro malgrado sui social. Se ti interessa leggerlo, fai un salto sul blog.


Stavo cazzeggiando nell’attesa che mi assalisse la voglia di lavorare al romanzo quando, nel mio solito giro di social, quotidiani online, chat, controllo della posta elettronica, noto un titolo che attira la mia attenzione: Consigli per superare pensieri suicidi, secondo chi c’è passato. L’articolo è apparso su VICE il 29 agosto 2018. Poiché prima dell’estate avevo scritto qualche post sull’argomento, poiché io stesso quest’anno ho avuto un paio di settimane buie, poiché la mia ex ex ex compagna si è suicidata a seguito di quella che i dottori avevano diagnosticato come una depressione maggiore, qualsiasi cosa voglia dire, un titolo del genere non poteva non attirare la mia curiosità.

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Oggi ti sei svegliato con una sorta di rivelazione, non è così caro follower? Capita, voglio dire. Certe mattine di svegli e quell’idea che ti frullava sottile per la testa da giorni, troppo trasparente per essere agguantata, l’hai finalmente compresa. Poiché sai scrivere, e scrivere bene, hai usato il tuo spiccato talento per la sintesi e l’hai condensata in una bella frasetta. Cosa ci farai, con questa bella frasetta? Un tempo, forse, l’avresti scritta sul tuo diario personale, tenendola segreta da occhi indiscreti. È troppo intimo il pensiero per poterlo condividere con estranei a cuor leggero. Il pensiero comunica come funziona il nostro cervello, le nostre emozioni. E poiché il comportamento è sempre un’azione conseguente a un’emozione, svelare le emozioni comunica come ci comportiamo. Oppure l’avresti confidata alla mamma, ché il babbo certe cose non le capisce, o a un’amica/amico del cuore. Oppure l’avresti lasciata fluttuare nella tua testa, assieme a molti altri pensieri, andando a formare la base delle tue impressioni sul mondo, la vita, l’esistenza.

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