Quand’ero bambino, i miei genitori avevano l’abitudine – allora piuttosto comune – di prendersi un intero mese di ferie, normalmente ad agosto, per trascorrerlo integralmente in campeggio. Essendo la mia una famiglia meridionale, il concetto di vacanza non interferiva minimamente con quello di pranzo: si mangiava. Molto. Con serietà, metodo e una certa ostinazione antropologica. Di conseguenza, una volta avviata la digestione, il mare lo si rivedeva soltanto verso sera. Le ore del primo pomeriggio in campeggio, d’estate, per un ragazzino al quale sia stato proibito di entrare in acqua perché «hai appena mangiato», possiedono la stessa qualità metafisica di certe domeniche d’inverno: il tempo rallenta, si coagula, e la noia diventa materia. Per sopravvivere acquistavo con i soldi della paghetta dei romanzetti in edicola. Quasi sempre gialli. Erano scritti bene, qualche volta molto bene; avevano un delitto, un’indagine, un colpevole e soprattutto una virtù che, in quel momento, mi sembrava fondamentale: riempivano quelle tre o quattro ore di tedio senza chiedere nulla in cambio.

Anni dopo, quando ero già un ragazzo, mi capitò tra le mani Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, di un certo Gadda. Leggerlo fu come prendere ripetutamente a testate uno spigolo. La frase si impuntava, cambiava direzione, costringendoti a tornare indietro; i continui cambi di registro, il dialetto che entrava nell’italiano ingegneristico, la lingua si scomponeva, la voce narrante sembrava sapere cose che io ignoravo e non avere alcuna intenzione di agevolarmi. Non era un libro che mi accompagnava nel pomeriggio: pretendeva che fossi io ad accompagnare lui, e possibilmente senza rompere troppo i… be’, avete capito. Eppure oggi di quei gialli da edicola non ricordo nulla: un titolo, un autore, un personaggio. Niente. Gadda, invece, non me lo sono mai più lavato di dosso. E forse, quando parliamo di romanzo ambizioso, potremmo cominciare proprio da qui: dalla differenza tra un libro che svolge perfettamente il proprio compito – INTRATTENERE – e un libro che, dopo averlo svolto, decide proditoriamente di restare, nonostante te.

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Ci sono persone che trascorrono un’intera esistenza alla ricerca di un proprio posto nel mondo. Ulpia, a tredici anni, neppure lei sa quale sia il suo. Non conosce il padre, ignora chi sia sua madre ed è cresciuta in un lupanare nella Roma imperiale del III sec. d.C. Non possiede un nome gentilizio né un indizio che le permetta di rivendicarne uno. Eppure, a distanza di quasi duemila anni, questa ragazzina ha finalmente una casa tutta sua: ulpiaromanzo.it. Certo, non è esattamente il genere di sistemazione che avrebbe potuto immaginare, ma come si dice: a caval donato.

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Quando parlo di Ulpia, capita spesso che qualcuno la definisca una ucronia.
Ucronia [s.f., dal greco ou = “non” e chronos = “tempo”] – letteralmente “nessun tempo”, indica un genere letterario basato sull’ipotesi che la storia abbia seguito un percorso diverso da quello reale. È comprensibile. Nel romanzo c’è un Impero Romano diverso da quello che conosciamo, una storia che ha preso una direzione differente dalla nostra e un presente costruito sulle conseguenze di una deviazione avvenuta nella finzione narrativa tre secoli prima. A prima vista, quindi, Ulpia sembra rispettare pienamente il canone. Eppure questa definizione, per quanto corretta, descrive soltanto la superficie dell’opera. L’ucronia, nel suo significato più classico, nasce infatti da un punto di divergenza: un momento preciso in cui la storia cambia strada rispetto al percorso storico e da cui si sviluppano conseguenze alternative. È una struttura narrativa rigorosa, quasi scientifica, perché parte da una domanda semplice: cosa sarebbe accaduto se, ad esempio, Cesare non avesse attraversato il Rubicone? Da quel momento l’autore segue gli effetti della variazione introdotta, sforzandosi comunque di restare rigorosamente aderente al realismo storico, e osservando come una singola modifica possa alterare equilibri politici, sociali e culturali.

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Per costruire la mia Roma del III secolo d.C. ho dovuto prima ricostruire quella vera. Averlo fatto nel modo più preciso e affidabile possibile, però, non è stato un vezzo da topografo in crisi d’astinenza e neppure una forma di perfezionismo patologico. Si è trattato di una necessità narrativa. Ulpia nasce da una premessa piuttosto impegnativa: un uomo del futuro torna indietro nel tempo per convincere Giulio Cesare a non attraversare il Rubicone, nel tentativo di correggere il corso della storia e prevenire una guerra futura capace di sterminare l’intera umanità. Tre secoli dopo ci imbattiamo nelle conseguenze di ciò che è accaduto quella notte. Più ci pensavo, più mi appariva chiara una cosa: dovevo controbilanciare l’espediente fantastico facendo ricorso a una sorta di iperrealismo applicato alla scrittura. Se volevo che il lettore accettasse l’esistenza di un viaggiatore del tempo, tutto il resto doveva apparirgli autentico. Non semplicemente verosimile o plausibile. Autentico.

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A tredici anni ero un idiota.
Lo so che non state faticando a immaginarlo, e siete davvero gentili a farlo notare nei commenti. Non che adesso la situazione sia migliorata in modo apprezzabile, ma a tredici anni almeno possedevo l’attenuante dell’età. Mi interessavano i videogiochi, i fumetti, le ragazze, i fumetti che mostravano ragazze… Insomma, un adolescente qualsiasi. Ulpia, invece, a tredici anni vive in un lupanare sul Celio. Conosce già abbastanza bene gli uomini da sapere cosa aspettarsi da loro e possiede un talento quasi sovrannaturale per infilarsi in situazioni dalle quali una persona ragionevole si terrebbe prudentemente alla larga. D’altra parte, se fosse stata una ragazzina ragionevole, non avrei avuto alcun romanzo da scrivere.

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