Quasi due mesi fa mi sono imbattuto in un articolo interessante pubblicato su VICE. Parlava di un medicinale di norma prescritto a narcolettici, ovvero a soggetti affetti da un’eccessiva quanto debilitante sonnolenza diurna, ma diventato presto famoso presso coloro, studenti e lavoratori, dal cui cervello è pretesa una prestazione superiore alla media per la sua capacità di potenziare l’intelletto. Ne ero inizialmente diffidente. Ma viste le difficoltà a cui sono andato incontro in quel periodo – difficoltà i cui effetti si ripercuotevano sulle prestazioni inferenziali del mio organo pensante – e dopo aver letto numerose recensioni, verso molte delle quali nutrivo e nutro ancora ora seri dubbi, ho deciso di tentare la sorte e sperimentarlo.

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Che tipo di lavoro mi caratterizza come persona? – pensò Alice Russo.

Se lo andava chiedendo da quasi due settimane. Ovvero da quando era rientrata al Collegio Universitario Russo-Milani di Torino. Il motivo non era la mancanza di volontà nello studio. In quello andava bene. Nemmeno i dubbi per le sue prospettive future. Al riguardo non aveva alcuna idea e non le importava nemmeno. No. Le sue esigenze erano molto più prosaiche e urgenti: doveva andare via di casa: ora!

In un senso più generale, era già “via di casa”. Occupava un’alloggio al quarto piano nel dormitorio dell’Università. Un edificio in mattoni scuri rimodernato di recente tanto da sembrare un vero e proprio albergo; con molte stanze, alcune singole e altre doppie, bagni privati in ogni camera, una cucina a ogni piano, palestra, biblioteca e sale lettura. Il luogo ideale per concentrarsi nello studio. Questo le garantiva tutta la tranquillità e l’indipendenza che voleva; tutta la tranquillità e l’indipendenza che avrebbe potuto desiderare un qualsiasi altro studente.

Solo che… quella stanza non sarebbe dovuta toccare a lei. Quei posti erano riservati a chi veniva da fuori città. Magari pure da un’altra nazione, come nel caso della ragazza con cui era costretta a dividere gli spazi. Lei invece era una sorta di “abusiva” autorizzata. E questo non per meriti accademici, che pure c’erano, ma per…


Alcune giornate sono buone, altre no. Se dovessi classificare questa, sarebbe un no! talmente netto e feroce da farmi dubitare di quello che sto facendo. Forse non è stata un’idea poi così brillante, quella di lasciare il lavoro per mettermi a scrivere un romanzo. Forse non sono bravo quanto pensavo di essere. Credere di avere talento è una delle più grandi illusioni della mia generazione. I nostri genitori pensavano di poter cambiare in meglio il mondo; noi, di poter cambiare in meglio il nostro status sociale. Forse avevamo torto entrambi.


Salire su quel pullman due giorni fa ad Hank era sembrata la scelta giusta. In quel momento un tour mondiale con Atticus Fetch, calcando i sacri palchi del rock, con accanto la bellissima Faith sembrava l’unica cosa che potesse ancora dare un senso alla sua vita. E poi c’era il musical naturalmente, di cui stava ancora stendendo la sceneggiatura. E senza Faith, la sua sensualissima musa, da quel paroliere cazzone ormai spompato che era farcela non sarebbe stato possibile. Allora perché ogni volta che chiudeva gli occhi, anche se la sua biondissima ragazzona californiana gli si stringeva addosso in un caldo, arrapante abbraccio, sognava ancora lei: Karen?


Nella curia Ostilia, dai loro sacri scranni imbottiti di porpora, i patres riuniti in concilio ascoltano concentrati e allibiti un’accesa orazione rimbombare tra i marmi eretti dagli avi. L’uomo in piedi al centro dell’assembramento è il console Marco Tullio Cicerone. Seduto a lato, circondato da un vuoto solido, Lucio Sergio Catilina sopporta avvilito le accuse. Cominciata l’orazione i senatori presenti, quelli seduti attorno a Catilina, si alzano dai seggi e si spostano altrove. Rimasto solo, ad esso Cicerone si rivolge puntandogli il dito…