Alcune giornate sono buone, altre no. Se dovessi classificare questa, sarebbe un no! talmente netto e feroce da farmi dubitare di quello che sto facendo. Forse non è stata un’idea poi così brillante, quella di lasciare il lavoro per mettermi a scrivere un romanzo. Forse non sono bravo quanto pensavo di essere. Credere di avere talento è una delle più grandi illusioni della mia generazione. I nostri genitori pensavano di poter cambiare in meglio il mondo; noi, di poter cambiare in meglio il nostro status sociale. Forse avevamo torto entrambi.


Così Dame Elisabeth Olsen aveva preso l’abitudine di considerare ogni nuovo pasto un nuovo giorno. Non sapeva cosa le facesse supporre che ciò avvenisse una sola volta nell’arco della giornata. Per quanto ne sapeva potevano tranquillamente essere due: pranzo e cena. Ma quando si nutriva, quando svuotava quelle fanciulle della loro linfa vitale, si sentiva sazia per molto, molto tempo. Questa era la sensazione, e come tale l’accoglieva. Poi però la fame faceva ritorno. Prepotente. Irresistibile. E una nuova giovane donna compariva nel complesso.


«U canùsci a Giacomo Valente?» Alfredo Carfi’ si versò una doppia dose di Bourbon liscio. Il panciotto gli tirava un poco i bottoni in prossimità del ventre.

«U furnaio supra ‘u stratuni pi Paternò?» rispose Mario Venuti. Era appena tornato dal bagno. Nelle mani rovinate stringeva tre sette.

«Iddu».

«’nstu» fece Mario, schioccando la lingua sul palato e alzando il mento.

Alfredo si voltò a guardarlo. Il bicchiere fermo a mezza altezza, a un passo dalle labbra. «Ma come ‘ntsu? Prima dici U furnaio supra ‘u stratuni e poi fai ‘nstu?»

«Nun àiu avùtu ‘u piaciri» si giustificò lui.


Corbin era di Oakland, California. Da ragazzo aveva seguito il padre alle Hawaii. Come molti suoi coetanei era partito per il Vietnam. Dismessa la divisa, era tornato a casa e aveva conosciuto Leia, che era hawaiana: pelle color caramello, lineamenti sottili. Si erano sposati l’anno successivo. Nel frattempo aveva trovato lavoro come guardiacaccia nel parco dell’isola Kauai, la quarta per grandezza. Avevano avuto due figli maschi e una femmina. I quali, a loro volta, si erano sposati e avevano dato loro molti nipoti. Abe era l’ultimo arrivato, figlio di sua figlia, e più di tutti assomigliava alla nonna di cui aveva preso i lineamenti.


Osservo l’orizzonte della pagina bianca: oltre l’orlo scorgo vite vissute da altri; ho anteposto al vivere lo scrivere, e sono tentato di chiedermi se ne sia valsa la pena.