Tag: Salvatore Anfuso

Alice


Che tipo di lavoro mi caratterizza come persona? – pensò Alice Russo.

Se lo andava chiedendo da quasi due settimane. Ovvero da quando era rientrata al Collegio Universitario Russo-Milani di Torino. Il motivo non era la mancanza di volontà nello studio. In quello andava bene. Nemmeno i dubbi per le sue prospettive future. Al riguardo non aveva alcuna idea e non le importava nemmeno. No. Le sue esigenze erano molto più prosaiche e urgenti: doveva andare via di casa: ora!

In un senso più generale, era già “via di casa”. Occupava un’alloggio al quarto piano nel dormitorio dell’Università. Un edificio in mattoni scuri rimodernato di recente tanto da sembrare un vero e proprio albergo; con molte stanze, alcune singole e altre doppie, bagni privati in ogni camera, una cucina a ogni piano, palestra, biblioteca e sale lettura. Il luogo ideale per concentrarsi nello studio. Questo le garantiva tutta la tranquillità e l’indipendenza che voleva; tutta la tranquillità e l’indipendenza che avrebbe potuto desiderare un qualsiasi altro studente.

Solo che… quella stanza non sarebbe dovuta toccare a lei. Quei posti erano riservati a chi veniva da fuori città. Magari pure da un’altra nazione, come nel caso della ragazza con cui era costretta a dividere gli spazi. Lei invece era una sorta di “abusiva” autorizzata. E questo non per meriti accademici, che pure c’erano, ma per…

Considera l’o’o


«Avevi promesso!» disse il piccolo Abe: braccia incrociate, sguardo infuocato.

Il vecchio Corbin Keep, che dalla finestra sulla veranda fissava i margini della palude da ormai cinque minuti buoni, parve non sentirlo. Era tutto proteso verso le fronde degli alberi. Il mento alto, i lineamenti tesi.

«Avevi promesso…» ripeté Abe, un po’ meno convinto.

Corbin mosse impercettibilmente il viso nella direzione della sua voce. Scorse il nipote con la coda dell’occhio, e ne fu sorpreso.

«Come dici?»

«La storia,» precisò Abe, «avevi promesso».

STOP!


Non è un addio, naturalmente. I contenuti del blog resteranno on-line a disposizione di quanti, passando di qui, li riterranno ancora utili al proprio cammino. Nei prossimi giorni e settimane, inoltre, appariranno degli articoli che avevo già programmato prima delle vacanze; fin quando non si estingueranno da soli. Non escludo, peraltro, di tornare a scrivere qualcosa, di tanto in tanto, se ne avrò il tempo e qualcosa di intelligente da dire. Pensandoci, se tutti si sforzassero di scrivere solo avendo delle cose davvero intelligenti da comunicare, forse in Italia ci sarebbero molti meno “scrittori” e molti più lettori. Ma tant’è…

Un nome che suona come casa


Salire su quel pullman due giorni fa ad Hank era sembrata la scelta giusta. In quel momento un tour mondiale con Atticus Fetch, calcando i sacri palchi del rock, con accanto la bellissima Faith sembrava l’unica cosa che potesse ancora dare un senso alla sua vita. E poi c’era il musical naturalmente, di cui stava ancora stendendo la sceneggiatura. E senza Faith, la sua sensualissima musa, da quel paroliere cazzone ormai spompato che era farcela non sarebbe stato possibile. Allora perché ogni volta che chiudeva gli occhi, anche se la sua biondissima ragazzona californiana gli si stringeva addosso in un caldo, arrapante abbraccio, sognava ancora lei: Karen?