Ulpia, tredicenne dai lunghi capelli biondi e dalla tunica logora, seduta nel cortile del lupanare sul Celio.

La ragazza cresciuta in un lupanare

Illustrazione realizzata con l'IA

Presentazione di Ulpia come personaggio

A tredici anni ero un idiota.
Lo so che non state faticando a immaginarlo, e siete davvero gentili a farlo notare nei commenti (tanto lo so che lo scriverete, ndr). Non che adesso la situazione sia migliorata in modo apprezzabile, ma a tredici anni almeno possedevo l’attenuante dell’età. Mi interessavano i videogiochi, i fumetti, le ragazze, i fumetti che mostravano ragazze… Insomma, un adolescente qualsiasi. Ulpia, invece, a tredici anni vive in un lupanare sul Celio. Conosce già abbastanza bene gli uomini da sapere cosa aspettarsi da loro e possiede un talento quasi sovrannaturale per infilarsi in situazioni dalle quali una persona ragionevole si terrebbe prudentemente alla larga. D’altra parte, se fosse stata una ragazzina ragionevole, non avrei avuto alcun romanzo da scrivere.

Quando si pensa all’antica Roma, si pensa quasi sempre alle stesse categorie di persone: imperatori, generali, senatori, gladiatori, legionari, matrone e, nei casi più sofisticati, qualche liberto diventato abbastanza ricco da farsi odiare dall’aristocrazia. La storia, del resto, ha una naturale predilezione per coloro che possiedono il potere o il denaro, perché sono loro a lasciare iscrizioni, monumenti, colonne celebrative, archi di trionfo e una quantità spropositata di statue nude. Delle persone comuni sappiamo molto meno. Le vite della maggior parte di loro hanno attraversato il tempo senza lasciare tracce; eppure sono proprio quelle persone a comporre la sostanza duttile di ogni civiltà. Per questo, quando ho dovuto scegliere da quali occhi osservare l’Impero Romano del III sec. d.C., non ho scelto un’imperatrice, una principessa o la figlia colta e ribelle di qualche senatore. Ho scelto una ragazzina nata e cresciuta in un bordello.

O meglio, mi piacerebbe poter dire che sia stata una scelta. Ormai sono passati molti anni da quando l’ho incontrata per la prima volta e la memoria potrebbe non sostenermi più fino in fondo, ma ricordo benissimo che era un caldo pomeriggio di metà luglio. Era il 2017. Avevo appena finito di stendere il proemio – un uomo del futuro incontra Cesare nella sua tenda, mentre questo si prepara ad attraversare il Rubicone – ma non avevo ancora una storia. Sapevo solo che la storia che volevo raccontare non era quella introdotta nel proemio, ma doveva accadere tre secoli dopo come conseguenza indiretta. Una struttura a specchio. Sapevo anche un’altra cosa: di voler scrivere un romanzo epico. E quindi avevo bisogno di un personaggio epico! Ed è in quel momento che è spuntata lei: Ulpia. Come fa di solito, è arrivata senza avvertire. Si è piazzata lì, davanti a me, con le gambe incrociate e le ginocchia sbucciate, e ha continuato a fissarmi tutto il tempo coi suoi gelidi occhi cerulei, finché non ho potuto fare altro che cedere.

All’inizio del romanzo Ulpia ha tredici anni e abita in un lupanare sul Celio, amministrato da Lena Servilia – matrona Lena, per gli amici – la donna che l’ha allevata e che lei considera una madre putativa. Per Ulpia quel luogo non è sordido, pittoresco o scandaloso: è casa! Le prostitute che ci lavorano, non sono figure esotiche poste sullo sfondo per rendere l’ambientazione più audace; sono le donne che l’hanno allevata quando era una bambina, che l’hanno vista crescere, con cui ha giocato nel cortile durante le pause. I clienti, gli schiavi, i mendicanti, i piccoli delinquenti, i soldati, i commercianti e gli ubriaconi, che ogni giorno attraversano quelle stanze, costituiscono il campionario umano sul quale Ulpia ha imparato a conoscere il mondo.

Far crescere Ulpia in un lupanare non è stata una scelta dettata dal desiderio di scandalizzare il lettore. Ormai per scandalizzare qualcuno servirebbe ben altro e probabilmente neppure basterebbe. Mi interessava piuttosto collocarla in un ambiente nel quale le convenzioni sociali fossero visibili proprio perché continuamente violate. In un lupanare entrano uomini appartenenti a ogni ceto, religione e professione. Entrano quelli che in pubblico difendono la moralità e in privato la dimenticano sull’uscio; quelli che comandano eserciti e quelli che non comandano neppure in casa propria; quelli che pagano per sentirsi potenti e quelli che pagano per non sentirsi soli. Crescere in un posto simile significa imparare molto presto che la vera natura degli uomini non coincide quasi mai con il ruolo che interpretano. E Ulpia, infatti, osserva. Ascolta. Ricorda.

Naturalmente resta una ragazzina. Non volevo trasformarla in una di quelle adolescenti prodigiose che a tredici anni padroneggiano sette lingue, sconfiggono veterani armate con un mestolo e impartiscono lezioni di vita a vecchi filosofi incanutiti. Ulpia è intelligente, ma non onnisciente; è coraggiosa, ma non sempre comprende il pericolo; è generosa, ma sa anche essere egoista; è curiosa fino all’impudenza e possiede quella forma di ostinazione tipica di chi non ha ancora imparato che il mondo, oltre a essere ingiusto, è anche molto più grande di quanto si possa immaginare. Sbaglia. Mente. Disobbedisce. Si caccia nei guai. E quando qualcuno tenta di proteggerla impedendole di fare qualcosa, la sua prima reazione è generalmente cercare un modo per farla lo stesso.

In altre parole, Ulpia non è stata costruita per rappresentare un modello. Non è un simbolo dell’emancipazione femminile – che tanto va di moda oggi – della purezza dell’infanzia, della ribellione contro il patriarcato o di qualunque altra categoria stereotipata possa rendere più semplice inserirla in una presentazione editoriale. È una persona. Con tutti i difetti di una persona. Possiede una propria logica, che non sempre coincide con quella dell’autore e quasi mai con quella degli adulti che la circondano. Durante la scrittura ha cominciato molto presto a reagire agli eventi in modo autonomo, costringendomi talvolta a modificare scene che avevo immaginato diversamente. Lo so, gli scrittori amano raccontare che i personaggi “prendono vita” e decidono da soli cosa fare. È una frase insopportabilmente romantica, perché alla fine siamo sempre noi a premere i tasti. Eppure qualcosa di vero c’è. Quando un personaggio è costruito abbastanza bene, alcune sue azioni diventano possibili e altre semplicemente no. Puoi obbligarlo a compierle, certo, ma sulla pagina si vedrà che sta obbedendo all’autore. Ulpia, invece, obbedisce malissimo a chiunque.

La cosa buffa è che lei non sa di essere importante. Crede di essere la figlia di una prostituta morta di parto e di uno dei tanti avventori del lupanare, o almeno, così le è stato raccontato da matrona Lena fin da quando era molto piccola. E non ha altri ricordi né della madre né del padre. Non possiede un cognome illustre, un patrimonio cospicuo, un’educazione raffinata o un destino manifesto. Non attende che qualcuno arrivi a rivelarle di essere la prescelta, anzi, di recente ha sviluppato una certa apprensione su quale sarà il suo ruolo da grade: figlia di una prostituta, nata e cresciuta in un lupanare… non saranno molti gli uomini a volerla come sposa. La sua vita è piccola, confinata tra le mura del lupanare, le strade del Celio e le persone che conosce da sempre. Ma tutto questo, come potete immaginare, è costruito sopra un’immensa menzogna. Per inciso, c’è un motivo se nessuno deve conoscere la vera identità di Ulpia. E c’è sempre un motivo se a conoscere la verità sono solo tre persone in tutta Roma. E Roma all’epoca fa già quasi un paio di milioni di abitanti, schiavi inclusi. Lei, naturalmente, ignora tutto. E non aggiungerò altro, altrimenti rischio di rovinarvi la sorpresa. Diciamo soltanto che la distanza tra ciò che Ulpia crede di essere e ciò che realmente è, costituisce uno dei motori della storia.

Eppure il segreto della sua nascita non è ciò che rende interessante il personaggio. Ulpia funziona perché ciò che ha vissuto prima di conoscere la verità continuerà a determinarla anche dopo. Essere cresciuta in un lupanare non è un travestimento narrativo del quale liberarsi appena scoperta la verità. È la sua educazione sentimentale, morale e politica. Il lupanare le ha già insegnato a riconoscere la paura, il desiderio, la menzogna, la violenza, la brutalità e la necessità. Il lupanare, sotto questo aspetto, è una scuola molto più severa di qualsiasi pedagogo imperiale. Forse Ulpia è nata proprio da questa contraddizione. Volevo una protagonista che appartenesse contemporaneamente al punto più basso e a quello più alto della società romana, senza sentirsi davvero a casa in nessuno dei due.

Il romanzo porta il suo nome perché, in mezzo a imperatori, senatori, congiure, epidemie, religioni, viaggi nel tempo e crisi finanziarie (anche gli imperi hanno problemi di bilancio, ndr), il centro della storia resta lei. Non perché domini ogni pagina né perché tutti gli eventi dipendano dalle sue decisioni. Al contrario, per una parte considerevole del primo volume, Ulpia viene trascinata dentro una vicenda molto più grande di quanto possa comprendere. Il mondo non si dispone ordinatamente attorno alla protagonista per consentirle di compiere il proprio destino. Non sa usare una spada meglio di un legionario, non possiede poteri magici e non ha letto il manuale della protagonista perfetta, volume due. Il mondo la travolge. Lei cerca soltanto di restare in piedi. Il resto, magari, lo scopriremo insieme a ottobre.

Adesso, ditemi: vi ha incuriosito come personaggio?

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