Tag: Letteratura

Perché Roma?

Collage postmoderno di Roma antica con Colosseo, statua romana, mappe e geometrie rosse e nere

A me non interessava un fondale.
Templi, colonne, toghe, legionari, sandali, marmi… È una Roma cinematografica, quella che spesso si incontra in molti romanzi storici: può creare atmosfera, fa scenografia, ma è irrilevante dal punto di vista narrativo. Non era quello che cercavo io; io cercavo un sistema dinamico. Ogni romanzo, infatti, è prima di tutto un meccanismo che produce conflitti. Gli eventi non nascono dal nulla, ma dall’interazione tra individui, istituzioni, interessi economici, rapporti di forza e idee. Da questo punto di vista, Roma rappresenta probabilmente uno dei contesti narrativi più ricchi mai esistiti.

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Cos’è un’ucronia?

Ucronia romana rappresentata da un antico orologio spezzato tra Roma imperiale e una realtà alternativa

Quando parlo di Ulpia, capita spesso che qualcuno la definisca una ucronia.
Ucronia [s.f., dal greco ou = “non” e chronos = “tempo”] – letteralmente “nessun tempo”, indica un genere letterario basato sull’ipotesi che la storia abbia seguito un percorso diverso da quello reale. È comprensibile. Nel romanzo c’è un Impero Romano diverso da quello che conosciamo, una storia che ha preso una direzione differente dalla nostra e un presente costruito sulle conseguenze di una deviazione avvenuta nella finzione narrativa tre secoli prima. A prima vista, quindi, Ulpia sembra rispettare pienamente il canone. Eppure questa definizione, per quanto corretta, descrive soltanto la superficie dell’opera. L’ucronia, nel suo significato più classico, nasce infatti da un punto di divergenza: un momento preciso in cui la storia cambia strada rispetto al percorso storico e da cui si sviluppano conseguenze alternative. È una struttura narrativa rigorosa, quasi scientifica, perché parte da una domanda semplice: cosa sarebbe accaduto se, ad esempio, Cesare non avesse attraversato il Rubicone? Da quel momento l’autore segue gli effetti della variazione introdotta, sforzandosi comunque di restare rigorosamente aderente al realismo storico, e osservando come una singola modifica possa alterare equilibri politici, sociali e culturali.

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Il lettore che vorrei…

Un lettore immerso nella lettura osserva l’antica Roma attraverso una grande finestra

Ogni scrittore sogna di avere più lettori. Io compreso. Mi piacerebbe che Ulpia vendesse centomila copie, magari un milione già che ci siamo. Mi piacerebbe vedere il mio romanzo dietro le vetrine delle librerie, sui comodini della gente e, perché no, persino in cima alle classifiche. Non appartengo a quella curiosa categoria di autori che fingono di disprezzare il successo mentre controllano le vendite con la stessa frequenza con cui un cardiopatico si misura la pressione. Eppure, ogni volta che qualcuno mi chiede quale sia il mio lettore ideale, mi accorgo che la domanda mi mette a disagio. Disagio… Perché mai? Ce l’ho un lettore ideale, io? Mi sono sforzato di immaginare chi potesse essere costui/costei mentre progettavo il romanzo? Ho pensato a lui o lei mentre lo scrivevo? No? Sì? E se non ho pensato a lui/lei, come farà a trovarmi? Ecco l’entità del problema che affligge l’editoria oggi…

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Perché continuo a scrivere

Bambino affacciato alla finestra mentre osserva la neve, accanto a una scrivania con quaderni, parole annotate e una macchina da scrivere.

Mi è capitato spesso di chiedermelo. Non perché abbia mai smesso sul serio di scrivere, ma perché è una di quelle domande che sembrano semplici finché non provi a rispondere, per poi scoprire che ogni risposta che sei in grado di confezionare contiene sia qualcosa di vero sia qualcosa di falso. Ad esempio, scrivo perché mi piace. Adoro scolpire le frasi; mi dà un senso di compiutezza molto soddisfacente. Scrivo per essere letto. Anche. Tuttavia essere letti, oggi, in Italia, non è quasi più un problema. Possiamo dire che è stato risolto a monte… Scrivo per essere pubblicato. Nel mio caso è meno vero, ma sono sicuro che moltissimi là fuori vedono nella scrittura una sorta di riscatto e nella pubblicazione una sorta di conferma. Infine, scrivo perché sono uno scrittore. Questa affermazione ha il pregio di spiccare il problema, ma non alla radice (scuserete il gioco di parole, ndr). Potremmo andare avanti ancora diversi paragrafi, trasformando questo post in una sorta di gioco di società: in cui ognuno dice la propria e tutti gareggiano per il primato della più assurda.

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La ragazza cresciuta in un lupanare

Ulpia, tredicenne dai lunghi capelli biondi e dalla tunica logora, seduta nel cortile del lupanare sul Celio.

A tredici anni ero un idiota.
Lo so che non state faticando a immaginarlo, e siete davvero gentili a farlo notare nei commenti. Non che adesso la situazione sia migliorata in modo apprezzabile, ma a tredici anni almeno possedevo l’attenuante dell’età. Mi interessavano i videogiochi, i fumetti, le ragazze, i fumetti che mostravano ragazze… Insomma, un adolescente qualsiasi. Ulpia, invece, a tredici anni vive in un lupanare sul Celio. Conosce già abbastanza bene gli uomini da sapere cosa aspettarsi da loro e possiede un talento quasi sovrannaturale per infilarsi in situazioni dalle quali una persona ragionevole si terrebbe prudentemente alla larga. D’altra parte, se fosse stata una ragazzina ragionevole, non avrei avuto alcun romanzo da scrivere.

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