Lo so, sono passati quasi otto anni dall’ultima volta.
Otto anni in cui mi sono capitate così tante cose da non aver avuto né il tempo né la voglia di appuntarle su questo blog. La vita è così: ti coglie giovane e ti restituisce vecchio. E infatti, rispetto a otto anni fa, ci vedo meno bene da entrambi gli occhi, sono mezzo sordo dall’orecchio sinistro e ho cominciato a perdere i capelli. Guardarmi allo specchio e scoprire, da un giorno all’altro, d’essere diventato più stempiato di quanto ricordassi è stato uno shock. Ho cominciato a perderli al centro, proprio sopra la fronte. La cosa buffa è che non sono spariti del tutto, ma si vede che sono più diradati di quanto lo fossero solo pochi anni fa. Datemi retta: questi otto anni hanno pesato come una vita intera, tracciando calanchi sulle mie speranze. Finché non sei arrivata tu: Ulpia.

Ma procediamo con calma.


Di Stile si muore. Lo sanno bene i tanti autori che pur di suffragare la propria singolarità, scelgono di non svendersi alle occorrenze editoriali. Questo, a scapito delle vendite. In libreria un libro che non vende è out. E lo diventa in poche settimane; quasi subito. Un libro scritto con “stile” è quasi certo che non venderà. E un autore che non vende, è bello che morto. Se volete considerarvi scrittori, vi conviene piazzare almeno 1200 copie del vostro prezioso manoscritto già alla sua prima edizione. Meno di così, e non siete niente; anzi, nessuno. Ma perché lo stile non vende? Soprattutto: cos’è lo stile?


Non è un addio, naturalmente. I contenuti del blog resteranno on-line a disposizione di quanti, passando di qui, li riterranno ancora utili al proprio cammino. Nei prossimi giorni e settimane, inoltre, appariranno degli articoli che avevo già programmato prima delle vacanze; fin quando non si estingueranno da soli. Non escludo, peraltro, di tornare a scrivere qualcosa, di tanto in tanto, se ne avrò il tempo e qualcosa di intelligente da dire. Pensandoci, se tutti si sforzassero di scrivere solo avendo delle cose davvero intelligenti da comunicare, forse in Italia ci sarebbero molti meno “scrittori” e molti più lettori. Ma tant’è…


I confini di questa realtà posticcia sono definiti da quell’idea secondo cui ai fatti si sostituiscono le interpretazioni. Non è solo una questione di prospettiva – o di soggettivismo: «il ‘soggetto’ non è niente di dato, è solo qualcosa di aggiunto con l’immaginazione»[3] – ma di bisogni, poiché sono proprio essi a interpretare il nostro mondo. L’illusione, la finzione, è creata dalla necessità. Questo per dire che il postmodernismo non è follia; esso risponde a una esigenza.


[…] Ma in un mondo in cui si è visto e fatto tutto; un mondo in cui l’unico approccio possibile è di tipo superficiale – perché, come dice Baricco, non si possono leggere tutti i libri scritti nel mondo e in ogni epoca –; un mondo in cui anche l’arte ha perso il contatto con lo stile perché un computer e una stampante 3D posso creare oggetti perfetti come nessuna mano umana è in grado di fare; in un mondo così, anche il contenuto evapora e con esso l’intreccio e lo stile.