Il primo capitolo di Ulpia ha un difetto imperdonabile: Ulpia non c’è.
Per quasi trenta pagine il romanzo che porta il suo nome si occupa d’altro. Un giovane patrizio naviga la Cloaca Maxima. Il Tevere ha appena restituito Roma a se stessa dopo averla ricoperta di merda e limo. I libri sibillini sono scomparsi. Un albino attraversa mezza città cercando di non farsi notare. Nelle viscere dell’Esquilino un uomo cieco medita di rovesciare un impero. Nessuno sente la mancanza della protagonista. Roma meno di tutti. Mi piace pensare che le città abbiano questa forma di maleducazione. Non sanno di trovarsi dentro un romanzo, ignorano chi campeggi sulla copertina e continuano a occuparsi dei fatti propri. Se Ulpia non fosse mai nata, il Tevere sarebbe esondato lo stesso? Gli schiavi sarebbero rimasti schiavi? I senatori avrebbero continuato a complottare? Le prostitute a lavorare e qualcuno avrebbe ugualmente trovato il modo di scaricare sull’ultima ruota dell’amministrazione pubblica l’ispezione di una fogna? Certo che sì: chi mai potrebbe pensare il contrario? È da questa indifferenza che nasce la struttura a imbuto di Ulpia.

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Esistono tre parole capaci di fotografare un romanzo mentre assume la sua forma definitiva. Come un lepidottero che abbandona l’esuvia, il «Visto, si stampi!» rappresenta il momento esatto in cui un manoscritto, ancora capace di evolvere, smette di poterlo fare, diventando un fotogramma nello spazio-tempo: perpetuo, immutabile e assoluto. Non è un’esclamazione trionfale – Eureka! – ma un atto notarile che pone fine a qualsiasi revisione, congelando l’oggetto libro nel suo istante infinito. È normale provare un po’ di apprensione prima di comandarlo.


Quand’ero bambino, i miei genitori avevano l’abitudine – allora piuttosto comune – di prendersi un intero mese di ferie, normalmente ad agosto, per trascorrerlo integralmente in campeggio. Essendo la mia una famiglia meridionale, il concetto di vacanza non interferiva minimamente con quello di pranzo: si mangiava. Molto. Con serietà, metodo e una certa ostinazione antropologica. Di conseguenza, una volta avviata la digestione, il mare lo si rivedeva soltanto verso sera. Le ore del primo pomeriggio in campeggio, d’estate, per un ragazzino al quale sia stato proibito di entrare in acqua perché «hai appena mangiato», possiedono la stessa qualità metafisica di certe domeniche d’inverno: il tempo rallenta, si coagula, e la noia diventa materia. Per sopravvivere acquistavo con i soldi della paghetta dei romanzetti in edicola. Quasi sempre gialli. Erano scritti bene, qualche volta molto bene; avevano un delitto, un’indagine, un colpevole e soprattutto una virtù che, in quel momento, mi sembrava fondamentale: riempivano quelle tre o quattro ore di tedio senza chiedere nulla in cambio.

Anni dopo, quando ero già un ragazzo, mi capitò tra le mani Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, di un certo Gadda. Leggerlo fu come prendere ripetutamente a testate uno spigolo. La frase si impuntava, cambiava direzione, costringendoti a tornare indietro; i continui cambi di registro, il dialetto che entrava nell’italiano ingegneristico, la lingua si scomponeva, la voce narrante sembrava sapere cose che io ignoravo e non avere alcuna intenzione di agevolarmi. Non era un libro che mi accompagnava nel pomeriggio: pretendeva che fossi io ad accompagnare lui, e possibilmente senza rompere troppo i… be’, avete capito. Eppure oggi di quei gialli da edicola non ricordo nulla: un titolo, un autore, un personaggio. Niente. Gadda, invece, non me lo sono mai più lavato di dosso. E forse, quando parliamo di romanzo ambizioso, potremmo cominciare proprio da qui: dalla differenza tra un libro che svolge perfettamente il proprio compito – INTRATTENERE – e un libro che, dopo averlo svolto, decide proditoriamente di restare, nonostante te.

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Quando parlo di Ulpia, capita spesso che qualcuno la definisca una ucronia.
Ucronia [s.f., dal greco ou = “non” e chronos = “tempo”] – letteralmente “nessun tempo”, indica un genere letterario basato sull’ipotesi che la storia abbia seguito un percorso diverso da quello reale. È comprensibile. Nel romanzo c’è un Impero Romano diverso da quello che conosciamo, una storia che ha preso una direzione differente dalla nostra e un presente costruito sulle conseguenze di una deviazione avvenuta nella finzione narrativa tre secoli prima. A prima vista, quindi, Ulpia sembra rispettare pienamente il canone. Eppure questa definizione, per quanto corretta, descrive soltanto la superficie dell’opera. L’ucronia, nel suo significato più classico, nasce infatti da un punto di divergenza: un momento preciso in cui la storia cambia strada rispetto al percorso storico e da cui si sviluppano conseguenze alternative. È una struttura narrativa rigorosa, quasi scientifica, perché parte da una domanda semplice: cosa sarebbe accaduto se, ad esempio, Cesare non avesse attraversato il Rubicone? Da quel momento l’autore segue gli effetti della variazione introdotta, sforzandosi comunque di restare rigorosamente aderente al realismo storico, e osservando come una singola modifica possa alterare equilibri politici, sociali e culturali.

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Ogni romanzo ha una data di pubblicazione. Molti hanno anche una data di stesura. Pochissimi, una vera e propria data di nascita. Ulpia non è nato quando ho scritto la sua primissima pagina, e nemmeno quando ho deciso di raccontare la storia di una ragazzina cresciuta in un lupanare. La sua origine è molto più antica. Per ritrovarla bisogna tornare indietro di parecchi anni, a un’immagine che cominciava a prendere forma tra la prima e la seconda superiore. Poteva essere il ’92 o il ’93. L’idea di allora era semplice: un uomo del futuro vuole convincere Giulio Cesare a non attraversare il Rubicone, cambiando in questo modo il destino di Roma: le lunghe, estenuanti guerre civili che hanno fiaccato l’Impero molto più di quanto non abbia fatto il Cristianesimo o i barbari sul limes o l’esaurimento delle miniere d’argento iberiche. Il guaio, all’epoca, è che non ero in grado di scriverla una storia così. Non al livello che avrei voluto io. Così, avendo una mente logica, ho catalogato e archiviato l’idea. La stessa fine l’hanno fatta numerose altre. C’è di buono che adesso ne ho un’inesauribile scorta. Ogni tanto tornavo con la mente alla tenda di Cesare. Aggiungevo qualche dettaglio, ne approfondivo un altro, e l’idea piano piano ha lievitato in me. Silenziosa. Fatua.

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