Scrivere in prima persona


Scrivere in prima persona

regista

Chi è il regista della tua storia?

Dopo il caloroso riscontro che Scrivere in prima o in terza persona e Scrivere in terza persona hanno ottenuto negli anni dai lettori che sono passati e ancora passano da questo blog, mi sono finalmente deciso a imbastire un ennesimo articolo sulle “persone”: non quelle che scrivono né quelle che leggono, quelle che narrano. Infatti, se vogliamo, tutta la questione che ruota attorno alla prima, alla terza e, per amore di completezza, alla seconda persona si può riassumere in una semplice domanda: da quale punto di vista mi viene narrata questa storia?

Nel caso della prima persona la risposta è piuttosto ovvia: il mio. Ovvero, il personaggio racconta la propria storia. Potremmo quindi concludere qui questo evidentemente breve articolo di scrittura creativa, ma temo che le cose siano più complicate di così. O meglio, non credo ci sia nulla di complicato nel decidere da quale prospettiva narrare una storia, solo non pare essere così semplice come in realtà è, visto che ogni anno (entrambi gli articoli precedentemente citati sono stati scritti nel 2015) vagonate di curiosi approdano su questo blog in cerca di risposte. Proviamo quindi a procedere per gradi.

La prima cosa che mi viene in mente da dire, parlando della prima persona, è che questa rappresenta probabilmente l’approccio più naturale e semplice nel narrare una storia. Lo facciamo tutti, da sempre, istintivamente: non ci credete? Quando il marito, impiegato alla cassa di una piccola filiale di paese del Banco Sanpaolo, rientra a casa la sera dal lavoro la prima cosa che sua moglie gli chiede è: «Tesoro, com’è andata la giornata?» E lui giù, a sparare improperi contro il direttore, farcendo le ingiurie con nozioni generali di finanza applicata di cui non ha mai veramente capito molto, condendo il tutto con piccoli aneddoti sulla signora Maria; quella che da quasi quarant’anni deposita ogni giorno cento euro. Cento euro al giorno per quarant’anni, concorderete con me, sommati fanno una bella cifra. La signora Maria, benché anzianotta, è pure piacente. Insomma, un uomo che non ha più molte prospettive davanti a sé potrebbe anche farci un pensierino. A quel punto la moglie, stufa di ascoltare le fantasticherie di un marito che per carità cristiana non ha ancora soppresso, smette di ascoltare. Ecco, quello che il marito sta facendo non è altro che narrare una storia in prima persona: quella delle ragioni che l’hanno condotto al divorzio. Se volessimo essere più precisi: quella delle ragioni che hanno portato la moglie infine a separarsi da lui.

«Ciascuno di noi è il protagonista delle proprie giornate, e come tale le raccontiamo»

Narrare in prima persona è una cosa che facciamo tutti, tutti i giorni. Ciascuno di noi è il protagonista delle proprie giornate, e come tale le raccontiamo. Scrivere in prima persona quindi potrebbe perfino risultarvi naturale. Eppure avete delle difficoltà; se così non fosse, non vi trovereste qui a leggere quest’articolo. Proviamo a farla ancora più semplice? La prima persona, o qualsiasi persona in generale, è il punto di vista del narratore, cioè di quel personaggio – se di personaggio si tratta – che si assume l’onere di raccontare la storia.

L’errore più comune che si commette, infatti, è quello di confondere la figura dello scrittore con quella del narratore. Lo scrittore è chi fisicamente scrive il libro; l’autore del manoscritto. Il narratore è una figura retorica, che può essere molto evidente o molto defilata, a cui l’autore affida la narrazione della storia. Nel caso dei Promessi sposi, il caro Manzoni affida il racconto a un oscuro narratore che si ritrova per le mani un manoscritto anonimo del XVII secolo. Le intenzioni del narratore, che non è da confondere con la figura dello scrittore, sono quelle di trascrivere la vicenda in un linguaggio più moderno e comprensibile ai propri contemporanei. Grazie a questa finzione il Manzoni può fornire al proprio lettore una storia inventata che abbia però la pretesa d’essere un resoconto storico e affidabile di vicende accadute realmente.

Nel caso dei Promessi sposi il narratore è eterodiegetico (esterno, che non compare come personaggio) e onnisciente (sa tutto della storia, ben prima che le informazioni passino anche al lettore). Benché intervenga commentando la storia, spiegando, inserendovi le proprie considerazioni, egli non prende parte alla vicende che sta narrando. Infatti la narrazione procede in terza persona. [Ogni tanto si inserisce anche la voce narrante dell’ipotetico primo autore, quello del manoscritto originale. Ma non complichiamo troppo le cose.] La distinzione fondamentale tra terza e prima persona è se il narratore prenda o meno parte alle vicende narrate. Per intenderci, se il narratore dei Promessi sposi fosse stato lo stesso Renzo, allora la storia lui probabilmente l’avrebbe narrata in prima persona: «ho fatto, ho visto, ho detto». Così non è.

Il narratore che procede in prima persona è quindi quasi sempre il protagonista stesso della storia. La sua presenza non può quindi essere defilata, come avviene in alcuni romanzi dove la figura del narratore spesso si confonde con quella dell’autore oppure non figura affatto; egli è direttamente coinvolto nelle vicende del romanzo/racconto. Poiché è uno dei personaggi non può sapere tutto, sa quello che gli è dato sapere. Se racconta al passato, allora può avere qualche informazione in più. Se la vicenda che racconta è cronologicamente già conclusa, come minimo è a conoscenza del finale. Su questo elemento si può giocare. Ad esempio il narratore in prima persona può conoscere buona parte della storia, quando comincia a raccontarla, ma la storia stessa potrebbe non essere ancora conclusa; il finale che deve ancora giungere, quindi, a un certo punto passerà da un racconto passivo, di cose già avvenute, a uno attivo di cose che stanno avvenendo. Ad ogni modo il narratore che racconta in prima persona non può essere onnisciente. Non può sapere, ad esempio, cosa pensino gli altri personaggi; non può conoscere cose a cui non ha assistito direttamente o di cui non è stato reso a sua volta edotto da altri. Questo è un limite; e i limiti ci piacciono, perché ci aprono delle possibilità espressive.

Alcune volte il narratore che narra in prima persona, benché partecipi alle vicende narrate, non è il protagonista del romanzo/racconto. Il caso più famoso credo sia quello del Dottor Watson, il quale in prima persona ci racconta le vicende in cui suo malgrado è trascinato dal geniale Sherlock Holmes. Il protagonista è lui, l’investigatore più acuto della storia della narrativa gialla, ma le avventure che vivono assieme ci vengono raccontate dalla sua spalla, la sua antitesi per eccellenza. Un altro narratore che, pur narrando in prima persona, non è il vero protagonista della storia è la Scout adulta di Il buio oltre la siepe (romanzo scritto da Harper Lee). La storia è ambientata in Alabama, all’inizio degli anni trenta, e all’epoca Jean Louise (per gli amici Scout) non è altro che una bambina. Assieme al fratello Jeremy e al padre Atticus vivono nella cittadina immaginaria di Maycomb. Sono orfani di madre, ma Calpurnia, la brava domestica di colore, non fa loro mancare la presenza affettiva di una figura femminile. Insomma, non sto a raccontarvi la storia; vi basti sapere che, attraverso i ricordi della Scout ormai adulta, possiamo vivere le avventure della piccola Scout e della sua famiglia. Il protagonista del romanzo, in questo caso, è l’avvocato Atticus, il quale ha il compito di difendere un giovane nero dalla pesante accusa di aver violentato una giovane ragazza bianca.

La prima persona ha il vantaggio di facilitare l’immersione nella storia del lettore, il quale sarà indotto ad adottare il punto di vista del narratore/protagonista e con esso instaurare una forte empatia. Vivrà la storia attraverso i suoi occhi, parteciperà delle sue disgrazie e gioirà delle sue vittorie. La partecipazione emotiva del lettore sarà quindi molto forte; o quantomeno sarà più facile per l’autore realizzare questo incantesimo. Tuttavia le difficoltà non mancano. La prima è che non bisogna mai fare l’errore di sganciare la prospettiva dallo sguardo del narratore. Come abbiamo già detto, partecipando direttamente alle vicende narrate il narratore non può sapere cose che il personaggio non può conoscere. La seconda è che in genere, per scrivere qualcosa di memorabile in prima persona, serve trovare una voce narrante che sappia coinvolgere e non annoiare il lettore. Una voce poderosa o diversa dal consueto. Molti suggeriscono di lasciare perdere la prima persona proprio a causa di questa difficoltà.

I racconti che mi sono stati pubblicati sui rotocalchi cartacei sono tutti scritti in prima persona. Io, che sono un imitatore istintivo (narrativamente parlando), non ho mai avuto grosse difficoltà nell’immergermi nel personaggio e far affiorare così la sua voce. Ma questa pare non essere una caratteristica diffusa. Io questo non lo so; evito di giudicare. Ad ogni modo, e tralasciando i miei racconti di cui sconsiglio la lettura, due mostri sacri, maestri della prima persona, li potete trovare in J.D. Salinger e Albert Camus. Entrambi sono eccellenti autori di cui invece consiglio vivamente i romanzi: del primo Il giovane Holden; del secondo Lo straniero. Tra gli italiani mi sento di citare Paolo Volponi, di cui consiglio Memoriale.

Termino qui, altro al momento non mi sovviene. Se desiderate approfondire l’argomento vi consiglio la lettura di Figures, tre libri scritti tra il ’66 e il ’72, del critico letterario e saggista francese Gérard Genette, in cui trovate queste e altre cose (in particolare nel libro III). Da parte mia spero di esservi stato utile, o perlomeno di non avervi confuso ulteriormente le idee. Se così fosse, non attribuitemi colpe: io so solo quello che so, quello che sapete voi non lo posso conoscere. In bocca al lupo per i vostri romanzi.

33 Comments on “Scrivere in prima persona

  1. Bell’articolo, è sempre interessante parlare delle modalità “prima” e “terza” persona.
    Il primo romanzo che ho pubblicato era scritto in prima persona e tutti mi chiedevano se era autobiografico, “magari” rispondevo io visto che la protagonista del mio romanzo aveva fatto una vita davvero emozionante e, a parte i dolori che non mancano nella vita di ognuno, aveva raggiunto la felicità. Scrivere in prima persona porta spesso a questo equivoco, però in quel caso avevo scritto seguendo l’istinto e probabilmente quella storia andava scritta in prima persona.
    Gli altri romanzi li ho scritti tutti in terza persona e all’inizio mi sono trovata un po’ in difficoltà (con il primo romanzo mi ero abituata a scrivere in prima persona) tuttavia dopo ho apprezzato il fatto di poter raccontare i diversi punti di vista dei personaggi, senza ricorrere al POV alternato, ultimamente molto usato…
    Ultimamente sto pensando di tornare alla prima persona, vedremo.

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    • È vero, anch’io per i miei racconti ho avuto le stesse “spiacevoli” difficoltà: nugoli di parenti e conoscenti che mi chiedevano se li avevo scritti davvero io – visto che parlavano di storie di donne in prima persona – senza comprendere che non per forza devono essere biografici.

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  2. Figurati che ho da poco letto un romanzo scritto in prima persona plurale e ora ne sto leggendo uno con narratore non umano (la voce narrante è infati quella di un computer) 😛
    Comunque spero che presto finisca la moda della prima persona presente 😀

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      • Da adoperare mi piace la prima persona, ma non disdegno la terza.
        Dipende dalla storia e cosa vuoi esprimere. Dicono che per le emozioni sia più funzionale la terza persona.
        Da leggere non faccio distinsioni. Mi ero fissata ultimamente con la seconda persona singolare, che si usa poco ed è difficile da scrivere. Da leggere con Calvino è un piacere.

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  3. Più è lunga la narrazione e più la prima persona diventa problematica da gestire! Con i racconti nessun problema, mi piace immergermi nella testa di qualcun altro e lasciar parlare lui, ma in un romanzo (Sherlock Holmes e il mistero dell’uomo meccanico), in cui, appunto, il buon Watson narra, ma non è il motore dell’azione (nel mio caso, però, è senza dubbio il protagonista emotivo) avevo sempre il problema di Holmes che mi scappava e non raccontava quello che faceva… Per non parlare del fatto che il mio povero Watson a inizio storia è parecchio depresso (per ottimi motivi) e a fine sessione di scrittura ero depressa pure io. A fine romanzo ho pensato “mai più una storia così lunga in prima persona”. Non so se mi contraddirò, ma per il momento il ricordo della faticaccia tecnica, emotiva e stilistica è ancora piuttosto vivo.

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    • Questa tua testimonianza, Antonella, arricchisce il post: grazie. Forse, però, nel tuo caso il problema maggiore era che il narratore non coincideva con il protagonista. Pensi che avresti avuto le stesse difficoltà se a raccontare fosse stato lo stesso Holmes?

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      • Ho scritto un racconto dal punto di vista di Holmes ed è stato un incubo. Mi sono trovata con frasi di venti e più righe in cui non mi ritrovavo più in cui si seguivano cinque o sei linee di pensiero contemporanee. Mai, mai, mai, scegliersi un narratore esageratamente più intelligente di noi!
        Al di là di questo non credo. In ogni caso ti trovi a dover narrare o riassumere fatti che il narratore non ha potuto vedere, a meno di non raccontare la biografia del personaggio. La gestione della prima persona sulle lunghe distanze secondo me è un incubo e onore al merito a chi ci riesce con buoni risultati.

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        • Condivido. Forse dipende anche dal soggetto. Le storie con molta azione, molti “fatti”, o molte linee di pensiero appunto potrebbero essere agevolate da una terza focalizzata o addirittura da un’onnisciente. La prima persona va bene per una narrazione intimista. Anche se in realtà, a pensarci bene, il romanzo di Harper Lee ha molta azione e molte scene e molti personaggi eppure le difficoltà che ha trovato a scriverla, se ne ha trovate, non si vedono per nulla. Ad ogni modo è buono il suggerimento: prima di usare la prima persona, provate con la terza. Questo è una cosa che dicono anche molti manuali e molti scrittori, persino americani.

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  4. Pingback: L’alter ego dello scrittore – Salvatore Anfuso ● il blog

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  6. Ho appena finito di leggere un thriller in prima persona e m’è piaciuto molto. Non so se risulti più facile la prima persona, perché non credo sia così semplice come sembra, proprio perché è limitante.

    Il giovane Holden ce l’ho, ma devo leggerlo. Lo straniero lo incrocio da tantissimi anni e prima o poi lo prenderò. Memoriale l’ho messo in lista su Ebay.

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  7. Mi prendo l’in bocca al lupo, perché il romanzo che ho in stesura è in prima persona e non è così semplice farlo agire: lui (è un lui) non sa tante cose e raccontare solo il suo punto di vista non facilita la trama.

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  8. Quello della scelta della persona è un problema affascinante: quando il lettore comincia a leggere e trova la prima indicazione di chi racconterà, si fa delle idee e si aspetta determinate cose. Per esempio, se trova una prima persona immaginerà di dover credere di più al narratore, in quanto egli è testimone degli eventi – sempre nell’àmbito della finzione.
    Una delle possibilità più divertenti e impegnative sarà allora quella di giocare con queste aspettative del lettore: per esempio far dire a chi narra qualcosa in meno o in più di ciò che dovrebbe poter sapere, oppure trovare il modo d’insinuare che non stia raccontando tutta la verità. Un caso antichissimo è la “Storia vera” di Luciano di Samosata, dove il narratore e protagonista racconta le più assurde panzane giurando molto spesso di star dicendo la sacrosanta verità: fin dal titolo, il meccanismo genera ironia.

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