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Cerco un centro di gravità permanente

La figura dello scrittore, in Italia, pare non poter essere scissa da quella dell’intellettuale. Che qualcuno possa semplicemente essere bravo a inventare storie e a raccontarle, senza per questo avere qualcosa di profondo o trasversale da dire sul mondo, la vita o se stesso, come idea sembra non riuscire ad attecchire. In Italia se vuoi essere considerato uno scrittore, devi per forza avere un’opinione sui maggiori fatti di attualità, una posizione precisa verso la Sacra Madre Chiesa, una visione originale della famiglia, l’eutanasia, l’immigrazione, il ruolo della donna, i centri di potere, la giustizia o la sua parvenza. In Italia se vuoi essere preso sul serio, devi prenderti sul serio. Se non ci credete, provate a dare un’occhiata agli articoli apparsi su Nazione Indiana a cavallo tra il ’04 e il ’05: se volete essere considerati scrittori, è con la maestria e le opinioni di quegli scrittori lì che dovete confrontarvi: siete sicuri di riuscire a reggerne il paragone?

Non riuscirci significa non contare nulla; significa che il proprio romanzo, e non importa quanto bello possa essere, non verrà mai preso sul serio; significa che nessun critico punterà il suo benevolo faro su di voi, né alcun giornalista farà mai uscire una recensione del vostro libro su un quotidiano a tiratura nazionale (ma spesso neanche locale); significa continuare a contare sul proprio centinaio di lettori, se siete fortunati, digitali o cartacei che siano. L’unica alternativa allora è entrare nell’orbita di un personaggio influente, suscitarne le simpatie, e prodigarsi con zelo affinché egli decida di soffiare sulle vostre grevi e fragili vele. Si finisce quindi per diventare sodali dell’influencer di turno, il quale si avvale del numero dei propri ammiratori per dare peso e spesso seguito alle proprie parole. In cambio voi, lentamente, potrete cercare di risalire la china all’ombra di un’ala benevola. In Italia se vuoi essere preso sul serio… devi prenderti sul serio.

Il favore è merce di scambio: conta più del denaro. Quanto vale una bella recensione su un quotidiano nazionale? E un critico che lumeggi con favore la tua prosa? Conoscere le persone giuste, nel meccanismo editoriale, a cui poter presentare i propri pupilli è indice di potere. Tutto questo baratto crea una situazione anomala — soprattutto considerato l’esiguo bacino di lettori cui tutti cercano di attingere —, una situazione al limite della follia. Si vengono a instaurare, cioè, dei centri di influenza concentrici, al cui epicentro staziona un figuro di spicco, con la sua giusta dose di credibilità, di favori da riscuotere, di potere; attorno, tutta una serie di scrittori di seconda fascia che, grazie al loro numero, alla loro micro influenza, ai favori cui a loro volta possono accedere, azionano un meccanismo simile a un’onda. E cresce, cresce furibonda quest’onda, fino a giungere al lettore. In Italia se vuoi essere preso sul serio, devi! prenderti sul serio.

Le piccole case editrici, anche quelle che cercano di lavorare con serietà, spesso non hanno sufficiente influenza per sospingervi, per cambiare le carte in tavola. Spesso loro stesse vanno a caccia di favori, di opportunità lì dove è possibile trovarle. Il self? Con tutto il rispetto per chi ci crede, per chi scrive bene e nonostante questo sceglie la strada dell’auto-editoria, i selfer non vengono mai presi sul serio da nessuno. Non è solo una mia opinione — che in quanto tale non avrebbe valore — è un dato di fatto: quante recensioni, positive o negative, escono sui quotidiani nazionali di libri pubblicati attraverso il meccanismo del self-publishing? Quanti di questi autori vengono tenuti d’occhio dalla critica letteraria? E dalle case editrici? Dagli influencer? La risposta è semplice: quasi nessuno. L’eccezione conferma la regola. Il motivo non riguarda (solo) la qualità degli autori; piuttosto dipende dal meccanismo di “dipendenza”: se hai successo senza dover restituire favori, sei una persona pericolosa. Va da sé che il self, negli anni a venire, è una strada da osservare con grande riguardo. Al momento, tuttavia, non può aiutavi. Anzi, pubblicare in self significa portarsi addosso la rogna. In Italia se vuoi essere preso sul serio, devi prenderti sul serio…

Ho usato il plurale: «centri di influenza concentrici»; perché non esiste un solo influencer, ma diversi. Non farei mai un elenco, ammesso di esserne capace, ma potete immaginarvelo benissimo da soli. Attorno a ognuno di questi, orbitano tutta una serie di oggetti: i sodali, soldatini pronti alla guerriglia ideologica, debitamente istruiti per essere sempre d’accordo, sempre allineati con il parere del proprio personalissimo oracolo; gli antagonisti, che per distinguersi dai sodali danno di contro all’influencer e che, nel loro piccolo, aspirano un giorno a prenderne il posto; i razzolamerda, coloro che non sanno nulla e non possiedono le facoltà per capire che, senza saperlo, si allineano non per becero opportunismo, bensì per empatiche simpatie che nulla hanno a che vedere con la ragione. In Italia se vuoi essere preso sul serio…

Razzolamerda a parte, sono persuaso che tanto gli influencer quanto i sodali siano davvero convinti della propria onestà intellettuale. Ritengano cioè, di stare dalla parte della ragione; di possedere una visione sulle cose e sul mondo più giusta, più vera rispetto a tutti gli altri. Anche Hitler, per citarne uno, probabilmente era convinto di essere nel giusto. Forse il fatto che in Italia ci siano molti centri di potere non è una cosa del tutto negativa: la chiamano democrazia… Io la chiamo ipocrisia di merda.

Accettare di far parte di un meccanismo, in fondo squallido, perché è l’unico modo per propagandare e diffondere la propria ideologia, ritenendola giusta, senza degnarsi di farlo sapere con chiarezza al mondo, significa nascondersi dietro un paravento di finzione e menzogne. … ipocrisia di merda.

Tuttavia siamo in Italia (non ho idea di come funzioni nel resto del mondo), e qui l’unica cosa che conta è la posizione che occupi. Dunque, cari follower, voi che posizione occupate? siete degli influencer, dei sodali, degli antagonisti, o dei razzolamerda?

110 Comments on “L’intellighenzia

  1. Naturalmente sono un influencer, è per questo che mi sei sodale no? 😛
    Poi chi influenzi io con le mie intellettive diatribe i miei aulici sproloqui, i miei profondamente argomentati pareri non è dato sapere. Sul numero degli influenzati invecie possiamo ragionare, ecco, direi che per contarli basteranno le dita di una mano sola, avanzandone anche un bel po’. Diciamo che quando mi impegno, ma proprio tanto, riesco un pochino a influenzare me stesso 😛
    Tu comunque restami sodale, eh, che sto crescendo 😀

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  2. Sia chiaro: io sono uno scarpone nella scrittura, lo so e pazienza. Ma se avessi scritto e fatto quello che l’intellighenzia vuole, di certo sarei in ben altra orbita. Mi sta bene così, e continuerò ad autopubblicarmi. Finire in quella specie di mercato del bestiame che è il “mondo culturale” italiota, mi fa orrore.

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  3. Al momento, e credo di parlare a nome di tutti e tre, non occupiamo una posizione, che è la condizione più difficile ma anche più beata: finché non abbiamo pretese d’inserirci in un gradino della gerarchia, potremo guardarne l’imponente e assurdo edificio dall’esterno, la miglior posizione per poterne ridere.

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  4. Non so se questo articolo tratti di una tua esperienza personale…se così fosse ti potrei dire: benvenuto nel club.
    Purtroppo ho cominciato a capire come funziona il sistema italia anni e anni addietro. Perché lo chiamo sistema italia è presto detto: il metodo da te sapientemente descritto è valido in ogni ambito all’interno dei nostri confini, non solo in letteratura o editoria.
    Paese che vai, usanza che trovi. Proprio ieri leggevo un articolo su repubblica di una signora inglese di 59 anni che ha pubblicato il suo primo libro tramite un agente trovato su internet inserendo su google “thriller psicologico agente”. Beh, prima ancora della pubblicazione, i diritti di quel libro sono già stati venduti in 32 paesi.

    Discorso a parte merita il self-publish: ci sto pensando seriamente ma più che altro per scelta civica ed etica pur sapendo che quello che dici tu a riguardo è vero.

    A presto.

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  5. Fare il ruffiano all’influencer di turno non significa prendersi sul serio.
    Io ho ovviamente opinioni mie su Chiesa, famiglia, eutanasia, immigrazione, ruolo della donna, giustizia e altro, ma sono mie personali e non vedo motivo di esternarle.
    Se lo facessi, si scatenerebbe il putiferio, perché siamo nel paese che si sporca la bocca con parole come democrazia e poi non sei libero di avere le tue idee personali, se vanno contro i benpensanti di turno.

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    • Loro si prendono sul “serissimo”, ci puoi scommettere. Anch’io ho idee ben precise, solo che puntualmente me ne dimentico.

      Sì, penso anch’io che si scatenerebbe il putiferio se ognuno dicesse ciò che realmente pensa. Non uno solo, se lo fa uno finisce come quel tizio che ha di recente pubblicato un libro… ma sì, quel tipo che è segretario di un partito politico influente… ma dai, quello che è apparso anche in un gioco a quiz negli anni ottanta/novanta. Be’, non ne ricordo il nome. Ad ogni modo, se uno solo dice quel che pensa fa la figura dello sciocco, perché tutti gli altri si mettono a ridere sotto i baffi additandolo: «Guarda quel citrullo che dice dice e fa la figura del merlo». Ma se lo facessero tutti, tra una guerra e ideologica e l’altra, vigerebbe la pace! Quantomeno intellettuale. «Non fummo fatti per viver come bruti…».

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  6. Quello che dici è vero. Il ginepraio Italia è un problema di non facile soluzione. Se fosse facile lo avremmo già risolto.
    Il sistema-rete di favori esiste ed è una delle parti più importanti del problema. Un sistema malato che prospera dove non c’è Cultura (con la “C” maiuscola, che comprende l’informazione). E la cultura è faticosa, l’italiano medio è pigro e chi è pigro vuole avere il massimo faticando il minimo.
    “Se hai successo senza dover restituire favori sei una persona pericolosa”: verissimo. È anche vero che i pochi che finora hanno provato ad andare controcorrente e sono annegati hanno fatto l’errore di averci provato da soli. Secondo me sarebbe diverso provarci in gruppo, contemporaneamente. Una tua vecchia idea. Uno lo puoi screditare, dieci diventa ben più difficile.

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    • Non è vecchia, è di due mesi fa. Vabbè che su internet tutto invecchia prematuramente, ma non esageriamo. 🙂

      Infatti quelli di Nazione Indiana erano partiti proprio con l’intenzione, in gruppo, di creare un luogo in cui ognuno potesse dire la propria senza paura delle solite ritorsioni “editoriali”, senza tener conto dei favoritismi, dell’autorità, eccetera… Poi è andata com’è andata.

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  7. Beh magari io sono un po’ brutale, ma francamente me ne infischio della intellighenzia, degli influencer, delle recensioni, dei favori e del lecchinaggio.

    Io pubblicherò in self. Ciò che più mi sta a cuore è che ci sia qualche lettore che apprezzi quel che scrivo.
    Che i dinosauri vadano a …
    Ecco, sui dinosauri in Italia la migliore espressione è stata espressa nel film la meglio Gioventù.

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      • Cosa penso degli influencer?
        Che spesso non si sa di cosa si parla quando si dice influencer.
        Ad esempio Salvatore ha utilizzato l’espressione riferendola all’intellighenzia dei dinosauri.
        Ma non credo sia corretta, perché in questo caso, questi pseudo influencer influenzano una ristrettissima cerchia di leccaculo e postulanti. Gli influencer dell’intellighenzia non hanno alcun potere sui lettori. Non fanno vendere una copia in più.

        In realtà influencer si utilizza per gli web, dove l’influenzatore (a morte gli anglicismi :D) riesce a condizionare masse enormi di persone.
        E spesso questi pseudo influencer sono insospettabili ai più. Ad esempio ho visto che mia figlia segue un ragazzino su Facebook (avrà 15 o 16 anni immagino) che dovrebbe essere un comico e invece è un imbecillone integrale. Non avrei visto un minuto di un suo video se però non avessi visto che ha 500 mila persone che lo seguono entusiaste. Immagino che il seguito sia di soli ragazzini. Ma ecco, questo è un influencer. Ha la capacità di condizionare migliaia di persone. Con buona probabilità se viene individuato da un top editore sarà reclutato per pubblicare un libro con ghost. Su 500 mila fans almeno 10 mila vendite sono assicurate. Magari di più.

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        • Esempio perfetto! Io ero tra quelli che sbeffeggiavano i ragazzini ciuffoni su YouTube, poi ho visto che ad uno di loro la Panini ha dedicato un album delle figurine… cioè invece di portare in Italia le valanghe di ottimi fumetti che regolarmente ignora, la Panini pensa ad uno YouTuber, quindi è chiaro che quelli sono soldi facili. Anche se solo metà dei suoi follower comprerà l’album, saranno lo stesso pacchi di soldi dietro un costo esiguo di produzione.
          Guarda i Viner, con decine di milioni di visualizzazioni nel mondo: il 25 giugno prossimo sarà il compleanno di Lele Pons, la donna più vista al mondo. Quella sì che è una influencer, eppure non fa alcuno spot nei suoi video: se però mostrasse qualcosa, sarebbero vendite assicurate.
          in Italia è tutt’altro mondo, devi avere un editore potente se vuoi avere visibilità e devi stare al suo servizio senza fare domande, dire quello che ti dice di dire e leccare quello che ti dice di leccare, perché di scrittori da noi ce ne sono a milioni ma editori potenti si contano sulla punta di una mano storpia… La qualità del testo è zero, conta se va in TV e se vedi la pubblicità sui giornali, perché solo così vendi, e questo solo una casa potente può garantirtelo: qualsiasi altra pubblicità (tipo sul web) è meno di zero, vale radice quadrata di 1.
          Bisogna vedere cosa sei disposto ad accettare per entrare in quel giro…

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        • No, Marco, non sono d’accordo. Influencer è un termine da sempre adoperato per indicare quei personaggi che sono in grado di influenzare l’opinione pubblica, come ad esempio: gli opinionisti nei quotidiani, alcuni segretari di partito, alcuni imprenditori influenti (da cui influencer) e in genere tutti coloro che sono ben inseriti nei posti “chiave” della società. Solo di rimbalzo e con un tono di ridicolo viene attribuito ai ragazzini che su YouTube arrivano effettivamente ad accumulare decine se non centinaia di migliaia di seguaci (nel senso che vengono seguiti). Non è a loro che mi riferisco nel post.

          Non concordo nemmeno su quel che dici a proposito degli influencer editoriali: «questi pseudo influencer influenzano una ristrettissima cerchia di leccaculo e postulanti. Gli influencer dell’intellighenzia non hanno alcun potere sui lettori. Non fanno vendere una copia in più». Intendiamoci, mi piacerebbe che tu avessi ragione. Tuttavia le cose, da quel poco che so, non stanno così. Questi figuri riescono a manovrare l’editoria tanto da stabilire quale libro venga pubblicato e quale no, quale libro finisce sugli scaffali di una libreria e quale no, quale autore promuovere e quale no… E ti pare che non abbiano influenza sui lettori? Self escluso, se un libro non finisce in vetrina i lettori non possono conoscerlo e quindi acquistare. Di conseguenza la loro influenza è massima. Oltre questo, grazie ai contatti accumulati nel meccanismo editoriale, sono in grado di isolare un autore o lanciarlo alla ribalta. Le due strade non vengono sempre scelte grazie al merito…

          Naturalmente non promuovo l’idea che un autore di talento non riesca comunque a entrare nel giro senza piegarsi; sono ottimista e pieno di fiducia verso il prossimo. Ma potenzialmente gli influencer hanno un grande credito da spendere e lo spendono per i propri tornaconti.

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          • Certo se allarghiamo anche giornalisti e politici, ma anche i personaggi dello spettacolo sono influencer.
            Però noi siamo in ambito editoriale.
            Che un influencer editoriale possa scegliere chi pubblicare è un conto, ma che condizioni le vendite dubito. Perché le vendite sono dettate dal business. Se agli influencer dell’editoria sta sui maroni Fabio Volo, Fabio Volo viene pubblicato ugualmente perché vende.
            Ai big dell’editoria interessano poco le opinioni, ma interessano i numeri che vanno esibiti ai consigli di amministrazione.
            Se per capriccio l’influencer di turno sceglie un suo amico e che fa pompare nelle librerie e poi vende due copie, l’influencer viene licenziato subito.
            Io ad esempio ho in mente un influencer che dovresti avere in mente pure tu. Le sue scelte contano per pubblicare, ma poco o nulla ai fini delle vendite. Infatti la maggior parte degli autori pubblicato con editore, difficilmente ripubblica con lo stesso. Perché le vendite languono e l’influencer ti ha piazzato una volta, difficilmente riesce alle stesse condizioni per la seconda.
            Poi le dinamiche sono tantissime, ogni storia è un caso a sé.

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            • Riflettendoci meglio mi pare che il termine abbia un origine nel marketing. Ad ogni modo, hai ragione riguardo a Fabio Volo, solo che nessun influencer sarebbe così pazzo da metterselo contro. Non so se hai notato, ma ultimamente gira voce che in fondo Volo fa il proprio e non è giusto criticarlo. Io condivido questa opinione che ho sempre espresso, ma in bocca a certi personaggi stona un po’. Vero anche che se l’influencer toppa, perde credibilità. Tuttavia sull’essere esonerato dal ruolo è cosa meno lineare, mi pare. Inoltre i numeri sono così ridicoli che anche se vendi solo mille copie hai fatto il tuo. Ci si barrica dietro la facile menata della qualità che non vende.

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          • Ma mica tanto, visto che il genere più venduto è anche il più vituperato dall’intellighenzia, il rosa (ah quanto avrei voluto che ci fosse la fantascienza, vabbè)

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        • Tipo quella youtuber in testa alle classifiche di vendita. La cosa sociologicamente interessante è che pare che il fenomeno non sia ripetibile a tavolino, cioè pare che non si riesca a capire perchè alcuni sfondino e altri no, pur essendo più o meno tutti sullo stesso livello.
          Mi vien da pensare che noi fossimo più “influenzabili” o “controllabili”, certi fenomeni prodotti in laboratorio con noi (inteso come generazione) hanno funzionato (vedi i Duran Duran, poco conta che io non li ascoltassi :P).

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  8. Bellissima questa scena, devo dire che io ho adorato tutto il film e l’ho visto anche più volte in replica. Bravo Marco che ci hai ricordato questo film. Io faccio parte di quelli con la rogna in quanto self e nel mio lavoro ho lasciato andare più di un’occasione di carriera perché non sono capace di leccare il culo a nessuno…non posso farci niente sono così, però piaccio a me stessa. Forse è per questo che mi piace scrivere: certe verità scomode le faccio dire ai miei personaggi che non hanno mai peli sulla lingua.

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    • Anch’io rivisto più volte, credo che sia una delle migliori realizzazioni cinematografiche (anche se nasce come mini fiction) di sempre in Italia. Io ho comprato pure il libro della sceneggiatura.
      Immagino quanto sia dura in certi luoghi di lavoro, in cui il lecchinaggio è una prassi per far carriera.
      E ti comprendo, anch’io geneticamente free dal lecca culo. Anzi, io mi devo frenare, perché in certi casi la mia natura ribelle mi porta ad andare contro. Tipo adesso per un libro appena pubblicato sto vedendo dei lecchinaggi a un membro dell’intellighenzia, che io sarei capace di stroncare. Meglio che sorvolo va… 😀

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    • Le verità scomode le dicono tutti i personaggi dell’universo narrativo, perfino e forse soprattutto italiano. Il problema non è il mondo di fantasia, ma quello reale. E lì che bisogna dire verità scomode. E farei notare che io, le verità scomode, le scrivo. Forse sono un personaggio anch’io. 🙂

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  9. Temo che il tuo post, Salvatore, sia vero al 98%. Tengo un 2% di possibilità all’utopia e alla possibilità che finalmente arrivi un genio solitario a sparigliare le carte.

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  10. Hai scritto un post molto intellighente. E poiché mi allineo alla tua opinione non per becero opportunismo, bensì per empatiche simpatie che nulla hanno a che vedere con la ragione sono un razzolamerda sì, ma d’artista quale tu sei.

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  11. Scrivete e battetevene i coglioni. Scrivete bene, scrivete male, fate quello che volete, cazzo almeno una cosa che sia vostra. Piacerà, non piacerà, chi lo può sapere… Raccontare storie, semplicemente scrivere per il piacere di narrare. Senza desiderio di voler salvare il mondo, senza proclami, lontani dal pulpito.
    La mia visione è ancora peggiore della tua. Vedo, uuuh veeeddooooo :D, una massa di poveracci, me compreso, che si arrabattano per un minimo di visibilità, di compiacenza, di credibilità, ma che in realtà possono al massimo aspirare a inumidirsi le dita per catturare qualche briciola sul piatto di ben altre pagnotte già divorate da altrui. Cricche, circoli culturali, blog di ribelli e censori da tastiera, premi letterari con giurie dei soliti noti che se la cantano e se la suonano da soli a fasi alterne, circuiti di radical chic dei miei coglioni che fanno i padroni e come tali spadroneggiano, pavoni con variopinte ruote a corona del buco del culo sempre pronto a donarsi. Per quello che mi riguarda gli intellettuali dovrebbero essere fucilati alla schiena. Parlo di quella banda di ex sessantottini che ora dirigono giornali, mantengono cattedre universitarie, quelli che sbandierano ideali cui nemmeno credono ma che fanno tanto bello e colto nei salotti giusti. Verbosi figli di puttana sempre pronti a puntare il dito che hanno creato il vuoto intorno al sacrosanto diritto di leggere per divertirsi e provare piacere. Gli intellettuali di posa, quelli che ti spiegano cos’è l’arte, di cosa deve parlare la letteratura senza fornire alle nuove generazioni i mezzi per capire da soli cosa è il bello. Ogni volta che smonto da una lunga notte di dodici ore, dove magari ho visto crepare una persona di troppo, ci piscio su tutta questa gentaglia. Gentaglia che della vita sa solo quello che si racconta, pensatori “per sentito dire” che si riempiono la bocca di grandi nomi della letteratura per darsi un tono. Comunque, bando ai deliri, anzi chiedo scusa per l’invadenza e la brutalità verbale, scusa davvero Salvatore, ma tu sei una persona intelligente e capirai. È tutto un gioco, in quanto tale possiamo sempre decidere di non partecipare. Oppure possiamo divertirci a vedere giocare gli altri e andare avanti per la nostra strada, l’importante, quando viene la sera, è chiudere gli occhi pensando almeno di essere persone degne del dolore di chi ci ha messo al mondo.

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  12. Eccomi qui! Bell’articolo, Salvo! 🙂
    Credo che questo post affronti due questioni che valga la pena analizzare separatamente. Sulla prima, quella relativa al ruolo dello scrittore come intellettuale, avevo pensato di scrivere anch’io, e magari lo farò. L’idea che uno scrittore debba essere informato sull’attualità e avere una propria opinione è un po’ anni settanta (se continui a leggere la saga dell’ Amica Geniale puoi capire cosa intendo), ma mi vede d’accordo, specialmente considerando il genere di storie che scrivo. Non credo di poter essere credibile, dal momento che mi interessano storie mainstream ambientate ai giorni nostri, che affondano le radici nel nostro contesto, se la mia mente vive in una dimensione sganciata dalla realtà. Questo, almeno, per quanto riguarda me: forse un autore fantasy ha meno bisogno di questo radicamento.
    Per quel che riguarda invece la necessità di contatti e contattucoli, penso che l’intera società italiana debba essere smontata, e poi ricostruita a partire dalle fondamenta. è un malcostume purtroppo diffuso in ogni ambiente, ed è duro a morire. Mio padre è molto noto a Sanremo e provincia sia per la sua attività di avvocato sia perché è stato in consiglio comunale e provinciale (sarebbe anche ora che la smettesse!) ma io mai una volta ho speso il mio cognome per saltare una fila o avere delle agevolazioni, spesso con la sorpresa di chi, poi, scopriva chi ero, per esempio l’impiegato della Questura, quando ho dovuto fare il passaporto, che mi ha ricevuto dopo 2 ore di attesa: “ma non lo poteva dire?”, ha domandato, come se fosse normale approfittarsene per ottenere dei privilegi. Allo stesso modo, qualche settimana fa ero in un ristorante con amici e, siccome il personale era stato molto scortese con noi, dopo oltre mezz’ora di attesa per un tavolo regolarmente prenotato, abbiamo deciso di andare a mangiare da un’altra parte. Nel locale, era presente anche la sorella di un mio amico. Dopo un po’, ha telefonato, ha passato il proprietario, il quale si è scusato perché non aveva capito che Tizio era il fratello di Caia: “se volete tornare, siete i benvenuti”… ma un cliente, dovrebbe essere trattato bene a prescindere. Che ci vogliamo fare? Questo è il paese del: “tu non sai di chi sono amico” , e finché le cose non cambieranno la vita sarà difficile, non solo per lo scrittore, ma per tutti.

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    • Ciao Chiara, grazie per il bel commento. 🙂

      Per quanto riguarda la prima parte, mi riferivo più che altro alle pose intellettuali che, volente o nolente, uno scrittore deve assumere per poter essere preso sul serio. Lo dici tu stessa: «Non credo di poter essere credibile, dal momento che mi interessano storie mainstream ambientate ai giorni nostri, che affondano le radici nel nostro contesto, se la mia mente vive in una dimensione sganciata dalla realtà». Di suo non è sbagliato, e ovviamente anch’io ho delle idee sul mondo, sulla società, su me stesso; questo articolo ne è un indizio, in fondo, no? Il problema sorge quando queste pose le devi assumere per caricarti di credibilità; come se le idee non fossero a monte del romanzo ma a valle. Magari tu sei semplicemente brava a guardarti attorno, cogliere l’essenza del tuo tempo e raccontarla. Perché questo dovrebbe essere limitante per uno scrittore?

      Sulla seconda parte che dire? Quando ho progettato la struttura di questo articolo mi ero posto l’obbiettivo di stenderlo in modo che, nel Paese in cui viviamo, potesse ricalcare non solo la situazione del meccanismo editoriale, ma di tutte le esperienze sociali che un italiano si trova a vivere: nel lavoro, nello sport, nell’arte e perfino, come testimoni, al ristorante…

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      • Forse io non vivo l’essere “intellettuale” (le virgolette sono d’obbligo) come una posa, perché nel mio caso è arrivato prima l’interesse per la società, e poi la scrittura. Come dici tu, si tratta di una cosa che esisteva a monte, e ha portato alla stesura del romanzo, non di una posa creata successivamente per strutturare la propria immagine. Su questa ipocrisia, ti do assolutamente ragione: sai che aborro tutto ciò che è finto… 🙂

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    • Non saprei, ma ho letto anch’io l’articolo. In certi casi diventa difficile distinguere tra una truffa e un orgoglio (artistico) ferito. Non sono così addentro da capire come funziona. È chiaro che un’istituzione come il Premio Strega abbia maturato nelle decadi un proprio abitat, con regole e riferimenti precisi, di cui necessariamente bisogna tenere conto. Non saprei dire se è un bene o un male.

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      • Beh anche per me. Accanirsi perché si ambisce un premio… ma chi se ne frega.
        Anche se comprendo che per molti scrittori è uno status.

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        • È uno status mica da poco. In senso puramente pragmatico porta: lavoro, influenza, contatti, pubblicità… Vincere lo strega è come pescare un Gratta&Vinci vincente. Io preferisco il Gratta&Vinci però, almeno di metti subito in saccoccia i sordi senza fare troppa fatica… 😛

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          • Però un conto è se sei un giovane sconosciuto un conto è se sei già un autore affermato. Insomma Ligabue (al di la dei gusti musicali) manco ci va a San Remo.

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            • Ma credo che per uno scrittore lo Strega sia ben più di San Remo. In Italia uno scrittore ha soprattutto bisogno di credito; lo Strega te ne fa guadagnare a vagonate. Vincerlo (ma anche solo entrare nella cinquina…) è una manna.

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              • Sicuro, però se decidi di partecipare evita le polemice sterili. O fai il figo e dici è tutto corrotto e non partecipo, oppure partecipi e accetti i giudizi dei giurati.

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                • Anche quella del ribelle alla fine è una posa. Dipende da chi sei e da cosa vuoi vendere. Moresco, se non sbaglio, da sempre lamenta la “corruzione”, in senso lato, dell’intellighenzia… Non fa altro che recitare il suo ruolo. Alla fine è tutta pubblicità gratuita (poi, magari, c’è anche del vero).

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                  • Di sicuro c’è del vero, ma anche tanta posa. Però appunto, se ti ritagli addosso un personaggio poi non lo tradire così. Oltre tutto avrebbe denunciato le stesse trame occulte se avesse vinto?
                    Per non parlare della polemica sulla romanità degli autori finalisti, vero, son tutti de Roma, ma l’anno scorso non c’era manco un romano in cinquina, per dire 😀

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    • Beh, ogni anno lo Strega ha la sua polemica, altrimenti che Strega sarebbe? Ma quest’anno mi sembra decisamente di bassa lega 😛 Io il romanzo di Moresco l’ho letto e onestamente (a mio umilissimo parere) non meritava la cinquina, forse neanche la dozzina. Oltre tutto Moresco era pure dato tra i favoriti e il fatto che invece sia stato bocciato dimostra proprio il contrario, che non tutto è deciso prima a tavolino. Tieni anche conto che quest’anno (forse per la prima volta) ci sono due romanzi editi da case editrici indipendenti in cinquina.

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        • Io è l’unico che ho letto, quindi non so se siano tutti così. Se sono tutti così è uno stile che a me non piace, troppo martellante, ripetitivo, ritmico. Quasi tutte frasi formate soggetto-verbo-compemento, tipo: “entro nel bar. Ordino una birra. Bevo la birra. Ordino un’altra birra” (ok, il soggetto è sottinteso 😛 ) Ti assicuro che 200 pagine così ho fatto fatica, però lo stile qualcuno potrebbe trovarlo interessante, innovativo, non so, il mio è un giudizio soggettivo. Per resta il fatto che il romanzo sia ripetitivo, ricorsivo, ossessivo, e questo è oggettivo. C’è una quantità di serie di domande di fila, messe così l’una dopo l’altra, ripetute più e più volte che mi han dato l’impressione che l’autore non sapesse come riempire le pagine. E pensare che il libro era partito molto bene con “Mi chiamo Darco e sono uno sbirro morto”.
          Alla fine è una specie di Sin City in forma scritta, neanche poi così originale come idea.

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        • Ti dirò, della dozzina ne ho letti tre. Secondo me Moresco non meritava la cinquina, mentre la meritava sicuramente Meacci, e così è stato. Fosse stato il contrario mi sarei posto più domande, ecco 😛
          Mi è spiaciuto invece l’esclusione della Romagnolo, ma forse è un romanzo troppo intimistico e poco da Strega, anche se a me è piaciuto molto.

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          • C’è qualcosa di postmoderno, mi pare, in ciò che dici sullo stile di Moresco… A me incuriosisce Albinati. Solo che non ho intenzione di mettere in cantiere un’altro romanzo da mille pagine. Non adesso.

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            • Concordo su Albinati 😀 sto giusto leggendo le millemila pagine di città in fiamme 😀
              Prova a leggerlo, magari prendilo in mano in libreria e dagli un’occhiata. Come dico, sullo stile il mio è un giudizio soggettivo.

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                • Neanche a me, insomma, non è DFW. A me da la sensazione della scrittura di King, ma senza mostri, il che è comunque un gran pregio, si legge bene, scorre via che è una favola, ma nulla di eclatante da farlo considerare un genio. PErò son mille pagine, sono appena ad un decimo, magari poi a pagina novecento esplode (e fa segnare Eder come l’italia ieri :D)

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          • Concordo su Meacci.
            Secondo me Moresco si riferisce al fatto che puntualmente come tutti gli anni i primi due libri più votati della cinquina sono il primo Mondadori, il secondo Rizzoli. Ovvero ormai lo stesso gruppo.
            Mondadori ha deciso di non far partecipare Einaudi, (forse per tatto) altrimenti erano i primi tre.
            Senza essere il mago Silvan è certo che vincerà o Mondadori o Rizzoli. Peccato che i bookmakers inglesi non facciano scommesse sullo Strega, altrimenti era un vincere facile. 😉
            Però convengo con te. E’ una cosa che si sa. E se lo sai, non partecipare perché dopo con i lamenti fai la figura…

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            • Sì, sul chi vince c’è poca storia, infatti a me dello Strega interessa più la dozzina e la cinquina del vincitore finale. Due anni fa, però, della cinquina ne lessi tre e concordai sul vincitore finale. L’anno scorso avrei votato Covacich, ma si sa, in italia i racconti non vanno e quindi alla fine la vittoria di Lagioia ci stava. La sensazioe che ho è che più che essere pilotato il risultato è che prorpio certi contendenti hanno mezzi diversi in mano. E’ un po’ come in formula uno dove vince Mercedes perchè può permettersi i meccanici migliori, i progettisti migliori e i piloti migliori.

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              • Il paragone che fai è vero. In molti casi il successo è meritato perché il grosso gruppo ha in scuderia anche gli scrittori migliori. Però anche da Feltrinelli, o il gruppo Mauri Spagnol hanno la loro forza di schierare scrittori di primo piano.
                Che dire di Bombiani che negli ultimi anni ha accumulato sconfitte brucianti, con lamentazioni.
                Quest’anno addirittura Feltrinelli ha rinunciato, quindi si è aperto un posto in cinquina per i piccoli.
                Ma io sono d’accordo sul principio. O partecipi e ti accontenti del tuo posto nella dozzina o nella cinquina, o non partecipare per poi lamentarti.
                Ad esempio l’anno scorso poteva vincere la Ferrante al posto di Lagioia. Però E/O contro Mondadori è come la Sampdoria contro il Barcellona. 😀

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                    • Ha un’analisi psicologica molto profonda (ma proprio tanto) dei personaggi. Lo stile non mi ha entusiasmato, a tratti l’ho trovato noioso. Sulla struttura aspetto il tuo post che mi insegni a capirla 😀 Una cosa che ho trovato curiosa e interessante (e che all’inizio mi ha spiazzato) è che usa il presente per i flashback e il passato per il racconto, ovvero il presente per il passato e viceversa.

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                • Secondo me la Ferrante l’anno scorso pagava anche il fatto di essere l’ col quarto volume di una serie.
                  Però in effetti se qualche volta vincesse un outsider guadagnerebbe un po’ di credibilità. A patto che arrivi l’outsider con un buon libro. Quest’anno della cinquina ho letto solo Meacci, non sono in grado di dire se ha chance.

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                    • Mi ponevo la stessa domanda. Io personalmente mi trovassi l’ penso che farei così: leggo le prime 20/50 pagine di ognuno e se proprio non mi piace lo stile scarto. E dopo la prima scrematura di quel che resta provo a leggere tutto. Tanto devi scegliere il preferito, mica fare un’analisi dettagliata del testo, no?

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  13. Pingback: Statistiche 2016 – Salvatore Anfuso ● il blog

  14. Grazie Massimiliano Riccardi, le tue parole sono le mie.

    Bell’articolo, Salvatore. Certo deprimente. Fa cascare proprio i coglioni per terra. Ora li raccolgo e vediamo di darci da fare, idee?

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  15. PS – ma perché non riesco a mettere un’immagine profilo!!!!! … dai per la miseria, che arzigogolaturaperniciosamenteinsostenibile!

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