Rifugio antiaereo

Da cinque anni percorro via Madama Cristina scrutando i nomi sui campanelli. La città non sembra più la stessa. La guerra ha raso al suolo molti edifici della mia infanzia. Io, però, sono sopravvissuta.

Preceduti dall’urlo delle sirene, ai fischi ogni tanto si aggiungeva il boato di un edificio che crollava giù. Ogni volta ero contenta non fosse il mio. Sotto le bombe, con Matteo, giocavamo a ricordare i nomi dei personaggi famosi. Sceglievamo un lettera dell’alfabeto e gareggiavamo: Romain Rolland, Glenn Miller, Vasilij Kandinskij… Lo facevo vincere sempre, il mio nipotino; vivere a quel modo era già una punizione severa.

Nell’oscurità della notte strisciavamo lungo i crateri lunari. I calcinacci affollavano le strade; li scavalcavamo all’ombra di lampioni spenti. Torino, di notte, restava buia per non dare agli Stirling alcun pretesto. L’imbocco del rifugio antiaereo era un antro buio che penetrava nella terra come una ferita infetta in un corpo martoriato.

Il nove luglio del ’44 la quinta divisione americana sbarcava sulle spiagge della Normandia. Io mi trovavo stipata come un ratto assieme a un migliaio di altri disperati. Ubriachi, vecchi reduci, lestofanti, derelitti, massaie, bambini: tutti ammassati nel labirinto di tunnel dal soffitto a botte, sotto tonnellate di mattoni ammuffiti; ognuno con indosso gli abiti del momento: pigiami e vestaglie soprattutto, ma anche abiti borghesi, divise da soldati, da infermiere, da operai; stracci, perlopiù stracci.

Un giovanotto pedalava su una vecchia bicicletta senza ruote, imbullonata su due grossi blocchi di cemento e collegata a una dinamo. La luce nel rifugio brillava in risposta alla sua spinta. Qualcuno tossiva. Un capannello di uomini discuteva animatamente, commentando l’avanzata delle truppe sovietiche sul fronte bielorusso e la dura opposizione tedesca a Rosignano. Pianti di bambino. Il tonfo perpetuo di una goccia d’acqua dai cessi ad angolo. Un uomo mi si accostò di lato.

«Non si volti. Porti questa a Monteiro. Domani notte. Via fratelli Calandra».

Mi passò una busta di cartone.

«Come faccio a riconoscerlo?».

«La riconoscerà lui. Si ricorda il nome?». Il nome era la parola d’ordine.

«Non ne ho mai dimenticato uno».

Mi voltai in tempo per scorgere una schiena allontanarsi fendendo la folla.

Ero entrata a far parte del Collettivo l’estate prima. Svolgevo incarichi secondari. Quello era il più importante che mi fosse stato affidato fino a quel momento. Eravamo sempre meno. Venivamo braccati, spesso con successo. Ogni volta ne provavo un terrore molto vivo. Di sicuro non ero cosciente di quello che facevo. Ero giovane, ero bella…

L’appuntamento era per la mezzanotte. Il luogo lo conoscevo bene, ci abitavano i miei nonni quando erano ancora in vita. Dentro la busta c’erano un milione di lire. Servivano a finanziare il Comitato di Liberazione Nazionale. Qualcuno però tradì.

Il comandante si chiamava Brandimarte. Possedeva un grosso mastino napoletano che teneva legato ai piedi della scrivania con una catena. A volte la catena veniva sganciata.

Mentre attraversavo il cortile, scortata da due soldati, vidi un ragazzo steso sul selciato: gli avevano tranciato di netto le gambe. Non urlava. Non piangeva. Moriva lentamente dissanguato, conscio del suo destino. Incredibilmente lucido. Con le braccia dietro la schiena reggeva su il busto. Come se cercasse una posizione comoda da cui godersi il paesaggio. Mentre passavo sentii i suoi occhi su di me. Mi accompagnarono lungo tutto il tragitto.

La caserma delle torture – la chiamavano così – era stata prima una scuola, poi un ospedale. Adesso era un luogo in cui venivano torturati i dissidenti. Per il regime il vero pericolo non era l’avanzata degli alleati da sud, ma la resistenza dei partigiani a nord. Io ero una dissidente. Avevo cooperato con il Collettivo. Sarei stata torturata come tutti gli altri.

«La vedi questa cagna? Se faccio un gesto ti salta al collo e sei morta in un minuto». Brandimarte sorrise; il sigaro stretto tra i denti. La cagna se ne stava accucciata ai suoi piedi e di sicuro non aveva alcuna voglia di saltarmi al collo. Alcune leggende sono solo tali. «Qualcosa me la devi dire».

«Che le devo dire? io non so niente».

«Certo, te ne andavi in giro da sola, di notte, a fare due passi con un milione di lire in una busta. Ti piace il chiaro di luna sotto i bombardamenti?».

«Lo trovo molto romantico, in effetti».

«O-oh! hai sentito, Braun? abbiamo una ragazza coraggiosa…».

La cagna sbadigliò e si stese su un fianco. L’avrei fatto anch’io se mi avessero chiamata come l’amante del führer. Brandimarte appoggiò le sue grosse mani sulla scrivania, fece forza e si tirò su. La scrivania scricchiolò sotto il suo peso.

«Qualcosa, tu, me la devi dire invece». Era un uomo grosso; incuteva rispetto.

Incrociò le braccia dietro la schiena e girò attorno al tavolaccio. Il pavimento di legno, sotto gli scarponi, crocchiò. La cagna mosse un orecchio. Lui mi si piazzò davanti.

«Chi è Monteiro?».

Sorpresa, alzai gli occhi. Il comandante ricambiò con un sorriso più ampio.

«Non ne ho idea. Non sono brava con i nomi». Non ne avevo mai dimenticato uno…

Il manrovescio arrivò di volata, rapido come un colpo di fucile e assolutamente inaspettato. Quasi caddi dalla seggiola. La guancia bruciava come il fuoco, ma l’orgoglio bruciava di più. Non ero mai stata schiaffeggiata prima. Le lacrime colarono da sole e non potei trattenerle. Mi odiai per questo.

Brandimarte calò su di me, appoggiando le sue grosse mani sulle mie spalle e portando il viso a pochi centimetro dal mio. Il sigaro mi fumava sugli occhi. Avevo paura di scottarmi. «È così che vuoi finire, Greppi? Ti chiami così, no? Marisa Greppi…».

Bussarono alla porta. Un soldato entrò, fece il saluto e disse: «L’abbiamo, comandante».

«Eccellente!».

Brandimarte si tirò su e girò attorno alla scrivania. Prese un foglio. Ci scrisse qualcosa e lo consegnò al soldato.

«Portatelo da me». Adagiò la schiena contro lo scranno. Afferrò il sigaro con due dita. Mi guardò. «Questa, portatela giù. Più tardi ci divertiremo». Risero entrambi.

La cella era un buco scavato nella terra, con pochi mattoni scalcinati a tenere su il soffitto. Non c’erano finestre. Il pavimento era sporco di piscio ed escrementi. Le pareti, ricoperte di cimici. Come fossero finite là sotto era un mistero. Al posto della porta, una grata di ferro arrugginita. Due volte al giorno mi portavano cibo e acqua; una volta al giorno veniva un piccolo soldato siciliano che mi accompagnava su al cesso. Se mi scappava durante la notte: o la tenevo fino al mattino, o la facevo sul posto.

Il piccolo soldato siciliano aveva una salute cagionevole e nessuna voglia di stare lì. Ogni tanto mi portava dei messaggi e un pezzo di carne da parte di Aurelio. Aurelio era stato vice presidente della FIAT. Era un antifascista dichiarato e aveva contribuito a fondare Giustizia e Libertà. Era un uomo ricco e potente. Quando gli americani avevano iniziato a premere da sud e le azioni dei partigiani s’erano fatte più audaci, avevano deciso di prenderlo in custodia. Riceveva un trattamento migliore degli altri. Essendo l’unica donna, lui aveva un occhio di riguardo per me.

Il piccolo soldato siciliano aprì la grata e mi fece uscire. Senza dire niente tirò fuori un biglietto e me lo porse. Lo lessi mentre ci incamminavamo verso i cessi.

«Questa sera, sulla terrazza».

La calligrafia era di Aurelio, ma il contenuto era incomprensibile. Mi chiesi se avesse cominciato a dare di matto. La prigionia può fare questo effetto.

La sera venivo portata in terrazza, a prendere una boccata d’aria: una sola ora al giorno. L’estate era afosa e aspettavo quel momento con tutta la rabbia e la disperazione che solo una persona a cui è stato tolto tutto può provare. Ci tenevano separati però, e due soldati di scorta erano sempre presenti. Quella sera salì gli scalini con il messaggio di Aurelio scolpito nella mente. Cosa voleva da me? Cosa si aspettava?

Avvertì sulla pelle il soffio leggero della brezza serale già dagli ultimi gradini. Aumentai il passo. Uno dei due soldati di scorta allungò la mano e mi afferrò un braccio. Quando fui sulla terrazza mi guardai attorno. In un angolo scuro, seduto a terra, c’era un uomo che fumava. Non potevo vedere chi fosse. Mi voltai a guardare le guardie. Si scostarono appoggiandosi alla balaustra. Uno, quello che mi aveva afferrato il braccio, fece un cenno con il mento, indicando di avviarmi. Incredula e titubante mi avvicinai al fagotto. Era un ragazzo giovane; aveva il viso martoriato dai cazzotti.

Quando mi vide arrivare sfilò una sigaretta da una tasca e me la porse accesa.

«Sono Monteiro». L’avevano preso.

Nonostante l’afa, rimasi di ghiaccio. Era così giovane… Afferrai la sigaretta. La succhiai come fossi in debito d’ossigeno.

«Il Collettivo è sciolto,» disse. «Non è colpa tua. Qualcuno ha tradito».

«Chi?».

«Non lo sappiamo. Temo non lo sapremo mai».

Finimmo presto le nostre sigarette, poi ne accendemmo altre due. Ammiravamo Torino in silenzio.

«Ho un favore da chiederti». Era bello… aveva occhi come il ghiaccio.

«Quello che vuoi».

«Domani mi fucilano».

Trattenni il fiato.

«Mia madre abita in via Madama Cristina. Quando uscirai, dille di me. Dille che le voglio bene. Dille di non piangere. Dille d’essere orgogliosa di suo figlio». Poi mi disse il suo nome.

Da quella sera passarono altri sei mesi. Aurelio era stato tirato fuori prima, pochi giorni dopo l’incontro. Il piccolo soldato siciliano fu mandato al fronte, a combattere con le ultime truppe scalcinate. Furono sei mesi duri. Furono sei mesi di tortura e violenze. Al gelo dell’inverno. Senza abiti pesanti e senza coperte. Con poco cibo e poca acqua. Poi… la libertà. Non so come sopravvissi.

Sono passati cinque anni d’allora. La guerra è un ricordo che lascia ancora degli strascichi. Le ferire visibili sono rimarginate. Io non sono più bella come prima. Le sofferenze hanno lasciato tracce evidenti. Non avevo comunque intenzione di sposarmi. Ho fatto quello che ho fatto e ne vado fiera. Ho un solo rammarico: il terrore e la paura mi hanno lavato la mente, e con essa quel nome.

Da cinque anni percorro via Madama Cristina, scrutando i nomi sui campanelli. Spero che qualcosa risvegli il ricordo. Spero d’incontrare sua madre per caso; di riconoscerla d’istinto. Avrei voluto mantenere la promessa. Avrei voluto parlarle di te. Monteiro, chi eri?

40 Comments on “Chiamami Monteiro

  1. Questa volta non mi hai convinto fino in fondo. Sarà che di racconti di guerra ne ho letti anche troppi, sarà che di bombardamenti su Torino ho impressa l’immagine narrata da mia nonna. Ho fatto fatica a seguire il filo al’inizio, poi solo quando lo dice chiaramente ho capito che la protagonista è appunto una donna, dunque forse manca qualcosa nella caratterizzazione, qualcosa non è passato come avrebbe dovuto. Aggiungici qualche battuta un po’ troppo da film americano («Lo trovo molto romantico, in effetti»).
    Recuperà però sul finale, che è invece molto bello e chiude il cerchio con l’incipit.

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    • Peccato, credo sia il racconto migliore che abbia mai scritto per il blog. 😦
      … o forse è quello che più di tutti mi è piaciuto scrivere. Che sia una donna si dovrebbe capire, almeno, dal «ero bella…»; ma forse arriva un po’ in ritardo e quel Monteiro nel titolo può ingannare.
      Tra l’altro, e lo dico solo perché non è lampante, Fabrizio Monteiro Rossi è un personaggio di Sostiene Pereira, di Antonio Tabucchi. Nel romanzo di Tabucchi, Monteiro è un giovane rivoluzionario che Pereira, riconoscendone il valore e tentando con esso di riscattare la propria viltà d’animo, decide di assumere nella redazione del proprio giornale (di cui lui è responsabile della rubrica culturale) come collaboratore esterno. Sostiene Pereira vinse il Campiello, se non ricordo male. Il richiamo è un classico collegamento metatestuale. Avrei voluto chiamarlo Monteiro Rossi ma non mi suonava bene, così ho eliminato il secondo nome.
      La foto è di un vero rifugio antiaereo torinese e anch’io ho ascoltato racconti simili a quelli che immagino ti abbia raccontato tua nonna. Naturalmente ogni versione non può che essere differente e anche questo è il bello di raccontare (e ascoltare) storie.
      Felice invece che ti sia piaciuto il finale. 🙂

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      • Ciao. Non commento mai qui da te, anche se leggo quasi sempre quel che scrivi. Se lo faccio oggi è, oltre che per dirti che mi è piaciuto ciò che hai scritto, anche per sottolineare che (per rispondere al primo commentatore) sin dalla terza riga si capisce che si tratta di una donna, visto che dice di se’ stessa che è “sopravvissuta”. Grazie dell’ospitalità!

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        • Grazie Temistocle, benvenuto nel blog e grazie a te per avermi letto. Sono contento ti sia piaciuto il racconto. 🙂

          A discolpa del povero Grilloz (vive in Germania, bisogna capirlo… XD) c’è da dire che quell’accenno a cui giustamente fai riferimento tu può saltare via durante la lettura. Magari avrei potuto inserirne qualcuno di più. 😉

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          • Io ho un modo forse diverso di leggere (e qualche volta scrivere) per cui peso ogni parola che ho sotto gli occhi. E lo stesso per ciò che scrivo: per me ogni parola è essenziale, deve avere un posto e solo quello. Anche se descrivo qualcosa cerco sempre di farlo rientrare nell’ambiot della narrazione e, per quanto possibile, deve aggiungere qualcosa alla storia.

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      • Non so bene perchè, forse dovrei fare un’analisi del testo più approfondita, ma qualcosa non è passato nella parte iniziale, figurati che all’inizio pesavo che a parlare fosse un ragazzino, poi quando parla del nipote ho pensato ad un adulto, 30-40 anni, poi finalmente capisco che si tratta di una ragazza sulla ventina, l’inizio mi ha spiazzato, ho anche pensato che fossero personaggi diversi a parlare.
        Poi non franintendere, neh (non so come siscrive, ma tu da torinese hai capito), è un buon racconto, la trama c’è e il finale ottimo (anche se forse non era necessario ripetere due volte che non aveva mai scordato un nome), ma appunto, manca qualcosa, ho preferito altri racconti 🙂
        Ora tra l’altro sto cercando di individuarne la struttura postmoderna 😀 finale circolare a parte 😉

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        • Credo che dipenda anche con che predisposizione si legga un racconto. Il fatto che non si capisca subitissimo che la protagonista sia una donna è un problema (dell’autore, ovviamente). L’accenno a quel “non ho mai scordato un nome” è doppio proprio per evitare un problema simile; ridondanza necessaria visto che racchiude il senso del racconto. 🙂
          Di postmoderno, a parte l’ambientazione simile all’Arcobaleno della gravità, c’è ben poco temo. Finale circolare a parte. 😛

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          • Rileggendo l’incipit noto che quel “della mia infanzia” potrebbe averti tratto in inganno e una volta che ci si è fatta, per qualsiasi ragione, un’idea del narratore diventa difficile staccarsene (motivo per il quale potresti non aver notato quel “sopravvissuta”). Quando poi, davanti all’evidenza, diventa chiaro che l’immagine mentale che c’eravamo fatti è errata non si può che rimanerne intimamente male… Caspita, quest’analisi psicologica è ciò che di più postmoderno abbia scritto oggi… XD

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            • E’ una cosa che ho sempre pensato, la prima immagine che il lettore si fa del personaggio, soprattutto oggi che non si scrivono più pagine di descrizioni dettagliate, è quella che gli resta e se se a un certo punto si accorge che l’idea era sbagliata ci resta male, ha una sensazione di smarrimento. Mi è capitato ltre volte, ad esempio di immaginarmi un vecchio e scoprire che era giovane o cose così. Il difficile è, al giorno d’oggi, far passare l’idea giusta del personaggio solo dai suoi gesti e dalle sue parole. Se ad esempio, quando giocava col nipotino, le avessi fatto fare qualche gesto delicato, tipo una carezza, se le avessi fatto dare al bambino qualche attenzione più materna, allora, probabilmente il messaggio sarebbe passato meglio.

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              • È una bella idea questa, Grilloz. Grazie, ci penso un po’ su.

                … adesso, però, mi sorge un dubbio atroce: dici che le mamme che strozzano i figli con i cavetti elettrici (…) sono, per questo, meno donne? Non è per fare polemica eh?, intendiamoci. È una riflessione seria. Non è facile capire quale gesto potrebbe rappresentare bene la femminilità di un personaggio. Anche un uomo può fare una carezza tenera. Caspita, ci devo pensare sul serio… 😦

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                • Premetto che io parlo da lettore e non da scrittore (o da editor), una madre che strangola i figli lo farà da madre, da donna, avrà una gestualità diversa e dei pensieri diversi rispetto ad un uomo che compie lo stesso gesto. Lo stesso per la carezza, un uomo darà una carezza mi mascolina al bambino. Ora se mi chiedi come renderlo in narrativa non lo so, ci devo studiare anche io 😉

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          • La predisposizione conta (faccio outing, all’inizio avevo pure letto Montero invece che Monteiro, ma di quello me ne sono accorto subito 😉 ) Comunque non è solo una questione di riferimenti testuali al femminile, ammetto che sia una cosa difficile per un uomo entrare nella testa di una donna e quindi pensare come una donna e scrivere come una donna, ma qui stiamo parlando di un autore che presto sarà pubblicato da Einaudi, mi sento di poter pretendere qualcosa di più 😉

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  2. Non sono un’attendibile critica letteraria, ma per me è un racconto straordinario. Nel leggerlo, io ero la protagonista. Sarà che amo questo genere di narrativa, ma mi ha commossa, toccata, colpita. Non saprei dire altro.

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      • Senza dubbio il finale. Lo scoprire il motivo della ricerca dei nomi sui campanelli fa venire i brividi, oltre che essere un geniale espediente letterario. Anche sulla base di altri racconti tuoi, trovo che tu sia molto bravo nello stupire il lettore con i finali, cosa che non è semplice sagacia narrativa ma che dà un valore aggiunto al testo, spesso svelandolo.

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  3. Bel racconto. La storia c’è tutta e il finale emoziona. Anche io, come Grilloz, ho avuto un po’ di difficoltà iniziale a collocare tempi e personaggi, ma ho capito subito che si trattava di una donna.
    Una domanda: i paragrafi successivi al “Qualcuno però tradì.” sono stati spostati e cambiati di ordine dopo la prima stesura, vero? Quello che inizia con “Il comandante si chiamava Brandimarte.” sembra fatto per stare subito prima di “La vedi questa cagna?” e non dove sta adesso, ma magari mi sbaglio di grosso e chiedo scusa… non mi piace metter becco nelle scelte dell’autore. Curiosità. 🙂

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    • Grazie Pad. 🙂
      No, in realtà l’ordine dei paragrafi è corretto. Quello che può suscitare qualche perplessità è la mancanza di uno spazio bianco che in origine separava in due porzioni il racconto, subito prima di “Il comandante si chiamava Brandimarte”. Solo che, come puoi notare, wordpress ha un editor fisso, che mette in automatico uno spazio bianco dopo ogni paragrafo. Avrei potuto rimediare inserendo i tre asterischi classici, ma non mi piacciono. 😛

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  4. Eccomi Salvatore,
    e’ un po’ che manco, sono rimasto indietro con un bel po’ di post, ma sto recuperando. 😉
    Sì, credo che questo sia uno dei tuoi racconti migliori. Più intenso, per certi versi.
    Forse la parte iniziale mi è sembrata un po’ troppo didascalica con i vari riferimenti di guerra che venivano rapportati tipo cronaca.
    Ma superata la prima parte il racconto scorre e prende bene.
    Ho avuto subito l’impressione che ci fosse qualcosa che mi richiamava Sostiene Pereira. Lo hai confermato nei commenti. Figurati che da ragazzo finito il romanzo di Tabucchi, scrissi di getto un racconto intitolato: Sostenere Monton.
    Echi, richiami.
    Comunque bene, complimenti. L’ho sempre detto che sei talentuoso e la cura Mozzi è servita. Certo, immagino che un Mozzi storcerebbe lo stesso la bocca, ma Mozzi è Mozzi. 😉

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  5. Concordo un po’ con Grilloz, nel senso che anche secondo me la donna non è ben caratterizzata. Sembra una donna fine e quindi la parola “piscio” non le si adatta, per esempio. Però si capisce che è una donna da subito, visto che dice “sopravvissuta” 🙂
    Riguardo al racconto in sé, ne ho preferiti altri nel blog.

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  6. Pingback: Tirando le somme | Salvatore Anfuso – il blog

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