Iudicantibus


Iudicantibus

 

giudicare

Chi giudica sarà giudicato

“Hoc est iudicium, in quo vos de reo,

populus Romanus de vobis iudicabit.”

Cicerone, In verrem

A chi non capita di giudicare? Diciamocelo, una delle cose che ci distinguono dal mondo animale non è il pollice opponibile o l’articolazione di suoni fonetici, ma la capacità di formulare, dentro o fuori di noi, un giudizio di valore, di merito, di approvazione o di biasimo su persone o cose che fanno parte, per breve o lungo tempo, del nostro mondo, della nostra realtà.

Ci avviciniamo al Natale, e quindi, inevitabilmente, dobbiamo essere tutti più buoni: altrimenti Babbo Natale non verrà a visitare il nostro camino. Anche lui, come si vede, si fa di noi un’idea; formula un giudizio di approvazione o biasimo del nostro comportamento. La stessa cosa si può dire della Befana o, perché no, del Dio cristiano: severo e rigoroso. Egli, dall’alto dei cieli, ci giudica. E tutti noi dovremmo temere la sua sentenza. Ma nel profondo del nostro cuore sappiamo che anche noi, ogni giorno, giudichiamo il nostro creatore:

«Era solo un bambino».

«Era tutto ciò che possedevo».

«Boia d’un cane, che vita grama…».

Sì, lo giudichiamo. Più di quanto lui faccia con noi. Le conseguenze non sono le stesse, ma provate a immaginare sette miliardi di persone che ogni giorno, più volte al giorno, ti mandano a stendere. E mai un ringraziamento…

Torniamo seri. Oggi voglio parlare del “giudizio”. Non quello universale; quello umano. Per farlo dovrò prendere una strada un poco lunga, spero abbiate la voglia di passeggiare un po’ con me. Per non farvi perdere tempo, cominciamo subito col chiederci se il giudizio, ovvero l’atto di giudicare, sia una cosa buona o cattiva; positiva o negativa; dovuta o maleducata; conveniente o sconveniente. Secondo voi?

A nessuno piace essere giudicato. Quando pubblicate un vostro racconto su internet, incrociate sempre le dita che tutto vada per il meglio. Che non salti fuori il rompiscatole di turno che, col suo ditino teso e la voce un poco stridula, vi faccia notare proprio quell’unico, insignificante errorino (o quella caterva di erroracci) che vi è sfuggito. Dentro di voi sapete che ha ragione; che se aveste prestato un po’ più di attenzione non sarebbe successo; che una critica migliorativa dovrebbe sempre essere ben accolta. Nonostante questo, lo mandereste volentieri a stendere! Chi ha ragione, il vostro istinto o il buon senso?

“In generale, le persone giudicano più con gli occhi che con l’intelligenza, come tutti possono vedere, ma pochi capiscono quello che vedono.”

Niccolò Machiavelli

La prima cosa che capita di fare, di fronte al giudizio altrui, è di sottoporlo a sua volta alla nostra valutazione: sta dicendo la verità? è in buona fede? quali sono le sue credenziali? che diritto ha di dirlo? Ognuno poi reagisce secondo la propria indole o convenienza. Convenienza… Ecco, tra tutti i vocaboli presenti nel dizionario, convenienza è quello che a istinto mi piace meno. Suona come ipocrisia, ma sembra nobilitato dal buon senso. È a causa della convenienza che finiamo per agire in modo diverso da quanto il nostro istinto ci suggerirebbe. Forse il buon senso non è sempre una buona cosa. Eppure a non seguirlo saremmo perennemente in guerra. Finiremmo per litigare con tutti, tutti i giorni. Ci faremmo un sacco di nemici… E finiremmo per essere a nostra volta giudicati: senti un po’ che dice questo imbecille?! ma come si permette?! chi è lui per dire questo?!

Siamo daccapo. Un serpente che si morde la coda. Se si viene giudicati si giudica; se si giudica si viene giudicati. Dove sta il confine? Qual è la posizione migliore da tenere difronte a queste cose? Come dobbiamo comportarci? Per convenienza dobbiamo fare gli ipocriti? Dovremmo giudicare noi stessi per primi? Astenersi sembra la via privilegiata. Ma astenersi significa anche perdere l’abitudine a protestare. Protestare verso le ingiustizie, verso i prepotenti, verso gli impostori… Se sapeste di trovarvi di fronte a un impostore, per quieto vivere vi asterreste dal fornire agli altri il vostro giudizio? Perché sempre di giudizio si tratta. Di nuovo: qual è il contegno corretto da tenere? … il più giusto. Giusto, giustizia, giudizio: non sono cose distinte.

È proprio la mancanza di una presa di posizione ferrea che permette a Bauman di formulare il suo giudizio sulla nostra epoca – dell’incertezza –, sulla nostra società relativista e priva di spina dorsale. Se troppa certezza ci ha condotti ai famosi regimi assolutisti e dittatoriali della seconda guerra mondiale, troppa incertezza ci ha trasformato in quello che siamo oggi: quasi vittoriani… Oscilliamo tra due posizioni antitetiche – emettere il giudizio a qualunque costo o astenersi per buona creanza – e non sembriamo capaci di trovare una terza via.

“La nostra critica consiste nel rimproverare agli altri di non avere le qualità che crediamo di avere noi.”

Jules Renard

Forse bisogna fare delle distinzioni, perché c’è giudizio e giudizio. E sebbene qualcuno una volta abbia detto: «Scagli la prima pietra chi non ha mai peccato!», questo non significa che astenersi sia sempre una cosa positiva. Altrimenti il problema l’avremmo già risolto. Ma un problema c’è. E qual è questo problema? Valutare quando è corretto emettere un giudizio, distinguendolo da quando non lo è per motivazioni, però, che non fanno dell’opportunismo un caposaldo.

Un giudice, che pur può sbagliare, è tenuto a emettere una sentenza. A farlo in tempi rapidi, con precisione, equanimità e dispensando giustizia. Un giudice è un essere umano a cui è stata affidata questa responsabilità. Responsabilità… Ecco una parola che, al contrario di convenienza, mi piace. La prima cosa da fare, secondo me, è rendersi conto che emettere un giudizio non è un potere, un privilegio o un diritto; esso comporta sempre una certa dose di responsabilità. La chiave di volta di tutte questa faccenda è, secondo me, questo vocabolo: responsabilità. La stessa con cui i nostri politici dovrebbero assume su di sé l’onore di governare; la stessa che si assume un giudice; la stessa che dovrebbe assumersi un lettore critico. Responsabilità…

Dicono che gli altri siano solo lo specchio di noi stessi. Ogni volta che giudichiamo, attività da cui comunque non dovremmo astenerci, dovremmo tenerne conto; e cercare di capire chi è che stiamo realmente giudicando.

64 Comments on “Iudicantibus

  1. Ci vuole buon senso nel giudicare. Il tono fa la differenza. Se si giudica un ‘azione ( un lavoro, qualunque esso sia) si dovrebbe attenersi solo a quello. Quando si giudica la persona è sbagliato. Un grande insegnamento mi venne dato quando mio figlio era piccolissimo e mi è rimasto impresso. Se devi sgridare tuo figlio, fallo su ciò che ha fatto, non su di lui. Esempio: quello che hai fatto non va bene; questo atteggiamento non è corretto, ecc.
    Mai dire : sei un incompetente, non ci arrivi proprio, capirai lui… ecc.
    Insomma un giudizio sulla persona.
    Così vale per quando riceviamo un giudizio sui nostri scritti.
    Non fa piacere a nessuno ricevere una critica, ma se è fatta con il buon senso ed effettivamente ti dice dove sono gli errori, ti aiuta a migliorare. La peggior critica, comunque, sono io ; e ne ho tutte le ragioni per esserlo.
    Con gli altri vado sempre con i piedi di piombo nel giudicare, tranne se vedo delle offese gratuite, anche verso altri, soprattutto se noto che non riescono a difendersi, non le sopporto.

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    • Condivido in pieno, Tiziana.
      In più aggiungo che anche chi subisce un giudizio dovrebbe imparare a distinguere: se vengo bocciato a un esame, per esempio, non ho fallito come persona, semplicemente non ho raggiunto la preparazione necessaria. Starà poi a me capire per quali motivi è successo.

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    • Cara Tiziana in pedagogia infatti si tende a considerare il comportamento e non la persona. Se invece di essere si dicesse fare tutto sarebbe risolto, perché se si applicassero le regole grammaticali forse si capirebbe l’errore che invece va avanti da sempre.

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      • Dovrebbe essere attuato come modo di fare non solo in età pediatrica. Se pensi che l’adolescenza è uno dei periodi più tosti per i ragazzi e per noi. Siamo pronti da genitori a non giudicarli in età adolescenziale? Se continuo a distinguere i due giudizi, direi che farò abbastanza bene. Ma sono umana. Per quanto riguarda gli adulti, le critiche mi destabilizzano, poiché già me ne do abbastanza per mio conto. Ma so poi ben distinguere il giudizio da chi mi è amico o no. Bada bene, un amico non deve assecondarti sempre e comunque, ma essere capace di consigliarti, giudicarti, riprenderti per farti vedere l’errore, non tu che l’hai fatto come persona.
        Qui rispondo a Salvatore.
        Come si fa a scindere un giudizio buono da uno cattivo?
        Non è così difficile.
        Quello buono ti viene dato per migliorarti, quello detto con cattiveria quasi sicuramente non aggiunge niente al tuo percorso, è detto tanto per farti un dispetto o perché c’è un pizzico d’invidia o di sadicità per colpire. ( vedi battute in cui l’altra persona sminuisce un’altra visto che si ritiene superiore).
        Praticamente quello non buono va a giudicare in modo schietto o sibillino la persona.

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        • Però in tutto questo c’è un errore, la pedagogia non è legata ai bambini ma alla vita dell’essere umano (disciplina relativa ai problemi dell’educazione)e si inizia proprio con loro a muovere i primi passi verso l’emulazione di una vita con giudizio tassativo.
          Quello che dici tu dividere il giudizio dalla critica ha necessariamente bisogno di una dose cospicua di intelligenza e obiettività.

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          • Parlavo dei bambini perché nel mio commento iniziale davo l’esempio in età pediatrica.
            Non mi reputo un pozzo d’intelligenza, ma neppure una tonta, sono obiettiva sicuramente.

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            • Ma questo non era rivolto a te, e ci manca che ti do della tonta, ma in risposta al tuo quesito quando dici infatti che non dovrebbe essere usato solo in età pediatrica. L’opinione comune tende a usare certi atteggiamenti sbagliati già da allora proprio con l’esempio di “sei un maleducato” che hai fatto invece di “non fare il maleducato”. Pensa quindi crescendo cosa si diventa, con la capacità di giudicare pesantemente chiunque senza considerare mai le fragilità altrui.

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                • Purtroppo non sei sola, tutti sbagliamo e che cavolo se fossimo perfetti saremmo felici e contenti o forse annoiati a morte. Solo che esiste la parolina scusa detta a chiare lettere, che non sempre invece si conosce, ed esiste anche l’abitudine a dosare le parole ed i giudizi, di nuovo molto distante dalla realtà.

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                  • Tutti sbagliano. Pochi lo ammettono. Io pure troppo. L’ autocritica è un’arma a doppio taglio. Certe volte, fa più danni che benefici.

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              • Nadia, era un’autocritica sull’essere intelligente o meno. Non ho percepito una tua offesa perché non mi hai detto nulla. L’errore lo hai visto perché ho parlato che non si deve attuare solo in pediatra.
                Volevo dire che gli insegnamenti pedagogici sono in tutta la vita dell’uomo, non solo quando si è bambini.
                Ma detto a mio modo,era di facile fraintendimento come se fosse solo legato all’età della fanciullezza.
                Non sempre mi spiego bene.

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  2. Io sul giudizio ho una mia teoria a cui sono molto affezionata. Ci ho messo anni a confezionarla perché, si sa, io sono quella dei dubbi. Ma adesso che ce l’ho chiara non vorrei più abbandonarla.
    Il trucco è separare il giudizio sulle persone da quello sulle azioni.
    I fatti, le azioni così come, chessò, i racconti o i romanzi sono certamente giudicabili. Ci mancherebbe altro. Se non si distinguesse un omicidio da una buona azione o un racconto di Carver da un racconto scritto da me, sarebbe il caos, non si potrebbe fare ordine e la stessa razza umana rischierebbe di soccombere.
    Ciò che invece andrebbe evitato è il giudizio sulle persone: come può un essere umano giudicare un altro essere umano? Come faccio a sapere quali sono i motivi che portano una persona a commettere un reato o a scrivere un pessimo racconto? E’ impossibile saperlo.
    Il problema è che sia chi giudica confonde i due tipi di giudizio, sia chi lo subisce la prende sul personale: se mi dici che un mio racconto non è buono, mi sento offesa come persona prima che come aspirante scrittrice. E dirò ancora di più: in una società ideale, se fosse separato il giudizio sulle persone da quello sui fatti, estinta la pena per un reato, sarebbe più facile reinserire chi ha commesso il reato.

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    • Come diceva Tiziana poco sopra: distinguere il giudizio, separare la persona dai fatti. Ma non tutti coloro che “subiscono” un giudizio sono disposti a non prenderla sul personale, tutt’altro. Ma chi giudica, è sempre limpido nel suo intento?

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      • Certamente, no. Almeno non sempre. Ma questo fa parte dell’imperfettibilità della natura umana. Avere però già ben presente la distinzione sarebbe fondamentale.
        Pensa per esempio a preconcetti come il razzismo. Scomparirebbero immediatamente.

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        • Il razzismo, credo, rientra in un tipo ancora diverso di discorso: il quel caso non si giudica la persona, altrimenti i problemi sarebbero minori, ma si giudica la differenza culturale (e, solitamente, la povertà).

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  3. Eccolo! Il rompiscatole di turno 😛
    Del resto anche non dare un giudizio (o dare un falso giudizio) è di per se giudicare: non ti giudico degno della mia critica, non ti giudico capace di comprenderla e accettarla, quindi dico che è tutto bellissimo, perfetto.

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    • Sono d’accordo, Grilloz. Infatti, a volte, come genitori facciamo maggiori danni quando cerchiamo di proteggere esageratamente i nostri figli. Se temo che tu non sia in grado di reggere la mia critica, inconsciamente sto passando dal giudicare la tua azione al giudicare la tua persona.E certamente il bambino lo percepirà come tale.

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    • Infatti suggerivo di non astenersi mai dal giudicare, che è un’attività fondamentale dell’essere umani: ci aiuta a capire il mondo, a incasellarlo e a progredire. Tuttavia, si è sempre limpidi nelle proprie intenzioni, sia quando si giudica sia quando si evita di farlo? Alcuni potrebbero non dire la propria per non dare importanza a qualcuno che dimostra capacità insospettabili; oppure si critica per sminuire questo valore. Come facciamo a distinguere il giudizio “buono”, quello dato con intento pedagogico, da il giudizio “malvagio”, quello fornito o meno per invidia, cattiveria, strategia? Soprattutto, quando giudichiamo siamo sempre certi di chi stiamo giudicando? Osho diceva che gli altri dono il nostro specchio, quando giudichiamo qualcosa in loro stiamo giudicando qualcosa che non ci piace in noi…

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      • “Come facciamo a distinguere il giudizio “buono”, quello dato con intento pedagogico, da il giudizio “malvagio””
        Imparando a giudicare, provando, anche sbagliando, anche facendolo in malafede, a volte.

        P.S. c’è anche chi non giudica per paura che il suo giudizio venga a sua volta posto sotto giudizio.

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        • Certo, ne parlavo nel post; e questo mi sento di criticarlo: non giudicare non necessariamente significa fare del bene, o non farsi giudicare. A volte si viene giudicati proprio per la propria astensione dall’emettere un giudizio.

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  4. L’articolo è molto interessante perché parla di morale, di interdipendenza, alterità. Ci sono elementi indagatori e altri elementi propedeutici alle risposte altrui. Ben fatto perché ci si può inserire, ognuno, con il bagaglio che ha. Vorrei inserirmi con la “mancanza di giudizio”, vale a dire della mancanza di strumenti critici per poter giudicare. Credo sia di una certa pertinenza e centrale nell’aspetto più largamente culturale. Costruire momenti e fattori di critica è fondamentale per costruire strumenti mancanti e capire dove e come stiamo vivendo. Il giudizio, in questo caso apre a prospettive diverse e allarga gli orizzonti, ecco che una cosa negativa, vissuta in modo individualistico e poco produttiva, se declinata sulla base di esigenze generali può diventare risorsa. L’aspetto continua a essere pre – politico, ma assume dinamiche generali di notevole importanza, quasi rivoluzionarie. La responsabilità è soprattutto consapevolezza, o almeno parte da essa.

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    • Aggiungi un nuovo livello al discorso, Maurizio: grazie. Ma come ce li facciamo questi strumenti e, se non li abbiamo, come facciamo a distinguere chi ci critica perché possiede gli strumenti per farlo (quindi in un certo senso, immaginandoci un cammino di progresso, è più avanti di noi), da chi critica (uso apposta questo vocabolo al posto di giudicare) senza avere gli strumenti per farlo?

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      • Gi strumenti si fanno con la passione, intesa come “idea di una profonda e tormentosa afflizione”. Così trovi chi è in possesso dei requisiti di chi potrebbe possedere gli strumenti. Nella società in cui viviamo è possibile trovare queste persone. Il problema è invece la mentalità perché si cerca ancora colui che guida. Mentre invece dovremmo farci ognuno di noi portatori di questa responsabilità. E coordinarci.

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        • Ma passione non è sempre sinonimo di competenza. Essere in buona fede non preserva dall’errore. Non credo che la risposta sia la passione, anche se personalmente preferisco avere a che fare con un uomo spinto da vera passione che da mero tornaconto.

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          • Questo è il punto: le competenze servono, ma di chi fidarsi? Io personalmente mi fido solo di me stesso. E non lo dico per quel che riguarda il giudizio, che reputo soggettivo. Una comunità ad esempio non potrebbe esprimere un giudizio più corretto frutto da diversi punti di vista e competenze? Una comunità spinta da passione, e non da mero tornaconto.

            Per quel che riguarda le case editrici, sono aziende magari mosse dalla passione ma attente ai bilanci. Tra me e te, se scrivessimo le stesse cose, ad esempio pubblicherebbero te perché hai più contatti. Questo genere di giudizio non è sano e costruttivo. Ho parlato con editori che credevano nel loro lavoro, eppure mi proponevano una stampa da 100 copie. C’è in questo un controsenso o no? Se credi in qualcosa come fai a non puntarci? Perché rimani timoroso? Io non credo in queste realtà. Come non credo a chi giudica gli scritti degli altri.

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            • Il giudizio sugli scritti è sempre soggettivo, questo è certo, la cui attinenza a un certo canone è la sola cosa che può distinguere uno scritto “brutto” da uno “bello”. Le case editrici sono aziende, ed è normale che facciano i conti con i numeri. Ma se scrivi qualcosa di valido e di “bello” perché non dovrebbero pubblicarti? Tutti gli scrittori oggi famosi, al loro esordio, erano pieni di contatti o di un seguito? Io non credo…

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              • È nel loro interesse pubblicarti. Se vali, non ti lasciano di certo andare. Il problema è scrivere qualcosa di valido. Ognuno il suo ruolo. Chi scrive dovrebbe impegnarsi più che può, le case editrici non possono far miracoli.

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              • I tempi erano diversi. Non dico che chi vale non viene preso in considerazione. Queste aziende di oggi hanno dei parametri con cui possono permettersi un primo giudizio: visualizzazioni blog ad esempio, o followers nella pagina facebook. Se hai un supporto sei avvantaggiato e non importa cosa hai scritto, quello viene dopo. Non voglio fare di tutta l’erba un fascio, ma molte realtà sono questo. Il buono si disperde. Stiamo consumando risorse in maniera inutile. Se tornassimo all’editoria degli anni settanta?

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                • Sì, certo, esistono anche quelle pubblicazioni che puntano a vendere molto tenendo conto, anziché la bellezza del libro, i follower dello scrittore. Ne parliamo il prossimo mercoledì; senza volerlo, avevo già programmato (e scritto) l’articolo. 😉

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                • Non so che dire, Eugenio. Non avendo blog e non usando Facebook come tutti ( lo utilizzo solo se non ho altro mezzo per comunicare con chi non ho mail o numero, e solo per questioni di studio o lavoro), ma solo per casi eccezionali, non ho followers. Ma forse non saprei nemmeno in cosa dovrebbero seguirmi. Non ho idea se mi seguirebbero. L’ unica cosa bella è che qualcuno privatamente avrebbe apprezzato un mio blog. Ma poi li deluderei. 😉 😛 Il bello dell’appoggio degli amici. 🙂

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    • La riflessione di Maurizio è molto interessante. Come dicevo sopra, non sono un pozzo di intelligenza, nel senso che non ho una cultura così ampia e su tutto. Un mio limite. Dove non conosco, preferisco non giudicare. Come invece dice Grilloz, a volte dare un giudizio fa paura. La giusta misura, né censurarti, né dire cose senza prima aver filtrato. Il tono è fondamentale.

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  5. Sul giudizio credo incomba quel velo religioso di cui parli nel post, la sensazione che senza l’approvazione del Creatore le azioni al di fuori dei suoi comandamenti siano tutte sbagliate. L’uomo ha sentito il bisogno di avere parametri in cui stare, incasellarsi e classificarsi. Infatti si tende a schematizzare: sei un operaio? allora ignorante, povero, senza ambizioni. Poco importa se le ragioni sono altre, come se le scelte della vita generassero status symbol e questo perché non c’è tempo per ascoltare ragioni personali, per scavare a fondo e capire e dire: ah ti chiami x fai il lavoro y e sei z, piacere io mi chiamo a di lavoro b e sono c.

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    • Come, ad esempio, nel caso delle casalinghe, dico bene? 🙂

      Tuttavia possedere delle caselle in cui inserire i tasselli della realtà, per semplificarla, non è di per sé un male; male e fermarsi a questa idea generica. In questo caso si parla di superficialità…

      Questo tipo di discorsi sono interessanti anche da un punto di vista linguistico, perché ti danno un’idea di come diversi vocaboli ti vengano in soccorso per nominare sfumature diverse di una stessa cosa.

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      • Certo mi viene in mente la casalinga, ma mi dici sempre di non usare troppo la prima persona…
        Sicuramente i vocaboli servono a sfumare le sottigliezze concordo ma se in un discorso profondamente votato al giudizio i termini usati sono comunque sinonimi, cambia poco a mio avviso il succo. Però hai centrato il punto è la superficialità a far muovere il dito del giudizio velocemente, molto spesso. Sia chiaro non parlo di quello dei giudici che spero siano davvero ligi a seguire il codice.

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  6. L’atto del giudicare non è puramente umano. E’ la prerogativa del funzionamento di un qualsiasi contesto sociale. Anche gli animali lo fanno. Basti guardare i clan di lupi. Se l’uomo si ispirasse di più alla natura, quella Natura Madre di cui siamo figli a parimerito della totalità del creato, sarebbe di più facile comprensione il concetto del giudizio.

    All’inizio di questo post mi sono detto: oddio, ecco che l’Anfuso scrive la cosa più ovvia del mondo. Grazie al Dio severo e creatore però l’Anfuso ha un cervello e completa la sua riflessione con l’avvento della Responsabilità.

    Il giudicare non è da tutti. Gli animali lo sanno, sono infatti i capiclan che giudicano, non c’è spazio per altri giudizi. Se no è la lotta a decidere. E la lotta è insidacabile: chi vince ha ragione. Chi perde va in coda. Lo sapevamo anche noi quando vivevamo in tribu. Per questo il giudizio non dovrebbe esistere senza responsabilità. Un giudizio responsabile è al di fuori della portata dell’uomo moderno, perché come dice Maurizio nel suo commento, mancano i fondamentali. Gli strumenti e le condizioni per portare alla criticità il nostro contesto vitale più importante che ci rende gli esseri intelligenti che siamo: quello morale, etico. Oggi il giudica e sarai giudicato è superato dalla “mancanza di giudizio”.

    Se poi parliamo di contesto letterario continuo a ripetere che il sistema è sbagliato. Si parta da questo aspetto: il giudizio. Si ricolleghi ai concorsi. Ma figuriamoci se un Dante Alighieri avrebbe mai voluto partecipare ad un concorso letterario con la sua Commedia. Eppure, a distanza di secoli, viene giudicata Divina. Guardate un po’. E non da una giuria di premiati giornalisti, premiati da altri premiati giornalisti…ma dall’umanità. Il premio, come forma di giudizio, è pura merda. La pubblicazione come forma di premio, per proprietà transitiva, è pura merda. Comincerei da qui, risalendo ai veri problemi, per ristabilire un giusto criterio di giudizio. Qualcuno l’ha chiamata utopia, io invece la chiamo esigenza.

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    • I miei post sono concepiti per accompagnare il lettore lungo un percorso, da A a B, o almeno ci provo. 🙂

      Focalizzandoci sull’ultimo passaggio del tuo intervento, mi viene in mente che i concorsi e la pubblicazione o la sua mancanza, da parte delle case editrici, sono di per sé dei giudizi; tuttavia noi critichiamo la loro attendibilità, mettiamo in dubbio la competenza o la buona fede di chi è preposto a cernere. Perché lo facciamo? Quando abbiamo smesso di credere che le case editrici, ad esempio, non siano oggettive nella loro scelta? Davvero non lo sono? Davvero non lo sono mai? Ecco, io di questo non sono pienamente sicuro.

      Maurizio, invece, mi pare facesse un altro tipo di discorso: lui parla di astinenza dal giudizio per timore, ad esempio, di non possedere i mezzi culturali per emetterlo, un giudizio.

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  7. I tuoi articoli mi piacciono sempre molto.
    Qui lo dico e sottolineo.
    Scrivendo questo ho espresso un giudizio positivo e sono felice di averlo fatto.
    Mi sto limitando a giudicare ciò che vedo e che leggo; ciò che tu hai deciso di far passare ad un pubblico di lettori; non penso che attraverso un blog si possa arrivare a giudicare veramente la persona, perché di quella persona vediamo ciò che ha scelto di mostrarci.

    Tra l’altro il giudicare (me stessa, un personaggio, la mia vita attraverso un personaggio o una buona trama…) è quello che mi spinge a leggere una marea di romanzi l’anno; è quello che fa di me una lettrice forte. Cerco sempre storie che mi prendano a pugni, che mi costringano a giudicare. Il giudizio è alla base della crescita personale, secondo me.

    Ma quando è giusto giudicare gli altri?

    In alcune situazioni sappiamo già, prima ancora di appoggiare i polpastrelli sulla tastiera, o di prendere fiato, che il giudizio che ne uscirà sarà frainteso e aleggerà incompreso. In quel caso, ha davvero senso esprimerlo?

    Chi ce lo fa fare di usare il nostro tempo per individui sconosciuti che hanno già deciso chi sei e cosa volevi dire con quella frase, magari avvalendosi della loro efficacissima sfera di cristallo?

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    • Intanto grazie, Stefania. Sei molto gentile. E anche questo è frutto di un giudizio. Se tu avessi scritto che i miei articoli non ti piacciono mai, saresti stata meno gentile? Si può esprimere un parere negativo pur con gentilezza, e sono sicuro che tu avresti trovato il modo di farlo, per cui il frutto non sarebbe cambiato. Come diceva qualcuno poco sopra, bisogna distingue il giudizio sull’oggetto da quello sulla persona. Poi, certo, si corre sempre il rischio di venire fraintesi. Su una cosa hai ragione, sopra ogni dubbio: leggere significa affinare gli strumenti necessari per cernere, per emettere un giudizio; e quindi sono fonte di giudizio (nel senso più nobile, quello di cui i nostri genitori, quando eravamo ancora bambini, ci raccomandavano: giudizio). 😉

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      • Con quest’ultima frase mi hai rammentato uno dei complimenti più belli che mia madre mi faceva. Lo diceva solo quando era certa che non fossi presente, per non farmi montare la testa. Solo che i bambini hanno cento orecchie e mille risorse.

        “L’è proprio ‘na putina giudissiosa, ghe xè poco da fare.”

        Ed è questo che fa la differenza tra un essere umano presente a se stesso e uno assente. Nel mio dialetto “giudissiosa” significa assennata, capace di scegliere la cosa migliore per sé, e a volte anche per gli altri.

        Ah, il potere delle parole.
        Mi sbalordisce ogni volta.
        La bellezza di avere la possibilità di giudicare e godere in modo assennato di persone situazioni oggetti storie che ci circondano.

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        • Da bambino lo dicevano anche di me, ma con me presente; perché le famiglie meridionali hanno questo di bello: se qualcuno parla di te con qualcun’altro, e non solo quando sei bambino, tu pur presente sei peggio dell’uomo invisibile. Potrebbero andare avanti per ore, senza alcuna vergogna.

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  8. La questione del giudizio, anche solo per il lavoro che faccio, è sempre al centro del mio ragionare. Non essendo questo il luogo per un lungo e inconcludente trattato filosofico, posso dire soltanto che sono arrivata alla conclusione che il giudizio è lecito solo se accompagnato da un complemento di limitazione. “X in questo quadrimestre è insufficiente in matematica” è un giudizio, se dato dal prof di matematica dopo le giuste valutazioni, lecito che nulla ha che vedere col valore di X come persona, come sportivo o anche in Italiano o Storia. “Se voti sì/no/ti astieni al referendum sei un cretino” è invece una cosa mi sta facendo andare in bestia e mi sta facendo pensare di falcidiare i miei contatti su fb…

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    • Come le vecchie schedine del Totocalcio. 😉

      Certo, bisogna limitare il giudizio a un aspetto specifico; dato da una persona competente. Ma nella vita si capita in situazioni dove la persona che ti giudica, che è lì per giudicarti, potrebbe non avere né la competenza per farlo né la capacità di distinguere tra il “fatto” e il “soggetto”. E come la mettiamo? La mettiamo K.O.?

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  9. Tasto dolentissimo il giudizio, abbinato alla responsabilità lo vedo in modo molto più positivo, perché se ti giudico e mi assumo la responsabilità che il mio giudizio comporta è un conto, se il giudizio è gratuito è un’altra cosa. Non so se ho reso l’idea. Io non voglio mai giudicare nessuno, ma se proprio devo farlo (per lavoro per esempio mi è toccato fare una valutazione dei miei collaboratori e quindi giudicare il loro lavoro) cerco sempre di soppesare tutti i pro e i contro, cerco sempre di mettermi nei loro panni perché non voglio dare giudizi affrettati o non ponderati. Serve equilibrio ed empatia, ma non è mai abbastanza, in entrambe le direzioni perché io sono a mia volta giudicata ma non sempre usano il mio metodo.

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  10. Questo genere di post mi mette a disagio. Perché in teoria ci sarebbe così tanto da dire, che non dir nulla spesso è la cosa più giudiziosa. 😀
    Io mi pongo raramente il problema del giudicare. Ho superato le fasi della negazione, o per meglio dire della restrizione che l’uomo si impone per auto regolarsi con precetti religiosi, ideologici, culturali o etnici. La mia necessità di libertà mi porta a non soffermarmi più sugli impedimenti dell’ipse dixit.
    Perché anche nel giudicare, c’è sempre un qualcuno che ci dice come e perché va o non va fatto. Ce lo dice un Dio, la morale, il contesto sociale, i genitori nel contesto dell’educazione. Sono così tante le restrizioni, che arriviamo a concepire il giudizio come un’accezione negativa. Stai giudicando gli altri… che persona meschina che sei!

    In realtà il giudizio è una delle componenti essenziali dell’essere umano. Il giudicare ci è essenziale come il respiro. Sin da neonati, quando dal ventre materno ci troviamo proiettati dentro la realtà, una realtà ignota, è il giudizio per gradi che ci permette di apprendere e dunque sopravvivere.
    Ogni istante della nostra vita è solcato da micro giudizi che ci permettono di accumulare quella esperienza necessaria per far fronte alla complessità. Giudicare il vicino di casa (è una persona pericolosa? una brava persona?) il capo ufficio, l’amica, il fratello, i genitori, il cane, il meteo, un libro, ogni cosa determina i nostri parametri esistenziali, il nostro io nel mondo.
    Per questo racchiudersi dietro imposizioni di giudizio della fede o della società, non comporta null’altro che una mancata opportunità di crescita.

    Tuttavia, se per sopravvivere, il giudizio sulle cose del mondo ci è essenziale, diventa complicato quando il nostro giudicare influenza e condiziona la sfera sociale, chi ci sta attorno.

    Se mi importa poco d’essere giudicato, do proprio poco peso all’opinione altrui (almeno ci provo, non sempre è possibile), so che i miei giudizi umani possono condizionare gli altri, nel bene e nel male. Io sono una persona schietta, mi piace esserlo, proprio per quella necessità viscerale di libertà. Però non si può dire tutto ciò che si pensa. Quando il giudizio può compromettere gli affetti di chi vuoi bene, ferire desideri o sogni altrui. E qui si cade nell’ipocrisia. Tutte le persone che conosco negano d’essere ipocrite. Vedi altra negazione a se stessi. L’ipocrisia è la compagna che regge la stampella al giudizio. A seconda dei gradi tutti sono ipocriti. Per essere più precisi dovrei dire… Vabbè al tuo prossimo post sull’ipocrisia (a questo punto scrivilo) ne riparliamo. 😀

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    • Parliamone senza arrivare al prossimo post. Perché ti mette a disagio? Io ieri ci stavo scomoda forse perché ho imparato a fregarmene dei giudizi quelli alla persona, anche se ci pensi eccome. Scivolano quando a giudicarti non è nessuno per te, che non hai stima, né una conoscenza così approndita, altrimenti mi scuote eccome ciò che pensa un amico vero, a chi voglio bene, alle critiche di un familiare.
      Me ne “sbatto ” scusa il termine secco, di chi non provo un minimo d’affetto o d’amicizia. Può giudicare ciò che vuole a patto che offenda lontano da me. Sul mio operato va benissimo, non va ad intaccare la mia persona. Per il resto vale il buon senso di guardare se stesso prima di giudicare.
      Tutto, tutto non si può dire, finirei in questura, ma dove c’è bisogno la diplomazia va a farsi un bel giro.

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      • Secondo me Tiziana, bisogna fregarsene del giudizio che gli altri hanno su di noi.
        Tanto crucciarsene o starci male è inutile. E’ fuori il nostro controllo. Chi vuol sparlarti o giudicarti male, lo farà a prescindere. Io ormai distinguo il genere umano in tre categorie. Le brutte persone: brutte dentro, invidiose, opportuniste, egoiste…
        Le inerti: qualsiasi cosa accada, che tu abbia bisogno o meno, si tengono ben alla larga dall’essere partecipi.
        Le belle persone: altruiste, generose, che posseggono il sacro fuoco dell’umanità.
        Ne ho viste troppe brutte persone per sopportarne ancora. Ormai faccio piazza pulita. Mi circondo soltanto di persone che valgono la mia generosità e la mia fiducia.
        Per tutto il resto non ne vale la pena.
        Siamo sangue e polvere che sorridono a un meraviglioso cielo azzurro.;)

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        • Me ne frego molto più di prima e una bella fetta l’ho allontanata.
          Dipende molto dai momenti e chi te lo dice. (Vedi dopra) Ci sono alcune critiche che fai finta di non sentire, ma che non ti lasciano indifferente. Il tempo aiuta. Il brutto è quando mi giudico per ne stessa. Sono un disastro, lo so. 😛

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    • No, c’aggia di’? … sai che post ipocrita verrebbe fuori?! Non si può proprio fare.

      Faccim’ ‘na cosa, ja, fottimenimme de’ tutte ‘e cose. Ma quale giustizia, ma quale giudizio, nu”e ‘sistono proprio. Mejo pensare a nuj. XD

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  11. Quella del giudizio è una materia troppo complessa e molto dipende dall’ambito del giudizio. C’è il giudizio per una lettura, che dipende molto dal gusto personale o dalla numerosità delle proprie letture. C’è il giudizio a scuola che spesso dipende dal “metro di giudizio” di questo o quel professore (alcuni regalano 10 come i bollini della spesa, per altri non ci può essere nulla sopra l’8). C’è il giudizio di innocenza o colpevolezza di fronte ad un imputato per reato, dove non si può solo giudicare il fatto: se per esempio l’accusato è insano di mente, stiamo giudicando il fatto proprio per come è giudicato l’uomo. E per preservare l’intera comunità dalla reiterazione del reato (un giudizio su uno per salvare anche la vita a molti).
    C’è il pre-giudizio, un giudizio dato a priori sulla base di indizi (e forse da qui arriva il razzismo).
    E poi c’è l’invidia, che produce giudizi feroci come specchio della considerazione che il giudicante stesso ha per sè. Perchè se stai invidiando qualcuno, ti stai anche tacitamente accusando di non essere come lui. E’ un giudizio riflesso.
    Differenza tra giudizio e critica? Il giudizio mi sembra avere carattere inappellabile, la critica dovrebbe essere costruttiva, indicare un’alternativa valida, a beneficio del criticato.

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