Tag: Thomas Pynchon
È ancora possibile scrivere un romanzo ambizioso nel XXI secolo?
Quand’ero bambino, i miei genitori avevano l’abitudine – allora piuttosto comune – di prendersi un intero mese di ferie, normalmente ad agosto, per trascorrerlo integralmente in campeggio. Essendo la mia una famiglia meridionale, il concetto di vacanza non interferiva minimamente con quello di pranzo: si mangiava. Molto. Con serietà, metodo e una certa ostinazione antropologica. Di conseguenza, una volta avviata la digestione, il mare lo si rivedeva soltanto verso sera. Le ore del primo pomeriggio in campeggio, d’estate, per un ragazzino al quale sia stato proibito di entrare in acqua perché «hai appena mangiato», possiedono la stessa qualità metafisica di certe domeniche d’inverno: il tempo rallenta, si coagula, e la noia diventa materia. Per sopravvivere acquistavo con i soldi della paghetta dei romanzetti in edicola. Quasi sempre gialli. Erano scritti bene, qualche volta molto bene; avevano un delitto, un’indagine, un colpevole e soprattutto una virtù che, in quel momento, mi sembrava fondamentale: riempivano quelle tre o quattro ore di tedio senza chiedere nulla in cambio.
Anni dopo, quando ero già un ragazzo, mi capitò tra le mani Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, di un certo Gadda. Leggerlo fu come prendere ripetutamente a testate uno spigolo. La frase si impuntava, cambiava direzione, costringendoti a tornare indietro; i continui cambi di registro, il dialetto che entrava nell’italiano ingegneristico, la lingua si scomponeva, la voce narrante sembrava sapere cose che io ignoravo e non avere alcuna intenzione di agevolarmi. Non era un libro che mi accompagnava nel pomeriggio: pretendeva che fossi io ad accompagnare lui, e possibilmente senza rompere troppo i… be’, avete capito. Eppure oggi di quei gialli da edicola non ricordo nulla: un titolo, un autore, un personaggio. Niente. Gadda, invece, non me lo sono mai più lavato di dosso. E forse, quando parliamo di romanzo ambizioso, potremmo cominciare proprio da qui: dalla differenza tra un libro che svolge perfettamente il proprio compito – INTRATTENERE – e un libro che, dopo averlo svolto, decide proditoriamente di restare, nonostante te.
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Lo Stile in letteratura
Di Stile si muore. Lo sanno bene i tanti autori che pur di suffragare la propria singolarità, scelgono di non svendersi alle occorrenze editoriali. Questo, a scapito delle vendite. In libreria un libro che non vende è out. E lo diventa in poche settimane; quasi subito. Un libro scritto con “stile” è quasi certo che non venderà. E un autore che non vende, è bello che morto. Se volete considerarvi scrittori, vi conviene piazzare almeno 1200 copie del vostro prezioso manoscritto già alla sua prima edizione. Meno di così, e non siete niente; anzi, nessuno. Ma perché lo stile non vende? Soprattutto: cos’è lo stile?
L’esitazione corre sul filo dei tre punti…
Senza lasciarci sfuggire l’opportunità di citare il caro, vecchio e ormai defunto Zygmunt Bauman a proposito della società dell’incertezza – la nostra – ovvero: «La generazione meglio equipaggiata tecnologicamente di tutta la storia umana è anche la generazione afflitta come nessun’altra da sensazioni di insicurezza e di impotenza», non possiamo evitare di segnalare quanto la funzione allusiva dei tre puntini di sospensione sia perfettamente rappresentativa dell’epoca che stiamo attraversando.
Il tempo e lo spazio
Verso la fine di febbraio ricevo il messaggio di una ragazza che sta preparando una tesi. Questa ragazza si chiama Serena e mi chiede ragguagli tecnici sullo spazio e sul tempo in narrativa, offrendomi così l’opportunità di sperimentare una cosa che volevo tentare da tempo. Le ho chiesto quindi il permesso di copiare alcuni stralci dello scambio che ne è seguito e di postarli qui, sul mio blog:


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