I “classici” di oggi

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“Si dicono classici quei libri che costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati; ma costituiscono una ricchezza non minore per chi si riserba la fortuna di leggerli per la prima volta nelle condizioni migliori per gustarli.”
— Italo Calvino

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Analisi e classificazione di un genere letterario

La memoria, diceva Umberto Eco, ha due funzioni principali. La prima è di contenere. Ovvero fare da contenitore a ricordi non solo propri, ma anche appartenenti a componenti della propria famiglia, della cerchia di amicizie e conoscenze, e della comunità a cui si appartiene. La memoria, come contenitore, ci permette di possedere un’identità. Senza identità saremmo come lo smemorato di Collegno: conteso da due mogli e incapace di scegliere quale vita vivere. La storia, in questo senso, è uno strumento della memoria collettiva. La seconda funzione è quella di filtrare. Sarebbe infatti impossibile contenere tutti i ricordi, tutte le informazioni, nostre e altrui, che andiamo via via accumulando nel corso della vita. Finiremmo per somigliare a quei soggetti affetti dalla sindrome di Asperger: capaci di memorizzare fin nei minimi particolari le molte sfaccettature di un soggetto, ad esempio la pianta di una città, ma incapaci di vivere. Filtrare le memorie, selezionarne alcune e scartare le altre, è quindi una funzione indispensabile per poter vivere pienamente. In questo senso, i classici, sono il risultato di entrambe queste operazioni.

Sebbene lo stesso Eco, forse scherzosamente, definisse i classici: «[…] quei libri che odiamo perché ce li hanno fatti studiare a scuola»; essi non sono altro che i sopravvissuti del tempo. Prodotti letterari che, per motivi diversi e non per forza per la loro qualità, sono giunti in un modo o nell’altro fino a noi. Il loro insieme compone il canone di una certa cultura, ad esempio quella italiana o europea o occidentale; le quali possono avere fra loro dei punti di contatto ma anche delle nette distinzioni. Il valore che Dante o Petrarca hanno nella nostra letteratura è sicuramente diverso da quello che possono avere all’interno della cultura, ad esempio, americana. Boccaccio e Manzoni forse, gli americani contemporanei, neanche li conoscono.

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Ma chi sceglie quale libro debba sopravvivere nel tempo finendo per diventare un classico?

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Vale il principio di Darwin. È una sorta di selezione naturale, quella che filtra i prodotti letterari facendone arrivare alcuni fino a noi e perdendone molti altri lungo la strada. Nella sua poetica, Aristotele nomina diversi drammi. Di questi drammi ce ne sono giunti pochissimi, Sofocle sopra tutti. Perché Sofocle sì, e molti altri no? Forse perché i suoi testi non si trovavano nella data libreria o biblioteca che è andata a fuoco. Forse perché ha continuato a rappresentare per uomini di diverse epoche un valore in cui riconoscersi. Forse per un evento di tipo stocastico. I motivi per cui un libro diventa classico ed entra a fare parte di un canone sono oscuri, ma quasi certamente tutti i classici che sono giunti fino a noi erano nella loro epoca dei bestseller.

La diatriba tra bestseller come prodotto di consumo che ha il solo scopo d’intrattenere, ovvero di scarsa rilevanza, e letteratura di altissimo livello ma con un respiro più di nicchia è quindi faziosa e irrilevante. Dante veniva recitato, letteralmente, dai braccianti durante la mietitura; ma nel Settecento quasi non lo si voleva più leggere. Manzoni perdette un sacco di quattrini a causa delle copie pirata del suo romanzo che continuavano a fiorire in tutta Europa, e oggi ci annoia anche solo l’idea di prendere in mano I promessi sposi. Dumas e Dickens erano considerati dai contemporanei autori di narrativa d’intrattenimento. I loro romanzi o poemi, che sono giunti fino a noi, nella loro epoca erano certamente dei bestseller: prodotti d’intrattenimento con una diffusione paragonabile oggi a quella di Dan Brown o Fabio Volo. Un giorno Il re di Girgenti potrebbe venire considerato un classico della letteratura italiana.

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Esiste una sorta di regia che stabilisce quale libro debba rientrare nel canone di una data cultura?

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È chiaro che ognuno di noi può discutere su quale autore o libro debba rientrare nel canone, diventando un classico; ma in generale siamo tutti noi a contribuire a questa selezione, anche se in modi differenti. Non basta, infatti, l’opinione degli addetti ai lavori. I quali sarebbero certamente i più qualificati a stabilire dei confini ma, allo stesso tempo, sono anche quelli più esposti a una sorta di “confitto d’interessi”. Soprattutto nella nostra epoca, in cui spesso gli addetti ai lavori sono essi stessi autori di prodotti letterari; e lo scambio di “favori” impazza come moneta sonante.

L’opinione dei critici è addirittura meno rilevante di quella pubblica. Molti autori che nell’Ottocento venivano considerati magnifici dalla critica contemporanea, oggi ci sono del tutto sconosciuti. Perfino autori immemorabili di inizio Novecento sono quasi del tutto spariti. Basti citare Robert Musil o Franz Werfel; mentre Defoe, Stoker e Mary Shelley sono tutt’oggi ancora letti e piuttosto diffusi. Infatti, benché sia una stretta cerchia di persone a decidere cosa inserire in un’antologia, sono poi i lettori a scegliere se continuare a leggere un determinato libro e se consegnare questo patrimonio di conoscenza alla generazione successiva. Piccolo mondo antico di Fogazzaro, ad esempio, avrebbe tutte le qualità per rientrare nel canone e diventare un classico. Così anche buona parte della produzione letteraria di Beppe Fenoglio. Eppure sono abbastanza sicuro che pochi oggi abbiano letto le loro opere e le ricordino.

Sebbene gli storici selezionino quali eventi inserire nei libri di storia e che lettura darne, è poi la nostra memoria collettiva a stabilire quali episodi sono più rilevanti e quali invece relegare a: “roba che ho studiato a scuola e di cui non ricordo granché”. Forse ha ragione Eco a sostenere che la lettura obbligatoria, scolastica, dei classici rovina il loro appeal agli occhi dei giovani. Nonostante questo, è comunque necessario studiare la letteratura. Altrimenti perderemmo quella funzione della memoria che fa di noi individui dotati di una identità. E quindi qualcuno, i professori in questo caso, deve assumersi la responsabilità di far leggere e spiegare i classici. Allo stesso tempo non possiamo attribuire loro alcuna colpa circa la scarsa attrazione che un testo a cui si è costretti inevitabilmente esercita su tutti noi.

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Ma se un prodotto letterario non lo conosciamo, perché è ormai caduto nel dimenticatoio, come possiamo effettuare una selezione ragionevole?

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Be’, anche questo rientra nella stocastica della sopravvivenza darwiniana. Molti testi di valore sono destinati a sparire, altri di minor pregio potrebbero sopravvivere alla sfida del tempo. In questo senso, il ruolo che alcuni scrittori si assumono di riesumare autori di un’altra epoca per spingere i propri contemporanei a rileggerli, ha una funzione riequilibratrice. In conclusione, quindi, ognuno di noi stabilisce un proprio canone e seleziona quali libri far rientrare nella categoria dei classici. La media delle nostre scelte diventa poi il canone per la generazione successiva.

18 Comments on “I “classici” di oggi

  1. Il tuo post offre molti spunti di riflessione. Proprio in questi giorni avevo recuperato, tramite YouTube, la riflessione di Eco sui classici. Avendo due figlie che hanno frequentato la scuola media e il liceo a distanza di diversi anni, ho notato che le proposte di letture sono state differenti. Ci sono classici comunque riproposti da alcuni cicli, altri no. In tutto questo mi sono ritrovata a leggere libri che, a suo tempo, non mi erano stati suggeriti… o propinati?

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    • Molto potrebbe dipendere dal professore stesso, dai suoi studi, gusti, metri di giudizio… Non esiste un canone scolpito nella pietra. Ogni persona è eletta a decidere cosa ha piacere di leggere e il valore da assegnare istintivamente a ogni lettura. Poi ci sono libri che vengono consigliati sempre, a seguito di una sorte di abitudine o di tradizione che non si ha la forza o la voglia di interrompere. Ad esempio mi stupirei se a entrambe le tue figlie non avessero fatto leggere i Promessi sposi.

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  2. P. S. Devo però ammettere che la mia professoressa di Italiano fu allora molto astuta: faceva leggere il romanzo in classe, assegnando i vari personaggi così la lettura diventava una sorta di sceneggiato a puntate😉

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    • Non è un mestiere facile quello dell’insegnante di lettere (o di italiano, non so più come si dica). Qualsiasi lettura assegnerai in classe ha buone probabilità di diventare uno di quei “mattoni” che poi non rileggi più e non riesci ad apprezzare. In quel video a cui facevi riferimento nel primo commento, Umberto Eco diceva proprio questo e si riteneva fortunato perché lui il Promessi sposi li aveva letti prima che glieli propugnassero a scuola.

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      • Ricordo, così come credo anche io che sia difficile, oggi, insegnare lettere o italiano (chiederò alla figlia) ai nostri giovani che hanno nuovi orizzonti e si sentono sempre più lontani dai cosiddetti classici. In ogni caso occorre leggere, come dico io: anche schifezzuole 😂. Con il tempo si forma il proprio senso critico e si impara a scegliere e ad apprezzare ciò che ieri pareva una imposizione. Si può sempre cambiare idea!

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  3. Poveri prof che fanno annoiare gli studenti con i classici!
    Sarà vero? Un sacco di gente si iscrive a lettere perché folgorata dalla letteratura fatta studiare a scuola.

    A parte la difesa d’ufficio della categoria a cui appartengo, concordo con il tuo post.
    I classici sono dei sopravvissuti, un po’ per fortuna, un po’ perché continuano a toccare certe corde nel cuore dei lettori, anche a millenni di distanza.
    Ricordo che al liceo Virgilio ci stava un po’ antipatico. Lucano ci stava più simpatico, almeno a leggerne la biografia. Una compagna quindi ha chiesto alla prof perché studiassimo tutta l’Eneide e niente della Pharsalia. Il giorno dopo la prof le ha consegnato una copia del poema di Lucano. Dopo una settimana il responso “è di una noia abissale. Enea è antipatico e lo prenderei a sberle, ma almeno a Didone ti affezioni. All’opera di Lucano invece vuoi solo dare fuoco il prima possibile”

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    • Davvero carino il ricordo. Mi ha fatto sorridere. Per quanto riguarda la difesa d’ufficio, non credo sia colpa dei professori. Forse di alcuni, ma in generale no. È il nostro rapporto verso il dovere, l’obbligo, lo studio, il lavoro. Scrivere per passione e scrivere per mestiere, ad esempio, non sono la stessa cosa. La lettura dovrebbe essere un piacere, ma quando diventa studio ha un’altra risonanza. Anche lo studio cambia connotati a seconda del contesto. Ricordo che le lezioni di grammatica mi annoiavano. Non capivo nulla. Calava sempre la palpebra. Poi, più di recente, ho cominciata a studiarla per conto mio. All’improvviso è diventata interessante, sorprendente, piena di cose che a conoscerle non si fa danno. I secchioni, quelli che riescono bene nello studio, non sono più intelligenti o più brillanti o più diligenti degli altri. Hanno semplicemente un rapporto diverso con la materia. È il modo in cui le guardiamo, ad attribuire alle cose i loro connotati. Pensa che l’hanno scoperto perfino i fisici studiando le molecole subatomiche.

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  4. Interessante sapere che ai suoi tempi Manzoni era piratato anche lui…Riguardo alle ore di letteratura a scuola, io le adoravo e mi piaceva molto leggere Manzoni, Foscolo, Leopardi, Ariosto e tutti gli altri. Forse era perché frequentavo un istituto tecnico e le ore di Italiano erano una vera trasgressione…chissà magari Fabio Volo diventerà un classico nell’anno 2995, ma noi non ci saremo, come cantavano i nomadi 😉

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    • Chi lo sa. Ma alla fine all’autore dovrebbe davvero importare se a leggerlo saranno i posteri? Io sostengo che è meglio godersi il presente e pensare, semmai, al futuro immediato.

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  5. Dunque ricordavo bene quello che diceva la mia professoressa delle superiori: I Promessi Sposi era il bestseller dell’epoca, in un linguaggio che era comprensibile alla maggioranza della popolazione, che aveva una scolarità minore di quella del nostro tempo, probabilmente la stessa scolarità di Renzo Tramaglino che si reca proprio dall’Azzeccagarbugli per capirne qualcosa del matrimonio bloccato da don Abbondio. E del resto, l’altro grande tomo che si legge in classe, la Divina Commedia e giunta a noi come padre della lingua italiana, è stata scritta nella lingua volgare fiorentina (e sto semplificando, perché era comunque innovativa, ma comprensibile allo stesso modo), ma i critici dell’epoca si offesero per lo scandalo, i testi dovevano essere solo in latino, così Dante iniziò il De vulgari eloquentia, in latino, per spiegargli cosa si perdevano (un grossa fetta di mercato, diremmo noi oggi!). Insomma, quelli che sono i nostri classici per eccellenza, simbolo d’alta letteratura, erano in realtà scritti in lingua popolare per essere letti e compresi dal maggior numero di persone.
    Eh.

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    • Vangelo!

      Ergo, non c’è nulla di male ad abbassare e appiattire il proprio linguaggio, ad esempio nella stesura di un romanzo volutamente commerciale, per raggiungere quante più persone possibile. E tuttavia, questo, non preclude la possibilità che un domani il nostro romanzo commerciale – scritto per fini tutt’altro che nobili – non possa diventare un classico. 😛

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  6. (m’è partito l’invio…)
    Non credo comunque che Fabio Volo diventerà un “classico”, ma è anche vero che è difficile fare un paragone con quei tempi. Ad oggi abbiamo strumenti di memorizzazione molto più sicuri perché siamo nell’era dell’informatica. Se anche brucia una biblioteca, abbiamo copie digitali ad ogni lato del globo. C’è da chiedersi cosa dunque influenzerà davvero la scelta oggi giorno.

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    • Purtroppo non sono più in grado di recuperarlo (alla faccia dell’era informatica e delle sue arcidiavolerie!) ma qualche tempo fa, forse un paio di anni, ho letto un insigne studioso sostenere che l’era digitale per i “documenti” sarà peggio del medioevo: perderemo tutto!

      Ora, magari era un invasato della carta. Ma il punto del suo discorso, a cui devo ammettere prestai poca attenzione, era che proprio la digitalizzazione di tutto lo scibile, renderà “un giorno” – fra tanto tanto tempo, in una galassia lontana lontana – impossibile recuperare tutta la produzione letteraria e non di oggi. Il perché, però, non me lo ricordo. Provo a ipotizzare: cambia il linguaggio informatico e nessuno si prende la bega di ricodificare tutto? Boh!

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      • (ecco perché alcuni articoli io me li stampo, alla faccia dell’era informatica pure! 😛 )
        Beh, al di là delle codifiche (se tu prendi un file .doc del 1990 ancora lo puoi aprire con l’ultimo Word), credo che il rischio maggiore sia la smagnetizzazione, ma dovrebbe essere un evento globale, su tutta la superficie della Terra… e a quel punto avremmo problemi ben maggiori! 😀

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  7. Piccolo mondo antico di Fogazzaro è già un classico, tant’è che si trova anche in collane di classici. L’ho letto lo scorso anno e merita di starci. È anche conosciuto, poi.
    Penso comunque che diventeranno classici quei libri che sopravvivono al tempo, non necessariamente che la gente ricordi, perché si ricorda anche la spazzatura. Il nome della rosa di Eco, per esempio, diventerà un classico o dovrebbe diventarlo. Ma di tutto quello che ho letto finora, di moderno intendo, oltre quel romanzo non mi viene in mente nessun altro che potrebbe diventare un classico.

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    • Sul fatto che Piccolo mondo antico meriti di essere un classico, concordo. Che sia inserito nelle collane dei classici, influisce poco sul suo destino. Però non sono sicuro che sia davvero così tanto conosciuto. Fai una prova. Esci di casa, ferma la gente e chiedi se hanno mai letto quel libro o se ricordano di che parla.

      Certo, la gente ricorda anche robaccia e non è detto che tutti i classici siano magnifici. Però cosa intendi per “sopravvivere al tempo”?

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      • Che fra 50 anni quei libri saranno ancora ristampati, inseriti in collane e anche in collezioni da edicola, ma ci sarà anche qualcuno che studierà quelle opere e i suoi autori e pubblicherà saggi e articoli su quelle opere.

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