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Non ti serve un editore grande, ma un grande editore
Quando FoxandSparrow è arrivata non stavo ancora cercando un editore.
Due mesi dopo, il 1° luglio 2026, ho firmato il contratto editoriale con loro. In mezzo c’è una storia abbastanza strana. Ho cominciato a scrivere Ulpia nel luglio 2017 e l’ho concluso solo nel novembre 2025, otto anni dopo. A quel punto conoscevo il romanzo fin troppo bene. Sapevo dove respirava, dove si distendeva e dove si metteva a correre; conoscevo i personaggi al punto da prevedere cosa avrebbero detto prima ancora di arrivare alla battuta. Quello che non riuscivo più a vedere era se, guardato da fuori, quell’enorme marchingegno funzionasse davvero. Così l’ho lasciato riposare fino alle ferie natalizie, poi l’ho riletto, corretto qualche refuso, e a febbraio ho scelto tre agenzie letterarie a cui affidarlo. Quando sono arrivate, le valutazioni avevano qualcosa di sospetto: dicevano tutte la stessa cosa.
La scrittura era alta. L’ambientazione impressionante. I personaggi forti. La trama funzionava. Peccato per tutto il resto… Peccato, perché Ulpia arrivava accompagnata da una combinazione che, commercialmente, aveva l’eleganza di un ippopotamo in una cristalleria: autore esordiente, serialità, mezzo milione abbondante di caratteri, romanzo storico-ucronico, struttura poco convenzionale e l’insana pretesa di essere pure ambizioso. Presi uno alla volta, elementi perfettamente gestibili. Tutti insieme, diventavano qualcosa che il mercato guarda con interesse ma tenendosi prudentemente a distanza. La cosa buffa è che quelle tre risposte non mi hanno spinto a cercare un editore, ma a ponderare una domanda ancora più urgente: cosa diamine avevo scritto? Così, a inizio maggio, ho inviato Ulpia ad alcuni amici per avere un feedback.
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Cosa succede dopo aver trovato un editore?
Per anni ho immaginato che trovare un editore rappresentasse il punto d’arrivo.
Del resto è questo il traguardo verso cui tende quasi ogni aspirante scrittore. Finisci il tuo romanzo, convinci qualcuno a leggerlo, lo correggi, lo correggi, lo correggi, lo correggi, lo correggi, lo correggi, lo correggi… e finalmente lo spedisci in giro, affollando le caselle postali di editori, agenti letterari, critici letterari, editor presenti su Facebook, scrittori in crisi d’astinenza, insegnanti di scrittura (poco)creativa, vecchi commentatori del blog, librai in pensione, giornalai con la cataratta, flirt con esponente del club del libro, corner in calcio d’angolo: Gol!
La prima sorpresa è stata scoprire che il romanzo, una volta trovato un editore, ricomincia a essere un cantiere. Anzi, probabilmente lo diventa più di prima. Inizia l’editing: il testo viene letto da altre persone; osservato con uno sguardo che l’autore, suo malgrado, non può avere. Si discutono passaggi, si propongono modifiche, si eliminano ridondanze, si chiariscono punti che, a forza di rileggere il manoscritto, avevi finito per considerare ovvi solo perché li avevi scritti tu. È un lavoro curioso, perché fino al giorno prima il romanzo era una cosa esclusivamente tua; dal giorno dopo diventa il risultato di un dialogo. E questo anche se il file inviato all’editore, come dichiara egli stesso, è pulitissimo:
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Considera l’o’o
«Avevi promesso!» disse il piccolo Abe: braccia incrociate, sguardo infuocato.
Il vecchio Corbin Keep, che dalla finestra sulla veranda fissava i margini della palude da ormai cinque minuti buoni, parve non sentirlo. Era tutto proteso verso le fronde degli alberi. Il mento alto, i lineamenti tesi.
«Avevi promesso…» ripeté Abe, un po’ meno convinto.
Corbin mosse impercettibilmente il viso nella direzione della sua voce. Scorse il nipote con la coda dell’occhio, e ne fu sorpreso.
«Come dici?»
«La storia,» precisò Abe, «avevi promesso».
STOP!
Non è un addio, naturalmente. I contenuti del blog resteranno on-line a disposizione di quanti, passando di qui, li riterranno ancora utili al proprio cammino. Nei prossimi giorni e settimane, inoltre, appariranno degli articoli che avevo già programmato prima delle vacanze; fin quando non si estingueranno da soli. Non escludo, peraltro, di tornare a scrivere qualcosa, di tanto in tanto, se ne avrò il tempo e qualcosa di intelligente da dire. Pensandoci, se tutti si sforzassero di scrivere solo avendo delle cose davvero intelligenti da comunicare, forse in Italia ci sarebbero molti meno “scrittori” e molti più lettori. Ma tant’è…
Riuscire a pubblicare con una casa editrice
Elemosinare voti politici, vendere porta a porta elettrodomestici e pubblicare un libro con una casa editrice hanno in comune una cosa: l’arte di mendicare. Non è per tutti. Anche fare il politico, il promotore o lo scrittore non è per tutti. Solo che nel caso della scrittura, oltre che una certa predisposizione alla faccia da tolla (sin. di latta, avere una faccia da tolla significa avere una faccia da c***), una lingua ruvida per leccare culi pelosi – non dire quello che si pensa è un modo elegante di farlo – e uno stomaco robusto per digerire i rospi, all’arte del mendicare bisogna aggiungere anche un talento innaturale nel narrare storie.


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