Tag: Scrittura creativa

La struttura a imbuto

Collage postmoderno con una ragazza davanti a un grande imbuto, tra rovine e frammenti della Roma antica

Il primo capitolo di Ulpia ha un difetto imperdonabile: Ulpia non c’è.
Per quasi trenta pagine il romanzo che porta il suo nome si occupa d’altro. Un giovane patrizio naviga la Cloaca Maxima. Il Tevere ha appena restituito Roma a se stessa dopo averla ricoperta di merda e limo. I libri sibillini sono scomparsi. Un albino attraversa mezza città cercando di non farsi notare. Nelle viscere dell’Esquilino un uomo cieco medita di rovesciare un impero. Nessuno sente la mancanza della protagonista. Roma meno di tutti. Mi piace pensare che le città abbiano questa forma di maleducazione. Non sanno di trovarsi dentro un romanzo, ignorano chi campeggi sulla copertina e continuano a occuparsi dei fatti propri. Se Ulpia non fosse mai nata, il Tevere sarebbe esondato lo stesso? Gli schiavi sarebbero rimasti schiavi? I senatori avrebbero continuato a complottare? Le prostitute a lavorare e qualcuno avrebbe ugualmente trovato il modo di scaricare sull’ultima ruota dell’amministrazione pubblica l’ispezione di una fogna? Certo che sì: chi mai potrebbe pensare il contrario? È da questa indifferenza che nasce la struttura a imbuto di Ulpia.

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Visto, si stampi!

Copertina completa del romanzo «Ulpia – Cresciuta in un lupanare» di Salvatore Anfuso, con un busto femminile romano in marmo, un drappo rosso e il Colosseo sullo sfondo.

Esistono tre parole capaci di fotografare un romanzo mentre assume la sua forma definitiva. Come un lepidottero che abbandona l’esuvia, il «Visto, si stampi!» rappresenta il momento esatto in cui un manoscritto, ancora capace di evolvere, smette di poterlo fare, diventando un fotogramma nello spazio-tempo: perpetuo, immutabile e assoluto. Non è un’esclamazione trionfale – Eureka! – ma un atto notarile che pone fine a qualsiasi revisione, congelando l’oggetto libro nel suo istante infinito. È normale provare un po’ di apprensione prima di comandarlo.

Perché annoto le parole


In questo mondo di matti pare vincano le ossessioni. Esistono persone che collezionano francobolli, monete antiche, trenini elettrici, bottiglie di whisky o chitarre vintage. Io colleziono parole. Non tutte, naturalmente. Solo quelle che, per qualche motivo, mi fanno fermare durante la lettura. Quelle che, una volta incontrate, si rifiutano di uscire dalla testa. Le cerco, le annoto, le dimentico, le ritrovo anni dopo. Non so nemmeno quando abbia cominciato, anche se a occhio e croce saranno comunque più di vent’anni. A un certo punto, tuttavia, mi sono accorto di possedere un quadernetto zeppo di vocaboli. Nessun ordine alfabetico, nessun criterio apparente se non quello diacronico. C’erano parole che non avevo mai usato, altre che probabilmente non avrei usato mai: eppure erano lì. Come se aspettassero pazientemente il momento giusto per presentarsi.

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La Roma che non è mai esistita

Ricostruzione immaginaria della Roma antica mai esistita tra mappe, progetti architettonici e monumenti romani

Per costruire la mia Roma del III secolo d.C. ho dovuto prima ricostruire quella vera. Averlo fatto nel modo più preciso e affidabile possibile, però, non è stato un vezzo da topografo in crisi d’astinenza e neppure una forma di perfezionismo patologico. Si è trattato di una necessità narrativa. Ulpia nasce da una premessa piuttosto impegnativa: un uomo del futuro torna indietro nel tempo per convincere Giulio Cesare a non attraversare il Rubicone, nel tentativo di correggere il corso della storia e prevenire una guerra futura capace di sterminare l’intera umanità. Tre secoli dopo ci imbattiamo nelle conseguenze di ciò che è accaduto quella notte. Più ci pensavo, più mi appariva chiara una cosa: dovevo controbilanciare l’espediente fantastico facendo ricorso a una sorta di iperrealismo applicato alla scrittura. Se volevo che il lettore accettasse l’esistenza di un viaggiatore del tempo, tutto il resto doveva apparirgli autentico. Non semplicemente verosimile o plausibile. Autentico.

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Come nasce Ulpia

Scrivania con appunti, mappe, libri e disegni dell’antica Roma che rappresentano la lunga progettazione e ricerca alla base di Ulpia

Ogni romanzo ha una data di pubblicazione. Molti hanno anche una data di stesura. Pochissimi, una vera e propria data di nascita. Ulpia non è nato quando ho scritto la sua primissima pagina, e nemmeno quando ho deciso di raccontare la storia di una ragazzina cresciuta in un lupanare. La sua origine è molto più antica. Per ritrovarla bisogna tornare indietro di parecchi anni, a un’immagine che cominciava a prendere forma tra la prima e la seconda superiore. Poteva essere il ’92 o il ’93. L’idea di allora era semplice: un uomo del futuro vuole convincere Giulio Cesare a non attraversare il Rubicone, cambiando in questo modo il destino di Roma: le lunghe, estenuanti guerre civili che hanno fiaccato l’Impero molto più di quanto non abbia fatto il Cristianesimo o i barbari sul limes o l’esaurimento delle miniere d’argento iberiche. Il guaio, all’epoca, è che non ero in grado di scriverla una storia così. Non al livello che avrei voluto io. Così, avendo una mente logica, ho catalogato e archiviato l’idea. La stessa fine l’hanno fatta numerose altre. C’è di buono che adesso ne ho un’inesauribile scorta. Ogni tanto tornavo con la mente alla tenda di Cesare. Aggiungevo qualche dettaglio, ne approfondivo un altro, e l’idea piano piano ha lievitato in me. Silenziosa. Fatua.

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