Come nasce Ulpia

Dal vecchio progetto al romanzo
Ogni romanzo ha una data di pubblicazione.
Molti hanno anche una data di stesura. Pochissimi, una vera e propria data di nascita. Ulpia non è nato quando ho scritto la sua primissima pagina, e nemmeno quando ho deciso di raccontare la storia di una ragazzina cresciuta in un lupanare. La sua origine è molto più antica. Per ritrovarla bisogna tornare indietro di parecchi anni, a un’immagine che cominciava a prendere forma tra la prima e la seconda superiore. Poteva essere il ’92 o il ’93. L’idea di allora era semplice: un uomo del futuro vuole convincere Giulio Cesare a non attraversare il Rubicone, cambiando in questo modo il destino di Roma: le lunghe, estenuanti guerre civili che hanno fiaccato l’Impero molto più di quanto non abbiano fatto il Cristianesimo o i barbari sul limes o l’esaurimento delle miniere d’argento iberiche. Il guaio, all’epoca, è che non ero in grado di scriverla una storia così. Non al livello che avrei voluto io. Così, avendo una mente logica, ho catalogato e archiviato l’idea. La stessa fine l’hanno fatta numerose altre. C’è di buono che adesso ne ho un’inesauribile scorta. Ogni tanto tornavo con la mente alla tenda di Cesare. Aggiungevo qualche dettaglio, ne approfondivo un altro, e l’idea piano piano ha lievitato in me. Silenziosa. Fatua.
Era un pomeriggio di luglio del 2017 quando mi sono seduto al computer e mi sono sentito finalmente pronto a scrivere Ulpia. Il proemio è venuto giù così, come lo leggerete a breve. Come se lo avessi scritto nella mia mente ininterrottamente per venticinque anni. Ha vissuto con me per gran parte dell’adolescenza e dell’età adulta. L’idea alla base del romanzo, invece, è stata progettata e pianificata con cura successivamente: narrare in modo epico una storia ambientata tre secoli dopo l’evento scatenante, per mostrare al lettore le conseguenze a lungo termine delle scelte compiute tre secoli prima nella tenda di Giulio Cesare. Quali onde produce un sasso gettato al centro del lago del tempo? Come cambia una civiltà? Come cambiano le persone? Come cambiano le idee? Questa parte non è arrivata da sola. Ha vissuto di suggestioni e ripensamenti durante la fase di approfondimento. Il romanzo, in senso stretto, ha cominciato a prendere forma tra il ’17 e il ’19, e l’ho terminato solo nel novembre del 2025. Otto anni dopo.
Tra l’inizio e la fine ci sono i lunghi anni di ricerca, le domeniche passate a tracciare sul muro di casa le linee narrative, gli appunti presi di volata durante una conferenza, le mappe, le genealogie, le cronologie… ma soprattutto, c’è la vita. Tra il 2015 e il 2017 la mia esistenza ha subito una sorta di reset involontario. Fino ad allora la mia era stata una vita stabile. Avevo un lavoro, una casa, una donna, perfino un cane. Nei romanzi tutto accade in una notte. Nella realtà, o almeno nella mia, tutto è accaduto nel giro di due-tre anni. Uno dopo l’altro, i rami della mia vita sono stati recisi da un giardiniere impazzito. Mi sono ritrovato senza una casa, senza una compagna, senza un lavoro e, sì, pure senza il cane e parecchie altre cose su cui non vale la pena soffermarsi. Negli anni successivi ho dovuto reinventarmi. Più volte. Finché non ho trovato una forma che funzionasse. O forse sarebbe più corretto dire: una forma alla quale riuscissi ad adattarmi io. In mezzo a tutto questo c’era Ulpia. Che aspettava. Che cresceva di qualche pagina l’anno. Che pretendeva giustamente attenzione.
Dicevo, tra il 2017 e il 2025 c’è la vita, sì, ma c’è anche la ricerca. Ne ho dovuti leggere parecchi di manuali di architettura seicenteschi e ottocenteschi per riuscire a ricostruire nel modo più fedele e accurato possibile la Roma del III secolo d.C. Perché proprio i manuali di architettura? È una storia curiosa, e probabilmente merita un articolo tutto suo. Dietro ogni strada, ogni edificio, ogni ambiente che compare nel romanzo ci sono anni di studio, verifiche e ricostruzioni. E infine c’è la scrittura. Che è la parte più misteriosa di tutte. Le frasi hanno bisogno di tempo. Tempo per essere pensate. Tempo per trovare la forma corretta. Tempo per sedimentare. Non voglio arrivare a sostenere che più tempo impieghi a scrivere un romanzo, più alte sono le probabilità che quel romanzo sia bello. Scritto bene. Appassionante. Pensato. Ragionato. Curato. Però un po’ è davvero così, non mentiamoci.
Un romanzo che ti accompagna per trent’anni non può fare a meno di assorbire qualcosa dal tuo tempo. Dalle tue letture. Dalle tue esperienze. Anche dai tuoi errori. E dalle sconfitte. Forse è proprio per questo che, oggi, fatico a considerare Ulpia semplicemente un romanzo. Prima di essere un libro è stato un compagno di viaggio. Una presenza silenziosa dentro la mia testa (lo so, è un po’ inquietante, ma questa parte l’ha scritta l’IA, lo giuro…). E adesso che finalmente sta per arrivare nelle librerie, è come salutare qualcuno che conosci da sempre. In fondo, se ci penso, la parte davvero sorprendente non è che abbia impiegato otto anni per scrivere Ulpia. La parte sorprendente è che un’idea venuta in mente a un ragazzino delle superiori abbia avuto la pazienza di aspettarmi per più di trent’anni.
Questa volta non ce l’ho una domanda per voi…

