Un lettore immerso nella lettura osserva l’antica Roma attraverso una grande finestra

Il lettore che vorrei…

Illustrazione realizzata con l'IA

Non chi compra libri, ma chi li abita

Ogni scrittore sogna di avere più lettori.
Io compreso. Mi piacerebbe che Ulpia vendesse centomila copie, magari un milione già che ci siamo. Mi piacerebbe vedere il mio romanzo dietro le vetrine delle librerie, sui comodini della gente e, perché no, persino in cima alle classifiche. Non appartengo a quella curiosa categoria di autori che fingono di disprezzare il successo mentre controllano le vendite con la stessa frequenza con cui un cardiopatico si misura la pressione. Eppure, ogni volta che qualcuno mi chiede quale sia il mio lettore ideale, mi accorgo che la domanda mi mette a disagio. Disagio… Perché mai? Ce l’ho un lettore ideale, io? Mi sono sforzato di immaginare chi potesse essere costui/costei mentre progettavo il romanzo? Ho pensato a lui o lei mentre lo scrivevo? No? Sì? E se non ho pensato a lui/lei, come farà a trovarmi? Ecco l’entità del problema che affligge l’editoria oggi…

Negli ultimi anni ho sentito ripetere fino alla nausea che in Italia non si legge. È una di quelle frasi che vengono pronunciate con la stessa sicurezza con cui si annuncia l’arrivo dell’inverno o il cambiamento climatico. Forse è vero, eppure basta salire su un treno, entrare in una sala d’attesa o guardarsi attorno in metropolitana per accorgersi che la gente legge; legge eccome. Legge romanzi rosa, thriller, fantasy, manga, saggi storici, libri di cucina, biografie di tennisti, manuali di crescita personale e qualunque altra cosa riesca a catturare la sua attenzione. Quando qualcuno afferma che in Italia non si legge, molto spesso ciò che intende davvero dire è che non leggono lui.

Il difficile, quindi, è capire dove si nasconda il lettore capace di desiderare proprio il libro che hai scritto tu. Non “un libro come il tuo”, espressione dietro la quale si accatastano generi letterari, etichette da fanbase e somiglianze spesso molto approssimative… Esattamente il tuo: con quella voce, quella struttura, quelle ossessioni e persino quelle caratteristiche che qualcuno si affretterà a chiamare difetti. Perché un romanzo non cerca soltanto persone interessate al suo argomento o genere: cerca persone disposte ad accettarne il carattere. Ecco il punto. Affinché un lettore incontri il tuo benedetto romanzo, tu scrittore quel lettore devi sapere chi è. Altrimenti come fai a rivolgerti a lei/lui? 

È qui che cominciano le difficoltà, perché appena provi a descriverlo ti ritrovi tra le mani una di quelle creature immaginarie fabbricate dall’ufficio marketing: età, sesso, titolo di studio, abitudini d’acquisto, altri autori letti… Informazioni utili, suppongo, se devi decidere dove comprare uno spazio pubblicitario o uno spazzolino da denti; molto meno se stai cercando di capire chi possa davvero entrare in sintonia con il tuo romanzo. Io non saprei dire quanti anni abbia il lettore che vorrei per Ulpia, quale lavoro faccia o dove trascorra le vacanze. Posso però dire che cosa gli chiedo di fare quando lo imbraccia, ed è forse l’unico modo onesto che ho per riconoscerlo.

Il lettore che vorrei non deve essere necessariamente colto. Non deve conoscere il latino, la storia romana o la filosofia stoica. Non deve possedere una biblioteca di diecimila volumi né essere in grado di citare autori dimenticati durante l’aperitivo. Può leggere cinque libri l’anno. Amare Stephen King, Jane Austen, Tex Willer o i manga giapponesi. Non mi interessa. Mi interessa che sia disposto a entrare nel mondo di Ulpia, che non è il suo, senza pretendere che quel mondo si inginocchi davanti alle sue abitudini di lettore. Che abbia voglia di lasciarsi trasportare lungo le pagine senza l’ansia di arrivare alla fine del libro: non è una gara! Che accetti di perdersi tra un paragrafo e l’altro, di non capire tutto subito, di concedere alla storia il tempo necessario per dispiegarsi. Mi interessa che voglia sporcarsi della stessa polvere che imbratta i calzari dei personaggi.

Perché Ulpia non è un romanzo che si limita a raccontare una storia. Non è una ricostruzione storica cartonata né un intrattenimento patinato: è immersione totale. Ogni scena diventa ferita e spettacolo assieme: breve, tagliente, senza tregua. Non c’è orpello, non c’è distanza: c’è solo Roma, viva, crudele e febbrile; e una lingua che non consola né spiega: colpisce. Roma stessa è un personaggio. Con le sue strade, i suoi odori, i suoi conflitti, le sue superstizioni, le sue leggi, le sue menzogne e i suoi morti. E come tutte le persone, richiede una forma minima di adattamento da parte di chi cerca di conoscerla.

Se proprio devo rispondere alla domanda iniziale, allora, il lettore che vorrei non è quello che compra il mio romanzo. Quello è un cliente, e i clienti sono importanti. Il lettore che vorrei è quello che apre Ulpia e accetta di trasferirsi altrove per qualche giorno. Quello che smette di osservare Roma da fuori e si lascia trascinare dentro i suoi vici. Quello che, pagina dopo pagina, finisce per conoscere persone che non esistono meglio di molte che esistono davvero. Quello che a un certo punto si accorge di non stare più leggendo una storia, ma di star vivendo temporaneamente in un altro mondo. E quando infine chiude il libro, scopre che Roma lo ha seguito fino a casa. Ed è già lì. Che gli pulsa dentro.

E voi, che tipo di lettori vorreste?

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