In questo mondo di matti pare vincano le ossessioni. Esistono persone che collezionano francobolli, monete antiche, trenini elettrici, bottiglie di whisky o chitarre vintage. Io colleziono parole. Non tutte, naturalmente. Solo quelle che, per qualche motivo, mi fanno fermare durante la lettura. Quelle che, una volta incontrate, si rifiutano di uscire dalla testa. Le cerco, le annoto, le dimentico, le ritrovo anni dopo. Non so nemmeno quando abbia cominciato, anche se a occhio e croce saranno comunque più di vent’anni. A un certo punto, tuttavia, mi sono accorto di possedere un quadernetto zeppo di vocaboli. Nessun ordine alfabetico, nessun criterio apparente se non quello diacronico. C’erano parole che non avevo mai usato, altre che probabilmente non avrei usato mai: eppure erano lì. Come se aspettassero pazientemente il momento giusto per presentarsi.

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Ogni scrittore sogna di avere più lettori. Io compreso. Mi piacerebbe che Ulpia vendesse centomila copie, magari un milione già che ci siamo. Mi piacerebbe vedere il mio romanzo dietro le vetrine delle librerie, sui comodini della gente e, perché no, persino in cima alle classifiche. Non appartengo a quella curiosa categoria di autori che fingono di disprezzare il successo mentre controllano le vendite con la stessa frequenza con cui un cardiopatico si misura la pressione. Eppure, ogni volta che qualcuno mi chiede quale sia il mio lettore ideale, mi accorgo che la domanda mi mette a disagio. Disagio… Perché mai? Ce l’ho un lettore ideale, io? Mi sono sforzato di immaginare chi potesse essere costui/costei mentre progettavo il romanzo? Ho pensato a lui o lei mentre lo scrivevo? No? Sì? E se non ho pensato a lui/lei, come farà a trovarmi? Ecco l’entità del problema che affligge l’editoria oggi…

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Mi è capitato spesso di chiedermelo. Non perché abbia mai smesso sul serio di scrivere, ma perché è una di quelle domande che sembrano semplici finché non provi a rispondere, per poi scoprire che ogni risposta che sei in grado di confezionare contiene sia qualcosa di vero sia qualcosa di falso. Ad esempio, scrivo perché mi piace. Adoro scolpire le frasi; mi dà un senso di compiutezza molto soddisfacente. Scrivo per essere letto. Anche. Tuttavia essere letti, oggi, in Italia, non è quasi più un problema. Possiamo dire che è stato risolto a monte… Scrivo per essere pubblicato. Nel mio caso è meno vero, ma sono sicuro che moltissimi là fuori vedono nella scrittura una sorta di riscatto e nella pubblicazione una sorta di conferma. Infine, scrivo perché sono uno scrittore. Questa affermazione ha il pregio di spiccare il problema, ma non alla radice (scuserete il gioco di parole, ndr). Potremmo andare avanti ancora diversi paragrafi, trasformando questo post in una sorta di gioco di società: in cui ognuno dice la propria e tutti gareggiano per il primato della più assurda.

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Da qualche anno si è diffusa la sensazione che qualcosa stia cambiando. Molte persone lamentano una crescente difficoltà a concentrarsi, a leggere testi lunghi, a seguire ragionamenti complessi o a mantenere l’attenzione per periodi di tempo prolungati. La spiegazione più immediata è anche la più pessimistica: ci staremmo progressivamente rincitrullendo. La ricerca, tuttavia, suggerisce una conclusione diversa: non stiamo diventando meno intelligenti; stiamo addestrando il nostro cervello a svolgere compiti diversi da quelli che per secoli hanno caratterizzato il nostro rapporto con la lettura. Il cervello è un organo straordinariamente adattabile. Rafforza le capacità che utilizziamo con maggiore frequenza e riduce l’efficienza di quelle che esercitiamo sempre meno. In altre parole, diventa bravo in ciò che gli chiediamo di fare ogni giorno e meno in tutto il resto.

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Ciao,
è online un nuovo articolo. Parla delle baruffe verbali in cui ogni tanto ci capita di essere trascinati nostro malgrado sui social. Se ti interessa leggerlo, fai un salto sul blog.