Scegliete la grammatica; scegliete un sostantivo; scegliete una preposizione articolata; scegliete la sostantivazione dell’aggettivo; scegliete un superlativo del cazzo; scegliete pronomi, avverbi, articoli determinativi e indeterminativi. Scegliete la buona scrittura, il refuso controllato e la sintassi lineare; scegliete un predicato verbale; scegliete un’ortografia pulita; scegliete gli aggettivi singolativi; scegliete uno stile semplice e locuzioni coordinate; scegliete un discorso in tre parti e ricopritelo di retorica; scegliete una punteggiatura corretta e chiedetevi a che serva il punto e virgola; scegliete di sedervi in poltrona a spappolarvi il cervello con una lettura del cazzo, di rispondete a un quiz sul congiuntivo mentre vi ingozzate di schifezze da mangiare. Alla fine scegliete di marcire, di tirare le cuoia in una squallida biblioteca di periferia ridotti a motivo di imbarazzo per gli stronzetti viziati ed egoisti che avete votato per rappresentarvi; scegliete un futuro anteriore; scegliete la grammatica. Ma perché dovrei fare una cosa così? Io ho scelto di non scegliere la grammatica: ho scelto qualcos’altro. Le ragioni? Non ci sono ragioni. Chi ha bisogno di ragioni quando si è aspiranti scrittori?


Questo articolo non parla di Elvis Presley o della sua morte, né dell’omonima canzone da cui prende il nome; parla di qualcos’altro. Qualcosa di molto più sottile e impalpabile. Soprattutto parla di un video, che troverete al fondo e che potrete visualizzare con tutta calma sia subito sia dopo. Io consiglio subito (e dopo).


Lo nistagmo si presenta come un movimento pendolare dell’occhio, il quale oscilla in almeno due direzioni diverse senza che il soggetto possa fissare lo sguardo su qualcosa. La velocità di oscillazione può essere costante o saccadica, composta da una fase veloce e una lenta. Chi è affetto da questa patologia tende a essere ipovedente (come conseguenza del fatto di non riuscire a fermare lo sguardo su ciò che vorrebbe vedere), e incline a tutta una serie di sintomi secondari, come: cefalea, vertigini, nausea e irritabilità. Il soggetto, come si può immaginare, fatica a praticare sport, a studiare, a eseguire nei casi più gravi operazioni semplici come, ad esempio, annodarsi le stringhe delle scarpe.


Nei primi decenni dell’Ottocento un medico e antropologo americano, Samuel George Morton, è interessato a indagare una teoria definita: poligenetica. Egli cioè si domanda se l’umanità possa essere considerata parte di un’unica specie, o sia invece costituita da più “atti creativi”. Per farlo decide di riempire centinai di crani di diversa provenienza – caucasici, mongoli, etiopi, nativi americani, eccetera – con dei semini, così da misurarne scientificamente il volume. I dati raccolti parrebbero avvalorare la tesi iniziale, cioè che ci siano delle differenze anatomiche legate alla provenienza del cranio. Morton e buona parte dell’intellighenzia del suo tempo concordano quindi nell’interpretare questi dati in chiave, come oggi la definiremmo, razziale.


Ad ogni modo, vi racconto tutto questo solo per rassicurarvi del fatto che a voi, care lungimiranti e intelligenti cavie, non succederà nulla di simile. Si spera… E poi di cosa vi lamentate? Non fate forse da cavia per un sacco di aziende? Non passate forse il vostro tempo a guardare spot pubblicitari in televisione, facendo zapping quando qualcosa non vi interessa, o restando fermi, occhi a palla, quando la réclame presenta un prodotto di vostro gusto? Siete delle cavie da sempre. È il vostro status di consumatori a trasformarvi automaticamente in cavie. Prima siete cavie e poi, come conseguenza, diventate consumatori. In pratica vi autocannibalizzate… Ma non è solo marketing. Siete cavie anche quando si parla di argomenti che riguardano la società. Non guardate forse i telegiornali a cena? Dunque, se fate da cavie a me almeno io sono disposto a farvi i miei complimenti…


Tesi a scrivere qualcosa che piaccia, che venda, che susciti plausi e stima, ammirazione ed elargizioni spesso dimentichiamo la vera funzione della scrittura. Ci parliamo addosso senza avere nulla da dire, e passiamo il tempo che avremmo dovuto dedicare a una silenziosa riflessione, a invidiarci reciprocamente i miseri successi personali. L’idea che piano piano mi sono costruito è che, esclusi gli usi professionali, la scrittura letteraria non possa essere intesa come un mestiere vero e proprio, quello del romanziere o del poeta nell’immaginario popolare, ma piuttosto un richiamo proteso a incontrare uomini e donne dotati di una sensibilità e di un immaginario simili ai nostri. Arroccati nei confini individuali, lanciamo sordi richiami nella speranza che raggiungano un’ombra gemella. È così che mi è giunto questo libro.


Dunque, abbracciando questa terza distinzione, essere opportunisti significa: agire per il proprio interesse a scapito dei propri ideali. È chiaro che in un mondo di squali, il reietto è chi agisce contro i propri interessi in coerenza con valori diversi da quelli meramente opportunistici. Ma in un mondo di Romantici: essere opportunisti significa piegare i propri valori in base alle opportunità del momento.


Non riesco a riconoscermi in questa idea di Europa che, da troppi anni ormai, abbiamo tutti i giorni sotto gli occhi; ma sono un europeista convinto, come lo ero tutti, innegabilmente, gli intellettuali pre-costituzione. Io credo ancora nell’Europa, ma in un’Europa fatta dai popoli per i popoli, non dalle banche per le banche. Quale alternativa abbiamo?


Razzolamerda a parte, sono convinto che tanto gli influencer quanto i sodali siano convinti della propria onestà intellettuale. Ritengano cioè, di stare dalla parte della ragione; di possedere una visione sulle cose e sul mondo più giusta, più vera rispetto a tutti gli altri. Anche Hitler, per citarne uno, probabilmente era convinto di essere nel giusto. Forse il fatto che in Italia ci siano molti centri di potere non è del tutto negativo: la chiamano democrazia… Io la chiamo ipocrisia di merda.


La differenza più grossa che noto tra le due immagini: il giardino che ho preso a frequentare di recente e quello frequentato da mio nonno ormai molti anni fa, è che nel mio gli estranei non scambiano mai una parola fra loro. Il vivere urbanizzato ha esiliato la solitudine senza sostituirla con la compagnia. Siamo perennemente degli estranei, incapaci di ridurre le distanze. Spesso lo siamo anche fra le mura di casa. Forse è arrivato il momento di prenderci una pausa da noi stessi.