Ucronia romana rappresentata da un antico orologio spezzato tra Roma imperiale e una realtà alternativa

Cos’è un’ucronia?

Illustrazione generata con l'IA

E perché non è semplicemente storia alternativa

Quando parlo di Ulpia, capita spesso che qualcuno la definisca una ucronia.
Ucronia [s.f., dal greco ou = “non” e chronos = “tempo”] – letteralmente “nessun tempo”, indica un genere letterario basato sull’ipotesi che la storia abbia seguito un percorso diverso da quello reale. È comprensibile. Nel romanzo c’è un Impero Romano diverso da quello che conosciamo, una storia che ha preso una direzione differente dalla nostra e un presente costruito sulle conseguenze di una deviazione avvenuta nella finzione narrativa tre secoli prima. A prima vista, quindi, Ulpia sembra rispettare pienamente il canone. Eppure questa definizione, per quanto corretta, descrive soltanto la superficie dell’opera. L’ucronia, nel suo significato più classico, nasce infatti da un punto di divergenza: un momento preciso in cui la storia cambia strada rispetto al percorso storico e da cui si sviluppano conseguenze alternative. È una struttura narrativa rigorosa, quasi scientifica, perché parte da una domanda semplice: cosa sarebbe accaduto se, ad esempio, Cesare non avesse attraversato il Rubicone? Da quel momento l’autore segue gli effetti della variazione introdotta, sforzandosi comunque di restare rigorosamente aderente al realismo storico, e osservando come una singola modifica possa alterare equilibri politici, sociali e culturali.

Anzi, è proprio questo l’aspetto delle ucronie che mi ha sempre affascinato: non tanto la possibilità di immaginare un passato diverso, quanto la consapevolezza che la storia non sia una sequenza inevitabile di eventi già scritti. Ogni civiltà nasce dall’intreccio di decisioni, errori, intuizioni, casualità e rapporti di forza che, modificandosi anche solo in minima parte, possono produrre conseguenze enormi. L’ucronia non serve quindi a fantasticare sul passato, ma a comprendere meglio quanto sia fragile il percorso che porta una società a diventare ciò che è. Ed è da questa riflessione che nasce Ulpia. Il lettore potrebbe inizialmente pensare di trovarsi davanti a una semplice ucronia romana, ma questa è soltanto la prima chiave di lettura. L’ucronia, nel romanzo, non è il punto d’arrivo, ma lo strumento attraverso cui raccontare qualcosa di più profondo.

La domanda, infatti, non è soltanto cosa sarebbe successo se la storia avesse preso un’altra direzione; la domanda vera riguarda il rapporto tra storia e identità: cosa accade a un popolo quando perde la capacità di riconoscersi dentro una continuità storica? Perché la memoria collettiva non è un semplice archivio del passato. Non è un elenco di date, una successione di nomi illustri o una raccolta di vittorie su cui tessere epinici. È il racconto condiviso attraverso cui una comunità comprende e pondera se stessa, il filo che lega ciò che è stato a ciò che è e a ciò che potrà essere. Una civiltà non vive soltanto nelle sue istituzioni, nei suoi monumenti o nelle sue leggi; vive soprattutto nella consapevolezza di avere una storia comune e di essere parte di qualcosa di più grande che viene prima e continuerà dopo.

Quando questo filo si spezza, il tempo stesso perde significato. Il passato smette di essere una radice e diventa soltanto un repertorio di simboli da utilizzare quando serve (leggi = fascismo). Il presente si trasforma in una successione di emergenze da affrontare e il futuro non appare più come un progetto comune, ma come una minaccia da cui difendersi. È questa la condizione della Roma raccontata in Ulpia. Una Roma che conserva ancora le sue istituzioni, i suoi rituali, il linguaggio del potere e la memoria formale della propria grandezza, ma che lentamente ha perso la capacità di raccontare sé stessa. Roma esiste ancora, ma non sa più spiegare perché esista. E una civiltà che non sa più raccontare la propria storia può continuare a sopravvivere, ma difficilmente può ancora scegliere il proprio destino.

Ulpia stessa nasce dentro questa frattura. Cresciuta senza conoscere la propria origine, senza sapere quale sia il posto che occupa nella storia che l’ha generata, vive in un presente assoluto, dove conta soltanto la sopravvivenza immediata. La sua identità non nasce dalla continuità, ma dalla mancanza di radici. Lucio Vero Minore rappresenta invece la frattura opposta: conosce il peso della propria storia e della propria posizione, ma proprio per questo tenta di proteggere un equilibrio costruito sul passato rifiutando ciò che potrebbe modificarlo. In entrambi i casi manca qualcosa di fondamentale: la capacità di assumere il passato come responsabilità e non soltanto come eredità.

Ed è qui che entra in gioco il secondo grande tema della trilogia: il rapporto tra memoria e potere. Il potere, infatti, non è mai una proprietà personale di chi lo esercita. Chi governa non possiede il futuro: lo custodisce temporaneamente per coloro che verranno dopo. La responsabilità sociale del potere consiste proprio nella capacità di guardare oltre il vantaggio immediato, comprendendo che ogni decisione presa nel presente produrrà conseguenze su una comunità che continuerà a esistere anche quando chi ha deciso non ci sarà più. Quando questa consapevolezza viene meno, il potere si restringe. Smette di guardare lontano e comincia a proteggere soltanto sé stesso (leggi = regime). Non cerca più di costruire il futuro, ma di conservare l’equilibrio presente e la propria sopravvivenza anche a scapito del futuro.

Questo è il dramma di Lucio. Le sue decisioni sono razionali, efficienti, persino comprensibili dal punto di vista politico. Ma sono decisioni prive di profondità temporale. Guardano al problema immediato senza interrogarsi sulle conseguenze che quel problema comporta. La possibilità dell’esistenza di una figlia non è soltanto una questione personale: è una frattura nella narrazione stessa del potere che egli rappresenta. E ciò che non può essere integrato viene percepito come una minaccia da eliminare. È il momento in cui il potere smette di essere responsabilità e diventa semplice difesa dell’ordine esistente. Ma una civiltà che difende soltanto ciò che ha già costruito è destinata lentamente a consumarsi. Senza memoria non esiste identità condivisa; senza identità condivisa non esiste responsabilità verso il futuro; e senza responsabilità il potere perde la propria funzione originaria, trasformandosi in uno strumento di conservazione invece che di costruzione.

La perdita della memoria e la crisi del potere diventano così due aspetti dello stesso problema. Una società che dimentica chi è produce istituzioni incapaci di immaginare dove andare; istituzioni incapaci di immaginare il futuro accelerano a loro volta la perdita di quella memoria comune che dovrebbe guidarle. La storia alternativa di Ulpia, quindi, non serve soltanto a mostrare un mondo diverso dal nostro. Serve a guardare il nostro mondo attraverso una prospettiva diversa. L’Impero Romano diventa il luogo narrativo in cui storia, memoria, identità e futuro si incontrano.

La domanda contenuta nell’opera, quindi, non è se un Impero possa essere salvato cambiando il corso degli eventi. È una domanda molto più radicale: cosa accade a una civiltà quando perde la consapevolezza di ciò che è stata? E cosa può accadere quando qualcuno prova invece a restituirle una memoria? Per questo Ulpia non è soltanto un’ucronia. L’ucronia è l’espediente narrativo attraverso cui il lettore entra nella storia raccontata dal romanzo, ma non è il luogo in cui il romanzo vuole fermarsi. Una buona storia alternativa non invita semplicemente a contemplare un mondo diverso dal nostro; permette di osservare con occhi nuovi il mondo in cui viviamo.

E voi, se poteste cambiare un solo momento della storia, quale scegliereste?

Lascia un commento