Avverbi di quantità


Avverbi di quantità

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avverbi di quantità

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Fondamenti di grammatica per aspiranti scrittori

La scorsa settimana abbiamo parlato degli avverbi di luogo; oggi passiamo agli avverbi di quantità. Essi definiscono una quantità, con riguardo all’abbondanza o scarsità, senza misurarla con precisione: più, meno, molto, poco, ecc.

«Alla base dell’opposizione abbondanza/scarsità sta spesso, implicitamente, il concetto di “adeguatezza”: gli avverbi che esprimono il concetto di adeguatezza quantitativa sono abbastanza e sufficientemente».[1]

Sottintendendo in concetto di adeguatezza, gli avverbi di quantità in genere si adoperano in proposizioni in cui nella subordinata compaiono per o da o perché: «è un’iniziativa troppo bella per essere vera!» [Serianni]; «è un tecnico abbastanza esperto perché gli si affidi la progettazione dello scavo» [Serianni].

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Un nome che suona come casa


Un nome che suona come casa

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Arrendersi a se stessi

Salire su quel pullman due giorni fa ad Hank era sembrata la scelta giusta. In quel momento un tour mondiale con Atticus Fetch, calcando i sacri palchi del rock, con accanto la bellissima Faith sembrava l’unica cosa che potesse ancora dare un senso alla sua vita. E poi c’era il musical naturalmente, di cui stava ancora stendendo la sceneggiatura. E senza Faith, la sua sensualissima musa, da quel paroliere cazzone ormai spompato che era farcela non sarebbe stato possibile. Allora perché ogni volta che chiudeva gli occhi, anche se la sua biondissima ragazzona californiana gli si stringeva addosso in un caldo, arrapante abbraccio, sognava ancora lei: Karen?

«Era la decisione giusta». Con uno scatto del braccio Lew Ashby si frustò la spalla con lo straccio, che vi rimase abbarbicato, e si voltò a guardarlo. Il sorriso sardonico, congelato in un ghigno a metà tra il bravo ragazzo e il peggiore dei depravati, lo invitava a confidarsi.

Hank fece finta di niente. Concentrarsi sul bancone da nettàre del Toledos Bar era una scelta decisamente più comoda. La vita di alcune persone scorre liscia, come acqua giù per la gola. Nella sua il Padreterno, o chi per lui, all’acqua aveva invece sostituito il whisky. Preferiva rassettare il bancone, ripulirlo dal vomito, dal liquore rovesciato per sbaglio, riporre i bicchieri ormai vuoti nel lavabo e infine strizzare lo straccio nel secchio fetente lì sotto piuttosto che assumersi la responsabilità delle sue azioni.

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La giustizia non è vendetta


La giustizia non è vendetta

La Stampa

Di boss, tribunali e annullamenti

A cavallo tra due ricorrenze – quella dell’assassinio di Giovanni Falcone del 23 maggio scorso (strage di Capaci: 23 maggio 1992) e quella dell’omicidio di Paolo Borsellino che si celebrerà il prossimo 19 luglio (strage di via D’Amelio: 19 luglio 1992) – importanti per un Paese come l’Italia afflitto dal flagello della criminalità organizzata di successo[1], il 5 giugno scorso la prima sezione penale della Cassazione, con sentenza 27766, ha annullato l’ordinanza del tribunale di Bologna che respingeva la richiesta degli avvocati di Totò Riina, boss mafioso del clan dei Corleonesi in carcere da 24 anni, i quali chiedevano la sospensione della pena o, in alternativa, gli arresti domiciliari del boss per motivi di salute.

In un Paese come il nostro, non solo afflitto dalla criminalità organizzata, dalla collusione della politica e dei poteri forti con la mafia, dalla corruzione, dalla scarsa trasparenza – si dice – dell’informazione pubblica, da un bipolarismo sempre più pronunciato a tutti i livelli tra ricchi e poveri, ma soprattutto da altre scarcerazioni eccellenti, per motivi di salute, come quelli di Callisto Tanzi (la quale fu però rigettata dal tribunale di sorveglianza di Bologna), in carcere a seguito del crack Parmalat, e di Sergio Cragnotti, in carcere per il crack della Cirio, al quale in verità il tribunale di Roma ridusse la pena solo leggermente (da nove anni a 8 anni e 8 mesi), la sensazione che l’italiano medio coltiva della giustizia è estremamente negativa, forse più di quanto lo sia realmente.

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Avverbi di luogo


Avverbi di luogo

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avverbi di luogo

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Fondamenti di grammatica per aspiranti scrittori

Lunedì scorso abbiamo parlato degli avverbi di tempo, questo lunedì passiamo a quelli di luogo. Come dice il nome stesso, essi specificano il luogo in cui si compie un’azione, ma anche la collocazione di un oggetto nello spazio o la distanza che lo separa dagli interlocutori. Rispetto a un luogo, noto o ignoto, essi possono indicare se qualcuno si trova fuori o dentro, dietro o davanti, sopra o sotto, vicino o lontano rispetto ad esso: «ti aspetto fuori», «ci stai seduto sopra!», «laggiù, sopra la credenza», eccetera.

«In italiano quasi tutti gli avverbi semplici di luogo si limitano a collocare nello spazio in relazione ai parametri orizzontale/verticale, esterno/interno, anteriore/posteriore, superiore/inferiore, ecc., senza specificare alcun altro aspetto della rappresentazione spaziale».[1]

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Mio fratello è figlio unico


Mio fratello è figlio unico

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Giusto per farci due risate con Rino

Come sapete il due giugno è un giorno importante. No, non per via della Festa della Repubblica. Ma perché il due giugno normalmente cade proprio nel mio compleanno. Non è che l’ho voluto io, ci mancherebbe. È capitato così. Comunque, quest’anno il due giugno è un giorno ancora più importante, visto che il sottoscritto di anni ne compie addirittura quaranta. E sì, avete capito bene: quarant’anni. Fra altri quaranta ne avrò addirittura ottanta, di anni. E già solo a dirlo mi mette addosso un’ansia… Ad ogni modo, da quando ho aperto questo blog ogni due giugno ho sempre preferito festeggiare, al posto del mio compleanno, un’altra ricorrenza: la morte di Rino Gaetano, cantautore che stimo moltissimo da sempre.

L’anno scorso l’ho voluto ricordare con una delle sue canzoni più belle: Io scriverò. L’anno prima ho invece parlato della sua morte e dell’incidente d’auto che se l’è portato via. Quest’anno avevo voglia di fare due chiacchiere con lui, e allora… perché no? Ne è uscita questa cosa qui. Spero vi piaccia.

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