I connettivi

Connettivi

Fondamenti di grammatica per aspiranti scrittori

Lo scorso lunedì abbiamo parlato di congiunzioni, oggi proseguiamo il discorso approfondendo la categoria dei connettivi e, più in generale, dei segnali discorsivi:

«Negli studi linguistici più recenti, le congiunzioni tendono a confluire nella più vasta categoria dei connettivi, […]. I connettivi sono, a loro volta, parte dei cosiddetti segnali discorsivi».[1]

Essi hanno la funzione di organizzare il discorso, cioè il testo, secondo criteri «dimensionali» e «logico-narrativi». Il testo deve soddisfare diverse proprietà formali e logiche quali, ad esempio, la coesione (il rispetto delle relazioni formali tra le varie parti del testo) e la coerenza (l’insieme dei procedimenti logici e semantici che consentono di produrre nel testo un senso continuo e accettabile). Per farlo, tra le altre parti del discorso, si ricorre ai connettivi.

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Le congiunzioni

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Fondamenti di grammatica per aspiranti scrittori

Lasciati alle spalle gli avverbi, oggi diamo una rapida sbirciata alle congiunzioni. La congiunzione è un meccanismo sintattico che ha lo scopo di collegare fra loro due o più parole, o gruppi di parole, o frasi di uno stesso periodo. Il tipo di collegamento distingue le congiunzioni in coordinative, dove il rapporto fra le parti collegate è di equivalenza («Giulio e Luigi stanno fuori a fumare»; «faceva molto freddo, eppure sono uscito» [Serianni]), e in subordinative dove, come indica lo stesso termine, le parti collegate sono in rapporto di dipendenza («Non ho mangiato perché non ho fame»).

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Come superare pensieri suicidi

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“Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia.”
— Albert Camus

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Analisi di un articolo apparso su VICE

Stavo cazzeggiando nell’attesa che mi assalisse la voglia di lavorare al romanzo quando, nel mio solito giro di social, quotidiani online, chat, controllo della posta elettronica, noto un titolo che attira la mia attenzione: Consigli per superare pensieri suicidi, secondo chi c’è passato. L’articolo è apparso su VICE il 29 agosto 2018. Poiché prima dell’estate avevo scritto qualche post sull’argomento, poiché io stesso quest’anno ho avuto un paio di settimane buie, poiché la mia ex ex ex si è suicidata a seguito di quella che i dottori avevano diagnosticato una depressione maggiore, un titolo del genere era destinato ad accendere la mia curiosità.

Prima di conoscerla davvero, tutti facciamo sempre lo stesso errore. Scambiamo la “depressione”, ovvero una malattia cronica dell’umore, per svogliatezza, pigrizia, indolenza, fannullaggine. Avevo più o meno 27 anni e stavamo insieme da circa due quando lei si arrampicò su un edificio alto cinque piani, voltò le spalle al suolo e si lanciò nel vuoto. Non sopravvisse alla caduta. Invece io, mi sentii sollevato da un peso che gravava sulle mie spalle come se in groppa avessi portato una montagna. Per mesi le ero stato dietro. Avevamo seguito ogni tipo di terapia. Era stata ricoverata sia al reparto di igiene mentale dell’Amedeo di Savoia sia in una clinica privata, una sorta di grosso casermone, nei pressi di Viverone.

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Come si pubblicavano i libri nell’antica Roma

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“Si pubblicano i libri che si sarebbe voluto scrivere,

per fare coi libri un discorso servendosi di chi lo sa fare meglio di noi.”

— Valentino Bompiani

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L’editoria ai tempi degli autori Latini

La prima idea di biblioteca ad uso pubblico, di cui fornire la città di Roma per il vantaggio dei suoi cittadini, venne a Gaio Giulio Cesare. Ci troviamo nella seconda metà del I secolo a.C. La guerra civile è ormai alle spalle. Il progetto comprendeva due biblioteche gemelle: una destinata ai testi greci e l’altra alla letteratura latina. Il compito di costruirle e organizzarle fu affidato a Marco Terenzio Varrone, il quale era l’autore di un testo intitolato Sulle biblioteche1. L’assassinio di Cesare nelle Idi di Marzo del 44 a.C. pose fine a tale ambizione. Per avere la prima biblioteca pubblica, i romani dovettero attendere Gaio Asinio Pollione.

Originario di Chieti (anticamente Teate), figlio di una nobile famiglia patrizia, Asinio Pollione è stato un politico, oratore e letterato romano; secondo per erudizione e proprietà di linguaggio, si dice, al solo Cicerone. Poiché non era originario di Roma, al pari di illustri contemporanei quali appunto Cicerone, Catone e via dicendo, Asinio Pollione era considerato un homines novi. Fu seguace di Giulio Cesare e combatté per lui a Farsalo, a Tapso e a Munda. Quattro anni dopo, nel 40 a.C., fu eletto console. L’anno successivo realizzò la prima biblioteca pubblica della storia di Roma2, restaurò l’Atrium Libertatis – l’archivio dei censori costruito sulla sella che univa il Campidoglio al Quirinale – e introdusse la pratica delle recitationes: le letture in pubblico di scritti in prosa o in versi.

Come si pubblicavano i libri nell’antica Roma? Esisteva una sorta di editoria, così come la conosciamo oggi? E come sopravvivevano gli autori romani?

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La servitù dei Like

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“È sapiente solo chi sa di non sapere,

non chi s’illude di sapere e ignora così

perfino la sua stessa ignoranza.”

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Dalle ombre di Platone ai Like di Zuckerberg

Oggi ti sei svegliato con una sorta di rivelazione, non è così caro follower? Capita, voglio dire. Certe mattine di svegli e quell’idea sottile che ti frullava per la testa da giorni, troppo trasparente per essere agguantata, l’hai finalmente compresa. Poiché sai scrivere, e scrivere bene, hai usato il tuo spiccato talento per la sintesi e l’hai condensata in una bella frasetta. Cosa ci farai, con questa bella frasetta?

Un tempo forse l’avresti scritta sul tuo diario, custodendola da occhi indiscreti. È troppo intimo il pensiero per poterlo condividere con estranei. Il pensiero comunica come funziona il nostro cervello, le nostre emozioni. E poiché il comportamento è sempre un’azione conseguente un’emozione, svelare le emozioni comunica come ci comportiamo. Oppure l’avresti confidata alla mamma, ché il babbo certe cose non le capisce. O magari a un’amica/amico del cuore. Altrimenti l’avresti potuta lasciare fluttuare nella testa, assieme a molti altri pensieri, andando così a formare il fondamento delle tue impressioni sul mondo, la vita, l’esistenza.

Una volta, dicevo. Ma oggi è oggi, ed è tutta un’altra storia. Oggi la tua bella frasetta, di cui vai tanto tanto fiero, la trascrivi immediatamente su Facebook. Così in fretta che a stento ne controlli l’ortografia, tanta è la fregola di condividere il tuo genio col mondo. E il mondo, si sa, non può attendere; ché di geni come te ce ne sono tanti e la concorrenza, come ti hanno insegnato alcuni video amatoriali su YouTube, è brutta e va battuta. E poiché è proprio una bella frasetta, vieni premiato con tanti pollici in su – si dice li abbiano inventati i romani – tanti cuoricini, risatine, wow di stupore e via dicendo.

Questo, la prima volta che succede, ti stupisce, ti gratifica, ti appaga, ti galvanizza, ti premia, ti esalta, ti stimola a scriverne altre per essere nuovamente ricompensato. La seconda volta un po’ meno. Dalla terza la magia non è più la stessa. E per provare nuovamente quel brivido della prima volta, devi compensare con più pollici, più cuoricini, più wow… Da lì in avanti è solo una questione di numeri: «Quanti like ha ricevuto questa mia frasetta, stavolta?» E… SBRANG!… via la frasetta cattiva che non ti ha fatto guadagnare sufficienti consensi. Adesso, però, fermati un attimo e rispondi a questa domanda: È davvero questo a cui aspiravi nella tua vita? Continua a leggere

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