Avverbi presentativi

Avverbi presentativi

Fondamenti di grammatica per aspiranti scrittori

Riprendiamo questi nostri ormai consueti mini-ripassi di grammatica del lunedì dopo una sosta durata ben due mesi. Non vi chiederò se vi sono mancati né se vi sono mancato io: la risposta è scontata. Se non ricordo male l’ultima volta abbiamo parlato di avveri interrogativi. Ricordate ancora cosa sono gli avverbi, giusto? L’avverbio è una parte immodificabile del discorso che serve a modificare, specificare, determinare il significato di una frase. Si chiamano avverbi perché in genere precedono il verbo, ma non è sempre vero. Anzi, non lo è quasi mai. Per maggiori dettagli vi rimando alla prima lezione, mentre oggi concludiamo il nostro excursus con gli avverbi presentativi.

La famiglia degli avverbi presentativi è composta da un unico elemento: ecco. Ecco si adopera per «annunciare, mostrare, indicare, presentare, insomma, un evento»[1]. È il vocabolo dell’ostentazione, dice il Serianni, e spesso è adoperato per richiamare l’attenzione su qualche nuovo evento che interviene a modificare il contesto: «Ecco l’autobus»; «Eccolo, finalmente. Sempre in ritardo il nostro Roberto».

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STOP!

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Il tempo è scaduto

Quando il giornalista gli chiese perché nei suoi romanzi parlasse sempre e solo di amore e di morte, Louis-Ferdinand Céline rispose: «Che altro conta?». Non voglio apparire ridicolo affermando che Céline avesse torto, tuttavia esiste un argomento immensamente di più importante dell’amore e della morte, e ad essi comunque legato: il tempo!

Oggi di tutta la letteratura greca ricordiamo soprattutto i poemi di Omero. Nell’Odissea Omero fa qualcosa di così moderno da renderlo imparagonabile ai suoi contemporanei e a molti altri autori dopo di lui. Del romanzo greco ho già parlato, quindi non ci tornerò. Basti dire che quando Ulisse parte da Itaca alla volta di Troia è già un uomo maturo; non vecchio, si badi, ma maturo: pieno di esperienza. La guerra dura dieci anni, al termine della quale Ulisse si rimette in viaggio per tornare a casa. Il destino, o più precisamente, gli dei lo costringono però a un lungo vagabondaggio; da cui l’espressione: «Le vacanze, quest’anno, sono state una vera odissea!».

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