Avverbi di giudizio


Avverbi di giudizio

avverbi di giudizio

Fondamenti di grammatica per aspiranti scrittori

Lo scorso lunedì abbiamo parlato degli avverbi di quantità, oggi vediamo gli avverbi di giudizio, ovvero: di affermazione o negazione. Presentando come probabile o improbabile un evento, cioè affermando o negando, gli avverbi di giudizio trasmettono «un’informazione sull’atteggiamento del parlante in merito a quanto sta comunicando»[1]: «forse è questo racconto che è un ponte nel vuoto» [Calvino]; «a quest’ora probabilmente non troveremo nessuno» [Serianni]; «e tu certo comprendi / il perché delle cose» [Leopardi]; «ho davvero avvertito la tua mancanza».

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20 cose da sapere sulla mia scrittura

Scrivere di getto o progettando?


Scrivere di getto o progettando?

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Bukowski

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Sulla natura di ciò che vuoi comunicare

La risposta a questa domanda è: si scrive sempre e solo progettando, tranne quelle rarissime occasioni in cui la storia ti sgorga dal petto con un tale impeto impossibile da trattenere. Potremmo chiudere qui questo post e voi, per una volta, potreste fidarvi di me e prendere per buono quanto detto. Ma so già che non lo farete, e quindi…

Cominciamo col modificare l’angolazione con cui guardiamo al problema. La scrittura è un mezzo, una sorta di tramite per traghettare l’interlocutore dal punto A al punto B. La scrittura si duplica per metafore

s. f. [dal lat. metaphŏra, gr. μεταϕορά, propr. «trasferimento», der. di μεταϕέρω «trasferire»]. – 1. Processo linguistico espressivo, e figura della retorica tradizionale, basato su una similitudine sottintesa, ossia su un rapporto analogico, per cui un vocabolo o una locuzione sono usati per esprimere un concetto diverso da quello che normalmente esprimono; così, per es., alla base della metafora l’ondeggiare delle spighe, è la comparazione istituita tra la distesa delle spighe e quella delle acque del mare e il conseguente trasferimento del concetto di ondeggiare dal movimento della superficie marina a quello di una distesa di spighe. 2. Per estens., ogni tipo di linguaggio figurato (come la sineddoche, la metonimia, ecc.), sinon. quindi di tropo o traslato; nella retorica tradizionale, si usa talora l’espressione metafora continuata per indicare l’allegoria.

replicando la vita, o alcuni aspetti di essa, ma in un modo che sia più chiaramente comprensibile al lettore. Viviamo così immersi nella nostra dimensione terrena da essere miopi e presbiti circa il significato di molte cose che ci circondano. Lo scrittore è il guardiamo dell’uscio. Sta alla porta e osserva. Poi, quando si è fatto un’idea precisa di qualche aspetto misterico e complesso dell’esistenza, lo riporta ai suoi simili in forma di metafora. La metafora rende ovvio l’imponderabile.

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Avverbi di quantità


Avverbi di quantità

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avverbi di quantità

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Fondamenti di grammatica per aspiranti scrittori

La scorsa settimana abbiamo parlato degli avverbi di luogo; oggi passiamo agli avverbi di quantità. Essi definiscono una quantità, con riguardo all’abbondanza o scarsità, senza misurarla con precisione: più, meno, molto, poco, ecc.

«Alla base dell’opposizione abbondanza/scarsità sta spesso, implicitamente, il concetto di “adeguatezza”: gli avverbi che esprimono il concetto di adeguatezza quantitativa sono abbastanza e sufficientemente».[1]

Sottintendendo in concetto di adeguatezza, gli avverbi di quantità in genere si adoperano in proposizioni in cui nella subordinata compaiono per o da o perché: «è un’iniziativa troppo bella per essere vera!» [Serianni]; «è un tecnico abbastanza esperto perché gli si affidi la progettazione dello scavo» [Serianni].

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Un nome che suona come casa


Un nome che suona come casa

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Arrendersi a se stessi

Salire su quel pullman due giorni fa ad Hank era sembrata la scelta giusta. In quel momento un tour mondiale con Atticus Fetch, calcando i sacri palchi del rock, con accanto la bellissima Faith sembrava l’unica cosa che potesse ancora dare un senso alla sua vita. E poi c’era il musical naturalmente, di cui stava ancora stendendo la sceneggiatura. E senza Faith, la sua sensualissima musa, da quel paroliere cazzone ormai spompato che era farcela non sarebbe stato possibile. Allora perché ogni volta che chiudeva gli occhi, anche se la sua biondissima ragazzona californiana gli si stringeva addosso in un caldo, arrapante abbraccio, sognava ancora lei: Karen?

«Era la decisione giusta». Con uno scatto del braccio Lew Ashby si frustò la spalla con lo straccio, che vi rimase abbarbicato, e si voltò a guardarlo. Il sorriso sardonico, congelato in un ghigno a metà tra il bravo ragazzo e il peggiore dei depravati, lo invitava a confidarsi.

Hank fece finta di niente. Concentrarsi sul bancone da nettàre del Toledos Bar era una scelta decisamente più comoda. La vita di alcune persone scorre liscia, come acqua giù per la gola. Nella sua il Padreterno, o chi per lui, all’acqua aveva invece sostituito il whisky. Preferiva rassettare il bancone, ripulirlo dal vomito, dal liquore rovesciato per sbaglio, riporre i bicchieri ormai vuoti nel lavabo e infine strizzare lo straccio nel secchio fetente lì sotto piuttosto che assumersi la responsabilità delle sue azioni.

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