Punteggiatura mobile


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La natura polimorfa dell’interpunzione

A chiunque scriva, anche tra i professionisti della penna, può capitare di avere dei dubbi sull’uso corretto dell’interpunzione; sulla scelta cioè, di un segno al posto di un altro o di nessuno in particolare.

“Tutto solo a mezza pagina lo piantarono in asso,

e il mondo continuò una riga più in basso.”

— Gianni Rodari, I cinque libri, Einaudi 1993

Spesso le decisioni che prendiamo sono poco sistematiche e danno origine a un sistema incoerente di interpunzioni. Di queste incertezze «sono in parte responsabili la negligenza, la distrazione, la fretta di chi scrive, e perfino l’ignoranza o la sottovalutazione delle norme. Ma la causa prima […] è la natura polimorfa dell’interpunzione, unita alla relativa labilità dei suoi statuti, mutevoli nel tempo e non ben definiti» [Garavelli].

Infatti:

«Tra le varie norme che regolano la lingua scritta, quelle relative alla punteggiatura sono le meno codificate, non solo in italiano. Inoltre, alle certezze pratiche si aggiunge il disaccordo degli studiosi sull’interpretazione complessiva del fenomeno, nonché sulla definizione e sulla classificazione delle singole unità interpuntive».

— Luca Serianni, Grammatica Italiana, UTET 1989

Se esiste una norma poco «definita» e dai labili «statuti», l’uso della più opportuna punteggiatura non può prescindere dal genere di comunicazione. Una scelta efficiente, del sistema più coerente di interpungere, dipende soprattutto da due fattori: il contesto, cioè la sede e gli intenti che governano la redazione di un testo (un codice giuridico, un trattato escatologico, un blog pubblico, una lettera alla mamma…); i destinatari, per cui il testo è stato ideato e scritto (un pubblico di lettori desiderosi d’intrattenimento, un professore universitario, giuristi, funzionari pubblici…).

«Non di norme si deve infatti parlare, ma di usi accettabili, e quindi di variazioni nell’impiego della punteggiatura rispetto a un paradigma di regolarità fissato convenzionalmente».

— Bice Mortara Garavelli, Prontuario di punteggiatura, Laterza 2003

Per dirlo in parole povere, tutto dipende dal grado di formalità a cui il testo è destinato e al tipo di utenza che ci si aspetta come lettori.

Una scrittura per l’orecchio e una per l’occhio

Esiste, infatti, una scrittura non intervallata e limitata da segni grafemici che indichino delle pause e raccolgano il testo in blocchi logici di parole. Il passaggio dalla scriptio continua (assenza di cesure) all’introduzione di elementi divisori «ha a che fare con le diverse pratiche di lettura» [Garavelli, Ivi].

La mancanza di demarcazioni, dice la Garavelli, può essere superata dalla frequenza e dagli intervalli della respirazione di chi legge a voce, ad alta voce. Secondo Giorgio Raimondo Cardona, le tradizioni che adottano la scrittura continua sarebbero la maggioranza rispetto a quelle che si servono di punteggiatura. Non solo, ma: «l’uso di elementi demarcativi è probabilmente legato alla lettura endofasica (monologo interiore, ndr); quanto più la lettura è mentale e veloce, tanto più si richiede che il testo sia presentato analiticamente, con indicazioni sul valore delle varie parti» [G.R. Cardona, Antropologia della scrittura].

Dunque esiste una scrittura per l’orecchio, in cui i segni grafemici di interpunzione sono non solo in eccesso ma addirittura d’ostacolo, e dove a scandire il testo sono le pause respiratorie di chi legge; e una scrittura per l’occhio, di chi legge a mente con una certa velocità, adatta a un lettore esperto abituato a rappresentarsi i blocchi di parole come forme organizzate e, in questo, bisognoso di aiuto.

L’attuale sistema d’interpunzione, sostiene la Garavelli, ingloba (malamente) entrambe le necessità, affidando a un sistema pensato per funzioni logico-sintattiche (cioè di chi legge a mente) talvolta il compito di scandire il ritmo e gli intervalli della lettura a voce. Tali segni, quindi, servono sia a marcare le curve intonative tipiche di chi parla (domande, asserzioni, esclamazioni, ecc.), sia a mettere in rilievo i «costituenti», cioè lo statuto sintattico-semantico delle varie porzioni di testo.

Le interpunzioni adibite a una punteggiatura “per l’occhio” vengono così caricate di un cumulo di valori; in cui talvolta vengono fatte prevalere le ragioni del ritmo, in contrasto con quelle della sintassi. L’essere contemporaneamente al servizio dell’una o dell’altra funzione, ha fruttato alla punteggiatura uno statuto di inaffidabilità.

La formalità come neutralità emotiva

La punteggiatura logica è quindi fondata su criteri logico-sintattici, relativi a un’organizzazione concettuale chiara e coerente del testo scritto. Questo modo di utilizzare la punteggiatura ama l’uniformità e la costanza di applicazione e si adatta all’esattezza che ci si aspetta di trovare in testi scientifici e legislativi. Infatti nella compilazione delle leggi fondamentali (la Costituzione ad esempio) scompaiono i punti esclamativi, interrogativi e di sospensione. Più formale è il carattere della scrittura, meno frequentemente questa deve apparire emotiva.

La scrittura deve rispondere a criteri rigorosi, non interpretabili; in accordo con l’esigenza di segnalare gli snodi concettuali del testo. L’uniformità severa dell’interpungere corrisponde al rigore necessario di un’organizzazione concettuale.

I vari testi, quindi, avranno «delle peculiarità compositive – e quindi interpuntive – non esportabili in altri settori». Un testo nato per l’intrattenimento, ad esempio, farà della punteggiatura un uso alternativo rispetto a quello neutrale, cioè non marcato, di un paradigma convenzionalmente ideale.

Scritture non convenzionali

«La qualifica di non convenzionali si può attribuire sia a prodotti letterari, o che vogliano essere tali nelle intenzioni degli autori, sia ai cosiddetti stili negligenti, che caratterizzano gli scritti informali o provvisori».

— Garavelli, Ivi

Per concludere: il modo in cui vengono usati i segni adibiti alla punteggiatura, dipende dallo scopo che ci si è prefissati durante l’elaborazione del testo. Se esso è destinato a un uso domestico, all’intrattenimento, alla comunicazione elettronica moderna (sms, chat, whatsup, ecc.) un’interpunzione rigida, formale non solo è sconsigliabile, ma rischia d’essere male interpretata dal/dai destinatari.

«Quando invece si scrive mirando alla regolarità formale, è giusto e decoroso che si avverta l’esigenza di uniformarsi alle convenzioni interpuntive comunemente accettate nella propria epoca. E che si cerchi di applicarle con la maggior coerenza possibile. Se questa non sarà perfetta (non lo è quasi mai), è desiderabile che se ne sia almeno consapevoli».

— Garavelli, Ivi

E voi, cari follower, come usate la punteggiatura? Siete famelici o lesinate?

41 Comments on “Punteggiatura mobile

  1. Io vado d’istinto 😀 e in genere ci prendo, pare. In prima superiore, dopo il mio bel 4 al primo tema per fortuna il rofessore ci fece fare un compito di puntaggiatura. Presi 7 e a parte un altro compagno, l’ultimo della classe, quell’anno fu bocciato, che prese 6 tutti gli altri navigarono sotto il 4.
    Forse mi sono seduto un po’ troppo sugli allori di quel primo successo (unico e irripetibile, perchè fu l’unico compito di punteggiatura, purtroppo) e quindo continuo a mettere punti e virgole ad orecchio.
    Comunque mi piace distinguere la punteggiatura con funzione sintattica da quella con funzione ritmica. Ad esempio nella frase:
    “Lo vide. Dall’altra parte della strada.”
    Il punto grammaticalmente è scorretto, ma rende la pausa (magari il mio esempio non è il massimo, ma spero di aver spiegato il concetto :P)

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    • Dopo “tema” formalmente ci vorrebbe una virgola. 😛
      L’hai spiegato. Il punto (e non è un gioco di parole…) è che l’uso dell’interpunzione dovrebbe essere distinto a seconda del contesto: formale, allora deve essere rigido, ripetitivo, ecc.; creativo, deve adottare un ruolo semantico che potrebbe portare a mettere punti e virgole in luoghi dove normalmente non ci vorrebbero, e viceversa. 🙂

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      • S’, vero, infatti presi 7 mica 10 😀
        Quando mi preparavo a leggere qualcosa ad alta voce mi segnavo le pause con delle barre verticali e le pause lunghe con delle barre doppie, se invece volevo indicare una continuazione usavo un’arco ad unire le parole, se a fine riga l’arco moriva nel vuoto (utilissimo con gli enjambement :P)
        Stavo pensando che forse punti e virgole non sono i simboli più adatti (troppo piccoli per il colpo d’occhio) ma ormai abbiamo quelli 😛

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    • Ecco, l’esempio “Lo vide. Dall’altra parte della strada.” è perfetto: si può considerare giusto? Io dico di sì, ma giustamente Grilloz sottolinea che grammaticalmente fa storcere il naso. Con la pausa del punto si allarga l’inquadratura della scena, con la virgola sarebbe più “ansiosa” e in primo piano, cambia tutto. Se ad esempio scrivo:

      “Cara, ti amo, da sempre.”

      dà l’idea che il malcapitato si stia quasi giustificando correndole dietro, dopo aver combinato sicuramente qualcosa che ha incrinato il rapporto, mentre se la metto così, con il punto:

      “Cara, ti amo. Da sempre.”

      è più una dichiarazione, te lo vedi in ginocchio con le mani di lei in mano. Se addirittura vado a capo dopo il punto:

      “Cara, ti amo.
      Da sempre.”

      allora dà addirittura l’idea della predestinazione, come se l’amasse ancor prima che si incontrassero. E ho solo cambiato punteggiatura, le parole sono rimaste le stesse.

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      • Non è tanto il punto dopo “Lo vide.”, quanto la frase successiva che così com’è rimane un po’ sospesa. Meglio se si scrivesse: “Lo vide. Dall’altra parte della strada l’attendeva.”, o quancosa di simile. Condivido la tua opinione sul “Cara, ti amo. Da sempre”. 🙂

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  2. A volte scrivo senza punteggiatura, leggo ad alta voce seguendo il ritmo imposto dalla scena (che sia concitato oppure più soft e vedo dove “nasce” spontanea la pausa. Lì, inserisco il segno di interpunzione necessario. è un metodo che ho imparato dal mio capo, che come sai ha la fissa delle virgole. Sembra paradossale, ma a volte aiuta, specialmente quando c’è l’esigenza di sortire un determinato effetto. 🙂

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  3. Interessante la tecnica di Chiara, la proverò: scrivere senza punteggiatura e metterla successivamente rileggendo; mi piace. Finora invece ho sempre fatto come Grilloz: ad orecchio. Mi sembra di non aver mai fatto grossi casini, ma mi capita spesso (brutto segno, quindi) di cambiare la disposizione delle virgole rileggendomi a distanza di mesi.

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    • Abbiamo il vantaggio/svantaggio di avere una lingua molto versatile, alcuni segni di punteggiatura hanno dunzione sintattica, e con quelli ci si può far poco, ma qeulli con funzione fonetica possono anche variare in base all’umore 😉

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    • Secondo me conviene prima studiarsi bene il modo formale in cui la punteggiatura andrebbe usata (uscirà un post dedicato alla virgola a marzo), e poi ragionare sulla semantica del testo e cercare di capire il modo più opportuno per inserire l’interpunzione, quello cioè che valorizza il testo o aggiunge significati ulteriori.

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  4. Intanto hai messo una virgola in più:
    “il modo in cui vengono usati i segni adibiti alla punteggiatura, dipende dallo scopo che ci si…” 😛
    Io più leggo e più vedo gente che non sa usare le virgole. Forse gli editor delle case editrici dovrebbero rileggersi una grammatica, ogni tanto.
    Spesso vedo cose del genere: “Quell’anno, andò a studiare a Roma”. Ma a che serve quella dannata virgola? A niente. Non denota pause, perché lì non servono, né incisi.

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    • Una volta lessi l’anteprima di un libro, anche ben scritto direi, ma pieno di virgole di quel genere (praticamente ad ogni frase) mi diede un certo senso di disagio e infatti non comprai il libro.
      Diciamo che ogni tanto porebbe sottolineare una pausa, essere una sorta di licenza poetica, ma l’eccesso l’ho trovato fastidioso (era chiaramente voluto, forse per sottolineare una qualche novità stilistica)

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    • P.S. però per par condicio una virgola avresti dovuto sbagliarla anche tu 😛 l’abbiamo sbagliata tutti almeno una oggi 😉

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    • No, non mi pare che quella virgola sia di troppo. In fondo si tratta di un periodo lungo. Il soggetto rimane lo stesso, è vero, e capisco che potresti preferire leggere le due frasi senza la pausa in mezzo (che spezza il periodo forse poco opportunamente), si deve però considerare anche la sua lunghezza: non vogliamo dei lettori in apnea, dico bene? 🙂
      Per quanto riguarda la virgola usata come marcatura per il complemento di tempo a inizio frase: sono meno rigido. È più che tollerata, e l’ho vista usata anche da scrittori notevoli come Giorgio Bassani (se non ricordo male), e Carlo Cassola. Ad ogni modo, si può usare ma, certo, con criterio semantico.

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  5. Ci starebbe bene questa tragicommedia d’amore (la trascrissi nel blog, non è mia, tanti post fa):

    «Per favore non lasciarmi; dimmi, almeno dove, ho sbagliato?».
    «Nella punteggiatura».

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  6. Pingback: 6 domande frequenti sul corretto uso della virgola | Salvatore Anfuso – il blog

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