Interiezioni primarie

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Fondamenti di grammatica per aspiranti scrittori

Le interiezioni primarie stanno ai margini del nostro sistema linguistico, presentando una grafica e una fonetica del tutto peculiari. Il grafema h, ad esempio, compare spesso o in posizione finale (mah) o all’interno di parola (ehi), ma solo occasionalmente ha un reale valore fonetico. Tuttavia allo scrittore torna comodo per evitare «omografie» (e ed eh potrebbero confondersi fra loro se non fosse per la h); diventando così un marchio distintivo dei monosillabi esclamativi.

Varianti grafiche tra un’interiezione e l’altra dipendono da ragioni espressive: uff, ad esempio, può guadagnare un ulteriore f per intensificare l’idea di fastidio (Pirandello); un oh può diventare, con Collodi, un ohhh molto meravigliato; un ah trasformarsi in un aah veramente soddisfatto (Bassani). Quasi tutte sono voci espressive nazionali. Solo due sono di provenienza straniera: urrah o hurrà, gridi guerreschi di origine russa giunti a noi attraverso il francese e l’inglese[1]; eja, eja alalà in cui si fondono due interiezioni greche secondo un modulo diffuso da D’Annunzio e fatto proprio dal fascismo.

Altri forestierismi sono alt, di provenienza tedesca, in luogo di alto (che si è mantenuto nella locuzione militaresca altolà); alò, ormai antiquato e di provenienza francese, in luogo di orsù; e marsch, anch’esso di provenienza francese ma ancora in voga, in luogo di marciare. Ma vediamo nel dettaglio i nostri:

Ahi

Esprime un dolore fisico o morale; nel primo caso lo si può ripetere: «Ahi! Ahi! Ahi!» [Manzoni].

«Per indicare viva sofferenza, deprecazione, indignazione è di uso letterario e ricorre spesso in poesia».[2]

… ad esempio in Dante: «Ahi serva Italia, di dolore ostello»; o nel leopardiano a Silvia: «Ahi come, / come passata sei, / cara compagna dell’età mia nova, / mia lacrimata speme!». Può anche combinarsi col pronome me: «Ahimè, non mai due volte configura / il tempo in egual modo i grani!» [Montale]. Mentre con altri pronomi assume un valore ironico: ahitè, ahilui, ecc.

Bah

Indica rassegnazione, indifferenza o un vago senso di fastidio: «Bah! – borbottò poi volgendosi bruscamente, come se volesse scacciare i pensieri tristi – non ci pensiamo!» [Pascarella].

Beh, be’

Be’ è la forma apocopata di bene, può essere usato con valore conclusivo, per troncare un dialogo («Be’, andiamo a letto, allora – fece suo padre» [Cassola]), o per introdurre un commento critico o rassegnato («Vuol vedere com’è il mondo rappresentato dai romanzieri americani a lui contemporanei. Beh, ne resta deluso» [Placido]) o anche, con intonazione interrogativa, per sollecitare qualcuno a decidersi: «Beh?».

Benché non vi sia indicata, nella grammatica del Serianni e in molti vocabolari, alcuna distinzione fra be’ e beh, suggerirei l’uso del primo esclusivamente come forma tronca di bene – quindi in tutte quelle circostanze in cui bene vedremmo un bene – e beh per tutti gli altri casi: «Be’, visto che abbiamo chiarito, ti saluto!»; «Beh, non è mica poi tanto vero quello che stai dicendo: camosci e cerbiatti mica sono la stessa cosa, secondo me». Ma queste sono solo sfumature…

P.S. visto l’abuso che ne viene fatto, si raccomanda di non belare all’eccesso.

Boh

Esprime dubbio, indifferenza o reticenza a pronunciarsi: «Che fate oggi? – fece del resto il Riccetto stesso. Boh – fece Alvaro, prendendo tempo, con espressione da una parte stanca, dall’altra allusiva e misteriosa» [Pasolini].

Deh

Esclamazione di tono letterario propria del linguaggio poetico tradizionale, dove è spesso usata per introdurre un discorso: «Deh, se riposi mai vostra semenza» [Dante]. Oggi sopravvive come invocazione nelle preghiere.

Eh

È tra le interiezioni più ricche di sfumature, dice il Serianni. Può indicare impazienza («Eh, che maniera!» [Jovine]; sorpresa o rimprovero («Eh! eh! che novità è questa?» [Manzoni]); può essere ripetuta per indicare un sogghigno («Eh! Eh! Eh!»); usata con tono interrogativo per indicare di non aver compreso, in concorrenza con formule come «scusi?», «come dice?», ecc., o per sollecitare una risposta: «Babbo, me lo compri? eh? eh?».

Ehi

Serve a richiamare l’attenzione, spesso seguita dal nome dell’interpellato: «Ehi, Giulio! mi leggi?». Nell’uso moderno indica anche una forma di protesta diretta a qualcuno: «Ehi, rimbambito! non l’hai visto lo stop?!».

Ehm

Secondo il Serianni ehm indica un dubbio o una minaccia non espressa: «fu perciò assai sgradevolmente sorpresa, sentendo Stefano emettere degli ʻEhm! ehm!ʼ dubitativi» [Moravia]. Per quanto mi riguarda, invece, sostituisce un gesto preciso: «Si schiarì la voce» o «diede un colpo di tosse». Per quanto mi riguarda, se si può, è sempre meglio sostituire le interiezioni con i gesti.

Ih

Esprime viva sorpresa generata da emozioni sgradevoli o disgusto: «[Leone] Verso le due, tu sognerai di schiacciare tra i denti una lucertola – [Guido, con una smorfia di ribrezzo] No… ih! che dici?» [Pirandello]. Personalmente non amo questa interiezione. Non riesco a incasellarla in vece di alcun suono onomatopeico reale. Bah…

Mah

Si tratta della congiunzione avversativa ma usata però come interiezione. Indica, secondo il Serianni, «incertezza, perplessità, specie di fronte a una domanda cui non si sappia o non si voglia rispondere compiutamente». Secondo me rappresenta piuttosto bene anche un certo tipo di disappunto: «Davvero pensi questo? Giulio avrebbe tradito la tua fiducia per quattro soldi? Mah!».

Neh

Si usa per confermare un’asserzione in frasi interrogative: «convertito, è convertito da vero; neh?» [Manzoni]. A mio avviso i piemontesi hanno preso il Manzoni troppo alla lettera… neh?

Oh

Di uso molto esteso, indica sia sorpresa (non sempre, ma comunque spesso piacevole) sia gioia: «Oh! è primavera» [Ungaretti]. Altresì può indicare dolore (generalmente morale): «Oh infinita vanità del vero!» [Leopardi], sdegno e ira: «Oh stoltissime e vilissime bestiuole» [Dante]. Può anche servire da richiamo verso qualcuno, non sempre benevolo ma spesso neutro: «Oh, Mario! Mario! Mi senti?».

Ohi

Può indicare sia sofferenza fisica o morale: «Ahi! Ahimè! Ohi! Ora, ora! – s’urlava di giù» [Manzoni], «Ohi, ohi, ohi – pensò don Abbondio» [Manzoni]; sia, ripetuto, una risata roboante: «Ah! ah! ah! ah! E che pre… e che pre… e che pretendi… ohi ohi ohi… ah…ah…ah… pre… pretendi che costringa l’asino a bere per forza? Ah! ah! ah!» [Pirandello]. Lo capite da soli che, oggi, si preferiscono a questi i dialoghi minimali… Può anche combinarsi col pronome me: «ohimè… non penserete davvero d’usarla, codesta interiezione?!».

Ps, pst

Questa segnatevela visto che al suo posto, per ignoranza, spesso leggo di tutto; indica un richiamo semi-silenzioso: «Ps! Ehi! Ascolta…». Può introdurre anche un consiglio, un avvertimento o un comando: «Ps! Fagotto, e via!» [Pirandello].

Puah

Indica ribrezzo o disgusto per qualcosa che ci offende i sensi, o che abborriamo esteticamente o moralmente o intellettualmente: «sembran tante letteratesse, puah!» [Imbriani].

Sciò

Questa interiezione è rivolta esclusivamente agli animali; mai agli uomini. In alcuni casi, visto che di alcuni si può dire che sono simili a bestiole, può essere usata verso i bimbi discoli: «Sciò! Via, via! Fate largo» proruppe don Michele, attraversando a passo deciso l’aia ingolfata di oche di Carmelo u Surru.

St, sst

Come per ps, anche questa segnatevela: al suo posto spesso leggo zzt! oppure sch! oppure shz!, ma noi non siamo lanzichenecchi… Naturalmente, come s’è compreso, serve a imporre il silenzio. In genere è accompagnato dal gesto dell’indice premuto sulle labbra: «Sst… parla piano: vuoi che vada a ridir fuori i nostri discorsi?» [Cassola]. L’unica variante accettabile è shh: «Mamma che fai? – Shh! – aveva replicato col dito in mezzo alle labbra e la testa pronta a ciondolare» [Montefoschi].

To’

Si tratta dell’imperativo apocopato del verbo ʻtogliereʼ, nell’accezione arcaica di ʻprendereʼ. Lo si accompagna col gesto di dare qualcosa a qualcuno – anche le percosse – oppure lo si usa per indicare sorpresa: «To’ – disse Renzo – è un poeta costui» [Manzoni].

Uff

 Manifesta noia, fastidio, insofferenza: «Uff, che barba!» [Serianni]. Ci sarebbe una variante, auff, che dubito troverete ancora molto in giro.

Uh

Pur di uso meno frequente, condivide con ah e oh una parte di significato; ovvero tutto ciò che riguarda sorpresa, disappunto, dolore, ma in alcuni casi perfino ilarità: «Uh, che freddo, che umidità…! – gridò la madre» [Moravia].

Uhm

È un’interiezione riflessiva che serve a esprimere dubbio, perplessità e sospensione di giudizio: «Uhm, fece Mara, poco persuasa» [Cassola].

Veh

Si tratta dell’imperativo apocopato di ʻvedereʼ, di uso letterario e regionale, che serve a richiamare l’attenzione di qualcuno; soprattutto per ammonirlo: «Ma con buona maniera, ve’; che non paia che tu le faccia l’elemosina» [Manzoni]. La variante ve’ non presenta distinzioni con la principale.

Altre interiezioni primarie hanno origine onomatopeica – bum!, ectì, zac, ecc. –, le quali trovano la loro naturale dimensione nei fumetti. Walt Disney, infatti, ci ha abituato a ogni sorta di suoni: sigh, sob, gulp, mumble, slurp, ecc. che sono di derivazione inglese (to sigh = sospirare, to sob = singhiozzare, ecc.), ereditati poi dalla nostra lingua; ma che difficilmente potremmo inserire con profitto in un romanzo o racconto.

Conclusione

Be’, questo è più o meno tutto. Spero che il mini-ripasso sia risultato gradevole e, perché no?, una volta tanto persino piacevole. Il prossimo lunedì parleremo delle interiezioni secondarie. State bene.

__________________________________________

Note

[1] Filippo Ugolini, Vocabolario di parole e modi errati, Firenze 1855

[2] Luca Serianni, Grammatica italiana, UTET 2006

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7 Comments on “Interiezioni primarie

  1. E il “wow”? 🙂
    In effetti sono tutte onomatopee dei fumetti (anche se per i fumetti ce ne sono molte di più, dal wow al boom, dallo splash al vroooom). Forse che i disegnatori sono partiti dalle interiezioni, si sono lasciati guidare dalla fantasia e hanno avuto così affermazione che pure la scrittura vi ha attinto?

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    • Gli inglesi, in genere, ne usano più di noi. Wow come sigh, sob, eccetera, sono tutte di derivazione anglosassone. E non esitano a inserirli perfino nei romanzi. Io ci rifletterei, però.

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  2. Ho leto:” Solo due sono di provenienza straniera: urrah o hurrà, gridi guerreschi di origine russa giunti a noi attraverso il francese e l’inglese[1]; ” A questo proposito, mi riccordo di aver letto che l’etimologia di urrah si collega al grido dei soldati romani “barraaa”. Questo lo ritengo piu credibile se mi riferisco al grido dei guerrieri illirici o albanesi “o burraaa” che si traduce “ei uomini” ed e’ un grido di incitamento a dimostrarsi veri uomini in battaglia. Chissa?!

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    • Può essere. I russi stessi, come anche altri popoli, pur senza essere latini hanno tratto a piene mani dal mondo classico. Basti pensare al russo “zar” che deriva da Czar e quindi Cesar: Cesare. Quindi non è improbabile un passaggio da barraa a urrah. Spesso le parole fanno giri strani per poi tornare da noi. Tempo fa avevo analizzato il lungo percorso del vocabolo “mantecare”, che in origine indicava l’uso del mantice nelle fornaci. È uscito dall’Italia, s’è fatto un giretto nel mondo arabo e poi quando, passando dalla Spagna, è tornato in Italia, è finito per indicare “lavorare una vivanda con burro o panna, spec. durante la cottura, in modo tale da conferirle un aspetto morbido e cremoso: mantecare un risotto” con uso prettamente culinario. Che è ben altra cosa rispetto al mantice dei fabbri medievali.

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  3. Pingback: L’interiezione – Salvatore Anfuso ● il blog

  4. Quanto mi piacciono le interiezioni primarie, negli ultimi anni i miei pensieri sono pieni di boh e mah, ma anche tanti bah, spesso ahi. Ahi come, come passata sei, cara compagna dell’età mia nova, mia lacrimata speme…grande Leopardi.

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