La coscienza del libro

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Tutta una questione di evoluzione

Dare una definizione univoca e universalmente condivisa di coscienza è tanto complicato quanto dare una definizione univoca e universalmente condivisa di bellezza. Abbiamo capito, e forse lo sapevamo già istintivamente, che è la coscienza a distinguerci dagli altri animali. Sapersi riconoscere allo specchio è, ad esempio, il primo segnale del fatto che una coscienza in effetti la si possiede. I cani non si riconoscono allo specchio; i gatti neppure. Scimmie antropomorfe come gli scimpanzé, i gorilla e i babbuini invece sì. Eppure guardando un cane negli occhi possiamo realmente affermare che egli non sia cosciente di sé, dei suoi padroni e del mondo che lo circonda? E quanta differenza c’è tra la coscienza umana e quella di un babbuino, nonostante quest’ultimo allo specchio riconosca se stesso esattamente come facciamo noi?

In un certo senso ciò dipende dalla quantità di coscienza. Un polipo, ad esempio, è in grado di riconoscere un granchio – il suo piatto preferito – chiuso all’interno di un barattolo sigillato da un coperchio; è in grado di capire che per arrivare al bocconcino deve prima svitare il tappo ed è in grado i compiere tutti i gesti necessari affinché questo avvenga. Eppure il polipo allo specchio non pare riconoscersi; e sfido chiunque di voi, pur possedendo le capacità linguistiche per farlo, a instaurare una discussione filosofica o teologica con lui. Insomma, probabilmente più si è coscienti più si è vicini allo stato che normalmente definiamo “umano”. Ma siamo sicuri che sia solo una questione di quantità? Tutti gli esseri umani hanno lo stesso livello di coscienza?

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Avverbi interrogativi e esclamativi

Avverbi interrogativi

Fondamenti di grammatica per aspiranti scrittori

Lo scorso lunedì abbiamo parlato di avverbi di giudizio: quelli di affermazione e di negazione; oggi invece vediamo gli avverbi interrogativi e esclamativi. Essi introducono una interrogativa diretta: «quando pensi di arrivare?». Si possono distinguere in avverbi interrogativi di luogo: «dove stai andando?»; avverbi interrogativi di tempo: «quando arriva papà?»; avverbi interrogativi di modo: «come ci sei riuscito?»; avverbi interrogativi di misura: «Quanto è lungo il ponte di Brooklyn?»; avverbi interrogativi di causa: «Perché gli hanno sparato?».

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Scrivere è una malattia mentale

Guest-Post

Un guest post di Alessandro Liggieri

Salve sono il Dott. Storytelling, laureato in metafisica empirica ad Oxford e mi occupo del recupero di soggetti mentalmente disturbati, con specializzazione in scrittori.

Partiamo da una constatazione di fatto: scrivere è una malattia. Se non ci credete, basta leggere “Frenologia e conformazione del cranio degli scrittori” di Cesare Lombroso.

Questa mia convinzione non è il frutto di un’affermazione campata in aria, ma nasce dall’analisi metodica, scientificissima e quotidiana di un campione di moltimila scrittori. A breve pubblicherò il risultato della ricerca sul prestigioso periodico “Chi”, ma ho deciso di anticipare un breve abstract qui sul blog di Salvatore, che gentilmente ha contribuito a finanziare la mia ricerca, una ricerca scomoda, ma che andava fatta.

Ho rinchiuso degli scrittori in una stanza e in quella accanto ho chiuso dei soggetti affetti da ludopatia, la malattia di bruciare la pensione di povera nonna ai giochi d’azzardo. Ho dotato entrambe i gruppi solamente di una scrivania, una sedia ed un computer ed i risultati sono stati interessanti. Entrambi si dimenticano della realtà che li circondano e passano ore davanti al display, spinti da una coazione a ripetere gli stessi identici gesti in modo compulsivo e senza soluzione di continuità. La cosa ancora più interessante è che, mostrando le due stanze ad osservatori neutrali, nessuno ha saputo indicare con certezza chi fossero gli scrittori e chi i ludopati.

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