Scrivere per obiettivi

a2459dc345fccb99a862caa2c938fc15c6e67477_slide03 copy

La strategia della  gratificazione

Alla fine della sua lettura, questo articolo avrà decine di commenti; forse più di un centinaio. Come faccio a saperlo? Lo so perché è già successo: molte volte, con molti altri post. La certezza, o il presentimento di una sua elevata probabilità, mi stimola a procedere nella stesura. I commenti, come sanno coloro che tengono aggiornato con costanza il proprio blog, sono sempre fonte di gratificazione; tale a volte da spingere il blogger a svilupparne una vera e propria dipendenza. Anche non essere letti innesca lo stesso meccanismo, seppure in senso inverso. Tutto questo rientra in un processo che per semplicità chiamerò riflesso condizionato.

Ora, l’obbiettivo di scrivere un post è quello di essere letti e commentati da più persone possibili. La gratificazione si ottiene se questo accade davvero. Possiamo non essere d’accordo e dire che l’obbiettivo dovrebbe in realtà essere quello di comunicare informazioni valide e oneste ai propri lettori, e concorderei con voi se fosse questo l’argomento dell’articolo ma… assecondatemi. Se accade, se il post viene letto e commentato da molte persone, abbiamo un rinforzo positivo. Se non accade, abbiamo un rinforzo negativo. Si viene cioè a creare un collegamento automatico tra un’azione e la sua conseguenza statisticamente più scontata. La stessa cosa si può forse dire del riuscire a portare a termine la stesura di un romanzo…

Continua a leggere


Avverbi presentativi

Avverbi presentativi

Fondamenti di grammatica per aspiranti scrittori

Riprendiamo questi nostri ormai consueti mini-ripassi di grammatica del lunedì dopo una sosta durata ben due mesi. Non vi chiederò se vi sono mancati né se vi sono mancato io: la risposta è scontata. Se non ricordo male l’ultima volta abbiamo parlato di avveri interrogativi. Ricordate ancora cosa sono gli avverbi, giusto? L’avverbio è una parte immodificabile del discorso che serve a modificare, specificare, determinare il significato di una frase. Si chiamano avverbi perché in genere precedono il verbo, ma non è sempre vero. Anzi, non lo è quasi mai. Per maggiori dettagli vi rimando alla prima lezione, mentre oggi concludiamo il nostro excursus con gli avverbi presentativi.

La famiglia degli avverbi presentativi è composta da un unico elemento: ecco. Ecco si adopera per «annunciare, mostrare, indicare, presentare, insomma, un evento»[1]. È il vocabolo dell’ostentazione, dice il Serianni, e spesso è adoperato per richiamare l’attenzione su qualche nuovo evento che interviene a modificare il contesto: «Ecco l’autobus»; «Eccolo, finalmente. Sempre in ritardo il nostro Roberto».

Continua a leggere


STOP!

1502467741-331-.jpg

Il tempo è scaduto

Quando il giornalista gli chiese perché nei suoi romanzi parlasse sempre e solo di amore e di morte, Louis-Ferdinand Céline rispose: «Che altro conta?». Non voglio apparire ridicolo affermando che Céline avesse torto, tuttavia esiste un argomento immensamente di più importante dell’amore e della morte, e ad essi comunque legato: il tempo!

Oggi di tutta la letteratura greca ricordiamo soprattutto i poemi di Omero. Nell’Odissea Omero fa qualcosa di così moderno da renderlo imparagonabile ai suoi contemporanei e a molti altri autori dopo di lui. Del romanzo greco ho già parlato, quindi non ci tornerò. Basti dire che quando Ulisse parte da Itaca alla volta di Troia è già un uomo maturo; non vecchio, si badi, ma maturo: pieno di esperienza. La guerra dura dieci anni, al termine della quale Ulisse si rimette in viaggio per tornare a casa. Il destino, o più precisamente, gli dei lo costringono però a un lungo vagabondaggio; da cui l’espressione: «Le vacanze, quest’anno, sono state una vera odissea!».

Continua a leggere


La coscienza del libro

delve-into-the-ongoing-sensual-series-you-wont-be-able-to-get-enough-of

Tutta una questione di evoluzione

Dare una definizione univoca e universalmente condivisa di coscienza è tanto complicato quanto dare una definizione univoca e universalmente condivisa di bellezza. Abbiamo capito, e forse lo sapevamo già istintivamente, che è la coscienza a distinguerci dagli altri animali. Sapersi riconoscere allo specchio è, ad esempio, il primo segnale del fatto che una coscienza in effetti la si possiede. I cani non si riconoscono allo specchio; i gatti neppure. Scimmie antropomorfe come gli scimpanzé, i gorilla e i babbuini invece sì. Eppure guardando un cane negli occhi possiamo realmente affermare che egli non sia cosciente di sé, dei suoi padroni e del mondo che lo circonda? E quanta differenza c’è tra la coscienza umana e quella di un babbuino, nonostante quest’ultimo allo specchio riconosca se stesso esattamente come facciamo noi?

In un certo senso ciò dipende dalla quantità di coscienza. Un polipo, ad esempio, è in grado di riconoscere un granchio – il suo piatto preferito – chiuso all’interno di un barattolo sigillato da un coperchio; è in grado di capire che per arrivare al bocconcino deve prima svitare il tappo ed è in grado i compiere tutti i gesti necessari affinché questo avvenga. Eppure il polipo allo specchio non pare riconoscersi; e sfido chiunque di voi, pur possedendo le capacità linguistiche per farlo, a instaurare una discussione filosofica o teologica con lui. Insomma, probabilmente più si è coscienti più si è vicini allo stato che normalmente definiamo “umano”. Ma siamo sicuri che sia solo una questione di quantità? Tutti gli esseri umani hanno lo stesso livello di coscienza?

Continua a leggere

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: