La guerra ai cliché


La guerra ai cliché

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Come difendersi da storie usa e getta

«Quello attuale potrebbe essere il momento peggiore per fare lo sceneggiatore», dice Robert McKee, attore di teatro da giovane e adesso insegnante di “Struttura delle Storie” per giovani sceneggiatori in giro per il mondo (ma soprattutto tra Los Angeles e New York, Londra, Parigi, Roma, Tel Aviv, Singapore, San Paolo, eccetera); un’affermazione che non è vera solo per gli sceneggiatori, ma per tutti coloro che intendono intrattenere il loro pubblico raccontando ad essi delle storie. Che vi troviate in uno dei peggiori bar della Tiburtina o nel dietro le quinte di un palcoscenico a poche ore dalla prima o chini sul vostro portatile mentre cercate di escogitare qualcosa di nuovo per i vostri lettori, il problema resta sempre lo stesso: «Cosa potreste raccontare voi che loro non abbiano già visto [… o letto, n.d.r.]?»

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La preposizione


La preposizione

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Fondamenti di grammatica per aspiranti scrittori

Con lo scorso mini-ripasso abbiamo concluso la nostra esplorazione dei pronomi e degli aggettivi. Oggi diamo un’occhiata alla preposizione. Essa serve a «esprimere e determinare i rapporti sintattici tra le varie componenti della frase»[1]. La preposizione è un elemento invariabile del discorso, cioè non cambia per numero o genere.

Benché siano differenti l’una dall’altra, tutte le preposizioni hanno funzione relazionale: mettere in relazione, collegandole, due distinte parole. Per questo motivo si possono distinguere fra loro solo in ragione del tipo di reggenza che si determina nell’incontro tra le componenti («il desiderio di successo») e dal significato stesso delle singole parole collegate.

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Tre parole chiave


Tre parole chiave

AGAINST MAFIA DEMO - PROTESTA CONTRO LA MAFIA

Mafia, camorra e omertà

Si legge in un fortunato saggio di Leonardo Sciascia, La storia della Mafia, che il primo vocabolario siciliano in cui compare questa parola è quello del Traina: «importata in Sicilia dai piemontesi, cioè dai funzionari e soldati venuti in Sicilia dopo Garibaldi, ma proveniente forse dalla Toscana dove maffia (due effe) vuol dire miseria e smàferi vuol dire sgherri»[1] – era il 1868.

Il significato che ne dà il Traina però, non è quello che ci aspetteremmo oggi, dopo tanta fiction, è cioè di un picciotto agli ordini di un’organizzazione malavitosa ben radicata sul territorio né della struttura stessa di suddetta cosca [tra l’altro lo Sciascia ci ricorda che cosca è la corona di foglie del carciofo]; ma piuttosto con questo termine si indica un prototipo umano – il siciliano – il quale ha sì atteggiamenti da sgherro, baldanza e prepotenza, ma è anche un miserabile:

«[…] miseria vera è credersi un grand’uomo per la sola forza bruta, ciò che mostra invece gran brutalità, cioè l’essere gran bestia».[2]

Per il Traina, quindi, il termine mafia indica solo: «apparente ardire, sicurtà d’animo»; cioè un modo di essere, una caratteristica ancestrale dell’uomo siciliano. Non è il solo.

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Realtà Vs Interpretazione


Realtà Vs Interpretazione

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La lastra di ghiaccio kantiana

Una delle domande fondamentali che da sempre l’uomo si pone è: «Cosa possiamo conoscere veramente?» Potremmo quasi riassumere l’intera storia dell’umanità in una valutazione, via via cangiante nel corso dei secoli, del rapporto tra essa e la Verità. Cos’è allora la verità? Per alcuni, una cosa che non esiste. Ognuno ha le proprie verità – plurale; alcune perfino in contraddizione fra loro: questo è il nostro secolo. Per altri la verità è trascendenza, è rapporto con Dio che la detiene; in quanto tale, la verità non è alla portata dell’uomo e solo Dio, il nostro rapporto con Lui, se ne può fare garante. Per altri ancora la verità sta in provetta. Essa è il frutto di congetture elaborate e poi verificate sperimentalmente. Anche questa idea ha stimolato, e ancora stimola, il pensiero dell’uomo moderno. Parlando di noi contemporanei, abbiamo due tipi diversi di verità: quella inoppugnabile che ci deriva dalla scienza; quella mutevole della quotidianità, in cui tutto è vero e quindi nulla lo è.

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L’esitazione corre sul filo dei tre punti…


L’esitazione corre sul filo dei tre punti…

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La fortuna di uno dei segni interpuntivi più rappresentativi della nostra epoca

Senza lasciarci sfuggire l’opportunità di citare il caro, vecchio e ormai defunto Zygmunt Bauman a proposito della società dell’incertezza – la nostra – ovvero: «La generazione meglio equipaggiata tecnologicamente di tutta la storia umana è anche la generazione afflitta come nessun’altra da sensazioni di insicurezza e di impotenza», non possiamo evitare di segnalare quanto la funzione allusiva dei tre puntini di sospensione sia perfettamente rappresentativa dell’epoca storica che stiamo attraversando.

Ne usiamo in quantità industriali, indifferentemente dal tipo di mezzo: sms, chat, mail, post, annunci… romanzi perfino. E non parlo di quelli auto-prodotti, i quali sembra si stiano in proposito auto-disciplinando; parlo di romanzi particolarmente quotati, scritti da romanzieri (passatemi il termine) coi fiocchi. Thomas Pynchon, tanto per dirne uno, l’icona del postmoderno chiude quasi ogni periodo con i tre puntini. Se non ci credete andate a leggervi L’arcobaleno della gravità – io l’ho fatto. Ma senza espatriare, giusto per restare cautamente all’interno dei nostri confini, come potremmo non citare Carlo Emilio Gadda: grande anticipatore di tempi. Tra le altre cose, anticipò perfino David Foster Wallace nel non concludere le storie nei propri romanzi. E come loro, tanti altri.

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