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L’esitazione corre sul filo dei tre punti…


Senza lasciarci sfuggire l’opportunità di citare il caro, vecchio e ormai defunto Zygmunt Bauman a proposito della società dell’incertezza – la nostra – ovvero: «La generazione meglio equipaggiata tecnologicamente di tutta la storia umana è anche la generazione afflitta come nessun’altra da sensazioni di insicurezza e di impotenza», non possiamo evitare di segnalare quanto la funzione allusiva dei tre puntini di sospensione sia perfettamente rappresentativa dell’epoca che stiamo attraversando.

Il loquace silenzio del punto


Esso chiude e connette. Secondo la convenzione grammaticale il punto sancisce la conclusione di una frase, di un periodo o di un intero testo. Esso è allo stesso tempo un elemento di divisione e di connessione: divisione, quando sancisce una conclusione; connessione, quando interrompe una sequenza. Il primo caso lo si riconosce perché a seguito del punto cambia l’argomento di cui si parla. Si riconosce il secondo perché cambiano le cose dette sullo stesso argomento. Il procedere a tappe, attraverso la frammentazione del periodo, dà infatti maggiore rilievo alle singole informazioni.

L’interpunzione nei dialoghi


Esistono diversi tipi di segni grafici la cui funzione è racchiudere una citazione. Essi possono essere doppie e basse, dette anche: «francesi o caporali»; oppure possono essere doppie e alte, dette anche: “inglesi o virgolette”; possono persino essere semplici (cioè singole) e alte, dette: ‘tedesche o apici’. Per le citazioni si usano sempre e solo le doppie, sia alte sia basse. Al posto di queste si può adoperare la lineetta lunga. Se le virgolette e le caporali, una volta aperte, richiedono sempre di venire richiuse; la lineetta si chiude solo se il discorso diretto viene interrotto da un inciso o se fa parte di un periodo più lungo. Altrimenti, per alternare il botta e risposta, basta l’andare a capo.