L’interpunzione nei dialoghi

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Come usare la punteggiatura nei dialoghi

Imparare ad adoperare correttamente la punteggiatura non è quasi mai uno spreco di tempo; per uno scrittore lo è ancora meno. L’uso controllato dei segni para-grafemici non solo aiuta chi vi legge a capire ciò che state dicendo, rende anche più naturale e quindi gradevole la vostra scrittura. Ciò che si ama davvero di un romanzo è la capacità dello scrittore di catapultarvi lì: dentro la storia. Gran parte del merito va alla sua immaginazione, una parte cospicua alla capacità retorica; ma retorica e fantasia nulla possono davanti a una punteggiatura scorretta. La naturalezza, in un romanzo, è sempre il prodotto di un abile artificio.

Oggi quindi parleremo di punteggiatura, applicata nello specifico ai dialoghi. Cosa sono i dialoghi, se non il modo più raffinato che uno scrittore ha di simulare la realtà? La cosa importante da ricordare è che un dialogo è sempre una citazione.

«Le virgolette doppie, alte o basse, servono generalmente per racchiudere le citazioni […], e quindi il discorso indiretto, che è la forma citazionale per eccellenza del discorso riportato».[1]

Ma prima di parlare di questo, dovremmo soffermarci a fare la conoscenza con i segni para-grafemici. Gran parte di voi probabilmente li conosce già. Tuttavia, poiché da queste pagine passano normalmente molti curiosi la cui identità per me resta quasi sempre un mistero, conviene risultare pedanti.

Esistono diversi tipi di segni grafici la cui funzione è racchiudere una citazione. Essi possono essere doppie e basse, dette anche: «francesi o caporali»; oppure possono essere doppie e alte, dette anche: “inglesi o virgolette”; possono persino essere semplici (cioè singole) e alte, dette: ‘tedesche o apici’. Per le citazioni si usano sempre e solo le doppie, sia alte sia basse. Al posto di queste si può adottare la lineetta (cioè il trattino lungo). Se le virgolette e le caporali, una volta aperte, richiedono sempre di venire richiuse; la lineetta si chiude solo se il discorso diretto viene interrotto da un inciso o inserita in un periodo più lungo. Altrimenti, per alternare il botta e risposta, basta l’andare a capo.

«Marisa,» chiamò Eugenio, «hai visto dove ho messo i miei occhiali?»

“Marisa,” chiamò Eugenio, “hai visto dove ho messo i miei occhiali?”

– Marisa, – chiamò Eugenio, – hai visto dove ho messo i miei occhiali?

Ogni editore adotta la variante grafica che più si uniforma alla propria tradizione tipografica. In alcuni casi essa può anche variare, all’interno di uno stesso marchio, da collana a collana; ma in queste, e certamente all’interno di uno stesso libro, viene sempre mantenuta una rigida e funzionale coerenza stilistica.

Poiché le virgolette hanno anche la funzione di sottolineare una “accezione” tra i vari significati di una parola, il mio consiglio è di adoperare per i discorsi diretti le caporali. Gli apici, invece, servono generalmente a indicare una ‘menzione’, ossia non il suo significato ma la forma stessa della parola: ‘interpunzione’ significa “relativo alla punteggiatura”. Allo stesso scopo si può adoperare il corsivo. O l’uno o l’altro, mai insieme. Infine, le virgolette segnano anche una citazione all’interno di una citazione.

«Oggi più che mai è da apprezzare la soluzione scelta da Albert Einstein […] che sul modulo d’immigrazione, a fianco alla domanda: “A quale razza appartiene?” scrisse: “Alla razza umana”.»[2]

Tuttavia, come dicevamo, ogni casa editrice ha la propria tradizione tipografica. L’unica cosa che vi deve importare, quando spedite un manoscritto a un editore, è l’uniformità della vostra scelta stilistica. Sarà poi l’editore a decidere quale tipo di interpunzione adottare per la stampa.

In questo articolo non analizzeremo le differenti soluzioni adottate dai vari editori, per farlo vi basti aprire un libro qualsiasi e osservarle da soli. Ciò che mi preme, è chiarirvi che una volta scelta una strada, adottata una soluzione, la si dovrà percorrere fino in fondo. La punteggiatura, cioè,  dev’essere omogenea e uniforme. Passare da una grafica all’altra non è né serio né proficuo, e può dare adito a equivoci. Perfino quegli autori che adottano un’interpunzione anti-convenzionale, e penso ad esempio a McCarty o Joyce, mantengono all’interno di uno stesso romanzo una rigida coerenza stilistica.

Tuttavia ogni normativa può essere piegata o aggirata se è funzionale alla semantica dell’autore. In questo caso penso, ad esempio, a Laurence Sterne che nel suo romanzo Vita e opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo adotta una grafica indubbiamente fuori dai canoni; perfino incoerente. Quello che dev’essere chiaro, però, è che la sua è una scelta ragionata, né dettata dal gusto né dalla stravaganza; semmai serve a ottenere un certo effetto per veicolare al meglio il messaggio dell’autore.

«Quale punteggiatura associare agli indicatori grafici del discorso diretto è argomento controverso».[3]

Per ciò che riguarda l’uso della punteggiatura all’interno degli indicatori grafici, prevalgono le scelte individuali. Le oscillazioni che si posso osservare nelle varie pubblicazioni ne sono un riscontro puntuale. Tuttavia possiamo indicare alcune norme stabili, come ad esempio l’uso dei due punti quando il discorso diretto è introdotto da un enunciato…

E quindi egli mi disse: «Sei l’amico più caro che ho, ma non fai parte della famiglia».

… a cui segue sempre l’uso della maiuscola per la lettera iniziale della prima parola citata. Un’altra questione piuttosto controversa riguarda il come adoperare la punteggiatura quando il discorso diretto è interrotto o seguito da una didascalia.

«Comincia,» mi ha sussurrato in un orecchio.[4]

La virgola deve stare dentro o fuori le caporali? e il punto? L’unica certezza riguarda i punti interrogativo, esclamativo e di sospensione, che vanno sempre collocati all’interno del segno para-grafemico di chiusura.

«Uhm…» grugnì l’autista. «Ha detto?»[5]

A tutti gli altri segni si riconosce una certa libertà di posizione. A quel punto è la casa editrice, o in mancanza, l’autore a decidere come gestirle. Si raccomanda comunque di agire secondo buon senso; lo stesso buon senso che si adopera normalmente con la punteggiatura fuori dai dialoghi. Dobbiamo fare lo sforzo di intendere le interpunzioni come le “istruzioni per la lettura” di uno scritto.

_____________________

Note

[1] Bice Mortara Garavelli, Prontuario di punteggiatura, Edizioni Laterza 2011

[2] L. Cavalli Sforza, A. Piazza, Razza o pregiudizio? L’evoluzione dell’uomo fra natura e storia, Einaudi 1996

[3] Bice Mortara Garavelli, Ivi p. 32

[4] Niccolò Ammaniti, Io non ho paura, Einaudi 2001

[5] Maria Corti, Voci dal Nord Est, Bompiani 1986

140 Comments on “L’interpunzione nei dialoghi

    • In realtà no, anche se hai fatto bene a indicarlo; e ti spiego il motivo: dando per scontato che basta aprire un libro per prendere nota di come le diverse case editrici adoperano i segni para-grafemici, io sono dell’idea che allo scrittore questo non debba assolutamente importare. La casa editrice farà il suo editing grafico comunque. Ciò che deve interessare lo scrittore è presentare alla casa editrice un prodotto il più possibile uniforme. Tra l’altro quel documento l’avevo già letto anni fa, ma qualcuno si è preso la briga di verificarlo?

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  1. Se penso ai dialoghi mi suonano ancora in testa le parole della mia maestra delle elementari, a mo di filastrocca: disse due punti a capo aperte virgolette 😀
    Il mio dubbio è sempre su dove vada la punteggiatura, se dentro o fuori, alla fine ho visto che ognuno fa a modo suo. Io ad esempio qui:
    «Marisa,» chiamò Eugenio, «hai visto dove ho messo i miei occhiali?»”
    la virgola dopo Marisa l’avrei messa fuori, immaginando il blocco «Marisa» come elemento a se stante e il chiamò Eugenio come inciso. Però la frase senza l’inciso sarebbe stata «Marisa,hai visto dove ho messo i miei occhiali?», quindi quella virgola dopo al vocativo farebbe parte della citazione. Dentro e fuori dunque? Sarebbe ridondante. Però vedo che, ad esempio, Adelphi è ridondante quando scrive, ad esempio:
    «Via, sta’ zitto!».
    Non bastava il punto esclamativo? 😛

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    • Allora, come dicevo nell’articolo la posizione di alcuni punti è arbitraria. Io, personalmente, adopero il sistema che hai indicato tu. Tra l’altro, la virgola dopo Marisa ha il pregio di sottolineare il soggetto – ne parleremo la prossima settimana – che non è poca cosa. Dopo via il discorso è lo stesso: lo scrittore mette la virgola per sottolineare quella particella e dare maggior carattere all’espressione.

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        • No, non è obbligatoria. In realtà non dovresti usare il metodo che “più ti aggrada graficamente” ma quello che veicola meglio la semantica della tua comunicazione. 😉

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          • Devo dirlo a Samy che su un altro forum è stata ripresa per non aver messo una virgola dopo il vocativo 😀
            Ma ciò che aggrada la vista non veicola meglio il messaggio? (ti avviso che uso lo stesso metodo con l’ingegneria) 😛

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  2. Per me stessa uso le virgolette, però ogni casa editrice predilige un tipo diverso. Le caporali è all’ultimo posto come scelta, ma è una questione legata a chi devi scrivere. Grilloz sarà che ho lo stesso ricordo della mia maestra che diceva uguale. Grazie per l’info.
    Sulla punteggiatura fuori e dentro le virgolette avevo visto una lezione sulla nostra nave. 😀
    Mi toccherà andare a ripassare. 😉

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    • Io preferisco le caporali: non solo hanno il merito di sottolineare visivamente con maggiore marcatura la citazione, ma soprattutto non crea dubbi quando nel discorso serve indicare al lettore una “accezione semantica”, compito riservato alle virgolette.

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      • In effetti. Le virgolette del dialogo sovrapposte a quelle di una citazione ( detto tra virgolette, per intenderci), può creare visivamente e a livello di lettura una confusione. Mi convertirò all’uso dei caporali. Tuttavia non è indispensabile scervellarsi più di tanto. Come dici tu, sarà l’editing grafico della casa editrice ( ho difficoltà a scrivere “editrice” , mi viene ” editorial” in spagnolo. Ammetto che devo pensare alla parola. E non è la prima volta. Un lapsus frequente.) a scegliere quale usare.

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          • Non è semplice. Non pensare che la stessa frase sia traducibile letteralmente. Avevo iniziato a studiare spagnolo per fare la traduttrice di libri. Ci sono scuole apposite. Non ci si improvvisa. Lavoro tosto anche sulla traduzione italiano- spagnolo che, sembra più semplice perché non sono così diverse come linguaggio, ma non lo è. Ci sono frasi che non hanno senso nell’altra lingua. Non è solo tradurre, ma portare quella stessa orazione al parlato. La domanda dovrebbe essere questa: -Ma tu sai scrivere un romanzo? –
            Già sarebbe tanto rispondere di sì.
            È quello che proviamo a far tutti. Scrivere. Complicato e bello nella nostra lingua, in un’altra è il passo successivo. Mi sembra tantissimo.
            C’era un periodo che parlavo così tanto in spagnolo durante la giornata che dovevo fermarmi e vedere chi avevo davanti a me. Ero dentro la lingua e mi veniva di farlo con gli altri qui. Era naturale. Una sensazione bellissima quando ti rendi conto che pensavi in spagnolo. Mi manca parlarlo. Devo ritrovare il tempo e praticarlo.

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      • Io preferivo il trattino, ma sono passato alle caporali. Le virgolette alte sono più pratiche per questioni di tastiera, ma ho risolto con la sostituzione automatica 😉

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  3. Stiamo leggendo una saga per ragazzi. Ho trovato che hanno usato tipi diversi di segni per i dialoghi. Anche sulla stessa pagina. Appena posso, controllo e ti dico. È corretto usarne diversi nello stesso libro? A me sembra anomalo. Non ho mai incontrato così in un altro libro.

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    • No è anomalo. I motivi possono essere due: scarsa cura grafica dell’editore – in quel caso indicaci chi è l’editore; oppure è giustificato da qualche motivo semantico: lo scrittore, cioè, con il cambio di grafica vuole “mostrare” qualcosa al lettore. La domanda è: cosa?

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  4. Ho preso in mano un libro tedesco e Uberashung!!! (Sorpresa, ndr) usano i caporali al comntrario, tipo:
    »Was machst du!«, sagte er
    (appena riesco vado a sbirciare in libreria i libri di altre case editrici :P)

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  5. Io di solito uso le virgolette alte. Di norma, seguo gli stessi principi che tu hai menzionato nel post. Unica variante:

    «Comincia,» mi ha sussurrato in un orecchio.

    Ecco. Io qui avrei posizionato la virgola fuori dalle virgolette.

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      • E come faresti, con una frase del genere?
        Altra cosa. Salvatore disse: “….”
        Ecco, qui la minuscola mi sembra più logica perché la frase non si sta interrompendo. Però se è sbagliato ci vuole poco a cambiare routine.

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        • Dopo i due punti la grammatica italiana vuole la maiuscola, proprio perché è una citazione. La frase che hai scritto nel commento sopra, io l’avrei scritta esattamente così: con la virgola dentro le caporali.

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          • Non sempre la grammatica segue la strada della logica. Noi ci adeguiamo, per carità. A volte mi piacerebbe essere abbastanza rivoluzionaria da inventare nuove regole, anziché limitarmi a seguire quelle esistenti, ma non ne ho il coraggio: metto da sempre la maiuscola dopo i due punti anche se non mi piace. Ci arriverò. 😀

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    • Concordo: legittime tutte le soluzioni ma in quel caso il bambino protagonista è sotto le coperte del letto della sorella e la sorella gli dice, anzi sussurra, “Comincia,” perché lui deve raccontarle una favola. Poteva anche mettere i puntini di sospensione, ma quella virgola, messa così dentro le caporali, è perfetta, secondo me. Messa fuori renderebbe quel “Comincia” quasi un imperativo. 🙂
      Adoro questi dettagli, faccio un po’ come Flaubert.

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  6. Interessantissimo oggi questo episodio di ripasso di grammatica. Io reduce dai ricordi scolastici amo usare le caporali, ma al primo contatto con una casa editrice (piccola, ma con diversi libri al suo attivo) mi sono sentita dire che era obsoleto e brutto a vedersi. Solo trattini. Non essendo una luminare con il pc ho quindi sostituito il tutto e scombinato l’intero testo perché in word il trattino diventa anche rientro. Mi sono complicata la vita per poi non concludere con la casa editrice. Leggendo quanto hai scritto però trovo che lasciare la libertà delle tre tipologie di segni possa generare confusione nell’autore. Specie se poi si ritrova tutto cambiato al momento della pubblicazione. Per la punteggiatura a me piace metterla interna al discorso diretto a meno che non si tratti di incisi e allora anche esterna è necessaria.

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    • Be’ la libertà nasce dalle diverse tradizioni tipografiche: non ci si può fare niente. Io ormai dubbi non ne ho più. All’inizio mi ponevo anch’io dei problemi. Ormai ho stabilito la linea grafica che mi semplifica maggiormente il lavoro e rende più comprensibile il testo al lettore, e lì sto. Per quanto riguarda l’affermazione di quella piccola casa editrice che hai citato – che le caporali sono obsolete e brutte a vedersi – io avrei detto esattamente l’opposto: le lineette sono vetuste e brutte da vedere. Capisci da te che va a gusto. Ma al di là del gusto, a me pare che le caporali rendano più chiaro il testo agli occhi del lettore. Se costruisci un dialogo complesso, ad esempio, pieno di incisi, alla fine con le lineette non ti ritrovi più. Le lineette vanno bene per testi alla Pavese: pochissimi dialoghi e molto narrato.

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    • In realtà con un paio di trucchetti potevi sostituirli in un attimo senza danni 😉 se ti ricapita chiedi pure.
      P.S. consiglio di disattivare la funzione “elenchi automatici” di word, a me da un gran fastidio 😉

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        • Comunque mi permetto di dire che non esiste che facciano fare questo lavoro a te. Spetta al correttore di bozze. Già solo il fatto che chiedano di modificare all’autore la grafica dei dialoghi (se questi sono corretti e la questione è solo estetica) è un segnale di non serietà.
          PS: a me piacciono le lineette, sopratutto nei dialoghi serrati con pochi incisi (si vede che è proprio gusto personale…)

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          • Io ho davvero una scarsa esperienza e quindi ho usato tutte le situazioni per farne bagaglio, ma devo dire che anche a me è parso strano il discorso. Ora come ora so che è indice di scarsa professionalità della casa editrice e che si tratta di estetica risolvibile con qualche ora di lavoro del correttore, ma questo la dice lunga sul sottobosco che si incontra. Purtroppo.

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  7. La bellezza dello scrittore indipendente è anche questa: sei tu a scegliere. Nessun editore imporrà un formato non desiderato. Anche se questo richiede maggiore responsabilità e controllo sullo scritto.

    A me non piacciono proprio le lineette. Magari se il libro nei dialoghi non ha didascalie, allora forse sono leggibili. Ma in un dialogo articolato generano molta confusione con gli apri e chiudi. E quando un lettore deve rileggere perché non ha capito gli stacchi non è un buon segno.

    Io uso le caporali, sono le più chiare e determinano bene gli attacchi del dialogo.
    In tal senso anche le virgolette sono poco chiare essendo in alto.
    Le caporali sono perfette perché poste proprio sul testo: aprono e chiudono visivamente.

    Invece sulle lineette molti sbagliano, soprattutto gli autopubblicati, ma anche qualche editore.
    Avendo studiato correzione di bozze, i simboli sono tre e hanno funzioni differenti:
    Il segno corto è il trattino –
    Il segno medio (corretto) è il dialogo –
    Il segno lungo è l’inciso del testo — 

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  8. Fan del trattino einaudino:
    http://www.einaudi.it/var/einaudi/contenuto/extra/978880618043PCA.pdf
    Credo sia perfetto nei racconti e romanzi con botta e risposta, nelle opere secche, dove non c’è bisogno del trattino di chiusura (bruttissimo).

    Le virgolette( le più usate dagli americani) mi piacciono, ma devono essere usate solo per i dialoghi, niente citazioni e nomignoli.

    Le caporali… non so, forse sono le migliori come impatto estetico e funzionalità, ma mi sembrano pesanti.

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  9. Una volta ho trovato in rete un articolo sull’uso delle virgolette nella varie case editrici, l’ho stampato e quando scrivo lo consulto in caso di dubbi. A me comunque adesso piacciono molto i caporali, una volta usavo le virgolette alte, e comunque spesso consulto anche i libri già letti…

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  10. Vorrei aver letto questo articolo quando ho iniziato a scrivere ed ero del tutto persa sulla punteggiatura nei dialoghi.
    Io uso la lineetta e il redattore di Delos non mi fa mettere la virgola prima di chiuderla, ma mi fa fare così:
    – Certo che è una bella giornata – disse Martina. – Nonostante quelle nubi laggiù.

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    • Probabilmente non gli piace vedere accostati due diversi segni para-grafemici: la virgola seguita immediatamente dalla lineetta. Nel caso della lineetta ha probabilmente ragione lui. Se invece adoperassi le caporali – come consiglio caldamente – allora il problema secondo me non sussisterebbe.

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        • Ufficialmente ufficialmente non so. Ma guarda che gli scrittori (che si credono tanto illuminati, ma che in gran parte appartengo alla schiera degli imbecilli) dovrebbero avere un’etica verso il pianeta terra che li ospita. Viviamo in una sottilissima bolla d’aria, e al momento… toh, non ne abbiamo altre a disposizione.
          Gli scrittori con la loro mole di carta (per lo più inutile e invenduta) sono causa di buona parte della deforestazione della terra (meno male che i giornali stanno già sparendo). Specie animali uniche si estinguono perché imbratta carte, decidono di scrivere libri che per lo più non leggerà nessuno.
          Se io ad esempio fossi un grande scrittore (ovvero uno col potere contrattuale), imporrei all’editore l’uso di carta riciclata per i miei libri.
          Anni fa Sepulveda, la Allende e qualche altro saggio, avviarono un movimento per sensibilizzare i colleghi sull’uso della carta riciclata. La cosa finì nel nulla, perché a quanto pare, i colleghi scrittori, nella loro vana vanagloria esistenziale, sono troppo occupati a frignare perché non vincono il premio Nobel, lo Strega, o il premio della sagra della salsiccia.
          Sono talmente stupidi da contribuire con un impatto massiccio alla morte del nostro pianeta. Capisco che questi sembrano discorsi da invasati ambientalisti, ma ti garantisco che sono discorsi di scienza, biodiversità, generazioni future e di cambiamenti climatici.
          Gli stessi cambiamenti che quando devastano le nostre città con alluvioni e frane ci vedono attoniti e piagnoni.

          Ecco, se tutte le stupidaggini che gli scrittori scrivono, avessero un pelo di saggezza, il mondo sarebbe un posto decisamente migliore.

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          • Come non sottoscrivere?! Ci tengo a sottolineare che le davo del “cretino”, caro onorevole, con bonarietà: perché mi era piaciuta la battuta. 🙂

            P.S. adesso faccio valere il mio potere contrattuale e scrivo a Mondadori: d’ora in poi che pubblichino le loro riviste su carta riciclata, altrimenti me ne vado! Quando smetteranno di ridere e vedono che sono serio, secondo lei che faranno?

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            • Lo so cavaliere che lei scherza, come me.
              Però questo è un argomento che nessuno scrittore, intellettuale, dibattiti sui libri, convegni. Nessuno. Si parla parla parla di tutto, tranne che di questo. Non passa per l’anticamera del cervello del mondo editoriale.
              L’uomo da materia inerte è riuscito a concepire se stesso guardando le stelle, ipotizzando il big bang. E l’editoria non riesce a concepire se stessa, nel suo impatto e nel suo valore. Ed è un paradosso, perché gli scrittori dovrebbero avere sensibilità, acume, intellighenzia come dote naturale.

              Tu non puoi nulla con Mondadori, come io mi dovrò rassegnare al fatto di pubblicare la mia versione cartacea con Create Space e la carta che mette a disposizione. Se mettessero la riciclata sarei disposto a rinunciare a parte delle royalty, ma purtroppo non è prevista. I soldati posso poco, quando a comandare sono i generali.

              Io non sono un detrattore dei libri di Volo. Figuriamoci. Forse sono migliori di scrittori che si credono dei e scrivono libri illeggibili.
              Però il suo ultimo libro con una frase per pagina e i puntini di sospensione in un foglio interamente bianco, è una bestemmia contro gli alberi. 😀

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            • Per quel che ne so io, la maggior parte del riciclo della carta viene utilizzato per gli imballaggi. La carta da libro richiederebbe una lavorazione ulteriore che incrementerebbe i costi della materia prima. In teoria la carta dei libri dovrebbe essere certificata FSC. Ma non so se c’è un obbligo di legge in tal senso. Resta il fatto che una produzione eccessiva di carta è comunque uno spreco. Quella dei quotidiani mi pare che sia tutta riciclata. Lì il ciclo è semplice. Cartiera, stamperia, edicola, macero, cartiera. Basta vedere le pile di giornali invenduti nelle edicole, e che comunque vengono stampate perché agli inserzionisti pubblicitari devono mostrare la tiratura elevata.

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        • Mamma mia… Gli ha fatto barba e capelli… e poi, non contenta, col rasoio ben affilato, ha premuto ancora un po’ di più… O.O

          Come tagliare le ali a Fabio Volo…

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  11. È un argomento molto interessante. Avrei, anzi, da sottoporre un dilemma. Quando scrivo tendo a servirmi di un sistema, per il discorso diretto interrotto e poi ripreso, che mi pare di ricordare d’aver tratto da qualche libro (non so quale): esiste? Sarebbe questo (l’esempio è fabbricato sul momento):
    《Va bene – gli rispose il medico – purché non si sottoponga a sforzi eccessivi》.

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  12. Io sono amante dei trattini nei dialoghi, purtroppo la maggior parte delle case editrici predilige le virgolette per cui quando ho iniziato a scrivere ho usato le virgolette basse. Poi a un certo punto della prima stesura sono ripartita da capo e ho sostituito tutte le virgolette coi trattini, pur consapevole del rischio che corro. In fondo, non so nemmeno se cercherò di farmi pubblicare, quindi perché piegarsi al volere dei più se non costretti? 😀

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  13. Ah, ho poi fatto quella ricerca statistica in libreria e il 100% del campione è risultato con i caporali invertiti, sarà che i tedeschi sono più ligi alle regole?
    In realtà me ne è capitato uno con le virgolette alte, ma dopo lo stupore iniziale mi sono accorto che era in lingua originale inglese 😛 (a dimostrazione di quanto sono distratto)

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      • A titolo di curiosità, una volta capito il mio errore ho sbirciato un po’ di testi inglesi e… (qui i puntini servono a creare la suspense 😛 )
        uno aveva le virgolette alte, uno le virgolette singole, uno i trattini… (qui invece i puntini servono a interrompere un elenco 😉 )

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        • Non solo: anche da noi i puntini di sospensione (che se si chiamano così un motivo ci sarà) servono a creare suspense. I puntini, nella grammatica italiana, hanno tre funzioni: 1. indicare che un elenco potrebbe continuare ancora a lungo; 2. creare… suspense; 3. indicare una interruzione del discorso (soprattutto nei dialoghi, dove un personaggio viene interrotto da un altro).

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  14. Come lettore trovo odiosissima la punteggiatura inserita in coppia con i separatori. Mi spiego partendo da uno degli esempi.

    «Marisa,» chiamò Eugenio, «hai visto dove ho messo i miei occhiali?»
    “Marisa,” chiamò Eugenio, “hai visto dove ho messo i miei occhiali?”
    – Marisa, – chiamò Eugenio, – hai visto dove ho messo i miei occhiali?

    Le due virgole dopo Marisa ed Eugenio mi fanno sanguinare gli occhi. Lo so benissimo che secondo la regoletta di eliminare tutti i caporali quelle virgole sono corrette, ma mi disturbano lo stesso. Per come la vedo io sono ridondanti, perché quel caporale che chiude il dialogo dopo Maria rappresenta di per sé una pausa e una separazione, così come lo fa quello dopo Eugenio che riapre il dialogo. Per questo motivo, a rischio di sembrare ignorante e con la consapevolezza che il 99% degli editor mi correggerà questi come “errori”, quelle virgole io le ometto sempre e da sempre.

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    • Non sono d’accordo, Mario. Ovviamente non contesto i tuoi gusti, che in quanto tali sono personali e non imputabili. Contesto invece questa affermazione: «[…] perché quel caporale che chiude il dialogo dopo Maria rappresenta di per sé una pausa e una separazione». Le caporali, e qualsiasi segno parentetico, non rappresentano mai una pausa o una separazione: non è questo il loro scopo. Il loro scopo è quello di indicare al lettore una citazione (perfino il contenuto all’interno delle parentesi tonde può essere considerato una citazione – dell’autore che si rivolge direttamente al lettore fuori dal contesto dello scritto – di cui Manzoni era un grande utilizzatore). Le caporali, quindi, non si sostituiscono ai segni interpuntivi. Infatti le parentesi rientrano nella casella dei segni parentetici; le virgole e gli altri segni analoghi in quella delle interpunzioni. Hanno, cioè, una funzione diversa e quindi affiancabile.

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      • Mi è chiaro questo Salvatore, non contesto il fatto che sia la regola corretta, semplicemente non mi piace perché trovo il testo meno scorrevole e non mi sembra aggiunga utilità, nella pratica. Quindi, mettila così, da scrittore non ho problemi ad adattarmi alle richieste dell’editore, dunque se venissi editato da una casa editrice non avrei alcun problema a mettere le suddette virgole, anche se mi infastidiscono.
        Ma quando pubblico in autonomia, ricopro anche il ruolo di editore, ed è in quel ruolo che quelle virgole ho deciso di ometterle. Che questo sia contrario a una convenzione consolidata e accettata lo so, mi chiedo piuttosto cosa ne pensa chi legge. E secondo la mia opinione chi legge non ha bisogno di quelle virgole.
        Ecco, mi chiedo se sono l’unico a vederla così, forse no, non mi sono appuntato i casi, ma mi sembra di aver incontrato varie volte libri dove si adottava questo stesso approccio.

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