Metti una sera a cena


Metti una sera a cena

Prefazione

Il racconto che segue presenta immagini forti, non ideali a un pubblico giovane, o di perbenisti, moralizzatori e baciapile. Altresì, il racconto non rispecchia le idee e i gusti dell’autore. Buona lettura…

*** 

L’attesa sa essere frustrante. Ad esempio quando inviti qualcuno a cena. Qualcuno di importante. Qualcuno di atteso. Fremi, contando minuti che non sembrano passare. Gli occhi cercano di continuo l’orologio. La delusione segue lo sguardo, solo pochi secondi dall’occhiata precedente. È così che mi sento io questa sera.

Lei invece no. È tranquilla la mia mogliettina. Un po’ sorpresa a dire la verità, perché di ospiti non ne riceviamo quasi mai. In cucina canticchia. Lo fa sottovoce. Mentre canticchia prepara da mangiare. È felice, perché questa sera potrà parlare con qualcuno che non sia io. O forse canta per scaricare la tensione.

Non sono complicate da capire le donne. Lo sono più io. Dopo quasi dieci anni di matrimonio, lei ha ormai rinunciato a studiarmi. Accetta le mie stranezze come una nota pittoresca in una quotidianità banale. Come questa sera ad esempio. Entrando dalla porta le ho solo detto: «Amore, prepara per tre. Abbiamo un ospite a cena».

Mi ha guardato come fossi matto. Io che invito qualcuno a casa le dev’essere sembrata una cosa folle. Però ha chiesto: «Chi è che viene a cena, tesoro?».

L’ha chiesto ferma nel tinello. Immobile. Con le mani poggiate sul ventre e gli occhi spalancati. La bocca semi aperta. La sorpresa e l’agitazione visibili come feromoni impazziti. Potevo sentire i suoi occhi seguirmi mentre mi levavo la giacca e sfilavo le scarpe.

«Un fornitore» le ho risposto. «È venuto a trovarci in azienda e mi dispiaceva lasciarlo solo a cena».

«Ma non sono presentabile…» ha cercato di protestare.

«Non c’è bisogno che ti metti in ghingheri. Stai pure comoda» le ho risposto.

«… e non abbiamo nulla in casa».

«Andrà benissimo quello che prepari di solito. È uno alla mano, vedrai».

«A che ora dovrebbe arrivare?» ha chiesto guardando verso il muro. L’orologio a parete segnava le cinque e mezza, l’ora di sempre quando rientro dall’ufficio.

«Verso le otto» le ho risposto. «Passa prima in albergo, a cambiarsi».

«Potevate andare a cena fuori…» ha suggerito, mettendo su un broncio che sa di finto. «Bastava che mi avvertissi».

«Preferisco cenare a casa, così stiamo più comodi. E poi ci tengo a presentartelo».

Non sono servite altre parole. Si è infilata in bagno, in barba alle preoccupazioni per il cibo, e ha iniziato a preparare se stessa.

Le sono volute quasi due ore per farsi la doccia; cospargersi di crema idratante; asciugarsi i capelli; farsi la piega; truccarsi; vestirsi… Adesso Indossa un vestito nero, attillato sui fianchi e morbido sulle cosce. Le spalle sono scoperte. Una scollatura modesta, ma invitante, attira lo sguardo sui seni. Ai piedi, scarpe nere con tacchi bassi. Non indossa calze invece. È estate e fa caldo.

Poi si è infilata il grembiule e ha iniziato a preparare la cena. Io ho apparecchiato la tavola. Adesso attendo seduto, fumando la pipa. Le lancette scattano in avanti con lentezza, come se dovessi spingerle con gli occhi per farle avanzare.

«Che tipo è il tuo collega?». Lo chiede con disinvoltura la mia mogliettina. So che dietro la facciata di distaccato interesse si nasconde un abisso di curiosità femminile. Freme per l’attesa anche lei.

«Non è un collega tesoro, è un fornitore».

«Sì, che tipo è?».

«Vuoi sapere com’è di carattere o di aspetto?».

Lei ci pensa su un attimo. Poi dice: «Lo conosci così bene da saperne il carattere?».

«No. Non così bene. Sembra uno modesto però. Cordiale. Non l’avrei invitato altrimenti».

«Infatti mi stupisce un po’ che tu l’abbia fatto. Non sei solito invitare estranei in casa. Neanche gli amici…». Mentre lo dice si interrompe, come a voler sottintendere qualcosa che faccio finta di non cogliere.

«Lo conosco da qualche tempo, anche se capita da queste parti solo una o due volte l’anno. Mentre eravamo in ufficio abbiamo chiacchierato un po’. Si è lasciato da poco con la moglie».

«Oh poverino, mi dispiace. Hanno figli?».

Noi non ne abbiamo. Non ci siamo riusciti.

«Una bambina» rispondo. «Mi ha mostrato la foto. Sta con la madre. Lui per lavoro viaggia parecchio e non potrebbe occuparsene. Mi ha dato l’impressione d’essere un uomo solo».

«E per questo che l’hai invitato, ti ha fatto tenerezza?».

«Può darsi, sì. Ma non solo…».

«E per cos’altro?».

Il suono del campanello giunge proprio quando non ci stavo più pensando. Tipico che sia così. Guardo l’orologio. È puntuale. Apro e lo attendo alla porta. La mia mogliettina si agita invece. Si leva il grembiule armeggiando nervosamente con i nodi. Poi lo lancia su una sedia e si sistema la gonna. Si tocca i capelli. Inspira ed espira.

Lo so perché la osservo.

Lui arriva con passo lento. Quando è sul pianerottolo occupa quasi tutta la porta. È alto. Con spalle larghe e un fisico asciutto. La faccia cavallina è sorridente. In mano tiene una bottiglia di vino bianco e un mazzo di rose rosse. È vestito bene, ma senza cravatta. Forse non voleva sembrare troppo formale.

«Benvenuto» lo saluto porgendogli la mano.

La sua è grande e forte. Stringe la mia con cordiale decisione, ma senza premere troppo.

«Grazie per l’invito Fosco, sei stato gentile. Non vorrei disturbare però».

«Non dirlo neanche per scherzo. Vieni, accomodati». Mentre lo invito a entrare gli libero la mano dal vino.

«Questa è mia moglie Barbara. Lui è Giorgio». Li presento. Poi mi sposto di lato per lasciarlo passare.

Barbara attende con un sorriso forzato e le mani giunte davanti alle cosce, come se si preparasse a una preghiera. Le spalle, però, sono dritte. Segno che la modestia è una finzione.

Giorgio si fa avanti e le porge le rose. «Queste sono per lei, signora. Grazie per l’invito. Mi dispiace esserle capitato in casa con così poco preavviso».

«Oh non importa» risponde Barbara, poi prende le rose. «È un piacere invece, riceviamo sempre così pochi ospiti». Lei allunga la mano e lui si affretta a stringerla. Restano fermi così, per un secondo. Gli occhi di lei in quelli di lui. Lui le sorride. Non c’è imbarazzo. Poi Barbara si riscuote, sfila la mano e abbraccia le rose.

«Vado a metterle in un vaso» dice. «Non doveva disturbarsi» dice. «Sono molto belle» dice. Mentre lo dice si avvia in sala, ma continuando a voltarsi verso Giorgio.

«Nessun disturbo signora. Avete un appartamento bellissimo». Giorgio lo dice guardandosi intorno.

«Vieni, accomodati» gli faccio io, «ti faccio strada». Lo conduco nella sala da pranzo e appoggio la bottiglia sul tavolo. Lui mi segue senza alcun disagio.

«Sfilati pure la giacca» gli dico, «non serve essere formali. Meglio stare comodi».

«Preferisco anch’io» concorda. Poi si sfila la giacca e si guarda attorno per vedere dove appoggiarla.

Gliela prendo dalle mani. Lui sorride e con il mento accenna un ringraziamento.

«Spero che non si aspetti una gran cena. Ho avuto poco tempo per preparare». È Barbara a dirlo. La sento mentre vado in camera a posare la giacca.

«Signora, la prego. Mi mette in imbarazzo. Mi devo scusare di nuovo per essere capitato così, all’improvviso, ma suo marito sa come insistere quando vuole».

«Davvero?».

«Qualsiasi cosa ha preparato sono sicuro sarà buonissima. Se ha un cavatappi apro il vino, così lo facciamo respirare».

«Certo, glielo prendo subito».

Torno in sala e vedo la mano di lui sfilare il cavatappi da quella di lei. Nulla di male, se non avesse indugiato un attimo di troppo. Faccio finta di niente. È un tipo cordiale Giorgio.

«Allora che ti pare della mia mogliettina?» gli chiedo.

Lei sembra turbata dalla mia domanda. Mi guarda come se l’avessi insultata. Poi abbassa la testa. Le gote paiono scurirsi. Non sa che dire. Giorgio stappa la bottiglia con un stock che sa di buono. Poi annusa il tappo e lo mette giù, sul tavolo.

«Annata eccellente» dice guardando Barbara, «davvero eccellente». Poi si volta verso di me e mi strizza un occhio.

«Vogliamo iniziare?» chiedo rivolgendomi a Barbara.

Lei si scuote. «Sì, certo. Sedetevi, porto i piatti».

Mi siedo a capotavola. Giorgio e Barbara si mettono uno di fronte all’altro. Giorgio versa il vino a tutti e tre, poi solleviamo i calici guardandoci negli occhi.

«A cosa brindiamo?» chiede lui.

«All’ospite» dice lei.

«Alle cene fra amici» concludo io.

Barbara, il suo bicchiere, lo scola in fretta. Io e Giorgio sorseggiamo appena.

La cena non è elegante e nemmeno raffinata, ma ravvivata da una stupenda atmosfera imbarazzata. Carica di aspettative. Almeno per me.

«I miei complimenti signora, tutto buonissimo». Giorgio posa la forchetta e si distende soddisfatto contro lo schienale della sedia. Il cibo l’ha divorato.

«Non è niente di che» risponde lei. «Con così poco preavviso…».

«Riparti domani?» chiedo a Giorgio.

«Sì, purtroppo. Mai fermo più di un giorno nello stesso posto» risponde lui.

«Dev’essere una vita dura,» commenta Barbara, «sempre lontano da casa».

«La mia casa sono io» dice Giorgio alzando le spalle. «Se non la pensassi così, non credo che potrei. E poi una casa vera non ce l’ho più».

«Fosco mi ha accennato,» ammette Barbara, «mi dispiace molto. Ha divorziato da poco?».

«Barbara, non mettere a disagio il nostro ospite». La guardo con cattiveria. A volte, le parole, le escono così, senza pensarci.

«No, non ho alcun problema a parlarne» interviene Giorgio, placandomi. Poi si rivolge a Barbara: «Purtroppo quando si manca spesso da casa è inevitabile che i legami si assottiglino. Una volta ho conosciuto un uomo che faceva un lavoro simile al mio. Anche lui era continuamente in viaggio. Era sposato da poco e aveva una moglie giovane e bella che restava troppo tempo sola in casa. Lui sapeva che soffriva molto il distacco. Glielo leggeva negli occhi tutte le volte che preparava la valigia. Così, un giorno, ha iniziato a litigare. Volutamente, intendo. Ogni volta che doveva partire, trovava una scusa per farla infuriare. In questo modo, almeno nei primi giorni, la giovane moglie non avrebbe sofferto la sua mancanza. Quando poi rientrava, il tempo aveva ormai fatto sedimentare il malumore. Così si perdonavano a vicenda, tubando come la prima notte di nozze».

«Tecnica interessante» dico ammirato.

«Funzionava davvero?» chiede invece Barbara.

«Un giorno rientrando a casa prima del dovuto ha trovato la moglie a letto con un altro» risponde Giorgio alzando le spalle.

«Allora direi di no» dico io.

«Una fine scontata» afferma Barbara.

«Davvero?» chiede Giorgio. «Perché scontata?».

«Mi pare ovvio,» ribatte lei, colta alla sprovvista. «Lui era sempre via e lei sempre sola. Litigare ogni volta che andava via, poi, non è stata un’idea così furba. Alla fine la poverina si dev’essere stufata».

«Ma lui lo faceva per la moglie, per non farle sentire troppo la mancanza».

«E gliel’ha mai detto che lo faceva per lei?» domanda Barbara con  sarcasmo. Il vino ha iniziato a disinibire le sue reazioni.

«Quindi giustifica il tradimento?».

«No, non dico questo. Ma se lasci una donna sempre sola devi aspettarti che qualcosa del genere possa accadere».

«Questo perché le donne tradiscono per natura, Barbara?» chiede Giorgio, passando al tu. Mentre lo chiede, la guarda dritta negli occhi.

«Non vedo perché dovremmo essere diverse da voi uomini» afferma lei. «Chi dice che il maritino, mentre era in viaggio, non tradisse a sua volta la moglie?».

«Nessuno, certo. Quindi, nel dubbio, meglio tradire. È così?».

«Dico che se il marito ci teneva davvero alla sua donna, avrebbe potuto cercare un lavoro diverso. Ci sono donne che non soffrono la lontananza, se il marito è in viaggio per lavoro. Altre invece sì. In questo caso il tuo amico avrebbe dovuto capirlo prima di ritrovarsi cornificato».

«Non mi sembra una buona giustificazione per un tradimento».

«Nemmeno a me» concordo.

«Voi uomini siete sempre pronti a sfruttare ogni occasione, ma vi stupite se anche noi agiamo allo stesso modo. Perché dovremmo essere diverse?».

«Io non l’ho mai pensato» risponde Giorgio alzando le mani in segno di resa. Poi sorride e aggiunge: «Ho sempre pensato invece che nel sesso valga tutto tranne l’ipocrisia. Uomini e donne tradiscono allo stesso modo. Non c’è dubbio. Solo che in un caso lo si accetta come un dato di fatto, conosco tante donne che hanno la certezza che il marito le cornifichi e fanno finta di niente, nell’altro invece lo criminalizziamo come il peggiore fra i peccati. Questa, per me, è ipocrisia».

«Esatto» conferma Barbara un po’ confusa.

«Ad esempio,» incalza Giorgio, «se tu scoprissi che tuo marito ti tradisce, come agiresti? Faresti finta di niente? Divorzieresti? Oppure gli restituiresti il colpo, magari preoccupandoti di farglielo sapere?».

«Se dovessi scoprire che Fosco mi tradisce,» dice Barbara facendosi in avanti con il busto e parlando come se io non ci fossi, «gli taglierei le palle. Però, forse prima lo tradirei a mia volta… sì».

«Esatto!» afferma Giorgio ridendo. «Vedi Barbara, le donne tradiscono quasi sempre per ripicca. O perché vengono tradite, o perché vengono ignorate. In entrambi i casi è una vendetta. Non sarebbe invece meglio una situazione meno ipocrita?».

«Non saprei… Cosa intendi per meno ipocrita?».

«Una situazione in cui ognuno dei due è conscio dei propri desideri e delle necessità naturali che le persone hanno. Una situazione in cui il sesso non è controllo, ma piacere e bisogno. Soddisfazione e sfogo. Questo dovrebbe essere il sesso: condivisione, Barbara. Invece a forza di farlo sempre con la stessa donna, o uomo, alla fine ci si stanca. I matrimoni vanno a rotoli molto prima che il tradimento si palesi, non ti pare?».

«Be’… se non c’è più intesa a letto, allora il matrimonio non può durare a lungo. Non per questo, però, bisogna arrivare per forza al tradimento».

«Ma lo vedi che anche questa è ipocrisia? Il tradimento subentra quando uno dei due, stufo di fare sesso sempre con la stessa persona, scivola nel letto di qualcun’altro a insaputa del coniuge. Ma se non lo facesse di nascosto? Lo si potrebbe ancora considerare tradimento?».

«Stai parlando di una coppia aperta? Una di quelle stucchevoli coppie di mezza età in cui ognuno dei due fa i propri comodi fuori casa, ma non divorziano per i figli, o per il mutuo, o per chissà quali altri motivi?».

«No, non intendevo questo. No. Quello di cui parlo è una situazione in cui entrambi, moglie e marito, sono consci e partecipi delle esigenze dell’altro. Dove il sesso non è visto con egoismo, ma con libertà».

«Allora non credo di aver capito,» dice Barbara, poi punta un dito verso Giorgio, «ma questa la continuiamo. Prima: vi va un po’ di dolce?».

«Volentieri» risponde Giorgio.

«Anch’io, per favore» rispondo a mia volta.

Barbara sfila il tovagliolo da sopra le gambe e si alza. La gonna, a causa della frizione con la sedia, resta sospesa per un secondo, mostrando mutandine di pizzo nere. È solo un scorcio. Dura un battito di ciglia e scivola subito giù. Ma sia io, sia Giorgio, abbiamo puntato gli occhi lì, come falene attirate dalla luce. Non diciamo nulla, ma ci immergiamo in un silenzio che non ha nulla di imbarazzato. Lui prende il bicchiere e finisce il vino.

Non so se Barbara se ne sia resa conto. Se l’ha fatto, finge che non sia successo e rientra sorridente con una vaschetta di gelato in mano.

«Vaniglia o cioccolato?» chiede rivolgendosi a Giorgio.

«Decisamente vaniglia» risponde lui. Mentre lo dice, ricambia il sorriso.

A me non lo chiede nemmeno. Prende invece due coppe e un cucchiaio.

«Vuoi un po’ di amaro assieme al dolce?» chiedo a Giorgio.

«No, sono a posto così. Non voglio ubriacarmi questa sera» dice, poi mi tocca un braccio. Un gesto, questo, che sa di amicizia.

«Per me sì, per favore» risponde invece Barbara mentre divide le porzioni di gelato. Le sue gote sono rosse.

«Ne sei sicura? Hai già bevuto abbastanza vino» le faccio notare.

«Solo due bicchieri,» replica lei, «e poi sono a casa, mica devo guidare».

«Tre, tesoro mio, ne hai bevuti tre. Comunque, sei adulta…» le dico. Mi alzo e mi dirigo al mobiletto dei liquori. Scelgo una bottiglia e un bicchierino, di quelli per gli amari, poi mi volto per tornare al tavolo. Mentre lo faccio, noto la mano di Giorgio scivolare su quella di Barbara quando lei gli porge la coppa. Si sfiorano solo, ma sorridendosi a vicenda.

Poggio con un po’ troppa forza l’amaro fra loro. Poi metto davanti a Barbara il suo bicchiere.

«Te lo versi da sola?» le chiedo piccato.

«Permetti?» interviene Giorgio.

Lei fa cenno di sì. Lui prende la bottiglia, svita il tappo e versa. Giudico la porzione un po’ eccessiva. Almeno per i miei gusti. Ma non dico nulla.

Lei sorseggia, lanciando occhiate in direzione di Giorgio. Lui sorride, senza staccarle gli occhi di dosso. Io, nel mezzo, mi sento invisibile.

«Tu il gelato non lo mangi?» le chiede Giorgio.

«No, non amo il dolce. Preferisco i sapori salati».

«Preferisci l’amaro» afferma Giorgio, indicando con il mento il bicchiere. Lui invece il gelato lo infila in bocca con una voracità animale.

«Dicevamo, a proposito di coppie?» chiedo io per spezzare il momento.

«Giusto,» interviene Barbara, «stavi parlando di sesso non egoista, o libero, o qualunque cosa fosse». Adesso è davvero brilla.

Giorgio si gira verso di me e mi guarda con intensità. Io ricambio e faccio sì con la testa.

«Invece che parlarne, potrei mostrarti cosa intendo» dice lui con disinvoltura, raschiando con il cucchiaino il fondo della coppetta.

«Mmh,» mugugna Barbara, staccando le labbra dal bicchiere, «in che modo?».

Giorgio posa la coppetta davanti a se, sazio di gelato, e fa scivolare indietro la sedia. Poi si alza in piedi, tira giù la lampo dei pantaloni, infila la mano dentro ed estrae l’uccello. Barbara spalanca la bocca, mentre il grosso pene penzola sfiorando il tavolo.

«Ecco il tuo dessert, amore mio» le dico io.

Lei si volta a guardarmi. Gli occhi sono spalancati. Sul viso ha un’espressione a metà tra lo stupore e la meraviglia. D’imbarazzo nessuna traccia.

«Non capisco». Dice solo questo. Lo dice guardando me.

Io le poso una mano sulla spalla nuda. La guardo con tutta la dolcezza che riesco a trovare, poi le dico: «Amore mio, adesso ci terrei davvero molto che ti infilassi l’uccello di Giorgio in bocca».

Lei mi guarda ancora più stralunata. Non sta protestando. Non è sconvolta. Forse un po’ intontita dall’alcol, ma nessuna traccia di disgusto le segna il volto. Forse vuole solo assicurarsi che non sia una trappola. Forse ha solo paura di aver capito male. Quindi chiede: «Ma… tu?».

«Condivisione, Barbara. È questo che volevi capire, no?» dice Giorgio. Lui non si muove. Sta dritto e tiene le braccia giù, lungo i fianchi. L’uccello non penzola più, ma continua a sfiorare il tavolo. Una grossa vena lo percorre pulsando.

Io le prendo il bicchiere dalle mani e lo appoggio sul tavolo. Poi le sposto una ciocca bionda dal viso. La guardo negli occhi, le prendo il mento fra le dita, senza stringere, e le dico: «Dopo che hai finito con la bocca, vorrei che ti piegassi sul tavolo per fatti fottere da dietro. Lo sai che adoro quella posizione, vero?».

Senza aspettare una risposta, insisto. Voglio che capisca bene quello che le sto dicendo. «Per questa sera,» le dico, «l’uccello di Giorgio è come se fosse il mio. Lasciati fottere in qualunque modo lui voglia. Soddisfalo come se dovessi soddisfare me».

Le parole restano sospese nell’aria, mentre la sala è immersa nell’immobilità. Tiro indietro la sedia e mi alzo in piedi. «Vi lascio soli» annuncio.

«Ma…». Come se quelle ultime parole l’avessero riscossa, Barbara inizia a protestare. È solo un tentativo futile, fatto di buone maniere e di vincoli culturali.

La bacio sulla fronte mentre lei mi guarda atterrita ed eccitata, poi esco dalla stanza. Prima di chiudere la porta mi fermo a guardarli. Nessuno dei due parla. Gli occhi di Barbara fissano il grosso pene di Giorgio. Poi allunga una mano e l’afferra.

Chiudo la porta e mi dirigo in salotto. Siedo sulla mia poltrona. Al buio. Sfilo il pisello dai pantaloni e attendo che i gemiti inizino. Domani è un’altro giorno e forse mi pentirò di quello che ho fatto, ma per questa sera, la mia mogliettina, è quella troia che ho sempre desiderato che fosse. Tutti sono soddisfatti, nessuno resta deluso. La mia mano inizia a muoversi.

Fine

26 Comments on “Metti una sera a cena

  1. Ahah mitico Salvatore. Bravo, racconto amalgamato e progressione emotiva ben costruita.

    Solo un appunto su una svista.
    Qui il tempo verbale è al passato prossimo:
    «Verso le otto» le ho risposto. «Passa prima in albergo, a cambiarsi».
    Mentre lei nella descrizione di scena è al presente:
    «Potevate andare a cena fuori…» suggerisce. Mette su un broncio che sa di finto. «Bastava che mi avvertissi».

    Ma entrambe le frasi fanno parte del ricordo. Il passaggio al presente dovrebbe avvenire dopo che lei fa la doccia.
    Narrare al presente con inserti di ricordi al passato crea sempre qualche problema di gestione.
    Riguardo ai moralisti che si potrebbero scandalizzare: ben gli sta. La letteratura serve anche a questo: trasgredire il senso comune. 😉

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    • Grazie per l’appunto, lo modifico subito. Confermo, lavorare al presente è un bordello! Si finisce per fare confusione prima o poi. In narrativa siamo abituati al passato remoto, non ce niente da fare. Volevo anche vedere se riuscivo a scandalizzare qualcuno. Essere così espliciti non è facilissimo, bisogna far tacere un sacco di paranoie interiori… 😛

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  2. Io non mi sono scandalizzata perché apprezzo l’onestà del racconto.
    Non credo che in letteratura serva il politically correct. Ritengo che ogni scrittore debba poter scrivere liberamente. Mal che vada, certi testi rimangono nel suo pc.
    Credimi, mi scandalizzano più alcune forme di ipocrisia a cui assisto quotidianamente. Magari ti racconterò in privato, così ti fai quattro risate.

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  3. 😀 Molto carino! A un certo punto pensavo facessero una cosa a tre… insomma.
    Ormai non mi scandalizzo nemmeno io più 😛 In narrativa bisogna essere coraggiosi e osare! Bravo!

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  4. Non è decisamente il mio genere. Però fila, come storia, anche se forse un po’ inverosimile.

    “L’attesa sa essere frustrante. Ad esempio quando inviti qualcuno a cena.” Queste due frasi secondo me non concordano. Nel senso che c’è un invito a cena, ma dalle frasi sembra invece che sia un’ipotesi.
    Inoltre ripeti troppe volte “mogliettina”.

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    • Adesso sono curioso di sapere perché la trovi inverosimile. Lo chiedo con il sorriso, intendiamoci. E la cosa mi fa sorridere perché, nella realtà, una cosa del genere non solo è accaduta davvero, ma c’è di peggio…

      P.S. grazie per gli appunti. L’incipit è importantissimo! 😉

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      • Ho dimenticato un altro appunto: tu mostri un tipo geloso, lui che osserva Giorgio sfiorare e guardare la moglie e si sforza di stare calmo, ma poi la dà in pasto all’uomo. Ecco questo stona molto, perché non hai mantenuto la “promessa”, diciamo così. Quelle scene di gelosia, anche se tiepide e chiuse nel privato, non si addicono a un uomo che lascia tranquillamente la moglie a fare sesso con un altro.
        Sull’inverosimiglianza hai ragione, l’ho detto dal mio personale punto di vista 😀

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        • La pratica che ho descritto si chiama cuckolding e consiste nell’eccitarsi cedendo la propria moglie, sessualmente parlando, a un altro uomo. Il fatto che il marito si ecciti in questo modo, però, non significa che non sia geloso. Anzi, proprio il contrasto tra la gelosia latente e l’eccitazione del gesto finale dovrebbe creare quella tensione emotiva adatta a questo tipo di racconto. Il fatto che non ci sia riuscito è un altro paio di maniche, intendiamoci.
          Forse dovrei aggiungere una sorta di spiegazione finale, per far vedere il punto di vista del marito, e magari accentuare la gelosia… che ne pensi?

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  5. Wow, Salvatore! Coraggioso nel raccontare questa squallida perversione. Non mi traumatizza ciò che hai scritto, però pensare che esistano in un rapporto di coppia certe pratiche, mi deprime!
    Questo il pensiero personale sulla storia. Su com’è scritta non muovo alcun appunto: l’atmosfera è quella giusta, i dialoghi mi sembrano generare attese non deluse. Pensavo, come Giuse, che finisse in un bell’incontro a tre, con buona pace di tutti! 🙂

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    • Grazie Marina, coraggioso è proprio l’aggettivo giusto. Ho riflettuto parecchio prima di pubblicarlo. Condivido con te la sensazione che certe cose generano in me. Io sono un po’ tradizionalista… non bacchettone, intendiamoci, ma certe pratiche sono molto distanti dalla mia indole. Per questo motivo l’esperimento è stato ancora più importante. Adesso che ho scritto questo, posso davvero scrivere di tutto. 😛

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  6. Non ideale a un pubblico giovane, o di perbenisti, moralizzatori e baciapile… Dunque: non sono giovane, quindi vado bene (ma quanto giovani? Non si sa). Però perbenista, moralizzatore e baciapile, sì! Quindi non mi è piaciuto al 75%, tre quarti. C’è perciò un quarto che mi è piaciuto, ma non ti dico quale…

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  7. Ci si deve scandalizzare solo quando si leggono emerite stronzate
    Ma se alle scene di sesso si accompagna una bella storia. Nulla questio. Ciò che è bello e bello e se e piccante e ancora meglio

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    • Ciao Olimpia, benvenuta nel mio blog. Sono d’accordo con te, bisogna scandalizzarsi solo davanti a una pessima scrittura. Tuttavia affrontare alcuni argomenti “scabrosi” non è facilissimo, c’è sempre quel sostrato culturale, come una barriera, che è necessario superare.

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