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La natura polimorfa dell’interpunzione

A chiunque scriva, anche tra i professionisti della penna, può capitare di avere dei dubbi sull’uso corretto dell’interpunzione; sulla scelta cioè, di un segno al posto di un altro o di nessuno in particolare.

“Tutto solo a mezza pagina lo piantarono in asso,

e il mondo continuò una riga più in basso.”

— Gianni Rodari, I cinque libri, Einaudi 1993

Spesso le decisioni che prendiamo sono poco sistematiche e danno origine a un sistema incoerente di interpunzioni. Di queste incertezze «sono in parte responsabili la negligenza, la distrazione, la fretta di chi scrive, e perfino l’ignoranza o la sottovalutazione delle norme. Ma la causa prima […] è la natura polimorfa dell’interpunzione, unita alla relativa labilità dei suoi statuti, mutevoli nel tempo e non ben definiti» [Garavelli].


Hoper

Fondamenti di grammatica per aspiranti scrittori

Nel precedente mini-ripasso abbiamo visto come si forma il genere femminile; abbiamo osservato la differenza che passa tra la formazione del femminile e un nome femminile; abbiamo dato un’occhiata alle desinenze e alla suffissazione al femminile. Oggi tocchiamo invece un argomento caldo, da cui si originano tutte le tensioni sessiste di cui la nostra lingua viene caricata: le professioni femminili. Tuttavia lascerei le eventuali polemiche e l’analisi della proposta contenuta in un opuscolo promosso dalla Presidenza del Consiglio nell’87 e curato da Alma Sabatini a un futuro post dedicato esclusivamente a questo argomento.


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Il potere della fantasia

Appartengo a quella prima generazione di bambini che fu piazzata davanti a un televisore acceso prima ancora di aver imparato a parlare. Tuttavia mi fu data la facoltà di scegliere. Non sapevo ancora leggere e scrivere quando i miei genitori piazzarono anche un libro fra le mie mani. Ora, a distanza di anni, inizio a chiedermi quale differenza ci sia tra le immagini che osservavo con i miei occhi e quelle che invece visualizzavo grazie alle parole con la mente: immagini e parole, appunto.


Andy Warhol

Fondamenti di grammatica per aspiranti scrittori

Nello scorso mini-ripasso abbiamo parlato del genere, sia maschile, sia femminile e della loro classificazione tassonomica, in base alla tradizione linguistica e, talvolta, alla desinenza. Oggi parleremo della formazione del femminile.

Differenza tra il femminile di un nome e un nome femminile

Come già detto in precedenza, ha senso parlare di formazione del femminile solo per quei nomi che appartengono a esseri animati di cui si distingue effettivamente un individuo maschile e uno femminile: maestro/maestra, gatto/gatta, figlio/figlia, ecc. In tutti gli altri casi, pur numerosi, in cui si presenta un’alternanza di genere (arco/arca, busto/busta, maglio/maglia, tappo/tappa, ecc.), la modificazione semantica interviene a segnalare che ci troviamo di fronte non al femminile di un nome, ma a un nome femminile. Un nome femminile per di più che non ha nel corrispondente maschile una corrispondenza semantica.


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Brutta era brutta, su questo non ci piove. Bassa di statura, larga di fianchi e con quell’arcata inferiore sporgente che era la prima cosa che notavi quando, guardandola, ansimava affannata ricambiando il tuo sguardo. Ma aveva con Carlotta una delicatezza paziente, quasi materna, che la rendeva una compagna di giochi premurosa.

Non l’acquistammo al negozio di animali, giù in paese. Non fu un dono natalizio. Non arrivò per caso. L’andammo a prendere al canile; ce lo consigliò un amico. 

«Giù, al canile, i cani ci stanno poco» ci disse Aldo, una sera di luglio. Bevevamo birra ghiacciata. La giornata era stata afosa.

«Come mai?» gli chiesi. All’epoca Aldo faceva piccoli lavoretti per il Comune, tra cui l’accalappia cani. Sapeva quello che diceva, non ne dubitavo. Adesso, di accalappia cani, non se ne vedono più molti in giro, ma una volta era un lavoro.

«Tre giorni,» disse lui, «poi, se nessuno se li piglia…». Fece scorrere un pollice lungo la gola.

Prima di allora non avevo mai preso in considerazione l’idea di possedere un cane. Porta via un sacco di tempo, un cane. Voglio dire, non puoi mica prenderlo e poi dimenticartene.

… continua sul numero 07/2016 di Confidenze.

Post scriptum

L’articolo di mercoledì scorso, Racconto Vs Romanzo: che differenza c’è?, è stato il più letto di sempre su questo blog; la colonnina delle visite si è impennata pericolosamente, puntando dritto ai 400 visitatori; sintomo che l’argomento era interessante e che il blog sta guadagnando seguito e fama. E questo è tutto merito Vostro: grazie!