Sostantivo: la formazione del femminile


Andy Warhol

Fondamenti di grammatica per aspiranti scrittori

Nello scorso mini-ripasso abbiamo parlato del genere, sia maschile, sia femminile e della loro classificazione tassonomica, in base alla tradizione linguistica e, talvolta, alla desinenza. Oggi parleremo della formazione del femminile.

Differenza tra il femminile di un nome e un nome femminile

Come già detto in precedenza, ha senso parlare di formazione del femminile solo per quei nomi che appartengono a esseri animati di cui si distingue effettivamente un individuo maschile e uno femminile: maestro/maestra, gatto/gatta, figlio/figlia, ecc. In tutti gli altri casi, pur numerosi, in cui si presenta un’alternanza di genere (arco/arca, busto/busta, maglio/maglia, tappo/tappa, ecc.), la modificazione semantica interviene a segnalare che ci troviamo di fronte non al femminile di un nome, ma a un nome femminile. Un nome femminile per di più che non ha nel corrispondente maschile una corrispondenza semantica.

«Alcune parole hanno significato diverso a seconda che presentino uscita maschile o femminile».

– Carlo Volpati, Coppie di nomi di due generi, 1955

La differenza di significato che sussiste nelle coppie di nomi maschili e femminili omofone (cioè graficamente simili), è dovuta alla differente provenienza etimologica: Il MĂLLEUS ‘martello’ (> maglio) e la MĂCULA ‘rete a maglie larghe’ (> maglia) [esempio tratto da Serianni, Ivi 112] in latino erano nomi del tutto differenti, sia per forma, sia per significato. Solo l’evoluzione fonetica dal latino all’italiano ha condotto i due termini ad assomigliarsi graficamente. Tuttavia resta immutata la distanza di significato.

Si ha una vera alternanza quando i due nomi si sono formati dalla stessa radice. Vi è in questo caso, con gradazioni differenti, una certa affinità di significato: balzo (salto) / balza (fianco scosceso o dirupato di un monte); berretto (copricapo [per lo più generico]) / berretta (copricapo sacerdotale o da notte); cassetto (devo specificarvelo?) / cassetta (piccola cassa); chicco (seme) / chicca (cosa rara e squisita, ma anche caramella); coppo (grosso recipiente di terracotta) / coppa (vaso per bevande) e via dicendo.

«Il modo in cui si formano queste coppie di nomi è quasi sempre lo stesso: si parte da una fase in cui l’uso di uno stesso termine al maschile o al femminile è pressoché indifferente, e poi, col procedere del tempo, maschile e femminile cominciano ad adoperarsi per accezioni e significati distinti, finché la distanza semantica diviene tale che si può parlare di due nomi indipendenti».

– Serianni, Grammatica italiana, UTET 1989

Ad esempio, nella coppia panno / panna, che pur derivano da una stessa radice, la differenza semantica è massima. Di molte altre alternanze, però, non si è evoluta una specificazione semantica, quindi uno dei due termini è entrato in disuso (scusate il gioco di parole): ghiaccio / ghiaccia ( «livide, insin là dove appar vergogna / eran l’ombre dolenti nella ghiaccia» [Dante, Inferno XXXII]); pineta / pineto ( La pioggia nel pineto, d’Annunzio).

In altri casi la differenza semantica è motivata da un tratto costante, ad esempio quello della grandezza. «Di regola la cosa indicata col nome di genere femminile è più grande di quella indicata col nome di genere maschile» [Gerhard Rohlfs, Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti, Einaudi 1969]: buca (affossamento) / buco (foro); fiasca (piccola damigiana) / fiasco (bottiglia panciuta); fossa (scavo profondo) / fosso (canale lungo e stretto che costeggia, ad esempio, la campagna); eccetera.

Non è raro, dice il Serianni, che per suffissazione vi sia un cambiamento di genere nella formazione dei diminutivi o degli accrescitivi. In questo caso, a un nome femminile corrisponde in alcuni casi un “alterato” maschile: la stanza / lo stanzino, l’isola / l’isolotto, eccetera. In altri casi l’alternanza ha una connotazione negativa: la figura / il figuro, la cosa / il coso, ecc.

Altri rapporti possibili sono:

  • strumento e relativa operazione: bilancia / bilancio
  • possessione e cosa posseduta: gobbo / gobba
  • ciò che produce e prodotto: punta / punto
  • sineddoche: famiglia / famiglio

… oltre che l’alternanza già introdotta la volta scorsa tra albero e frutto: pesco / pesca.

Infine, alcuni nomi al mutare del genere mutano il significato pur restando uguali: il capitale / la capitale, il fine / la fine, il fronte / la fronte, ecc.

Nomi in -o

Quei nomi che al maschile terminano in –o formano il femminile con la desinenza in –a: amico / amica, asino / asina, zingaro / zingara, ecc. Questa è la forma più semplice e diffusa di formazione del femminile nella lingua italiana. In alcuni casi i nomi in –o formano il femminile aggiungendo il suffisso in –essa: avvocato / avvocatessa, deputato / deputatessa, diavolo / diavolessa, ecc. Questi ultimi esempi aprono uno squarcio “etico”, del tutto extralinguistico, in cui dagli anni settanta in avanti siamo precipitati, ma ne parleremo in modo approfondito in un altro post.

Nomi in -a

Anche alcuni nomi maschili che terminano in –a (poeta) formano il femminile con l’aggiunta del suffisso in –essa: poeta / poetessa, profeta / profetessa, duca / duchessa, ecc. Ma questi casi sono più un’eccezione che una regola, ci ricorda il Serianni, poiché la maggioranza dei maschili che terminanti in –a sono di tradizione dotta e quindi non si sono evoluti attraverso l’usuale sistema di formazione del femminile, rimanendo il più delle volte invariati: il collega / la collega, il geometra / la geometra, eccetera.

Nomi in -e

Un primo gruppo di nomi maschili terminanti in –e formano il femminile con la desinenza in –a: infermiere / infermiera, padrone / padrona, signore / signora, ecc. Alcuni nomi maschili in –iere hanno anche un’uscita in –iero: nocchiere / nocchiero, scudiere / scudiero, forestiere / forestiero, eccetera. Tale oscillazione è dovuta al fatto che il suffisso ha origine francese e in quella lingua terminava senza alcuna vocale finale (-ier). Poiché nel sistema linguistico italiano la desinenza in vocale in genere si evita, gli fu adattato ora –iero, ora –iere.

Un secondo gruppo, invece, forma il femminile con il suffisso in –essa: barone / baronessa, conte / contessa, dottore / dottoressa, professore / professoressa, ecc. Il Serianni ci invita a osservare come la maggior parte di questi nomi designano professioni, cariche, titoli nobiliari.

Conclusioni

La formazione del femminile nella lingua italiana mi pare essere una cosa semplice e lineare. Si è evoluta naturalmente, perlopiù per bocca dei parlanti e non mi sembra ci si possa leggere alcunché di sessista. Tuttavia dagli anni settanta in avanti è stata fatta oggetto di una vera e propria carica di critiche, sfociate infine in una proposta promossa dalla presidenza del Consiglio e curata da Alma Sabatini a mio giudizio assurda. Ma ne riparleremo…

_________________

Note

Luca Serianni, Grammatica italiana, UTET 1989

Carlo Volpati, Coppie di nomi di due generi, 1955

Gerhard Rohlfs, Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti, Einaudi 1969

In calce: Andy Warhol.

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16 Comments on “Sostantivo: la formazione del femminile

  1. In realtà la ghiaccia sta assumendo un significato diverso, più culinario 😉 e il pineto io lo uso ancora:P
    Comunque non hai parlato, come promesso, dei sostantivi che cambiano genere al plurale 😉

    “Tuttavia dagli anni settanta in avanti è stata fatta oggetto di una vera e propria carica di critiche, sfociate infine in una proposta promossa dalla presidenza del Consiglio e curata da Alma Sabatini a mio giudizio assurda. Ma ne riparleremo…”
    Ti aspetto al varco 😀

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  2. Sì, prevedo commenti infuocati al post sul sessismo di alcuni termini. Comunque il sindaco del mio paese è una donna: guai a chi la chiama “sindaca” e nei documenti ufficiali si firma “il sindaco”.
    Riguardo i sostantivi che cambiano genere al plurale citati da Grilloz, da piccolo mi fu detto (già rompevo su queste cose) che ad esempio per gli umani si dice l’orecchio/le orecchie o il ginocchio/le ginocchia, ma per gli animali no (gli orecchi del cane o del gatto, i ginocchi del cavallo). Sarà vero o me lo dissero solo per togliermi dai piedi?
    Anni fa ricordo che gettai l’amo a un gruppo di amici scrivendo “un amalgama” e “un’albedo” con l’apostrofo al posto giusto e abboccarono tutti dicendo che avevo sbagliato, mentre era ed è giusto perché il primo è maschile e il secondo femminile. E non sono termini poco usati: il secondo ad esempio nei racconti di fantascienza si usa un sacco. 🙂

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    • Su amalgama mi sarei posto il dubbio e l’avrei cercato sul dizionario, su albedo sarei andato convinto sul maschile, anche oggi ho imparato qualcosa 🙂 quindi anche questa giornata, nonostante tutto, ma questa è un’altra lunga storia) è una giornata positiva 😉
      Sulle dita e i diti sapevo anch’io che il plurale maschile è usato per gli animali, ma questo continua a non spiegare perchè per gli umani al plurale si usa il femminile 😛

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  3. Il sessimo linguistico è solo nella mente delle ignoranti che l’hanno tirato fuori. “Sindaca” è veramente ridicolo.
    Non sono sicuro di “deputatessa”, in fondo deputato è un sostantivo che proviene dal participio del verbo deputare, quindi deputata è corretto.

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      • Sindaca non è ridicolo, può suonare male perché non siamo troppo abituati a sentirne il suono. Però è sempre esistito come femminile. Se esiste avvocata, va bene anche sindaca. Quello che non esisteva erano donne che svolgessero la funzione di governare una città.
        Ridicolo sarebbe dire e scrivere che il sindaco ha partorito, il sindaco è accusata di concussione… 🙂
        Il sindaco ha tradito il marito con l’assessore (tre uomini?).

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        • Personalmente credo che i parlanti siano infinitamente più intelligenti degli scrittori, in generale, e dei grammatici in particolare. Se poi tiriamo in ballo pure i politici… non credo ci sia confronto. I parlanti una loro strada la trovano sempre, per nominare il mondo in modo concreto e pragmatico. Infatti dagli anni settanta a oggi della proposta patrocinata dalla Sabatini rimane poco. Alcune cose sono entrate nell’abitudine dei parlanti, come poliziotta, professoressa, studentessa, dottoressa, altre invece sono sparite o vengono usate con tono burlesco, come ministra, avvocata, architetta. Certamente l’abitudine al suono è una interlocuzione affascinante e di grande buon senso, tuttavia non bisogna confondere lo scopo principale di una lingua, comunicare, con altri che invece non rientrano in essa. La battaglia che è stata fatta sul genere femminile è di tipo extralinguistico e non ha come scopo quello di inventare termini nuovi per nuove funzioni; ma quello di usare una lingua come pretesto per battaglie sociali che andrebbero affrontate su altri campi, più istituzionali. Quello che intendo dire è che la lingua italiana, dopo mille anni di evoluzione, da sola è già in grado di supplire alla nascita di nuove professioni, alla scomparsa di altre e alla evoluzione o rivoluzione, se preferisci, di altre ancora. Non ha necessità per farlo né di una proposta di legge né, tantomeno, di guerre. Almeno qui, evitiamo spargimenti di sangue.

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        • Se a te non suona ridicolo, ok. A me suona così.
          Se fai questo discorso, allora sarebbe ridicolo lo stesso per quelle parole femminili usate anche per gli uomini, come guardia, per esempio.

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