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Il potere della fantasia

Appartengo a quella prima generazione di bambini che fu piazzata davanti a un televisore acceso prima ancora di aver imparato a parlare. Tuttavia mi fu data la facoltà di scegliere. Non sapevo ancora leggere e scrivere quando i miei genitori piazzarono anche un libro fra le mie mani. Ora, a distanza di anni, inizio a chiedermi quale differenza ci sia tra le immagini che osservavo con i miei occhi e quelle che invece visualizzavo grazie alle parole con la mente: immagini e parole, appunto.

L’alta fantasia

«Poi piovve dentro a l’alta fantasia».

– Dante, Purgatorio (XVII)

Con alta fantasia Dante intende l’immaginazione più pura. Si trova nel girone degli iracondi e sta contemplando delle immagini che si formano direttamente nella sua mente e che rappresentano esempi classici e biblici di ira punita. Dante capisce che queste immagini piovono dal cielo, cioè che è Dio stesso a mandargliele. Quindi, per dirla alla Calvino, «la fantasia è un posto dove ci piove dentro…».

La fantasia è un posto dove ci piove dentro, cioè: un luogo in cui si originano immagini visive. L’immaginazione è un cinema che non smette mai di proiettare forme e figure all’interno della nostra stessa testa. Dante si rende conto che le immagini gli si formano direttamente nella mente e che quindi è inutile esplorare i gironi attraverso l’esperienza sensoriale. In questo senso, l’immaginazione visiva è un mezzo per raggiungere una conoscenza più profonda.

Calvino distingue due tipi di processi immaginativi: «quello che parte dalla parola e arriva all’immagine visiva e quello che parte dall’immagine visiva e arriva all’espressione verbale». Il primo processo è quello che avviene normalmente con la lettura.

Negli Esercizi spirituali di Ignacio de Loyola (religioso spagnolo del primo Cinquecento), il fedele viene spinto a figurare da sé, sulla parete della propria mente, le immagini religiose che, partendo dalle sollecitazioni che la propria immaginazione riesce a estrarre dalla memoria degli affreschi o da un versetto del vangelo, si crea autonomamente.

Ma da dove arrivano queste immagini?

Gli occhi della mente

Calvino sostiene che d’un racconto la prima cosa che gli viene alla mente è un’immagine per qualche ragione carica di significato. Cioè egli parte da un’immagine mentale, la sviluppa attraverso un processo cognitivo finché non diviene più netta e articolata e, a questo punto, scopre che quella che all’inizio era solo un’immagine è divenuta una serie articolata di figure e forme, delle quali cerca un nesso che lo conduca a elaborare una storia.

Il lettore fa il procedimento inverso. Parte dalle parole che qualcuno – lo scrittore – ha già ordinato nella forma di una storia e risale all’immagine che visualizzerà quindi nella propria mente. Tuttavia l’immagine che visualizzerò io di Edith Elaine Bostwick, la moglie di Stoner nell’omonimo romanzo di John Williams, sarà diversa da quella che visualizzerete tutti voi. Facciamo una prova:

«Molte persone erano assiepate intorno al tavolo, a capo del quale una giovane donna, alta, sottile e bella, con indosso un abito di seta color blu marino, versava tè nelle tazze di porcellana bordate d’oro. Stoner si fermò sulla porta, colpito da quella visione. La giovane, dal viso dolce e affusolato, sorrideva agli ospiti intorno, e le sue dita sottili, quasi fragili, si muovevano con destrezza tra l’urna e le tazze. Guardandola, Stoner fu assalito dalla coscienza della propria goffaggine».

Bene, sono sicuro che ognuno di voi ha visualizzato un’immagine precisa della donna; così come sono altrettanto sicuro che queste immagini non corrispondono fra loro, se non per i pochi dettagli che lo stesso John Williams c’ha fornito. Ora, tenete ben a mente l’immagine della donna e provate ad arricchirla leggendo il passo seguente. Stoner si reca a casa della giovane donna per corteggiarla:

«Era più alta di come la ricordava, e più fragile. Aveva il viso lungo e affusolato, e le labbra racchiudevano una solida dentatura. La pelle aveva quella tipica trasparenza che si scalda e si tinge di colore a ogni minima sollecitazione. I capelli erano d’un biondo rossiccio molto chiaro e li portava raccolti in grosse trecce sul capo. Ma furono soprattutto i suoi occhi a rapirlo e a trattenerlo, come già era accaduto il giorno prima. Erano grandissimi e del celeste più chiaro che si potesse immaginare».

Dopo aver letto questo passo sono certo di una cosa: benché la vostra immagine sia stata arricchita di ulteriori dettagli, non è variata poi molto da quella prima, abbozzata figura del passo precedente. Dico bene?

Vediamo se invece questo ulteriore passaggio cambia le cose. Quel primo appuntamento non sembra dare buoni frutti, anzi va decisamente male. Entrambi conservano un comportamento rigido e formale, decisamente eccessivo persino tra estranei, da cui non riescono a svincolarsi. Naturalmente, come avviene in questo genere di cose, imbarazzo crea imbarazzo, alimentandosi a vicenda. Per dirla in parole povere, sembra che il nostro Stoner non abbia fatto colpo:

«Le sue parole caddero nel vuoto. Fece un cenno col capo, disse: “Buonasera”, e si voltò per andarsene.

Edith Bostwick con voce alta e stridula, priva di qualunque inflessione, esclamò: “Quand’ero bambina a circa sei anni suonavo il piano e mi piaceva dipingere ed ero molto timida così mia madre mi mandò alla Scuola per Ragazze di Miss Thorndyke a St Louis. Lì ero la più piccola, ma era giusto così perché papà era nel consiglio di amministrazione e aveva organizzato lui la cosa. All’inizio non mi piaceva ma poi ci sono stata benissimo. Le altre ragazze erano tutte molto gentili e ben educate, e con alcune siamo rimaste molto amiche e…”.

Stoner s’era voltato appena l’aveva sentita parlare e ora la osservava con uno stupore che non traspariva affatto dal suo volto. Lei guardava dritto davanti a sé, col viso privo di espressione e le labbra che si muovevano come se leggesse da un libro invisibile, senza capirne il contenuto. Stoner attraversò lentamente la stanza e le si sedette accanto. Edith parve non accorgersene: i suoi occhi rimasero fissi nel vuoto mentre continuava a parlargli di sé, come lui le aveva chiesto di fare».

Senza aggiungere dettagli visivi, adesso abbiamo un’idea più precisa di questa donna. La nostra immagine s’è arricchita di sfumature che con una semplice descrizione, per quanto dettagliata, non avremmo potuto immaginare. Tuttavia resto convinto del fatto che ognuno di noi abbia conservato un’idea diversa del personaggio.

Ripeto la domanda: da dove arrivano queste immagini? E ne aggiungo un’altra: che differenza c’è tra le immagini che osserviamo con gli occhi, ad esempio grazie al cinema, e quelle che visualizziamo con la mente, ad esempio grazie alla letteratura?

Tra cinema e letteratura

Ognuno di noi ha un’esperienza personale della vita, grazie alla quale il nostro bagaglio di immagini, per quanto simili per via del sostrato culturale che condividiamo, risulta essere unico. Questo è il motivo fondamentale per cui Edith ognuno se la immagina in modo diverso. Questo, e la vaghezza. Ricordate questa parola? Ne avevo parlato due settimane fa, con la promessa di tornarci. Fra poco ci arriveremo.

Proviamo adesso a rispondere alla seconda domanda: che differenza c’è tra le immagini che osserviamo con gli occhi, ad esempio quelle cinematografiche, e quelle che visualizziamo con la mente, ad esempio grazie alla letteratura?

Le prime, le immagini che osserviamo sul grande schermo, passano attraverso gli occhi, non possono essere elaborate individualmente e, per questo motivo, risultano identiche a tutti gli osservatori. Le immagini che visualizziamo con la mente, invece, passano attraverso quel filtro rappresentato dal bagaglio personale, grazie al quale risultano essere alla fine del processo uniche. Ecco perché nella letteratura la vaghezza è più importante dell’esattezza. Tuttavia vi avevo detto che entrambe le strade sono percorribili e che esattezza e vaghezza a un certo punto concorrono a creare senso.

Dell’esattezza e della vaghezza in letteratura

Proviamo a fare un esercizio:

Una casa.

Una casa in fiamme.

Nella notte stellata: una casa è in fiamme.

Nella notte stellata: una casa è in fiamme e un bambino piange.

Nella notte stellata: un bambino piange in una casa in fiamme.

Come si vede da questo stupidissimo esercizio, pur rimanendo vaghi, cioè non vi ho detto com’è fatta la casa, dove ci troviamo, in che anno o in che periodo dell’anno, né di chi sia il bambino, quanti anni abbia e via dicendo, l’immagine ha assunto a ogni stratificazione una esattezza maggiore. Ecco, quando dico che nella letteratura esattezza e vaghezza coincidono, intendo esattamente questo. Il segreto di una buona narrativa, al di là dello stile personale di ogni scrittore, sta tutto qui.

Naturalmente non c’è fine alla vaghezza e all’esattezza. Cioè, la vaghezza come l’esattezza hanno un limite, si possono aggiungere strati su strati di dettagli e si può cercare di contenere in una sola frase l’intero infinito, ma alla fine si è costretti a capitolare. Tuttavia, più bravi sarete a spingervi su questa strada, più il mondo si ricorderà di voi.

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Note

Calvino, Lezioni americane, Einaudi 2002

Dante, Inferno

Ignacio de Loyola, Esercizi spirituali

John Williams, Stoner, Fazi 2012

57 Comments on “Immagini e parole

  1. Certamente non è un caso che l’esercizio sia scritto graficamente a forma di casa, vero? Comunque a me è subito venuto in mente l’incendio narrato ne Il buio oltre la siepe. Che associazioni di idee mi hanno portata là? Ci penserò.. Ho giusto un post in programma sulle associazioni di idee.. 😉

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  2. La mia somiglia molto a Nicole Kidman, e ogni descrizione ha rafforzato questa immagine, forse Williams immaginava proprio lei? Mi avrebbe creato problemi però se nel secondo bravo l’avesse definita bruna, ad esempio. Penso che siano molto importanti i dettagli che vengono dati al lettore nella prima descrizione, perché genera una sorta di imprinting nel lettore. Aggiungere dopo dettagli che possano discostarsi molto dall’immagine mentale che il lettore si è creato genera disagio.

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    • Concordo e questo è un modo in cui l’esattezza, ad esempio, contribuisce alla creazione. Anche aggiungere troppi dettagli può creare disagio. Credo ci sia un certo limite di dettagli che possono essere visualizzati contemporaneamente prima di perdere il filo. Quindi, i dettagli, devo essere vaghi – affinché ogni lettore visualizzi la propria Edith Elaine Bostwick – e esatti, affinché ogni lettore non abbia la sensazione di non riuscirci o di cadere in contraddizione rispetto al testo. Tutto questo è vero a meno che non sia proprio lo scopo dell’autore quello di far cadere in contraddizione il lettore… 😉

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      • Hai presente quei ritrattisti che riescono a ricreare un volto con pochi tratti di matita? Un buon autore deve essere così, la maggior parte invece disegna volti tuti uguali e cambiano solo pettinatura e colore dei capelli.

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        • È un bel modo di dirlo. Personalmente preferisco di più Richter, che crea ritratti fedeli come foto e poi li distorce per mostrare che foto non sono. 😉 Ecco: esattezza e vaghezza dal mio punto di vista.

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    • @Grilloz
      Stoner è stato scritto negli anni ’60 quindi la bella Kidman non poteva essere riferimento.
      I dettagli che si colgono alla prima descrizione: interessante. Ci farò molto più attenzione nei miei personaggi.

      @ Salvatore
      La precisione e l’esattezza sono i due elementi chiave che distinguono il dilettante dal bravo narratore. Il primo direbbe: il sole era accecante. Il secondo: Il sole le scaldava il viso.
      E in Stoner c’è molta precisione.

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      • Io invece non condivido, perché è l’esatto contrario. Il dilettante lo si distingue sempre perché cerca in tutti i modi di condividere un’immagine in modo preciso. è la ricerca d’eccessiva precisione ed esattezza che distinguono il dilettante, perché, in quanto dilettante, non avendo ancora studiato chi c’è da studiare, non si rende conto che la perfetta mimesi è negata alla letteratura; né si rende conto che l’opera d’arte deve essere necessaria, e cioè non deve mai fare ciò che un qualche altro mezzo può fare meglio. Questo non lo confermano solo grandi autori, ma lo conferma anche la neurologia: e per questo ti rimando al guest che ho scritto la settimana scorsa.
        Gli esempi che fai non c’entrano con l’esattezza: sono semplicemente due frasi diverse, che si rifanno a campi diversi: il primo alla vista, il secondo al tatto; a livello di precisione ed esattezza, sono identiche. La differenza casomai, posto il fatto che sono entrambe brutte frasi, è che la prima è molto banale, la seconda è solo banale: e la differenza di scelta starebbe qua, cioè il dilettante tende a ripetere. Ma non sarebbe neppure detto, visto che una delle chiavi del postmoderno sta appunto nell’uso del banale, del cliché, del già-detto: non a caso Eco inizia con “era una bella mattinata di fine novembre”, che è la parodia dell’incipit più famoso del mondo.

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        • Anche questo è vero Alessio, però tu hai la tendenza a pensare all’opera di narrativa come opera d’arte. Non tutta la narrativa è arte nel senso in cui lo intendi tu. Nella narrativa di genere, ad esempio, è molto confacente la mimesi visiva. Nella narrativa colta, invece, sarebbe un errore. Questo blog è seguito da entrambi gli esponenti delle due… chiamiamole correnti: narrativa di genere e narrativa colta. Forse il modo in cui uso il termine di “genere” potrebbe apparire denigrante, non è così. Semplicemente le due correnti svolgono due funzioni diverse e si rivolgono a due pubblici diversi. Anche se devo confessare che riguardo alla narrativa di genere, che leggo poco, seguo con grande passione Patrick Rothfuss. Inoltre si potrebbe aggiungere che esiste narrativa di genere “pop” e narrativa di genere “colta”. Mattatoio n. 5, ad esempio, pur essendo un prodotto di genere fantascientifico, secondo me rientra tra le seconde. Insomma, il discorso è troppo complicato per mettere paletti certi. 🙂

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        • Ciao Alessio, dici che: il dilettante non ha studiato chi c’è da studiare.
          Interessante e chi ci sarebbe da studiare?
          Esistono scrittori canonici, manuali sacri della scrittura da cui indottrinarsi?
          Non c’è proprio nulla da studiare per illuminarsi nella fonte del sapere. Non esiste un’unica via. Ogni scrittore trova la sua strada a seconda della propria percezione del mondo, delle letture fatte, a seconda di miriadi di altri parametri inclassificabili e che è inutile classificare.

          Il mio era solo un esempio breve. Le due frasi non sono affatto banali. La ricercatezza è inutile e spesso fine a se stessa.
          Williams in Stoner è sempre semplice, chiaro, limpido, cristallino.
          Dire: il sole era accecante, non è banale, ma un’immagine stereotipata che lo scrittore butta lì senza sforzo e che scivola via al lettore nello stesso istante in cui legge.
          Dire: Il sole le scaldava il viso, è una frase che mira a suscitare una sensazione al lettore. Far cogliere la densità del sole sulla persona, quanto è caldo quel giorno.

          Williams in Stoner fa questo e lo fa ai massimi livelli. Esempio:
          Lo scrittore inesperto direbbe: l’aula era illuminata dal sole.
          Mentre William dice: La luce entrava di taglio dalle finestre posandosi sui volti dei suoi compagni, che parevano illuminarsi dall’interno, stagliandosi nel buio. Uno studente strizzò gli occhi e l’ombra sottile gli si posò sulla guancia, la cui parte inferiore era esposta al sole.

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          • Ciao.
            Ovviamente un canone esiste. Non abbiamo scritto il Canone Occidentale per niente. Il semplice fatto che esista una società con condizioni condivise, e cioè che esista un senso comune (e, in una certa misura, è chiaro che esiste), implica che esista un canone. Che non riguarda comunque libri di scrittura: i manuali di scrittura non sono una materia vera e propria, sono solo raccolte di consigli paragonabili a vecchi aforismi: cioè consigli validi all’interno di un certo sistema tradizionale, ma non certo utili a formare un sistema personale.
            Quando parlo di “studiare quel che c’è da studiare” parlo sostanzialmente di quei mezzi critici e narratologici che costituiscono una scienza e che permettono di farsi una idea più precisa del da farsi. Dico anzitutto che costituiscono una scienza perché non sono fatti per emettere giudizi, ma per descrivere: e, una volta posto il modello (io ho in testa quello strutturalista, a la Genette), la descrizione è falsificabile. E dico che serve a farsi una idea sul da farsi perché se io provo a dire che è logico che la letteratura faccia X e non Y non lo dico per una questione di estetica, non lo dico in base a quel che mi piace o non mi piace, ma lo dico per una questione di logica, per una analisi oggettiva su come funziona il mezzo.

            Sulle frasi: dici che è stereotipata. Quindi è banale, come ho detto io XD Tu, sopra, per banale intendi semplice: ma infatti dico io stesso che il semplice può costituire grande letteratura, come spesso è in McCarthy. E in verità anche lo stereotipo, il cliché, il già visto già sentito nooo di nuovo che palle, sono utilizzabili con arte (Joyce ha scritto un racconto utilizzando una serie di frasi fatte, quasi di proverbi. Ma lo ha fatto perché descriveva il primo innamoramento di un ragazzo: quando cioè essere banali è inevitabile).
            Invece, di contro, non concordo quando analizzi l’effetto delle frasi. Quando dici che la seconda frase fa cogliere la densità del sole e il calore del giorno, a me pare che sia una sensazione causata non da una lettura naturale, ma da uno sforzo di giustificare la tua posizione. Volendo fare così, potrei dire che anche la prima frase fa pulsare gli occhi: ma non sarebbe la lettura normale. Entrambe le frasi scivolano via, oppure entrambe suscitano sensazioni, a seconda del tipo di lettore: questo è ovvio, noi stessi stiamo riportando sensazioni diverse a seconda di come le leggiamo.
            Stoner ha sicuramente una scrittura magistrale, ma non per i particolari sensoriali (che nella scrittura mi paiono sempre secondari: la mia esperienza di lettura preferita è concettuale, non sensoriale), quanto per il giro di frase, per il loro ritmo, per l’ordine in cui sono disposte le informazioni. Quella specifica frase potrei dirti che, tra le tante, ecco, è invecchiata piuttosto male, ma probabilmente è volontario (sta descrivendo, se non ricordo male, uno Stoner che deve ancora prendere coscienza con il mondo letterario: e poche righe sotto c’è l’epifania). In generale, la scrittura di Stoner è diversa perché alterna di continuo scena ed esposizione: te ne accorgi sempre nei punti di raccordo, dove mette una frase ancora in esposizione, poi una singola di background (dove cioè determina l’ambiente), e poi subito una in scena. Questo però ci fa capire appunto che circa il 50% del libro è esposizione, dove certo non trovi cose così.
            Ti direi comunque di provare a pensare al livello necessario per arrivare a scrivere “mastichiamo la nebbia.” che rappresenta per me un tipo di frase perfetto, lasciando perdere il sole.

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            • Grazie Alessio per l’approfindimento. Avendo poco tempo ho commentato velocemente. Cerco di prendermi più spazio.
              Ovviamente un canone occidentale non esiste. Il canone mi fa pensare a una dottrina religiosa e in quanto tale imposta. Esiste una cultura occidentale condivisa per prassi storica. Ci siamo evoluti così nei millenni. Abbiamo un background che ci accomuna con una variabile di differenze infinite. Un Veneto e un Siciliano hanno molto poco in comune. Un italiano e un tedesco molto meno. Non facciamoci ingannare perché si confrontano i blocchi, occidentale, mediorentale e orientale dove le differenze sono molto più nette.
              E comunque in questo che tu chiami canone occidentale ciascuno di noi non ha nulla da imparare, ci nasciamo, ne siamo immersi.
              Tu dici in sostanza che occorre studiare i “mezzi critici e narratologici che costituiscono una scienza e che permettono di farsi una idea più precisa del da farsi.”
              Ma qui ti sbagli di parecchio. Questo lo studiano i critici. Io ho letto decine se non centinaia di testimonianze di scrittori, della loro formazione e delle tecniche scrittorie che utilizzano. Raramente (e dico raramente per il beneficio del dubbio) qualcuno parla d’aver fatto tali studi d’apparati critici scientifici.
              Gli scrittori studiano e si ispirano ad altri scrittori.
              Lo scrittore è molto più istintivo. Ha una necessità narrativa da esternare.
              La critica invece, a suo modo, è riflessiva.

              Veniamo alle mie frasi gettale lì rapidamente come esempio.
              Banale e stereopitato non sono la stessa cosa.
              Definire qualcosa banale implica un giudizio di merito personale. Per qualcuno banale è il calcio, per altri l’arte, per me il gossip.
              Stereotipato secondo il vocabolario Treccani significa: “Ripetuto secondo un modello fisso, sempre uguale, in modo meccanico, e perciò non spontaneo, convenzionale.”
              Per me se uno scrittore scrive: il sole era accecante.
              Sta applicando una frase convenzionale. Non applica nessuno sforzo nel rendere l’immagine, la pennellata espressiva che eserciti nel lettore un’emozione.
              Questa è la mia finalità della scrittura da aspirante scrittore. Capisco pienamente il tuo diverso giudizio estetico che trae le sue indicazioni da una estetica dedotta dalla critica.
              Che poi grandi o infimi scrittori possano sbizzarrirsi con frasi fatte e stereotipi che facciano. Ci saranno anche capolavori, ma in genere questi libri sono scadenti.

              Io e te leggiamo Stoner proprio in maniera diversa. Tu da critico che ne ammira il periodare, io da aspirante scrittore che ne ammira l’intensità emotiva che trasuda da ogni pagina.

              E quindi per concludere trovo poco interessante “masticando la nebbia”.
              È una frase evocativa, ricercata, ma poco vera, scarsamente emozionale.
              Non significa nulla. Forse in senso figurato potrei dire masticando la nebbia della mia mente. Ma… non mi suscita nulla.
              Preferisco lungamente il semplice: “il sole le scaldava il viso.”

              Che poi, per paradosso, Stoner è pieno di frasi semplici (scritte magistralmente) tipo : il sole le scaldava il viso.
              Viceversa sono totalmente assenti frasi tipo: masticare la nebbia.
              Non fanno parte dello stile di Williams, così come non lo sono del mio.

              P.s. Chiedo scusa per eventuali refusi scrivo in posto scomodo da cellulare.

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              • Un canone artistico certo non è un canone religioso: l’artista può legittimamente agire dove vuole, non deve per forza seguire una tradizione (anzi, a logica ci verrebbe da dire che è inutile ripetere informazioni già presenti nel mondo, ché, quando possibile, è meglio portarne di nuove).
                Credo però che la dimensione delle nostre differenze sia in qualche modo “sporcata” dalla prospettiva. Io sono molto diverso da una banana. Eppure ho con lei in comune metà del mio DNA. Pensa, in realtà, quanto sono simile, io veneto, a un siciliano: verrebbe da dire che siamo praticamente uguali, visto che sono già al 50% uguale a una banana.
                La differenza sta a livello di percezione: quanta percezione (intendo: quanto gusto) in comune c’è tra me e, per dire, un giapponese? Secondo me non siamo così distanti: credo che saremo d’accordo entrambi nel dire che Stoner è bello e che il romanzetto che ho scritto anni fa è bruttissimo. Almeno a un livello generale, senza confrontare il singolo italiano col singolo giapponese, ché puoi anche pescare minoranze.
                Ovviamente ognuno ha un suo gusto personale. Questo gusto però potrebbe essere più o meno vicino a una maggioranza (un canone non è una “bellezza oggettiva”: fosse una bellezza oggettiva, tutti la percepiremmo a istinto e sarebbe inutile indagarla; il canone invece è semplicemente un senso comune). Conoscere il canone potrebbe essere utile, in questo senso, nel decidere come posizionarsi, nel capire se creare (e come) qualcosa per molti o per pochi; eccetera, a seconda da come si interpreta.

                Ogni autore ha un suo modo di fare. Ti posso dire, secondo la mia esperienza, che (ci metto dell’ironia): gli scrittori sono troppo politicizzati, gli artisti visivi troppo astratti, i musicisti troppo scientifici. Se ti leggi un libro scritto da un musicista ti trovi realmente un libro che sembra scritto da uno scienziato, di una precisione spaventosa (per esempio, i libri di Schonberg).
                La maggioranza degli scrittori effettivamente scrive perché vuole scrivere e punto. La critica fa la critica perché vuole capire come funziona un determinato mezzo e perché suscita determinate cose. Ciò nonostante, io credo che a un autore uno studio di narratologia non faccia male. Ovviamente non gli permetterà di scrivere bene: però, gli permetterà di rispondersi alla domanda “cosa dovrei fare?”, e non solo alla domanda “cosa mi piace fare?”
                è chiaro che anzitutto deve avere interesse a rispondere a questa domanda: e non è detto. Secondo me però è importante porsela perché così non ci si limita a creare qualcosa che piace, ma si crea anche qualcosa di “logico”, la cui esistenza è “necessaria” nel senso che davvero nessun altro mezzo avrebbe potuto farlo meglio, davvero dà informazioni che non sono ripetute. Ma, ripeto, all’origine serve un interesse verso questo progetto.

                (lo so che le frasi erano gettate là: ho detto che sono brutte frasi non per accusare te, ma per dire che per un romanzo o è meglio cercare altro, o hanno bisogno di uno stile generico che le giustifichi. Come fa McCarthy, per dire, o come ha fatto Parise cercando una lingua minimalista “da sillabario”.)
                In banale non sottintendevo un giudizio di valore.
                Ti dirò poi che sono arrivato al punto da credere che l’emozione stessa sia qualcosa di accessorio nell’arte. Questo però non dipende dalla critica, ma dall’esperienza che ho fatto con pittura e musica, dove ci sono “estetiche” molto particolari, con tipi di “bello” molto particolari e “concettualizzanti” che sono abbastanza difficili da spiegare senza mostrare direttamente il pittore Newman o facendo ascoltare un pezzo di John Cage.
                In genere comunque lo scrittore è molto più legato alla concezione “romantica” rispetto agli artisti di altre arti: intendo dire che per lo scrittore l’emozione è ancora tutto, mentre gli artisti dell’astrattismo geometrico hanno messo come uno dei principio base l’assenza di sentimento. E uno dice: e che ci sta a fare l’arte? Eh, è piuttosto difficile da spiegare qui… In potenza, per dire, l’arte può anche essere un assetto sociale, o un modo di vivere e di percepire le esperienze. Magari ci scrivo un guest post, ma su un altro blog (perché sarebbe troppo astratto per questo).
                “Mastichiamo la nebbia” è una frase di d’Annunzio. Vuole dire, in sostanza, che, uscendo, la nebbia è molto densa. A me pare ammirevole il modo in cui “masticare” rende la densità.

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                • Grazie Alessio,
                  il confronto con te è sempre molto stimolante. Masticare Nebbia mi sembrava Dannunziana, ma ho evitato di azzardare per non cadere in ignoranza palese.
                  Mentre ci siamo volevo chiederti se hai scritto qualche articolo, recensione critica su Stoner.
                  Amo molto questo libro e l’ho studiato parecchio, proprio visto nella mia prospettiva emozionale di scrittore.
                  Alcuni passi del romanzo per me sono di una bellezza estrema, oltre che di abilità tecnica magistrale. La consapevolezza di Stoner per la letteratura (la famosa epifania). La sensazione di smarrimento per la morte del padre, l’estraniamento confusionale durante il suo matrimonio, ma anche l’esplorazione sensoriale mentre è seduto al buio nel suo studio all’università, il crescendo di consapevolezza poco prima della morte.
                  Ecco se hai scritto qualcosa su questo romanzo, una tua valutazione critica sull’alternanza fra la scena e l’esposizione, segnalamela pure, mi farebbe piacere leggere questo tuo punto di vista.

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                  • Sul mio sito (https://convivioamoris.wordpress.com/) trovi due recensioni che ho fatto, una al Deserto dei Tartari e l’altra a Fight Night. Ci sono anche degli editing che ora come ora mi sentirei di rinnegare (nel senso che, a logica, considererei l’editing, anche quelli per cui mi hanno pagato, illegittimi).
                    Nonostante avessi progettato una recensione di Stoner, non l’ho più fatta (perché alla fine preferisco sempre leggerlo per piacere, e per fare una recensione devo leggerlo in modo diverso, tirandomi giù pagine e pagine di appunti). Sto pensando seriamente, però, di farci o la tesi, o comunque una recensione “seria” da pubblicare su una rivista di fascia A (per necessità di accumulare crediti prima della tesi).

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                    • Si già lette entrambe: Fight Night e il caro Buzzati.
                      La tesi sarebbe una gran bella cosa. 😉

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  3. Lo sai ciò che penso e lo ripeto: l’arte deve fare ciò che meglio può fare; e la mimesi dei visibile non è tra le cose che la letteratura può fare. Può trasmettere una idea che poi ognuno disegna a modo suo, casomai: può fornire un’ombra, come faceva Michelangelo per dipingere la Sistina a mano libera. Se cerca di fare di più sbaglia. Un tempo non era così perché non c’era altro: la gente nel corso dei secoli ha spesso consigliato la visibilità della scrittura non perché fosse un bisogno relativo alla scrittura, ma perché bisogno di generica mimesi. Questo bisogno è stato puramente risolto, e nel modo più perfetto, dal cinema. Ora che abbiamo quel mezzo, la letteratura deve puntare ad altro. Basta poco,comunque: anche “eccolo, il ragazzino” è una cosa che il cinema non può trasmettere, basta andare oltre la scena.

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    • Be’ fatto sta che una buona narrazione un’immagine te la trasmette certamente. Il valore di quell’immagine sta nel fatto che il lettore partecipa direttamente, con la propria fantasia, alla sua realizzazione: cosa che con il cinema non può fare. 😉

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  4. Ma Stoner non sarà mica una storia d’amore, vero? L’ho preso dando retta ad Alessio e non vorrei avere sorprese…
    Le scritte a forma di casa neanche le avevo notate.
    Sinceramente quando scrivo non penso a essere vago o esatto, in alcuni casi c’è vaghezza e in altri esattezza, forse dipende dalle situazioni.

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  5. “È una mutilazione!” dissi. “Le immagini non possono far altro che mutilate le parole. Erano state concepite per vivere da sole, senza figure. Con le immagini non sono più le stesse parole!”Kurt Vonnegut – Madre notte

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  6. Tra le molte lezioni inutili a cui ho assistito nel corso di abilitazione all’insegnamento una del tutto inutile ai fini pratici, ma più interessante per una scribacchina, era sul cambiamento della descrizione letteraria con l’arrivo della fotografia. Le lunghe descrizioni geografiche dei romanzi ottocenteschi erano indispensabili, diceva il prof, per lettori che non avevano mai visto neppure in foto alcuni posti, invece a noi basta dire giungla per accedere a un ricco archivio di immagini memorizzate. Quindi l’attenzione dei prosatori si è spostata sempre più verso l’interiorità via via che l’esteriorità poteva essere indagata mediante la fotografia prima e la cinepresa dopo. Insomma, oggi la vaghezza descrittiva è molto più accettata che in passato, secondo il prof. Oggi, secondo lui, è più importante evocare la sensazione di una scena o di un paesaggio, per dire, che non descriverla con esattezza. Sarà vero?

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    • C’era un articolo in cui citavo Zola, secondo cui, pittoricamente, per i pittori il soggetto era solo un pretesto, mentre per il pubblico è tutto ciò che conta.
      Ugualmente, qui, in fatto di “visibilità” e “sensazione”, c’è una spaccatura a seconda del pubblico.
      C’è chi bada solo alla piacevolezza dell’opera, e chi invece bada alla sua necessità, al suo senso d’esistere. La prima fascia tende ancora a volere una scrittura visiva, perché istintivamente correla l’esperienza all’emozione. La seconda fascia invece riconosce la necessità dell’autonomia del mezzo, e quindi riesce a godere meglio un’opera non “sostituibile” da un altro mezzo.
      Una narrazione cinematografica, tutta incentrata sulla scena, oggi, personalmente, mi pare improponibile come mi pare improponibile il figurativismo ingenuo di tante illustrazioni.

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      • Eppure se si dovesse usare una definizione per definire l’arte dei prosatori contemporanei (soprattutto quelli giovani), spesso viene proposta proprio l’espressione: scrittura cinematografica.

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        • Giusto, questo mi ero dimenticato di specificarlo.
          Ci sono infatti diverse persone che sostengono una posizione opposta alla mia in questo: secondo loro la sensibilità si adatterà sempre di più allo stile del cinema, e le altre arti dovranno adattarsi a questa sensibilità; anche la scrittura, cioè, deve riuscire in qualche modo a replicare certi effetti cinematografici.
          Ti potrei dire che per gli autori “pop” è effettivamente la via più facile. E credo che oggi vada molto appunto perché vicina alla sensibilità di una popolazione abituata a stare davanti alla tv. Ed è qui che nasce l’incontro: cioè, un tempo si consigliava la scrittura “visiva” per bisogno di mimesi, oggi la si consiglia perché troppo abituati alla mimesi.
          Però, a logica, io preferirei prendere un’altra via.

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    • Credo sia vero. Personalmente le lunghe descrizioni ambientati mi annoiano. Quello che mi piace leggere, invece, sono due cose: le descrizioni biografiche (chi è, da dove viene, cos’ha fatto); e i fatti, cioè gesti azioni. Questi ultimi però non devono essere descritti in dettaglio, ma con precisione. Ecco che forse abbiamo trovato il bandolo della matassa: non è la quantità dei dettagli che serve, ma l’esattezza di quei pochi indispensabili. 😉

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  7. Io forse sono una mosca bianca, come lettrice, perché mentre molti lettori non gradiscono la precisione visiva, io la ricerco. è uno dei tratti distintivi del mio stile. E sto imparando a evocare immagini usando poche parole e pochi dettagli, mentre in passato ero decisamente più prolissa.
    Su quanto scrivi in questo bell’articolo, mi permetto di dissentire per un solo concetto. Per quanto abbia perfettamente capito ciò che tu intendevi, non credo che in un’immagine cinematografica tutti gli spettatori vedano le stesse cose. è vero, non sono loro a crearla nella mente come avviene con ciò che è descritto in un libro, ma se si trattasse di fruitori passivi sarebbero ancora validi i principi di Horkeimer e Adorno, che parlavano di “black box”: lo spettatore è una scatola vuota dentro cui i media possono infilare qualunque contenuto. No, non è così. Lo spettatore interpreta l’immagine a modo suo. Per quanto viva e nitida può essere colpito da un dettaglio che gli altri nemmeno notano. In poche parole, si attiva un’esperienza di fruizione unica nel proprio genere. 🙂
    Ho notato comunque come si attivi un processo lineare. L’autore crea un’immagine nella propria mente (io almeno faccio così) e la trasforma in parole; il lettore divora parole e le trasforma in immagine. L’autore valido può essere colui in grado di far sì che immagine 1 e immagine 2 coincidano? 🙂

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    • Le immagini non possono coincidere, e forse questo è un bene, ma possono collaborare. Cioè possono procedere in accordo verso lo scopo della narrazione.

      Per quanto riguarda l’esperienza cinematografica: è vero che l’esperienza può anche essere personale, ma tutti vedono le stesse cose allo stesso modo. Una camicia rossa è una camicia rossa. Lo è anche nella scrittura, ma la mia camicia rossa può avere un taglio diverso da quella che visualizzi tu, una sfumatura diversa, eccetera.

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    • La parola è fatta per incarnare concetti, non immagini. Ci sono autori che in realtà io credo non partano dalle immagini: d’Annunzio, per dire, anche in prosa, mi pare partire più che altro da suoni e giri di frase. E questo può avere un senso mica da poco: perché se l’immagine è molto variabile per ognuno, il suono del significante è quasi uguale per tutti.
      Personalmente credo comunque che ad un certo punto bisogna sorpassare l’istinto di trasportare l’immagine in parole per poi farla sciogliere al lettore (che è una cosa che, tra l’altro, costituisce una inflazione semantica). Immaginare rimane necessario per controllare la fisica della scena e gli spazi; però trasportare l’immagine in parole è inefficiente. Non conosco un solo grande testo, invero, che non abbia qualcosa che possa essere detto solo a parole, e che cioè prescinda dall’immagine. Ma di questo ne parlo venerdì XD

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  8. Quando leggo visualizzo sempre delle immagini quasi cinematografiche e mi piace lasciarmi trasportare dalle sensazioni che mi trasmette.
    Del resto visualizzo molto anche quando scrivo, ho bisogno di immaginare la scena.

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    • Anch’io visualizzo la scena, è fondamentale per non commettere errori di incoerenza. Il punto però è quanto visiva debba essere la scrittura. L’idea che mi sono fatto, ma potrei sbagliare, è che i romanzi molto visivi sono generalmente quelli che rientrano nella categoria: di genere.

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      • Io ho una scrittura visiva, ma sto scrivendo un mainstream: non può essere tutto legato alle immagini. Le dinamiche psicologiche dei personaggi hanno uguale spazio. Lì sì che c’è vaghezza.

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            • Comunque è vero che i romanzi di genere tendono ad essere più visivi di quelli mainstream, ma ciò non esclude che anche la letteratura possa essere visiva. Donna Tartt per esempio dà grande importanza anche ai dettagli visivi, per non parlare di autori come Genovese e De Carlo. Ovviamente ogni elemento deve essere bilanciato. Io ammetto di avere una scrittura visiva, ma con dei filtri. Sai da dove nascono questi filtri? Dal punto di vista. I dettagli riportati sono quelli notati dal personaggio. Tutto il resto rimane vago. Come sempre, fra i due estremi di questa dicotomia, esistono molte sfumature.

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              • Donna Tartt però ha scritto un libro, Il Cardellino, che parla di quadri: è quasi obbligata a essere visiva. A me la sua scrittura non piace, la trovo ridondante, noiosa, inutilmente barocca. Troppo piena, insomma, senza necessità. De Carlo non l’ho mai letto.

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  9. Post interessante e ancora più utili i commenti, come quello di Tenar sulla narrazione pre e post avvento della fotografia.
    Finora si è parlato più che altro di immagini, ma un problema che mi sto ponendo in questo periodo è come rendere narrativamente suoni e musica. L’esperienza infatti si forma nella mente attraverso tutti i cinque sensi (e spesso con l’aiuto del sesto) e il suono è fondamentale. Nessun particolare problema con i rumori o i suoni della natura (il nostro database mentale collettivo comprende versi e cinguettii di molte specie di uccelli, così se scrivo “udì un suono come di cornacchia” so che molti immagineranno quello che volevo) ma il problema grosso per me è la musica. Ho letto vari libri nei quali la musica è al centro della narrazione ma nessuno riesce a rendere nella mia mente la musica come lo era in quella dell’autore, ne sono certo, soprattutto per musica poco nota o peggio che mai inedita. Ad esempio quella cavolo di Sinfonietta di Janacek di 1Q84: chi non l’ha mai ascoltata cosa immagina? Io mi voglio sforzare di non ascoltarla finché non avrò finito 1Q84, per capire cosa mi sono perso non conoscendola.
    Stesso discorso si può fare con profumi e odori, anzi è ancora più interessante: fotografia, cinema, radio e tv ci hanno fornito tonnellate di immagini e suoni per il nostro substrato evocativo, ma odori e profumi? Le madeleines di Proust non mi hanno detto nulla finché non ne ho assaggiata una, ma il brano sugli asparagi…

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    • Ce lo stiamo chiedendo anche io e Alessio. Abbiamo opinioni diverse in merito: lui, se non ho capito male, ne fa una questione di sintassi e qualche volta di semantica; io, di struttura. Ma è un argomento complesso e in divenire. Il punto però non è tanto rendere una sinfonia precisa con la narrazione: come nel caso delle immagini, una cosa del genere non è alla portata della scrittura e solo con il cinema si può renderla bene; il punto semmai è trasformare la narrazione stessa in sinfonia. Cioè in un’opera sinfonica. Come farlo è tutto da discutere e le strade possono essere diverse.

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    • Allora, la parola è, per sua natura, un suono, al livello del significante. Questo è l’unico modo vero per rendere un suono: e se ti leggi d’Annunzio scoprirai che ci sono determinate parti in cui usa le parole per ricalcare degli spartiti (anche se l’effetto, per ovvi motivi, finisce per assomigliare più a un tema orchestrale suonato solo con le percussioni).
      Salvatore parla di qualcosa di diverso che vogliamo fare io e lui: cioè, dare un criterio alla scrittura che sia logico come quello della musica, andando oltre il modello della poesia. Lui pensa sostanzialmente a ricalcare il modello di una sinfonia tramite i paragrafi, io tramite le frasi. Attualmente però pure io ho un progetto – che credo attuerò solo tra molti anni – per un testo a paragrafi “vociani” (per capirci: come è scritto il Notturno) strutturati musicalmente, con un tema che poi va variato. A questo ovviamente si può aggiungere – dico a Salvatore -, oltre al manuale di composizione di Schonberg, anche lo studio dell’introduzione alla filosofia matematica di Russell: tutto è connesso, tutto torna.
      Se vuoi andare oltre, allora ti dico: non farlo, è un errore. Semplicemente, dobbiamo accettare che è una cosa che la scrittura non può fare. Se tu rileggi con attenzione Proust, ti renderai conto che lui fa tutto tranne che cercare di rendere il sapore della madelaine. Ovviamente se tu lo conosci lo puoi rievocare, ma non è quello il suo scopo, perché lui sa che non può farlo. Quel che lui cerca di fare con quegli aggettivi astrattissimi non è rendere il sapore, ma l’impressione generica, l’emozione, i collegamenti mentali che fa fare, eccetera.
      Arriverei a dirti, addirittura, di non scrivere mai pensando che l’emozione sia correlata alla percezione. Sì, nella vita reale è così, perché l’emozione stessa non è che percezione; ma la scrittura non è fatta per replicare percezioni e tramandare esperienze così. Esiste un modello d’arte di tipo “happening” che di fatto sono vere e proprie simulazioni di vita: sono la fusione tra performance art, mostra d’arte, e teatro, e lo spettatore partecipa attivamente con tutti i sensi. Ecco, la simulazione dell’esperienza di vita sensoriale è campo di quell’arte; la nostra arte deve stare concentrata sul suo campo: può provare a farlo, ma il fulcro è meglio sia un altro; puoi narrare tutte le esperienze di vita che vuoi, ma lo scopo vero dovrebbe essere una percezione di tipo diverso.
      Questo comunque lo approfondiamo domani.

      (la sinfonetta di Janacek è molto famosa. A mio gusto non ti perdi niente: quando un artista ne cita un altro, in genere lo fa o per farlo conoscere, o per tributo, o semplicemente per dichiarare una ispirazione. Altre volte è proprio qualcosa di superfluo: Eco in Numero Zero cita il secondo movimento della Settima di Beethoven solo per far apparire sensibile il personaggio, non per altro… Io, per dirti, voglio mettere nel testo che progetto una PhilipGlass-Mania sostanzialmente per: 1- rendere tributo, 2- incuriosire i pochi che non lo conoscono, 3- creare una condizione surreale. Ma immaginarsi esattamente la sua musica non è previsto.)

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