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Fondamenti di grammatica per aspiranti scrittori

Nel precedente mini-ripasso abbiamo visto come si forma il genere femminile; abbiamo osservato la differenza che passa tra la formazione del femminile e un nome femminile; abbiamo dato un’occhiata alle desinenze e alla suffissazione al femminile. Oggi tocchiamo invece un argomento caldo, da cui si originano tutte le tensioni sessiste di cui la nostra lingua viene caricata: le professioni femminili. Tuttavia lascerei le eventuali polemiche e l’analisi della proposta contenuta in un opuscolo promosso dalla Presidenza del Consiglio nell’87 e curato da Alma Sabatini a un futuro post dedicato esclusivamente a questo argomento.

I nomi professionali al femminile

«Osserviamo più da vicino le modalità più notevoli messe in atto per formare il femminile da nomi maschili in -o, in -a, in -e in un settore particolarmente soggetto a discontinuità e oscillazioni: quello dei nomi professionali».

Luca Serianni, Grammatica italiana, UTET 1989

Perché cito il Serianni? Per questa frase: “[…] un settore particolarmente soggetto a discontinuità e oscillazioni”. È normale che per una lingua viva, come lo è ancora oggi l’italiano, le carte si rimescolino di continuo, ci siano evoluzioni, nascano neologismi e altri termini entrino in disuso. Soprattutto, sono i cambi di direzione semantici ad attirare l’attenzione dei linguisti, gli usi nuovi di vecchi vocaboli. La lingua segue radente i cambiamenti e gli scossoni sociali. Dagli anni cinquanta in avanti i ranghi di alcune professioni maschili si sono progressivamente aperti alle donne e questo ha comportato oscillazioni che non sempre la lingua è stata in grado di governare. È vero in particolar modo per i titoli, le cariche e le professioni.

«Così ad antichi nomi di mestiere come ostessa, pastora, tintora, ecc. si sono affiancati nomi come studentessa, avvocatessa, deputata, presidentessa, e non sempre il processo di adeguamento linguistico alle nuove realtà professionali è stato uniforme».

Serianni, Ivi p. 118

Il problema della formazione del femminile non sussiste per la maggior parte dei nomi in –tore, che suffissa fin da epoca antica in –trice: attore / attrice, redattore / redattrice, senatore / senatrice, ecc.

Benché il voto in Italia si sia aperto alle donne solo a partire dal 1946, il termine elettrice esisteva già per designare il ruolo nella carica istituzionale di elettore imperiale in Germania ricoperto  occasionalmente da una donna: «Anna Maria Luigia, che fu col tempo Elettrice Palatina» [Muratori].

La forma femminile oggi più usata per designare il termine dottore è dottoressa, benché a un certo punto si fosse proposto il terribile dottora: «perché dottoressa e saccente son press’ a poco sinonimi» [G. Romanelli, Lingua e dialetti, Giusti 1910]. Oggi l’effetto ironico di dottora non lascerebbe scampo alla poverina.

Le forme suffissate in –essa sono oggi quelle più incriminate di «lesa parità dei diritti», escludendo le poche forme stabilmente affermate: dottoressa, studentessa, professoressa… in quanto questo suffisso è stato spesso adoperato in senso spregiativo, e in epoca antica designava la moglie di chi esercitava certa professione. Tuttavia un secolo fa «la terminazione -essa (era) preferita a tutte le altre nell’uso comune, quando si debba estendere a donne o una professione o una dignità proprie soltanto dei maschi» [R. Fornaciari, Sintassi italiana, 1881]. «[…] ma, poiché i movimenti femminili di questo secolo hanno rivendicato alle donne il diritto di esercitare certi ruoli professionali con piena parità giuridica ed economica, è giocoforza che un tipo di femminile come quello in –essa abbia progressivamente perso vitalità e produttività» [Serianni, Ivi p. 119].

Insomma, la situazione non è affatto semplice. Per di più, la maggior parte delle problematiche hanno origini extralinguistiche. Ad esempio, presidentessa indicava solo la moglie del presidente, mentre adesso lo si affianca senza sostituirlo con altro suffisso. Per fare un altro esempio, il femminile in –trice — ad esempio ambasciatrice o governatrice, ecc. — ancora oggi designa tanto la carica quanto la moglie del funzionario.

Scherzosi o, per fortuna, in disuso altri femminili, come: commendatoressa, deputatessa, ministressa, filosofessa

Abitudini recenti

Più di recente s’è presa l’abitudine di affiancare il determinatore donna con sostantivo al maschile all’uso del suffisso femminile. Così, al fianco di poliziotta, che pur s’è bene attestato, si può trovare donna poliziotto. Il tipo donna-x, dice il Serianni, ha lo svantaggio di mettere in risalto l’elemento donna, visto come nuovo e insolito, rispetto alla funzione professionale in sé.

Un’altra abitudine recente è quella di lasciare invariato il suffisso maschile, considerandolo neutro. Questo ha una certa validità quando il significato della funzione o della carica ha un valore in sé più elevato rispetto alla designazione di genere. Vale per: parlamentare, direttore amministrativo, presidente della Camera, qualche volta persino per senatore (benché senatrice sia ben attestato) e avvocato (il cui maschile è spesso preferito dalle donne stesse come alternativa ai bruttissimi: avvocata e avvocatessa).

Spesso può capitare che persino l’aggettivo sia usato al maschile benché riferito a una donna: «Chi perde, o chi guadagna in questa situazione? Sinceramente mi permetta di dire – da laico – che chi perde è Gesù Cristo» [Ida Magli, in un articolo della Repubblica del 1986 (tratto dalla Grammatica del Serianni)].

«Il risultato è che proprio il modo più apparentemente maschilista di indicare un nome di professione maschile, quello che ricorre al solo maschile grammaticale, finisce con l’essere, perlomeno nelle intenzioni di chi parla o scrive, il più neutro; risultato non troppo paradossale, se teniamo presente che, in italiano e in altre lingue romanze, il maschile è storicamente il termine non marcato dei generi».

– Serianni, Ivi p. 121

Il maschile, nell’italiano, infatti si usa per:

  • indicare il genere reale
  • indicare il maschile semplice
  • indicare espressioni astratte in cui il latino avrebbe impiegato il neutro
  • indicare la specie in opposizione agli individui: l’uomo < la razza umana, il cavallo < la specie equina, ecc.

Conclusioni

Tornerò sull’argomento con un articolo dedicato al sessismo nella lingua italiana. Per il momento non mi rimane che raccomandarvi, nel caso di dubbi, di fare sempre riferimento a un buon vocabolario, in cui certamente troverete indicazioni chiare su come comportarvi…

_____________________

Note

Luca Serianni, Grammatica italiana, UTET 1989

Giuseppe Romanelli, Lingua e dialetti, Giusti 1910

Raffaello Fornaciari, Sintassi italiana, 1881 – ristampato nel ’74 da Sansoni

In calce, un quadro di Edward Hopper

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27 Comments on “Sostantivo: le professioni femminili

  1. Io sono per l’uso del maschile in funzione di neutro per tutti quei casi in cui la professione rappresenti anche un ruolo: avvocato, dottore, ingegnere, architetto, soprattutto nelle espressioni in cui il titolo sia seguito dal nome (l’avvocato Giulia Bianchi), anche perchè il femminile di ingegnere, comunque lo si formi, suona malissimo 😀
    Da bambino ricordo che mia nonna usava il femminile del grado per riferirsi alla moglie di: la marescialla, la colonnella, la generalessa (che poi era giniralissa, visto l’accento siciliano) ma mi pare che per i gradi delle donne soldato si usi esclusivamente il maschile.
    In ogni caso il genere grammaticale spesso non ha nulla a che fare col sesso di chi svolge il ruolo, altrimenti dovremmo usare il termine guardio in luogo di guardia o sentinello in luogo di sentinella 😛

    Il tedesco se la cava con poco, quando si dice la praticità teutonica, basta aggiungere la desinenza -in, così è stato facile derivare Kanzlerin da Lanzler quando è stata eletta la prima donna canceliere 😉

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    • Be’, dottoressa è un termine ormai in uso. Poliziotta anche. Diciamo che la lingua trova sempre la sua strada (per bocca dei parlanti), e bisognerebbe essere più fiduciosi. I sostantivi che finiscono in -essa, soprattutto quando riferiti a una carica (più che a una professione), designavano solitamente la moglie di… Quei termini, oggi, forse dovrebbero essere suffissi in -a per evitare equivoci; ma è anche vero che il mondo in cui ambasciatrice era la moglie dell’ambasciatore oggi ci pare lontano, annebbiato, quasi evanescente alle nostre spalle e nella nostra memoria. Il problema vero, semmai, è soprattutto per i giornalisti e per gli scrittori. Ieri, ad esempio, guardando il telegiornale (non ricordo a proposito di quale notizia) ho sentito l’annunciatrice usare il sostantivo avvocata, seguito dal nome dell’avvocata. Ora, mi è parso brutto. Forse è una questione d’orecchio, di abitudine al suono, ma se subito dopo il titolo fai seguire il nome, serve marcare il sostantivo con una desinenza femminile? Il maschile, dome dicevo nell’articolo, è una marcatura neutra nella nostra lingua, cioè non è una marcatura. Se le donne si arrogano il diritto di usare la marcatura femminile, io arrogo il diritto di trasformare il maschile in un genere non più neutro! 😛

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      • A me pare che marcare il femminile vada proprio nel senso della distinzione, quindi proprio nel senso opposto a quello cui ci si prefigge, cioè ingegnera potrebbe suonare come un po’ meno di ingegnere.
        Quand’ero bambino, quindi potrei ricordare male perchè ero bambino, ricordo che qualcuno si lamentò proprio dell’uso del femminile nei nomi delle professioni, considerandolo dispregiativo o riduttivo e che quindi si doveva usare solo il maschile, quindi dottore e professore e non dottoressa e professoressa.
        Poi qualcuno disse che la desinenza in -essa era dispregiativa e quindi si doveva usare dottora e professora, magari tra un po’ ci diranno di usare la desinenza tedesca quindi dottorin e professorin 😀
        Ma, per concludere, queste norme imposte dall’alto servono a poco, alla fine la lingua si evolve dal basso 😉

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        • In effetti, già solo trent’anni fa, la marcatura femminile di una professione era intesa in senso dispregiativo o burlesco. Forse è proprio a causa di questo che poi del femminile se n’è fatta una battaglia.

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  2. Interessante questo articolo, mi è piaciuto! 🙂

    Mi hai fatto venire in mente un aneddoto relativo a una bella figura di Emmenthal di un dirigente.
    Arrivano un uomo e una donna in divisa. L’AD si avvicina al tizio in questione e gli dice: “Caro x, ti presento il Capo della Polizia”… Indovina verso quale dei due il signore si è mosso con passo sicuro? 😀

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    • Riesco a immaginarlo benissimo, ma è per via dell’influenza di un mondo che comunque, volente o nolente, sta scomparendo. E di questo sono felice; solo, non vorrei che la lingua venisse usata come campo di battaglia. 😉

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    • È un po’ come la storiella del chirurgo (che però ormai qui è bruciata). La cosa interessante della storiella è che io la risolsi subito (alla fine è questione di logica) ma tutte le donne a cui la proposi caddero nell’equivoco.

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  3. Personalmente trovo deprimente il tentativo di ottenere la parità di diritti attraverso l’uso della lingua (al pari delle quota rosa), seppure sia verissimo che spesso la lingua è uno degli specchi della società. Ma in questo caso si chiede l’effetto inverso: si spera, cioè, che cambiando la lingua, cambi la società.

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    • Brava Silvia, condivido in pieno il tuo parere. Anche le quote rosa mi fanno storcere il naso; come anche i diritti delle minoranze e tante altre cose più o meno sullo stesso piano. A scuola avevo un amico di colore come compagno di classe. I miei compagni lo trattavano con disprezzo; i professori, con riguardo. Io l’ho sempre trattato come uno di noi. Punto.

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      • Infatti. Trattarlo come uno di noi equivale a considerarlo come uno di noi. E così dovrebbe sempre essere. Mi vengono in mente le accuse di razzismo verso chi fischiava Balottelli quando si comportava da pirla. Era e rimaneva un pirla a prescindere del suo colore della pelle.
        Le quota rosa hanno la prerogativa di portare in posti di potere persone che non lo meritano. Anche in questo caso il valore delle persone dovrebbe essere valutato a prescindere dal sesso. Altrimenti si dà peso proprio al pregiudizio contro cui si vorrebbe agire.

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  4. Pingback: Sostantivo: la formazione del femminile | Salvatore Anfuso – il blog

  5. La battaglia tra i sessi trasposta anche nella grammatica, chissà perché in Italia tutto diventa una lotta. Il punto è che non ci dovrebbe essere nessuna lotta, basterebbe il rispetto.

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  6. Pingback: Sostantivo: formazione del plurale (parte I) | Salvatore Anfuso – il blog

  7. Come la mettiamo con alcune professioni con desinenza “ista”, come: farmacista, analista, violinista, oboista, ecc. Poi, quelle in “atra”: pediatra, fisiatra, ecc. Sono già femminili. E la versione maschile? Direi che i sostantivi che raffigurano professioni dovrebbero essere considerati neutri in assoluto. E facciamola finita con questa farsa boldrinesca.

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