
C’era questa porta, ok? Piazzata nel mezzo del nulla, su un edificio basso di mattoni; in una delle peggiori zone di Torino: tra Porta Palazzo, che non è neanche tanto male, e lungo Dora Napoli, alle spalle del budello del Balôn; dove si sono andati a ficcare tutti ‘sti senegalesi, peruviani, marocchini, tunisini, eccetera; ma in giro non c’era nessuno. Non si vedeva anima viva. Niente di niente. E sì che era la vigilia di Capodanno, ma quello è un quartiere popolare.
Comunque, guardo la porta. C’avevano detto di suonare il campanello. C’era un solo campanello. L’intelaiatura della porta era dipinta di blu pavone e il campanello di rosso cardinale. Sì lo so, lo so: ho passato un paio d’estati a lavorare nel colorificio di mio zio e adesso non riesco più a smettere. Comunque, sul portone, legno di faggio credo – mio padre progetta infissi – a due ante, spiccava questa maniglia d’ottone. Sapete, di quelle con l’anello grosso ficcato in bocca al leone e il battaglio per bussare. Ok, lasciate che ve lo dica: noi volevamo semplicemente passare un Capodanno diverso dal solito. Non volevamo succedessero casini. Anziché suonare il campanello, abbiamo bussato. Che volete che vi dica, ci sfrigolava così. C’era il battente e ci andava di usarlo. Abbiamo bussato e aspettato.






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