Tangan-dicat-lukisan-minyak-pemandangan-impresionis-Pintu-biru-gambar-seni-dinding-dekorasi-rumah-seni-grosir-Dinding

C’era questa porta, ok? Piazzata nel mezzo del nulla, su un edificio basso di mattoni; in una delle peggiori zone di Torino: tra Porta Palazzo, che non è neanche tanto male, e lungo Dora Napoli, alle spalle del budello del Balôn; dove si sono andati a ficcare tutti ‘sti senegalesi, peruviani, marocchini, tunisini, eccetera; ma in giro non c’era nessuno. Non si vedeva anima viva. Niente di niente. E sì che era la vigilia di Capodanno, ma quello è un quartiere popolare.

Comunque, guardo la porta. C’avevano detto di suonare il campanello. C’era un solo campanello. L’intelaiatura della porta era dipinta di blu pavone e il campanello di rosso cardinale. Sì lo so, lo so: ho passato un paio d’estati a lavorare nel colorificio di mio zio e adesso non riesco più a smettere. Comunque, sul portone, legno di faggio credo – mio padre progetta infissi – a due ante, spiccava questa maniglia d’ottone. Sapete, di quelle con l’anello grosso ficcato in bocca al leone e il battaglio per bussare. Ok, lasciate che ve lo dica: noi volevamo semplicemente passare un Capodanno diverso dal solito. Non volevamo succedessero casini. Anziché suonare il campanello, abbiamo bussato. Che volete che vi dica, ci sfrigolava così. C’era il battente e ci andava di usarlo. Abbiamo bussato e aspettato.


scrivere fatti

I fatti, contano?

Ammetto che il titolo qualche perplessità possa lasciarla. Con scrivere fatti non intendo suggerirvi l’uso di stupefacenti durante una sessione di scrittura; semmai, piuttosto, il ricorso a una scrittura stupefacente. Scrivere fatti è l’unico modo per essere pubblicati, per essere letti, per vendere un milione di copie di quel manoscritto che serbate nel cassetto. Quasi tutti gli scrittori scrivono fatti, nei loro romanzi. Persino i giornalisti, nei loro articoli, scrivono fatti. C’era una pubblicità negli anni ottanta, di una marca che non ricordo più, che suonava più o meno così: «Sono i fatti, quelli che contano», da non confondere con un’altra: «Fatti, per credere». Irvine Welsh, negli anni novanta, ha preso un certo numero di “fatti” e ne ha scritto un libro diventato icona di quel decennio, Trainspotting, ma è un caso più unico che raro; per tutti gli altri, gli unici fatti che contano sono quelli veicolati dalle azioni.


Piet Mondrian

La lingua può essere fonte di pregiudizi?

Poiché questo è un anno bisestile, quindi esiste un lunedì 29 febbraio, ho pensato di farvi un regalo — ammesso che lo intendiate come tale —, interrompendo la consueta casistica dei mini-ripassi grammaticali per inserire un argomento, sempre di linguistica, che fosse però di aiuto alla riflessione: il sessismo nella lingua italiana; ovvero: l’orientamento androcentrico nella specificazione del genere. Per farlo mi avvarrò dell’inestimabile saggio di Luca Serianni (Prima lezione di grammatica) e della sua Grammatica italiana; di un estratto tratto da Il sessismo nella lingua italiana (opuscolo promosso dalla presidenza del Consiglio nel 1987, curato dal Alma Sabatini) e di un pamphlet a cura dell’Accademia della Crusca che si pone come Guida alla redazione degli atti amministrativi; documenti che potrete trovare in nota al termine di questo articolo. I punti di riflessione sono due: l’orientamento lessicale della nostra lingua può essere definito androcentrico?; la lingua può essere fonte di pregiudizi?


FIABVRAdB-Orizzontale-Bianco(sfondoTrasparente)

La natura polimorfa dell’interpunzione

A chiunque scriva, anche tra i professionisti della penna, può capitare di avere dei dubbi sull’uso corretto dell’interpunzione; sulla scelta cioè, di un segno al posto di un altro o di nessuno in particolare.

“Tutto solo a mezza pagina lo piantarono in asso,

e il mondo continuò una riga più in basso.”

— Gianni Rodari, I cinque libri, Einaudi 1993

Spesso le decisioni che prendiamo sono poco sistematiche e danno origine a un sistema incoerente di interpunzioni. Di queste incertezze «sono in parte responsabili la negligenza, la distrazione, la fretta di chi scrive, e perfino l’ignoranza o la sottovalutazione delle norme. Ma la causa prima […] è la natura polimorfa dell’interpunzione, unita alla relativa labilità dei suoi statuti, mutevoli nel tempo e non ben definiti» [Garavelli].


Hoper

Fondamenti di grammatica per aspiranti scrittori

Nel precedente mini-ripasso abbiamo visto come si forma il genere femminile; abbiamo osservato la differenza che passa tra la formazione del femminile e un nome femminile; abbiamo dato un’occhiata alle desinenze e alla suffissazione al femminile. Oggi tocchiamo invece un argomento caldo, da cui si originano tutte le tensioni sessiste di cui la nostra lingua viene caricata: le professioni femminili. Tuttavia lascerei le eventuali polemiche e l’analisi della proposta contenuta in un opuscolo promosso dalla Presidenza del Consiglio nell’87 e curato da Alma Sabatini a un futuro post dedicato esclusivamente a questo argomento.