Il sessismo della lingua italiana


Piet Mondrian

La lingua può essere fonte di pregiudizi?

Poiché questo è un anno bisestile, quindi esiste un lunedì 29 febbraio, ho pensato di farvi un regalo — ammesso che lo intendiate come tale —, interrompendo la consueta casistica dei mini-ripassi grammaticali per inserire un argomento, sempre di linguistica, che fosse però di aiuto alla riflessione: il sessismo nella lingua italiana; ovvero: l’orientamento androcentrico nella specificazione del genere. Per farlo mi avvarrò dell’inestimabile saggio di Luca Serianni (Prima lezione di grammatica) e della sua Grammatica italiana; di un estratto tratto da Il sessismo nella lingua italiana (opuscolo promosso dalla presidenza del Consiglio nel 1987, curato dal Alma Sabatini) e di un pamphlet a cura dell’Accademia della Crusca che si pone come Guida alla redazione degli atti amministrativi; documenti che potrete trovare in nota al termine di questo articolo. I punti di riflessione sono due: l’orientamento lessicale della nostra lingua può essere definito androcentrico?; la lingua può essere fonte di pregiudizi?

«La constatazione di partenza è innegabile: parlare di fratellanza delle nazioni, chiedere a qualcuno quanti fratelli (s’intende dei due sessi) abbia, invocare il buonsenso dell’uomo della strada, scegliere di vivere in una città a misura d’uomo sono modi che rimandano a una visione del mondo concepita secondo un’ottica maschile».

Luca Serianni, Prima lezione di grammatica, Editori Laterza 2006

Prima di cominciare questa discussione, vorrei soffermarmi sul significato del termine: consuetudine.

Consuetudine s.f. 1. Modo costante di procedere o di operare; abitudine, costume, usanza, tradizione. 2. Fonte di diritto costituita dalla ripetizione costante di un determinato comportamento da parte della generalità dei soggetti, accompagnato dalla convinzione della sua obbligatorietà giuridica. 3. Dimestichezza, familiarità stabilita mediante rapporti e contatti ripetuti. ◆ Dal lat. consetudo -ĭnis, der. di consuetus ‘consueto’ • sec. XIII.

il Devoto-Oli, a cura di Luca Serianni e Maurizio Trifone, Le Monnier 2013

C’è un modo più semplice d’intendere la consuetudine, soprattutto in una lingua: se il vincolo di attribuire il cognome maschile (cioè quello del padre) al nascituro fosse sdoganato, cambierebbe qualcosa per la comunità di appartenenza? Probabilmente no. Se si potesse scegliere liberamente tra il cognome della madre e quello del padre, non cambierebbe nulla tranne un’unica cosa: la rottura di una consuetudine. In questo caso, l’utilità di una consuetudine sta nel conoscere un’informazione senza doverla chiedere. Sapere che il cognome della ragazza che stai frequentando è del padre, o doverle chiedere da quale ceppo deriva aggiunge qualcosa al rapporto? Di nuovo: no. Ma… abbiamo perso per strada un’informazione che, forse non ci serviva a nulla, ma era tacitamente conosciuta. In un mondo in cui le informazioni, il loro possesso, sono il pilastro della società, perderle per strada non mi pare un’idea furba.

Tenete a mente questo concetto e continuiamo.

Il genere nella lingua italiana

Ne parlerò di più e meglio nei mini-ripassi di grammatica (o forse l’ho già fatto al momento in cui leggete); tuttavia non si può cominciare una discussione di questo tipo senza rispolverare alcuni concetti basilari sulla gestione del genere nella nostra lingua.

La regola generale vuole che i sostantivi con suffisso in -o, indichino il genere maschile; quelli con suffisso in -a, il femminile. Una distinzione femminile/maschile può essere fatta, però, solo se motivata dalla corrispondenza sessuale: Mari + -a è una donna; Mari + -o è un uomo.

Tuttavia abbiamo dei sostantivi con suffisso femminile che però non indicano alcuna distinzione di genere: pentola, padella, pera, sera, candela; lo stesso vale per il maschile: libro, tetto, cedro, fico… Queste parole si sono formate per derivazione, il più delle volte, dal latino. Non è questo il contesto in cui approfondire.

La distinzione femminile/maschile diventa fondamentale, e quindi oggetto di discussione, solo là dove c’è effettivamente una corrispondenza sessuale: maestro/maestra, figlio/figlia, gatto/gatta, eccetera.

Alcuni nomi maschili terminano in -a: poeta, papa, profeta, duca, eccetera. Questi nomi formano il femminile sostituendo il suffisso con -essa: poetessa, papessa, profetessa, duchessa, eccetera.

Inoltre:

«Il problema della formazione di un femminile non sussiste per la maggior parte dei nomi in -tore-trice, dove il suffisso femminile si è imposto fin da epoca antica: attore/attrice, redattore/redattrice, senatore/senatrice, scultore/scultrice».

Luca Serianni, Grammatica italiana, UTET 1989

Dove si origina, allora, uno dei problemi di questo apparente o palese sessismo? In sostantivi come: avvocato, deputato, medico, eccetera; il cui corrispondente femminile dovrebbe essere: avvocatessa, deputatessa, medichessa, eccetera. Infatti: «avvocata si adopera nella lingua della devozione nel senso di ‘colei che intercede per i fedeli’» [Serianni]. Poiché alcune professioni, tradizionalmente esercitate da uomini, si sono aperte ai ranghi femminili, il problema di indicare il genere femminile in sostantivi da sempre maschili ha creato un po’ di confusione. Confusione che poi è stata, a mio avviso, strumentalizzata per scopi socio-culturali che nulla centrano con la grammatica.

Un altro problema in questa guerra “linguo-sessista” è rappresentato dalla marcatura a opera dell’articolo per distinguere il genere in nomi epiceni (cioè di forma invariabile per maschile e femminile): il cantante/la cantate, il badante/la badante, il pianista/la pianista, il preside/la preside, eccetera.; ma: il vigile/la vigile (accanto a vigilessa), il presidente/la presidente, il soldato/la soldata (?), il sindaco/la sindaca (?). In alcuni casi il femminile è un po’ ballerino. Fino a non molto tempo fa, inoltre, si usava mettere l’articolo davanti al cognome di una donna per indicarne l’appartenenza di genere: la Prestigiacomo, la Fallaci, eccetera.

Infine, la marcatura di genere maschile per indicare gruppi misti di persone: «Ieri ho conosciuto Paolo, Serena e Anna: sono simpatici!»; «Ho tre fratelli: Luca, Michele e Teresa».

È chiaro che in questo frangente non pretendo d’essere esaustivo, lascio quindi ai mini-ripassi o alle grammatiche, se volete sfogliarle, il compito di approfondire.

Una proposta ragionevole?

«Lo scopo di queste raccomandazioni è di suggerire alternative compatibili con il sistema della lingua per evitare alcune forme sessiste della lingua italiana, almeno quelle più suscettibili di cambiamento. Il fine minimo che ci si propone è di dare visibilità linguistica alle donne e pari valore linguistico a termini riferiti al sesso femminile».

Alma Sabatini, Il sessismo della lingua italiana, 1987

«L’uso di un termine anziché di un altro,» dice la Sabatini, «comporta una modificazione nel pensiero e nell’atteggiamento di chi lo pronuncia e quindi di chi lo ascolta». Questo è senz’altro vero, poiché se al posto del “Soldato Jane”, il film l’avessero titolato la “Soldata Jane”: io probabilmente non l’avrei guardato.

Ancora: «La lingua è una struttura dinamica che cambia in continuazione», e questo è senz’altro vero; meno vera mi pare la seguente affermazione: «Ciononostante la maggior parte della gente è conservatrice e mostra difficoltà – se non paura – nei confronti dei cambiamenti linguistici». A dimostrazione di questo ci sono i continui neologismi, i quali attecchiscono ancora più facilmente nei parlanti dotati di un’istruzione medio-bassa e poco abituati a leggere o a scrivere. I giornali sono una continua fonte, per la verità non sempre nobile, d’invenzione linguistica. In ultimo, i grandi perdenti della storia sono proprio i grammatici; quelli cioè che tendono a cristallizzarsi su normative sorpassate dall’uso popolare della lingua. Insomma, non mi pare che i parlanti siano particolarmente tradizionalisti, né spaventati. Tuttavia superiamo queste polemiche inutili e diamo un’occhiata alle “raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana” della Sabatini.

  • Evitare l’uso delle parole «uomo» e «uomini» in senso universale. Possono essere sostituite, a seconda del contesto, da: personale, esseri umani, specie umana, genere umano, popolo, popolazione, ecc. Anteporre donna a uomo, perché «se si continua ad anteporre il maschile al femminile, si persiste nel considerare il maschio più importante».

A parte che siamo ai limiti della fantascienza; com’è che Orwel chiamava la neolingua in 1984?

  • Evitare di usare sempre ed unicamente il maschile neutro parlando di popoli, categorie e gruppi. Quindi: no a “i Romani”, sì a “il popolo Romano”.
  • Evitare di dare sempre la precedenza al maschile nelle coppie oppositive uomo/donna: «fratelli e sorelle» non va bene, meglio «sorelle e fratelli».

Ditemi, quanta importanza avete mai dato a questi due punti, il 2 e il 3? Continuiamo…

  • Evitare le parole: fraternità, fratellanza, paternità quando si riferiscono a donne e uomini: al posto di «fratellanza fra le nazioni», meglio «solidarietà (umana) tra le nazioni»: con umana rigorosamente tra parentesi, anche se non credo di aver capito il perché.
  • Evitare di accordare il participio passato al maschile, quando i nomi sono in prevalenza femminile. Quindi: «Carla, Maria, Francesca, Giacomo e Sandra sono arrivati questa mattina» non va bene, meglio: «Carla, Maria, Francesca, Giacomo e Sandra sono arrivate questa mattina». Se sono pari numero, si faccia riferimento al genere dell’ultimo nome citato: «Carla, Maria, Giacomo e Stefano sono arrivati questa mattina» è giusto, ma: «Giacomo, Stefano, Carla e Maria sono arrivate questa mattina».

In pratica stiamo complicando qualcosa che in origine era semplice e che non mi pare sia mai stato inteso in senso sessista. Continuiamo…

  • Evitare di citare le donne come categoria a parte. Esempio: «Napoli operaia, ma anche studenti, donne, disoccupati e pensionati» dovrebbe cambiare in «Napoli operaia, ma anche studentesca, disoccupata, pensionata»… (gli esempi sono della Sabatini [notare l’articolo davanti al cognome]).
  • Evitare la segnalazione dissimmetrica di donne e uomini nel campo politico, sociale e culturale facendo in modo che la segnalazione sia parallela: no a «La Thatcher, Brandt», sì a «Thatcher, Brandt».
  • Abolire l’uso del termine signorina.
  • Evitare il titolo signora quando si può sostituire con quello della professione.
  • Quando si parla di coppia, indicare il cognome della donna alternando l’ordine dei nomi.
  • Evitare di usare il maschile di nomi di mestieri, professioni, cariche per segnalare posizioni di prestigio quando il femminile esiste.
  • Evitare di usare al maschile, con articoli e concordanze maschili, nomi epiceni.
  • Evitare di usare al maschile o di femminilizzare con il suffisso -essa nomi di professione che hanno regolare femminile in -a: il deputato/la deputata, l’avvocato/l’avvocata (ricordate cos’ho scritto a proposito del termine avvocata, vero?), il magistrato/la magistrata; quindi: il vigile/la vigile (?), il medico/la medica (?), il presidente/la presidente (?), il soldato/la soldata (?),  il sindaco/la sindaca (?), ecc.
  • Evitare di usare al maschile o con il modificatore «donna» i seguenti sostantivi in -sore: assessore/assessora; ma professore/professoressa, vigile/vigilessa (?), dottore/dottoressa? No! Meglio: dottore/dottrice!
  • Evitare di usare al maschile o con il modificatore «donna» i seguenti titoli: medico/medica (avete capito bene), architetto/architetta («Tetta? Chi ha detto: tetta?!»), chirurgo/chirurga, critico/critica, arbitro/arbitra (proprio così: «Chi arbitra sta sera?» fa un amico al suo dirimpettaio; «L’arbitra Rossi» gli risponde quest’ultimo…), ingegnere/ingegnera, finanziere/finanziera, ferroviere/ferroviera, e via dicendo. Evito di metterli tutti, tanto avete capito.

Ora, riguardo ai mestieri, le professioni e le cariche vi lascio a ciò che raccomanda l’Accademia della Crusca nella sua Guida alla redazione degli atti amministrativi, pagina 28.

«Per i nomi di mestiere, i titoli professionali e i ruoli istituzionali si suggerisce di usare il genere maschile e il genere femminile in base al genere del referente. Le strategie di riferimento e di accordo variano in base al tipo di testo».

Avete capito bene, la Crusca suggerisce di usare architetta se ci si sta riferendo a un architetto donna.

Conclusioni

«[…] la lingua è il frutto delle sedimentazioni culturali che si sono andate via via stratificando nel corso delle generazioni: oggi sappiamo che l’influenza è causata da un virus (non dall’influsso degli astri), scriviamo con penne che non hanno più nulla in comune con le piume degli uccelli, le carrozze degli Eurostar si chiamano così benché non siano trainate da cavalli. Analogamente, modi ed espressioni cristallizzatisi e da sempre spontanei nell’uso non dovrebbero essere sottoposti al letto di Procuste di una riscrittura “politicamente corretta”, dando luogo a formulazioni impacciate o innaturali».

Luca Serianni, Prima lezione di grammatica, Editori Laterza 2006

È evidentemente irrealistico, dice il Serianni [notare l’articolo prima del cognome], suggerire di non «accordare il participio passato al maschile, quando i nomi sono in prevalenza femminili», regolandosi in base al «genere largamente maggioritario» o a quello «dell’ultimo sostantivo della serie».

Benché il superamento della segnalazione dissimmetrica di uomini e donne (cioè dell’articolo marcato soltanto davanti al cognome della donna), il regresso del titolo «signorina» e la rivendicazione del cognome di origine abbiano effettivamente confermato gli auspici; più incerta si presenta la situazione per i titoli e i nomi professionali in genere. Diversamente da quanto predetto dall’opuscolo della Sabatini, si sono affermati i seguenti titoli: dottoressa, professoressa e studentessa (che la Sabatini voleva sostituire con la studente).

Si è affermato anche il suffisso in –iera: cameriera, infermiera, ingegnera, parrucchiera, ragioniera, ecc., e la marcatura femminile di alcuni nomi epiceni: la preside, la pediatra, la vigile (accanto a vigilessa), la farmacista, la borsista, la stagista, ecc. «Ma in tutta una nutrita serie di nomi il femminile esiste solo virtualmente, ha assunto altri significati o è molto raro: ingegnere/ingegnera, chirurgo/chirurga, soldato/soldata, avvocato/avvocata, sindaco/sindaca, ecc. […] ma sono le stesse donne, immesse a ranghi sempre più larghi in professioni tradizionalmente esercitate da uomini, che spesso preferiscono il maschile» [Serianni].

Per dimostrarlo, Luca Serianni decide di consultare i vocabolari (tutti i vocabolari). Quello che scopre è interessante. Garzanti sembra più favorevole a considerare i femminili regolari pienamente acclimatati; il De Mauro è quello più guardingo. Lo Zingarelli si avvicina al Garzanti, ma il Sabatini-Coletti e Devoto-Oli assomigliano più al De Mauro. «Ma il dato saliente,» dice Luca Serianni, «è che ogni dizionario va per la sua strada». Questo crea quel sostrato di confusione e incertezza che prima, grazie alla consuetudine, non esisteva.

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Note

Luca Serianni, Prima lezione di grammatica, Editori Laterza 2006

Luca Serianni, Grammatica italiana, UTET 1989

Curateli Serianni e Trifone, il Devoto-Oli, Le Monner 2013

Alma Sabatini, Il sessismo della lingua italiana, Presidenza del Consiglio 1987

AA.VV., Guida alla redazione degli atti amministrativi, Accademia della Crusca e Ittig-Cnr 2011

In calce, un quadro di Piet Mondrian.

71 Comments on “Il sessismo della lingua italiana

  1. Diciamo che se il film si fosse intitolato “soldata Jane” o meglio “soldatessa Jane” avresti pensato ad una commedia erotica anni ’70 e saresti andato a vederlo lo stesso ma di nascosto 😛
    Sabatini (senza articolo) non ci dice però come dobbiamo comportarci coi nomi di professione che sono femminili: la guardia diventa il guardio? la sentinella il sentinello? E poi mi boccia un bellissimo termine come la fratellanza, femminile, pur originato dal termine maschile fratello.
    Comunque il tentativo di cambiare la percezione del mondo cambiando la lingua, come già più volte accennato, a me suona molto Orwelliano
    Una curiosita: in tedesco si usa Bruder per fratello e Schwester per sorella, ma al plurale diventa Geschwister (valido sia per sorelle che per fratelli e sorelle insieme) pur mantenendo il plurale Gebrüder per i gruppi di soli fratelli maschi.

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      • la donna nell universo sconosciuto,la storia della donna, l essenza della donna…..ecco tu nasci in un mondo cosí solo che sei un uomo, non é difficile immaginare che forse avresti qualche cosa da ridire, non é difficile comprendere che un impatto sul tuo immaginario ci sarebbe.la questione non é un capriccio ma importante quindi. ci sono diverse tipologie di uomini, quelli che non comprendono e quelli che comprendono ma “furbescamente” si dicono “bene ho un vantaggio me lo tengo” insomma l antico Mors tua vita mea. quelli che non comprendono davanti al cambiamento reagiscono con fastidio , una reazione “naturale” tipica di un privilegio esteso ad altri-e . visto che come sopra la questione é sotanziale per la qualitá della vita rappresentazione del mondo…. non si puó andar dietro ai furbi o a chi ha difficoltá di comprensione. noi dobbiamo fare in modo che tutti possano formarsi con un immaginario libero, una rappresentazione del mondo ,della realtá in cui possono indentificarsi portare il proprio contributo, realizzarsi . cancellare metá del mondo nella lingua dovuto a millenni di sessismo feroce non é la via giusta. il cambiamento é necessario. questo non significa che queste modifiche siano sufficenti , i millenni non si cancellano in pochi giorni o anni, come tu hai ampiamente dimostrato ad es .parlando del salvate il soldato….che declinato al femminile non saresti neanche andato a vedere(per molto tempo le scrittrici usavano pseudonomi al maschile e in questa epoca regressiva si hanno ancora problemi nonostante nobel ed altro).certe donne a causa dell accezione negativa che ha nell imaginario il femminile, vogliono essere esse stesse chiamate ad es. segretario generale piuttosto che, segretaria generale a causa dell inconscio di chi le ascolta….non lo dico con piacere ovviamente ma é la realtá….questo significa solo, che bisogna sforzarsi e lavorare. saluti

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        • Come sai, la nostra lingua si è evoluta, attraverso vari passaggi, dal latino. Il latino aveva il maschile, il femminile e il neutro. Già nel tardo latino il neutro cominciava a non essere più usato. Con il volgare è sparito del tutto. Solo che in alcuni casi servirebbe il neutro, ad esempio per gli oggetti: pentola è un sostantivo femminile, ma l’uso del femminile è ingiustificato con uno strumento da cucina; o per indicare gruppi misti di persone, o per una carica la cui importanza prescinde dal genere sessuale di chi la detiene. Poiché però è sparito, a fare le veci del neutro si è imposta la marcatura meno calcata: il maschile, appunto. Nonostante questo, ciò non ha impedito la formazione di sostantivi con desinenza in -a: come, ad esempio, sentinella. Oggi, che le professioni militari si sono aperte anche alle donne, probabilmente ci si potrebbe imbattere in una sentinella di sesso effettivamente femminile, ma anche solo fino a trent’anni fa questo non era possibile; quindi con sentinella, un sostantivo femminile, si disegnava un uomo di ronda per di più di una professione che più maschile non si riesce a immaginare: il soldato. E che dire del maschio di balena? Forse dovrebbe sentirsi meno virile per la marcatura al femminile del sostantivo che lo designa? Gli esempi abbondano ma mi limito a questi. Ora, tutto questo per dire che i tuoi deliri – perché di deliri si tratta – sono fuori contesto. La lingua ha una sua evoluzione. Questo può voler dire che un giorno potrebbe sorgere nuovamente il neutro, o che il femminile non sarà più avvertito come una marcatura calcata. Tuttavia, la strumentalizzazione del linguaggio per perseguire scopi che con la grammatica – perché è di grammatica che si sta parlando in questo articolo – che con la grammatica non ha nulla da spartire è, questa sì, una furbizia. Non solo una furbizia, ma una furbizia da dotti ignoranti.

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  2. Ho affrontato 2 volte questa questione nel mio blog e per me il sessismo è solo una favola.
    La parola uomo deriva dal latino homo, che indica l’uomo come specie e non il maschio, che invece era denominato vir.
    Adesso cambiare il cognome per me porterebbe a parecchi problemi, uno su tutti il rischio di sposarti con un tuo parente senza saperlo.
    Non vedo perché evitare le parole uomo e uomini, mi sembra assurdo. Non vanno sempre i sinonimi come personale, popolo, ecc.
    Anche anteporre donna a uomo mi pare una forzatura, lo faccia chi lo vuole.
    Se scrivi «Carla, Maria, Francesca, Giacomo e Sandra sono arrivate questa mattina», significa che Giacomo è una donna… La Sabatini sta fuori.

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    • Sul cognome e il rischio di sposare una parente diretta hai ragione, ma solo in parte: ci sono pur sempre le cugine o i cugini dotati del cognome del marito della sorella di tuo padre, o peggio: madre. Alla fine il cognome è diverso comunque. Su tutto il resto concordo: la Sabatini è (era) fuori. 😀

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    • Sul cognome qui sono fanatiche, tanto che quando si sposano cambiano il cognome anche nella mail dell’ufficio, un paio di volte mi sono trovato in imbarazzo, perchè credevo che fosse una persona diversa a scrivermi.
      Sul cognome del figlio dato dal padre c’è una ragione storica, visto che la madre è certa, il padre, dando il cognome, riconosceva ufficialmente il nascituro. Oggi c’è il test del DNA 😉

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  3. Penso che valga il principio secondo cui, alla fine, è la forma più usata ad imporsi. Avvocata, medica, soldata sono forme talmente brutte che poi nell’uso comune non entrano, per quanto certa opinione pubblica spinga per farle entrare. Quasi come se fosse la lingua a stabilire chi ha il diritto di fare il medico e chi no. Se, come donna, mi ritengo in grado di farlo, non vedo perché dovrebbe disturbarmi l’essere chiamata medico. Del resto modificare a tavolino una lingua, ancorché impossibile, porta con sé il tentativo di cancellare una parte della storia di questa lingua. Di cui invece, a mio giudizio, è bene conservare la memoria.
    Anche il termine signorina sta andando nel dimenticatoio perché è veramente orribile, non credo per altro.
    Il termine signora, invece, credo che sia molto elegante. Non vedo la discriminazione nel dire la signora Merkel piuttosto che la cancelliera. La trovo quasi una galanteria un po’ retrò che ha comunque il suo fascino. Sarà che a me, in genere, i titoli onorifici fanno ridere, ad esempio quelli, maschi o femmine che siano, che mettono il dott. sul campanello nell’abitazione privata e magari sono laureati in matematica.

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  4. In genere non dico mai concordo, ma stavolta concordo pienamente con le controrepliche di Grilloz e Daniele alla Sabatini.

    Io parto dal principio di pelle che detesto buonismi, revisionismi e il politicamente corretto.
    La trafila che da spazzino ci porta a operatore ecologico la trovo ridicola.

    Lo stesso per il sessismo nella lingua. Perché è vero che possiamo giocarci la modifica dei sostantivi maschili e femminili, ma che dire della diversa interpretazione di senso: un uomo di strada, una donna di strada; un uomo disponibile, una donna disponibile.

    Nel mio romanzo in dirittura c’è un magistrato. Donna. E non mi pongo il dilemma di chiamarla la magistrata (che trovo orribile).
    Semplicemente perché il sostantivo maschile è stato sdoganato e il lettore sa che può vedersi spuntare un uomo o una donna. Da scrittore me lo gioco come effetto a sorpresa.

    Nel mio rigore logico, non è la lingua maschile che deve modificarsi al femminile, ma al contrario, sono le donne che a colpi di modernità conquistano i sostantivi maschili e li rendono propri.

    Dire il magistrato e riferirsi a una donna, non è una nostra concessione, ma una vera e propria conquista femminile.
    Le donne di oggi dicono che non esistono più i maschi di una volta. E ci credo, se ci scippano via pure i nostri sostantivi siamo ridotti male. 😀

    Ah p.s. certo nel mio romanzo il magistrato donna si chiama Ficarotta. E’ una assatanata del commissario e quindi il suo cognome è visto in chiave comica. Ma allora secondo il politicamente corretto anche certi cognomi sessisti dovrebbero essere modificati all’anagrafe?

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    • Potresti provare con “magistratessa”… XD

      No, ti prego no: Ficarotta, non si può leggere. Fai del bene al tuo romanzo: cambialo. XD

      P.S. Comunque, noto, sei concorde con tutti tranne che con chi ha scritto questo ottimo articolo… Va bene. Me ne ricorderò. Ok… XD

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      • ahah che c’entra, tu hai realizzato un post accademico di encomiabile valore ed esattezza. Da arbitro hai esposto la tematica, ma sono i commentatori che giocano… o no… XD

        No no, Ficarotta non si tocca… E’ pure grassa, per la gag è tutto un programma.

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  5. Caro Salvatore, come sempre mi sorprendi. In positivo. Giuste riflessioni. Ho postato qualche giorno fa a Grilloz un commento su ministra, architetta ecc. di una studiosa, perché in un certo senso delimita la questione.
    Diceva quel commento che chi usa ministro per una donna pretende di basare le sua scelta su motivi linguistici, ma in realtà sono solo culturali. Quelli che usano ministra, come me, lo fanno per motivi prevalentemente culturali (sono anche un garzantiano in questo senso), ma giustificati su corrette basi grammaticali.

    Uno poi parla e scrive come vuole. Non mi scompongo perché qualcuno scrive il ministro Boschi. Allo stesso modo non bisognerebbe scomporsi criticando chi scrive la ministra Boschi. Che è grammaticalmente corretto. Se poi aggiungiamo gli aggettivi al sostantivo… il bravisssimo ministro Boschi o la bravissima ministro Boschi? Il ministro Boschi è incinto o incinta? 😀

    Nota sui vocabolari. Anch’essi hanno visioni culturali della lingua. Per la cronaca il Garzanti ha a capo Giuseppe Patota, credo assistente di Serianni… De Mauro è un linguista e quindi valuta i termini anche in base alla frequenza di utilizzo, oltre a regole grammaticali certe. Serianni è direttore scientifico “formale” ma non sostanziale del Devoto-Oli, che francamente dei vocabolari in commercio è il più datato. Meglio sempre averne due di vocabolari, tu is megl che uan. Ogni dieci anni andrebbero revisionati in toto (oggi non lo fanno più perché mancano i soldi per una corretta redazione scientifica).

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    • Io uso il Devoto-Oli e lo Zingarelli. Il Devoto mi piace un sacco perché segna in rosso i vocaboli meno comuni; in nero quelli che qualsiasi parlante madrelingua dovrebbe conoscere anche senza aver sfogliato un libro dopo aver conseguito la licenza media.

      Il ragionamento che fai sulla ministra vale anche per la guardia di ronda al castro… XD In fondo il bello della lingua sono anche gli equivoci, spesso involontari, su cui si può giocare. Detto questo, io uso ministro perché, linguisticamente parlando, in italiano, ma anche in molte altre lingue romanze, il maschile per definire il genere è una marcatura neutra. Infatti nel passaggio dal latino al volgare – ma già nel tardo latino – il genere neutro si è perso per strada. I parlanti, si sa, sono pigri; cercano di dire le cose risparmiando vocaboli e usando sempre gli stessi. Poiché l’italiano è una lingua viva, che si evolve quindi per bocca dei parlanti (anche per mano di chi scrive, ma si rischia una forbice tra uso colto e uso popolare – e a sopravvivere sono quasi sempre i vocaboli di questi ultimi), è perfettamente in grado di badare a se stessa senza che la Presidenza del Consiglio s’inventi soluzioni orwelliane per abilitare e giustificare il ruolo delle donne nei mestieri normalmente maschili. Certo che è una questione culturale, tanto che andrebbe dibattuta in altre sedi e su altri piani.

      Le donne, per quanto mi riguarda, possono e devono assumersi ruoli sempre meno marginali e sempre più responsabili all’interno della società. Ma chiamare ministra una donna non rende quella donna più ministro di una minestra…

      P.S. Io ho la raccolta completa delle Garzantine. 😉

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      • Mi sembrava proprio di aver letto il suo nome in cima ai credit del dizionario, almeno nell’edizione che possiedo. La stimo a tal punto che le attribuisco una consulenza inesistente?
        Immagino che non sia assistente di Serianni, mi sono espresso male nella velocità del commento. Intendevo sottolineare che come per altri linguisti importanti al pari suo, Serianni è un riferimento per chi si occupa di questioni attinenti all’italiano. Ha fatto bene a precisare entrambe le cose.

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    • Gentile helgaldo, solo per precisarle che io non sono “a capo” di niente (ho semplicemente diretto il Dizionario italiano Garzanti) e non sono “assistente” di nessuno. Alla mia età, sarebbe difficile… Giuseppe Patota

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  6. Il genere neutro si è perso per strada perché non serviva più, esatto. Però lo richiami per giustificare la tua scelta.

    Se il maschile è una marcatura neutra, a logica, lo potresti usare anche per maestro.
    Un maestro donna, per esempio.

    Sarebbe interessante spiegando il femminile dei nomi a un parlante di sei anni dirgli:
    maestro-maestra
    ministro-ministr ???

    Cosa gli insegnerai? Sarebbe interessante vedere qualche grammatica delle elementari-medie come si comporta al riguardo.

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    • Le grammatiche delle elementari, non lo so. Quella del Serianni si limita a spiegare come si forma il femminile; che il maschile viene usato come neutro (non è che tiro in ballo la scomparsa del neutro per giustificare l’uso non marcato del maschile; semmai è un dato di fatto: scomparso il genere neutro, il ruolo è stato assunto dal maschile); e che oltre alle regole generali ci sono tutta una serie di eccezioni a volte giustificate, altre apparentemente no.

      In genere le eccezioni sono derivazioni dal latino; tutto quello che invece funziona bene l’hanno sviluppato i parlanti. Se i parlanti hanno sviluppato “maestra” (nello specifico non lo so, dovrei andare a guardare di proposito): bene così. Se i parlanti vorranno accettare nell’uso quotidiano “ministra”: idem. Tuttavia, dalla proposta della Sabatini a oggi, i parlanti hanno indicato di gradire, ad esempio, “studentessa” e non “studenta” o “la studente”…

      Inoltre il problema si pone con tutti quei sostantivi che, pur indicando un mestiere, sono epiceni, come: cantante (cantanta?), arpista (arpisto?), custode (custoda?), ecc.; senza tralasciare gli altri sostantivi epiceni: balena (baleno?), giraffa (giraffo?), e via dicendo. Gli epiceni esistono, bisogna farsene una ragione. Oppure si può modificare, certo, ma sempre per bocca dei parlanti. Nel senso che non sarò io a cambiare le cose; ma neanche la Sabatini…

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  7. “Evitare il titolo signora quando si può sostituire con quello della professione”

    Su questo punto ho una ragione personale per ritenere che sia giusto: ho lavorato per due anni presso una piccola società consortile, dipendente dall’Assindustria, che si occupava di finanziamenti europei per le neo imprese locali. Ero in ufficio con due colleghi, uno ingegnere, l’altro commercialista.
    Io vantavo la mia professione di avvocato. Bene, mi inc… parecchio quando gli imprenditori telefonavano e chiamavano i miei due colleghi Dott. e Ing. e a me davano della banale “signora”. Perché il loro intento era quello: lo prendevo come un evidente manifestazione di vile maschilismo. Signora, nome comune di ogni donna, ma perché non dirmi “buongiorno, avvocato?” (Tra parentesi, io preferisco la formula al maschile che il pessimo avvocatessa).
    Che poi, anche qui tra parentesi, il dott. e l’ingegnere parlavano e parlavano e parlavano e poi toccava a sta signora risolvere tutti i problemi! 🙂

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    • Nel mio caso i titoli praticamente non si usano, mi avranno chiamato ingegnere un paio di volte in vita mia 😛 anzi, in genere ci si da del tu per praticità 😉
      Però nel tuo caso hai 100% ragione

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    • Io credo che il termine “signora”, al pari di “signore”, sia un epiteto molto bello, dignitosissimo, perfino garbato. Diverso il discorso se usato per denigrare. Naturalmente la vicenda l’hai vissuta tu, in prima persona; e quindi saprai se questo è il caso, cioè se l’intento era effettivamente di denigrare.

      Trovo invece gli appellativi qualificativi, soprattutto di professione, in genere davvero brutti. Comunque di idioti, in particolare tra i professionisti, ce n’è sempre troppi (già uno solo sarebbe troppo, per dire). E le signore hanno sempre qualcosa in più. 😉

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      • Anche a me piace molto il termine “signora” riferito a una donna.
        Ma in quel caso, era proprio detto per sottolineare una differenza ben precisa. Davvero fastidioso, credimi!

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  8. Sono d’accordo con Marina, anch’io mi indispettisco se mi chiamano signora sul lavoro e chiamano ‘dottore’ il mio collega maschio…però cerco di soprassedere perché non ho tempo neanche più per arrabbiarmi. Sul sessismo nella lingua italiana sono perplessa, è solo una strumentalizzazione politica, sarebbe meglio lasciare i termini maschili che ormai sono entrati nell’uso comune e che, sinceramente, preferisco e preoccuparsi di più delle donne che vengono ammazzate da mariti violenti; oppure di adeguare gli stipendi a parità di professione; ancora dare un aiuto concreto alle donne che lavorano e che si sobbarcano il doppio della fatica. Mi sa che sono uscita fuori tema 😉

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    • Il punto è proprio questo, Giulia: bisogna andare fuori tema per parlare di sessismo nella lingua italiana, altrimenti il discorso non è giustificato. 😉

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  9. Ciao Salvatore!!!
    Come va? La storia di questo sessimo di genere nella lingua italiana mi sembra una gran bella ****, dai sarò educata, in fondo sono una signorina (:D), mi sembra una grande stupidata.
    La lingua è vero che si evolve continuamente, ma mi sembra stupido inserire delle forzature di tal genere, non suonano all’orecchio! L’Italiano è una lingua musicale… avvocatA? GiudicA= insomma mi sembra che qui qualcuno voglia prenderci in giro!
    Come qualche tempo fa, non mi ricordo quando avevo sentito che avevano cambiato l’inno in “Fratelli e Sorelle” d’Italia.
    La mia domanda è una sola, perché???

    Siamo arrivati alla frutta!

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    • Be’ dopo la frutta in genere non c’è il dessert? Lo aspettiamo con gioia… 😀

      Tu, piuttosto, come stai? Che fine avevi fatto? 🙂

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      • Ora bene… mi ero impantanata e non ne uscivo più!
        Non riuscivo ad andare avanti col romanzo e non scrivevo. In testa si affollavano idee per scrivere nuovi racconti e non li scrivevo. Una parte di me voleva ultimare quel racconto pubblicato sul blog e non lo facevo.
        Insomma non scrivevo più e mi sembrava stupido scrivere sul blog… di che scrivevo?

        Sono scema 😀

        Piano piano l’ho abbandonato, per ritrovarmi e ora eccomi qui 😀

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  10. Il titolo mi aveva incuriosita (l’argomento mi sta molto a cuore), ma, dopo aver letto l’articolo (e alcuni commenti), sono stata molto dispiaciuta nel constatare che il tema è stato trattato con condiscendenza e superficialità (rischiando, qua e là, la banalità del “è sempre stato così, perché complicarsi la vita?”).
    Credo che chi scrive debba avere la sensibilità di captare i cambiamenti in atto, nella società e, di conseguenza, nella lingua. Oltretutto si continua a intendere la distinzione in generi come binaria (ma immagino verrei tacciata di “fantascientificità”-si dirà così?- se inserissi anche l’idea che no, i generi non sono sempre e solo due). Mi è dispiaciuto, ripeto, vedere che la questione viene ridotta a un semplice “non rompiamo le consuetudini perché fino ad oggi siamo stati benissimo così”. Sono indubbiamente di parte, ma credo che l’argomento meriti un po’ di considerazione in più.

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    • Primagnan interessante la tua valutazione. Però dato che anch’io sono dell’idea che la distinzione binaria dei generi sia superata (anche se la linguistica è un’altra cosa), oltre al giudizio sui nostri commenti, sarebbe interessante anche la tua opinione. 😉

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    • Ciao Dramma, benvenuta nel mio blog e grazie per il tuo intervento. Ogni opinione, da queste parti, anche contraria è gradita: purché sia sviluppata e motivata. Ad esempio, non mi pare che l’argomento sia stato trattato con condiscendenza o superficialità. Ci sono fonti, citazioni, punti di vista… Certo, il mio punto di vista non è il tuo, e posso capire che la cosa non ti garbi, ma per fortuna siamo persone intelligenti e come tali in grado di fare dei confronti di opinione.

      A questo proposito, potresti ad esempio dirci la tua, di opinione. Facendo magari qualche esempio, spiegando come piegare la grammatica ai “cambiamenti in atto”. Perché, in fondo, qui si sta parlando di grammatica, non di società. Anche se, nei commenti, c’è stato chi ha fatto notare che le due cose non sono prescindibili l’una dall’altra e al limite, con lui, potrei anche essere d’accordo. Ma è sul piano grammaticale che non mi ci trovo.

      «Oltretutto si continua a intendere la distinzione in generi come binaria» – questo è interessante. Ma come lo realizzeresti? “Balena”, ad esempio, non lo puoi trasformare in “baleno”, perché il vocabolo esiste già e significa tutt’altro. “Guardia” in “guardio”? Si potrebbe provare… ma “fattore” (colui che amministra una fattoria) in “fattora”, che pur esiste, è già al limite perché nella tradizione indicherebbe la moglie del fattore e non una direttrice della fattoria. Insomma, credo sia molto più superficiale dire: “cambiamo perché il mondo va avanti”, piuttosto che assumersi la responsabilità e la fatica di capire “se” e “come” cambiare. È davvero necessario farlo? Se sì: come?

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      • Ciao Salvatore, grazie!

        Non avevo visto i commenti, chiedo venia! Mi spiace se sono risultata giudicante; ripeto, l’argomento mi sta a cuore (a volte “abbaio” un po’) e sono continuamente in cerca di confronto. E, chiaramente, non ho risposte.

        Tu mi dici: “Ad esempio, non mi pare che l’argomento sia stato trattato con condiscendenza o superficialità. Ci sono fonti, citazioni, punti di vista…”

        Ci sono delle fonti, certamente, ma io ho trovato condiscendenza nei tuoi commenti ad alcune di queste fonti: mi pare che tu derida un po’ ciò che scrive Alma Sabatini o che comunque ne sminuisca l’importanza, per esempio quando scrivi che operazioni come “Evitare l’uso delle parole «uomo» e «uomini» in senso universale, sostituendole con personale, esseri umani, specie umana, genere umano, popolo, popolazione, ecc.” e “anteporre donna a uomo, perché «se si continua ad anteporre il maschile al femminile, si persiste nel considerare il maschio più importante»” siano “ai limiti della fantascienza”, o quando dai per scontato che nessuno abbia mai dato importanza a problemi linguistici come “usare sempre ed unicamente il maschile neutro parlando di popoli, categorie e grupp” o “dare sempre la precedenza al maschile nelle coppie oppositive uomo/donna: «fratelli e sorelle» non va bene, meglio «sorelle e fratelli»”.

        Io, dal canto mio, sono profondamente convinta che la lingua (e dunque anche la grammatica in quanto parte fondamentale della lingua) sia specchio della società. Non si tratta quindi di “piegarla” ai cambiamenti, come se fosse una cosa rigida e non fluida, che si muove e cambia continuamente insieme alla società.
        Mi chiedi: “«Oltretutto si continua a intendere la distinzione in generi come binaria» – questo è interessante. Ma come lo realizzeresti?”
        Qui entriamo in territorio spinoso 😀 Sul mio blog, che considero un umilissimo tentativo di sperimentazione narrativa e drammaturgica, utilizzo l’asterisco. Tipo: “Ciao a tutt*!”; trovo che sia inclusivo, per chiunque, non solo per chi si identifica in una distinzione binaria uomo/donna. Ovviamente non l’ho inventato io e ovviamente si riconduce a un filone di gender studies, femminismo, etc.
        Lo so che è un utilizzo un po’ provocatorio, ma dal mio punto di vista scrivere e giocare con le parole serve anche a scuotere le “coscienze” e sollevare problemi 😀

        Sono riuscita a rispondere almeno un po’? 🙂

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        • Ciao,
          sinceramente l’utilizzo della lingua in questo senso mi fa impressione.
          Ogni lingua parlata non è sessista. Non predilige un sesso piuttosto che un altro e aggiungo, anche, che non è razzista, è semplicemente un’insieme di regole che si sono definite nel corso degli anni, attraverso diverse consuetudini.
          La lingua non conosce genere. è una stratificazione degli usi e dei costumi di una società che si sono evoluti nei secoli e l’Italia è sempre stata maschilista, ma la coltura occidentale lo è in generale…
          Tornando a noi, mi sembra che questo discorso sia stato strumentalizzato e fatto diventare argomento femminista, ma non si risolvono così i problemi di una società. Per lo meno non inserendo regole fittizie nella grammatica di una lingua.
          I problemi seri si risolvono col rispetto reciproco e non obbligando le persone a inserire prima sorelle a fratelli o aggiungendo asterischi alle parole, altrimenti dove arriveremo?
          Per salutare una massa di persone faremo prima l’elenco dei generi? Perché signori miei esiste anche il terzo genere, e i diritti degli omosessuali dove li mettiamo?
          Cioè cambiando l’italiano e i modi di porsi non cambieremo mai nulla, nemmeno la mentalità delle persone, otterremo una società falsa-femminista. Rispettosa nel parlato, ma non nei fatti. Vogliamo diventare un popolo più bigotto di quanto non siamo già?
          L’italiano era e rimane una delle più belle lingue musicali esistenti, perciò io dico, manteniamola!
          Manteniamo le consuetudini! Non sono queste il male del mondo.
          Io sono per il maschile universale… per non parlare del fatto, che secondo me queste futili lotte femministe, non fanno altro che allontanare l’universo femminile dalla vera parità dei sessi.
          Vogliamo essere messe alla stessa stregua dei maschi, no? Allora perché definirci in modo diverso? Perché non rimanere nello stesso territorio dei figli di marte? Venere ha davvero bisogno di costruirsi un recinto e di auto-definirsi ogni volta?
          La giudicA non si può sentire e se questa stupida abitudine dovesse confermarsi, allora mi batterò per avere l’equivalente maschile, per le parole prettamente femminili, quali giuriA.
          Se una giuriA è composta esclusivamente da uomini, allora perché questi uomini dovrebbero definirsi giuriA e non giuriO?

          Ma quanto sono stata acida? Spero di non aver offeso nessuno!
          See you next time! 😉

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          • Ciao 🙂

            secondo me sarebbe auspicabile un cambiamento della mentalità maschilista dominante che tu stessa indichi e che, per forza di cose, si riflette in tutti gli aspetti della cultura (perciò anche sulla lingua).

            Tecnicamente le regole grammaticali sono sempre fittizie, nel senso che vengono sempre inventate.
            Ad esempio: leggiamo e sentiamo sempre più spesso il pronome -gli utilizzato per la 3a persona plurale, in luogo di “loro”: «Sono venuti franco e mario a cena e gli ho preparato la pasta.» La regola originaria vorrebbe: «ho preparato loro la pasta», ma l’utilizzo comune sta rendendo accettabile “gli” anche nello scritto, e sta quindi trasformando la regola. A me personalmente non piace, ma la ritengo una mia rigidità: ormai la regola si sta trasformando!

            L’utilizzo dell’asterisco a mio parere risolve le implicazioni di genere/generi nello scritto (che, per inciso, non sono solo tre e non riguardano per forza gli omosessuali 🙂 ).
            Non penso affatto che sia la soluzione ai problemi del mondo, magari lo fosse! È solo un riflesso in forma di scrittura di un atteggiamento molto più ampio (che abbraccia una serie di comportamenti) nei confronti del mondo.
            Perché chiaramente non si deve cambiare solo la lingua. L’utilizzo stesso dell’asterisco, o le riflessioni sul genere si inseriscono in una branca di studi molto ampia e, solitamente, vanno a braccetto con movimenti che pongono l’azione in primo piano. Fatti e parole vanno di pari passo.
            Mi pare però di capire che la preoccupazione derivi soprattutto dall’idea di imposizione di queste “nuove” regole, dovuta al patrocinio della Presidenza del Consiglio. In questo mi trovo d’accordo (essendo semore stata un po’ riot ho sempre pensato che i cambiamenti arrivino più dal basso che dall’alto 🙂 ).

            Penso che l’Italiano fosse una lingua bellissima anche ai tempi di Dante. Ma avremmo (avrebbero) dovuto lottare per mantenerla così?

            Quello che dici sulle “futili lotte femministe” un po’ mi dispiace, perché il femminismo non è qualcosa di lontano dalle vite delle persone (di tutte le persone: uomini, donne, altri generi) e credo sia tutt’altro che futile. Forse qui si aprirebbe una parentesi troppo lunga (e io sono già prolissa di mio).

            In generale credo che l’argomento del “non si può sentire” sia piuttosto personale, ma sono d’accordo con il giuriO 🙂 🙂

            Non sei stata acida! Io sono iper-sensibile, ma ho imparato che offendersi è stupido, è più bello dialogare 🙂

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            • Per il terzo genere, lo so ne esistono più di tre, ma ho voluto semplificare 😀
              Quando dico futili… non ritengo le lotte femministe futili in generale, ma ridurre tutto il discorso sulla lingua e costringere un’intera generazione ad adottare tali misure, solo per imporsi ideologicamente… questa cosa qui la ritengo futile! e in un qualche modo stupida!
              Grazie per aver dialogato con me, è sempre un piacere costruire dei dibattiti del genere, partendo da due pensieri differenti! 🙂

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            • Confermo l’uso di “gli” al posto di “loro” così com’è stata descritta. Tra l’altro ne parla anche il Serianni. La lingua, se è viva, si evolve ed è giusto che lo faccia. Si evolve grazie ai parlanti. Sono loro a decidere le forme, i tempi e i modi in cui avviene questa evoluzione. Questo a me sta benissimo. Avevo scritto un articolo sulla zona grigia, cioè quell’area che separa la normativa dalle possibilità espressive di una lingua. Non tutte le possibilità espressive di una lingua rientrano nella normativa e quindi sono considerate formalmente degli errori. Ma la normativa, soprattutto quella rigida, è sempre destinata al fallimento. Semmai i cambiamenti andrebbero auspicati in altri campi del “sociale” per poi, quindi, riflettersi nella lingua. Quindi non è tanto, o non è solo una questione d’imposizione dall’alto; è una questione che la partita non va giocata in questo campo. La lingua riflette i cambiamenti che sono già avvenuti e si sono “stabilizzati”, non il contrario.

              Tra l’altro ottima la tua spiegazione di gli/loro. Hai aperto qualche grammatica di recente? 🙂

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              • «La normativa, soprattutto quella rigida, è sempre destinata al fallimento.»: sono molto d’accordo! Ho capito un po’ di più il focus del tuo articolo, che riguarda, appunto, più l’idea di una rigida normativa che i suggerimenti della Sabatini in sé.
                «La lingua riflette i cambiamenti che sono già avvenuti e si sono “stabilizzati”, non il contrario.» Ok. Ma, giusto per scomodare il buon Bauman, in una società contemporanea così “liquida”, cangiante, in cui i cambiamenti avvengono in maniera rapida, spesso repentina, quanto ci mette un’abitudine a stabilizzarsi? Forse molto poco. Per questo motivo nell’altro commento insistevo sulla liquidità del linguaggio, inseparabile dall’andamento della società.
                Non ho aperto nessuna grammatica di recente, ma la scrittura, in un modo o nell’altro, è il mio mestiere, perciò quello che dici mi fa molto piacere (e sono anche un po’ arrossita).

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                • Sempre restando a Bauman, che tra l’altro anch’io leggo, proprio la liquidità della nostro modello sociale attuale fa sì che i cambiamenti si succedano rapidamente per non stabilizzarsi mai: ciò che è di moda o valido oggi, domani è già vecchio. La lingua, per sua natura, pur evolvendosi molto rapidamente (più di quanto si sospetti), non può tenere questo ritmo: la stessa generazione finirebbe per non riuscire più a parlare con se stessa… 🙂

                  Se ti capita, hai tempo e pure voglia (tre cose per nulla scontate) prova a dare un’occhiata a questi due miei articoli:
                  https://salvatoreanfuso.com/2015/12/09/normativa-linguistica/
                  https://salvatoreanfuso.com/2015/10/28/romanzo-postmoderno/

                  Il primo riguarda appunto la zona grigia della normativa; il secondo è in un certo senso il mio manifesto artistico (sa di pretenzioso, lo so).

                  Non è che voglia spingerti a leggerli per forza così da aumentare le visite e i commenti del mio blog; te li indico perché mi pare, pur partendo da posizioni diverse, abbiamo certi punti in comune.

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                  • Leggerò con piacere, sono una fan del postmodernismo (non solo in arte o letteratura: proprio ontologicamente non posso prescindere dall’immersione totale in un’epoca postmoderna!)

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        • Grazie per essere intervenuta, Dramma, mi fa piacere rileggerti. Dunque, da un punto di vista “sociale” (uso questo termine per facilità, non per esaustività) sono d’accordo con te e condivido le tue perplessità. Come fai notare, e la cosa mi piace perché mi ha dato spunti di riflessione, diversamente dagli anni Settanta non è più una contrapposizione maschio/femmina, le cose si sono complicate e arricchite di sfumature. Ma ci torniamo…

          Sulla condiscendenza, credo di aver capito cosa intendi e ti do ragione: sono stato condiscendente verso alcuni punti proposti dalla Sabatini, ma se provi a guardare la cosa con i miei occhi… be’ avrei potuto fare di peggio. La verità è che il tentativo della Sabatini, con il patrocinio non dimentichiamolo della Presidenza del Consiglio, che pur tocca una questione nobile e importante, proposto così com’è stato proposto io lo posso solo leggere come un tentativo fascista di manipolare la lingua in versione orwelliana. Ok, mettiamo donna davanti a uomo, smettiamo di usare il termine fratelli per indicare la totalità, smettiamo di usare il maschile come genere non marcato quando al suo posto si può usare il femminile… Poi smettiamo di chiamare la guerra: guerra, e iniziamo a chiamarla “intervento preventivo”; smettiamo di chiamare una protesta: protesta, e iniziamo a chiamarla “terrorismo”; smettiamo di chiamare la povertà: povertà, e iniziamo a chiamarla “soglia d’indigenza” e poco alla volta ci accorgiamo che cambiando la lingua, cambiamo anche il mondo, se in meglio o in peggio è tutto da vedere… Mi spiego?

          La linguistica è una cosa seria. Per quanto sia giusto il rispetto e la dignità del ruolo delle donne nella società (e non solo delle donne), non si può intervenire sul piano linguistico senza una debita coscienza. Si può fare del male, mi spiego? Molto male… Quindi, sì: rimarrei legato alla tradizione e valuterei i cambiamenti con grande attenzione. Soprattutto, però, eviterei di dare ai politici e alle istituzioni il ruolo di decidere o anche solo indicare come si debba chiamare una certa cosa e cosa si può dire, cosa non si deve dire, e in che modo dirla. Questo è il Male, con la M maiuscola.

          Tornando a noi, dicevo che mi hai fatto ragionare sulle sfumature di genere legate ai cambiamenti della nostra società. Allora mi chiedo: in un mondo in cui ognuno esprime una sessualità personale e specifica ha ancora senso distinguere i generi? In questo senso, al posto di inventare generi che non esistono in linguistica, e al posto di quell’asterisco che avrà pur un valore sperimentale, avanguardista e morale ma non si può proprio vedere, forse si potrebbe ragionare su un ritorno al genere neutro che sostituisca in toto qualsiasi indicazione di genere. Questo, però, comporterebbe due cose: la prima, rispolverare le vecchie grammatiche latine per capire come tornare al genere neutro e come adattarlo a tutte le situazioni in cui usare il neutro è più opportuno; secondo, se così si facesse parlando (o scrivendo) perderemmo un sacco di informazioni che oggi invece abbiamo, e in un modo in cui l’informazione è il pilastro della società perderle per strada potrebbe non essere una buona idea…

          Capisci quant’è difficile?

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          • Capisco cosa intendi per quanto riguarda il patrocinio della Presidenza dei Ministri e in un certo senso condivido. Effettivamente questo mette la questione sotto un’altra luce. Non è però colpa della povera Sabatini, credo 😀

            Per il resto, sul fatto di cambiare la lingua poco a poco e, per lo più, in peggio, ti spieghi perfettamente, ma mi permetto di dissentire: mi pare che il tuo ragionamento parta da una situazione che non ti piace e immagini poi una serie di conseguenze che consideri plausibili/inevitabili ma che a me paiono un po’ arbitrarie.

            Il fatto che l’asterisco “non si possa vedere” è un parere tuo 🙂 a molte persone piace! Ricordo una severissima insegnante di lettere di italiano delle medie che a ogni nostro “non va bene perché suona male” o “non si può sentire” si arrabbiava, invitandoci a riconoscere il gusto personale, distinguendolo dalle motivazioni oggettive 😀 secondo me aveva ragione (e non è solo perché voglio difendere l’asterisco 🙂 )

            Il recupero del neutro mi pare un’ interessante prospettiva, dal punto di vista linguistico- sperimentale! Non ritengo che necessariamente si perdano delle informazioni; in tal caso si porrebbe l’accento su qualcosa di diverso dalla distinzione di generi… e questa, ancora una volta, a me pare una prospettiva interessante!

            Capisco che sia difficile, sul serio… ma chi l’ha mai detto che debba essere facile? 😀

            Grazie davvero a tutt* ( 😀 ) per il confronto! (e scusami se uso così “comodamente” il tuo spazio per sbraitare le mie ossessioni 🙂 )

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            • Il mio spazio è aperto a tutti e ogni opinione che arricchisca la discussione, arricchisce anche il mio spazio. Quindi grazie a te.

              L’asterisco sicuramente io non lo userò, ma non te lo boccerei a priori. Come dicevo ha un valore sperimentale, avanguardistico, eccetera.

              E no, non è facile per nulla. Ma non è questo a preoccuparmi; a preoccuparmi è la leggerezza con cui spesso si affrontano certi argomenti. Per fortuna non è il nostro caso. Mi pare che più o meno tutti i commentatori, pur partendo dal proprio punto di vista e dai propri pregiudizi, hanno arricchito a loro modo la questione. Tanto basta. Alla fine, se tutti fossi dotati di buon senso, servirebbe un opuscolo di raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana? 🙂

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  11. La distinzione binaria è quella che divide i generi solo in maschile e femminile. Questa distinzione non tiene conto delle sfumature presenti in realtà: uno spettro ampio che va dall’assenza di un genere preciso alla compresenza di più generi per lo stesso individuo.

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  12. Se vai nello specifico discrimini, se stai sul generico impoverisci. Politicamente corretto, grammaticalmente corretto e consuetudine si scontreranno finché resterà una sola parola nel vocabolario che accontenti tutt*

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