La Stanza


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C’era questa porta, ok? Piazzata nel mezzo del nulla, su un edificio basso di mattoni; in una delle peggiori zone di Torino: tra Porta Palazzo, che non è neanche tanto male, e lungo Dora Napoli, alle spalle del budello del Balôn; dove si sono andati a ficcare tutti ‘sti senegalesi, peruviani, marocchini, tunisini, eccetera; ma in giro non c’era nessuno. Non si vedeva anima viva. Niente di niente. E sì che era la vigilia di Capodanno, ma quello è un quartiere popolare.

Comunque, guardo la porta. C’avevano detto di suonare il campanello. C’era un solo campanello. L’intelaiatura della porta era dipinta di blu pavone e il campanello di rosso cardinale. Sì lo so, lo so: ho passato un paio d’estati a lavorare nel colorificio di mio zio e adesso non riesco più a smettere. Comunque, sul portone, legno di faggio credo – mio padre progetta infissi – a due ante, spiccava questa maniglia d’ottone. Sapete, di quelle con l’anello grosso ficcato in bocca al leone e il battaglio per bussare. Ok, lasciate che ve lo dica: noi volevamo semplicemente passare un Capodanno diverso dal solito. Non volevamo succedessero casini. Anziché suonare il campanello, abbiamo bussato. Che volete che vi dica, ci sfrigolava così. C’era il battente e ci andava di usarlo. Abbiamo bussato e aspettato.

Io odio aspettare, sapete? Quando accompagno i miei a fare la spesa all’Ipercoop, proprio mi rompo in coda alla cassa. Ogni volta vorrei restarmene sul SUV, ma poi mi rompo pure lì. Odio anche la ricreazione. La potrebbero accorciare piuttosto che eliminarla del tutto. E invece no. Ci tengono un’ora in più, così, per nulla. Tanto, chi se le fila le lezioni? Il prossimo anno, se mi diplomano, inizio a dare una mano al mio vecchio, giù in azienda, e tanti saluti ai Danti Alighieri. Comunque, abbiamo aspettato. Buoni buoni, abbiamo aspettato.

Ora, alle nostre spalle c’era questo lampione. Ce n’era uno ogni dieci metri circa. Così, a occhio, direi dieci metri. Mentre aspettiamo, mi volto a guardarlo. La luce del lampione si riflette nella nebbia. Era quasi mezzanotte. Chiedo: «Quando diamine s’è alzata la nebbia? Non c’era mica quando siamo arrivati».

Il mio amico non risponde, non dice niente. Se ne sta lì, accanto a me, con la bottiglia di birra in mano e aspetta inebetito. A un certo punto vedo tipo un’ombra: un’ombra nella nebbia; come se la nebbia si fosse addensata e scurita in un punto. Ha la forma di un uomo grande e grosso, ma la nebbia è fitta e non riesco a vedergli la faccia. Neanche i vestiti, niente. Non riesco a notare alcun particolare.

Ora, vista la zona, mi sono un attimo preoccupato. Ho iniziato a fantasticare su questa cosa dei rapinatori, dei tagliagole, eccetera. Ci stava, voglio dire. Visto il posto, poteva anche accadere. Allora do di gomito al mio amico e con la testa, cercando di non farmi notare, gli indico quell’ombra che s’avvicina. Lui si volta a guardare, tira su di spalle, dà un sorso alla birra e torna a fissare la porta. Mi chiedo se si sia già fatto. Sembrava fatto, capite? Uno che in un quartiere come quello, di notte, immersi nella nebbia, gli mostri un’ombra e lui alza le spalle: è uno che s’è fatto, e di brutto pure.

A questo punto, penso, dovrei farmi anch’io. Dovrei tirare fuori la roba e rollarmi uno spinello. Invece mi volto a guardare di nuovo quell’ombra. Sembrava si fosse fermata, ma quando la guardo riprende ad avvicinarsi. Mi maledico e suono il campanello. Suono quel dannato campanello, capite? Due volte. Sono lì che ballo sui calcagni, come se mi scappasse, e suono di nuovo. Due volte in tutto.

«È chiuso!».

La voce è così vicina da farmi infartare. Faccio quasi due metri di balzo in aria. Poi mi volto e vedo questa donna. È alta quasi quanto me, che sono un po’ bassino, d’accordo, ma per una donna mica tanto; però è larga il doppio, come se si fosse mangiata la sua stessa gemella e cercasse di contenerla ma fosse lì lì per esplodere. Ha capelli neri e lanosi, portati aderenti al cranio in una serie di treccine; la pelle è come pece; sul volto, tondo e ampio, spiccano come fanali il bianco delle sclere. L’ombra sembra sparita.

«Cavolo!,» le dico, «mi ha fatto quasi paura, lo sa?». Sono sempre educato con le persone adulte, sapete? Voglio dire, i miei vecchi sarebbero stati fieri di come sono riuscito a mantenere una certa compostezza, vista la situazione.

«Mi dispiace» dice la donna. Ma ha l’aria di chi se ne infischia, e questa cosa non mi va giù.

Indico la porta con il pollice e mi sforzo di sorridere. «C’hanno detto di suonare».

«Normalmente sarebbe così,» dice lei, «ma adesso è chiuso. È sempre chiuso durante le feste».

«Che vuol dire “è sempre chiuso durante le feste”?», le dico. Cerco di fare lo sciolto ma sono teso. «È proprio durante le feste che dovrebbe essere aperto».

La donna sembra non capire. Mi fissa, poi guarda il mio amico. «La Stanza è sempre chiuso durante le feste. Provate a tornare un’altra sera, d’accordo?».

«Un’altra sera?!». Non riesco a crederci. È quasi mezzanotte, e noi vogliamo solo passare un dannato Capodanno diverso dal solito. Come tutte le trentenni di colore, non deve aver capito un cazzo. Così inizio a parlarle come se fosse una cerebrolesa. «C’hanno detto di venire qui e suonare questo campanello, capisce?».

La donna sembra stizzita. «Ho capito benissimo,» dice, «ma è chiuso. La-StanzA-QuestA-SerA-È-ChiusO». Anche lei parla con lentezza, spezzettando le parole per imprimerci maggiore forza; come se bastasse a convincermi.

«Ma che vuol dire “chiuso”?! Non vuol dire un cazzo, chiuso. C’hanno detto di venire, capisce? Lo capisce che ci hanno detto di venire qui e di suonare questo cazzo di campanello?». Allungo una mano e suono; suono tenendo il dito premuto sul pulsante. E nel frattempo la guardo in faccia, giusto per farle capire che la cosa non mi sta bene. Non mi sta bene per nulla.

Lei allora si porta le mani sui fianchi e fa una smorfia, come di una che s’è stufata di parlare. Tira il fiato, come un aspirapolvere, e dice: «Ascoltate: o ve ne andate, o chia…».

Non fa in tempo a terminare la frase che il mio amico le stampa la bottiglia di birra sulla tempia. La guardo andare giù come un sacco di patate. Il mio amico tiene la bottiglia per collo e la birra gli cola a terra.

Mi volto a guardarlo. «Ma perché l’hai fatto?».

Lui alza le spalle e non risponde.

«Almeno potevi finire di berla prima, no?».

Il mio amico allora rutta, ma con sentimento.

«Dai, andiamo. Tanto qui è chiuso». Lo afferro per la giacca e me lo trascino dietro.

Ci incamminiamo verso l’auto. Lui tenta di dare un altro sorso alla bottiglia, ma si accorge che è vuota. Come se prima non c’avesse badato. Allora gli rido in faccia. Lui la getta di lato, contro il muro, e questa si schianta. Quindi saliamo in macchina e filiamo dritti a casa. Io torno in tempo per stappare lo spumante con i miei. Un altro capodanno in famiglia… che palle!

E adesso, come ciliegina sulla torta, mi ritrovo qui: con voi due sbirri. E la cosa imbarazzante, è che non ho alcuna idea di chi fosse quella donna. Sul serio! Se non è sfiga questa…

72 Comments on “La Stanza

  1. Mi è piaciuto, uno stile un po’ diverso dal tuo solito (almeno di quel che ho letto io), un po’ “cannibale”, ance se con quello “sclere”, il solito Salvatore Anfuso preciso e meticoloso è uscito a forza dal suo personaggio 😀
    Però mi hai fregato, cioè, siamo a Torino, e sottolineo Torino, il protagonista bussa col battacchio invece di suonare il campanello, nonostante gli fosse stato espressamente detto di suonare il campanello, poi si alza la nebbia e compare un’ombra e… dove sono i fantasmi? dove sono i dannati? dove sono i misteri alchemici? cioè, a Torino bussi invece a suonare e non succede nulla del genere? 😀 😀 😀

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    • Non amo i fantasmi, né l’alchimia, né i mostri. Preferisco stare con i piedi ben piantati nella realtà, che è già abbastanza mostruosa così di suo. Che ne pensi se riscrivessi lo stesso racconto narrato con il punto di vista degli altri personaggi? I personaggi sono: il narratore, che ha già detto la sua; il suo amico silenzioso; la donna di colore; i due poliziotti; la famiglia del narratore. Le questioni a cui trovare risposta sono: cos’è La Stanza?; cos’è successo dopo alla donna?; come hanno beccato i due ragazzi?; perché l’amico silenzioso ha compiuto quel gesto?

      Poi metto tutto assieme e viene fuori qualcosa di decisamente postmoderno. Potrei addirittura usare stili diversi. Ad esempio per i due poliziotti potrei usare uno stile decisamente da romanzo poliziesco… 😉

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      • Mi pare un’ottima idea, quella dei diversi punti di vista. Sembra anzi il racconto giusto per applicare e spiegare sul blog le tue teorie postmoderne. 🙂

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      • Interessante esperimento di scrittura. Ciascun personaggio con uno stile diverso.
        Tempo fa avevo in cantiere un racconto con una dinamica simile. Il titolo era Panic Terapy. Un tizio abbandonato dalla moglie che gli ha preferito l’amante danaroso si chiude in casa, beve e comincia ad avere allucinazioni. Va in cucina e trova la moglie e l’amante come se fossero sposini che si preparano la cena. E lui li ammazza. Va in camera da letto e li ritrova, ma stavolta la camera da letto è nel vecchio west. Li riammazza, va in bagno e li ritrova nel medioevo. Va in salone e li ritrova in un’altra epoca. E in ogni stanza i personaggi aumentano. Arrivano la suocera, il padre, l’amico di infanzia, la ragazza della scuola che lui avrebbe voluto farsi e che lei non gliel’ha mai data. E ogni personaggio allucinazione inizia a interagire con lui sviscerando un flusso di coscienza colmo di frustrazioni, fallimenti, piccoli successi… Dove l’unico modo per sopravvivere è ucciderli ogni volta per scacciarli dalla mente. Ma più li uccide più ritornano con maggiori rivendicazioni e sensi di colpa.
        Volevo trarne un esercizio per passare su tutti i generi e gli stili. Ma poi non ne ho fatto nulla. Chissà forse li ho ammazzati tutti prima di cominciare. XD

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        • Peccato, era una grande idea 😀 soprattutto se riesci a gestire il crescendo del senso di allucinazione e di straniamento dalla realtà 😉

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          • Già, formativa e impegnativa. Credo che per scriverla mi servirebbe rinchiudermi in stanza senza dormire per tre giorni. Una cassa di whisky, e una decina di litri di caffè. XD

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              • Nella camera da letto si può mettere la scena di sesso. La moglie che scopa con l’amante, guarda ammiccante il marito e gli dice: dai, vieni pure tu. Quando lo facevamo io pensavo già a lui…
                Accrescere la situazione surreale e magari rendendola comica, dove mentre l’amante continua a scopare sopra di lei, moglie e marito cominciano a litigare non più per l’amante ma per qualche futilità quotidiana.
                😀

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      • Ma una storia di fantasmi non richiede necessariamente che i fantasmi siano reali, basta che lo creda il protagonista, e con lui il lettore, finchè non sveli l’arcano 😉
        L’idea mi piace, fallo 😉 immagino che cosa sia “la stanza” resterà un mistero, no? È solo un falso indizio, giusto?
        Non so se lo hai letto, e non so se è il tuo genere (si tratta di fantascienza, anche se un po’ anomala) ma ti consiglierei di dare un’occhiata a rabbia di Palanhiuk. Il romanzo è scritto come se fossero una serie di interviste (ci sono solo le risposte alle domande però) ad una serie di personaggi che per qualche ragione hanno avuto a che fare o conosciuto il protagonista, ma il protagonista non ompare mai davvero, se non attraverso le parole degli intervistati. (non so quanto ci sia di postmoderno in questo, dimmelo tu 😉 )

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  2. P.S. “Lui si volta a guardare, tira su di spalle, dà un sorso alla birra e torna a fissare la porta” questa è la gestualità di cui parlavo ieri 😉

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    • Sì, ma in questo caso è funzionale per due soli motivi: 1. il personaggio in questione non parla; 2. viene osservato dall’esterno dal narratore che sta narrando quel che ha visto in prima persona. Oltre questo schema, eviterei sempre di descrivere la gestualità dei personaggi, o le loro espressioni.

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      • Sì, come ti dicevo è una cosa che sto ancora studiando più dal punto di vista intellettuale per ora. E come dicevo il descrivere la gestualità è solo una parte, quindi sì, dovrebbe restare funzionale alla narrazione. L’idea è un po’ una sorta di narrazione “scientifica” dove il narratore è esterno ma non onniscente, e può basare la sua narrazione solo su ciò che vede o sente, ma non può entrare nella testa dei personaggi. Solo un’idea per ora 😉 Credo che molto possa venir fuori dai dialoghi, l’uso di una parola piuttosto che un’altra, la struttura della frase, può far trapelare molto dello stato d’animo del personaggio. A volte quando leggo certi dialoghi, sopratutto di narratori americani, resto affascinato di come sembri quasi di poter sentire le loro voci, l’intonazione di ogni parola. E dove non arriva il dialogo c’è la comunicazione non verbale. Certo sto parlando di qualcosa di difficile da realizzare. PErò guarda come quel tuo “tira su di spalle, dà un sorso alla birra e torna a fissare la porta” inquadra il personaggio, è quasi superfluo che tu dopo dica che sembrava fatto, no? 😉

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          • Devo decidere l’ordine in cui leggere tutta la roba che ho da leggere, ma non so se buttarmi direttamente su Infinite jest o se hai qualcosa di meno ampio da suggerirmi. Ora sto leggendo Roth (era un po’ che glielo dovevo :P) e poi tu mi hai infilato in lista l’arcobaleno. Ma non si può essere stipendiati per leggere? avrei più empo così 😀

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  3. Ecco mi son detto… Una sciroppatina come quello là, farebbe bene. Come quel Chuck o come diavolo si chiama. Quello che alcuni e pare pure sua madre chiamino Palahniuk. Ecco, mentre mi grattavo il culo e leggevo questa cosa mi è venuta in mente una cosa del genere. Certo… tutto buono, ma cosa ca.zo c’era dietro quella porta blu piume di Pavone?

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    • Gran tipo quel Chuck. L’ho conosciuto a un rave di Tom Jones su una nave da crociera. Solcavamo il Danubio in compagnia di una ciurma polacca. Eravamo tutti ubriachi persi… Io mi trovavo lì per un articolo su Tom e i rave da crociera. Chuck era il corrispondente per Rolling Stone. Il capitano era un bulgaro di Sòfia, ma viveva sul Danubio da anni. Pare non lasciasse mai la sua nave, che non mettesse mai i piedi a terra da almeno dieci anni. Oramai, su quelle acque, quel capitano era una leggenda. E cosa ti combina il vecchio Chuck? Ti combina che una notte invita il capitano a condividere una bottiglia di ottimo bourbon stravecchio. Eravamo ancorati al porto di Bratislava. I due si ubriacano. Il capitano comincia a raccontare tristi storie che hanno come protagonista una giovane donna affogata nel Danubio. Cioè, pare fosse affogata. Pare che i due fossero anche molto innamorati. Pare che il capitano solchi il fiume avanti e indietro per tutta la sua lunghezza, e stiamo parlando di quasi tremila chilometri, nella speranza di ritrovarla. Di scorgerne anche solo il cadavere. Infatti non è sicuro che sia annegata. Semplicemente una notte la donna si è alzata dal letto, è uscita dalla sua cabina, ha passeggiato lungo il ponte e poi nessuno l’ha più vista. Tutti hanno dato per scontato che fosse morta annegata. E il vecchio Chuck che ti combina? Ti combina che fa bere il capitano. Più il capitano beve più racconta, più racconta più beve. Insomma, per farla breve, a un certo punto si addormenta. Sviene proprio. Così Chuck se lo carica in spalle e lo porta giù a terra. Lo lascia ai piedi di una bettola di porto. Mi disse che voleva vedere che effetto gli avrebbe fatto svegliarsi a terra. E che ti capita? Ti capita che il mattino dopo, quando completamente stonato dall’alcol, con un brutto mal di testa e un’alitosi da stendere i ratti, il buon vecchio e triste capitano si sveglia, è già l’alba, e davanti a sé intenta ad aprire bottega non si ritrova quella giovane donna non più giovane che credeva affogata nel Danubio dieci anni prima? Ecco… che ti combina il buon vecchio Chuck Palahniuk quando si mette in testa una cosa. Com’è finita, poi, non lo so dire. Sbarcai il mattino successivo e non rividi più nessuno.

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  4. Sì, è uno stile diverso, ma ci stava, visto che parla un ragazzo.
    Un’ora di ricreazione? Non sono più solo 10 minuti?
    Dare una mano al mio vecchio: non ho mai sentito in Italia rivolgersi così ai genitori. È un’espressione americana.
    Con voi due sbirri: idem come sopra, a meno che a Torino non li chiamiate così 🙂
    Ecco, questo è uno di quei fatti che non fanno propriamente una storia, nel senso che manca quella suspense che ti tiene incollato alle pagine e ti fa chiedere ogni momento: e adesso che succederà?

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    • A Torino gli sbirri sono sbirri, oppure Madama. Ai miei tempi la ricreazione durava un’ora, ma facevo il tempo lungo. Finivamo alle quattro del pomeriggio. Il mio vecchio l’ho sempre chiamato appunto vecchio. Ma è possibile per via dell’influenza del cinema americano. 😉

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      • Un’ora? Ma che scuola era? Alle elementari io avevo un’ora, credo, ma solo se facevo appunto il doposcuola, fino al pomeriggio, alle 4 anche noi. Alle medie e al liceo durava 10 minuti.

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        • il protagonista è in età di superiori: «Il prossimo anno, se mi diplomano, inizio a dare una mano al mio vecchio, giù in azienda, e tanti saluti ai Danti Alighieri». Io, alle superori, facevo un’ora di intervallo (troppo poco per i miei gusti). Non era un liceo. 🙂

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    • Mio fratello è nella Mobile, mi ha appena confermato che “sbirro” lo usano solo gli adolescenti cresciuti a telefilm, come usano “vecchi” per indicare i genitori, e se vogliono chiamarli in modo affettuoso usano invece “gens”. Visto il personaggio, “sbirri” ci può stare… ormai la TV ha riempito il lessico giovanile di questi termini. I delinquenti veri usano “madama”, “pula”, “guardie”, i camionisti “puffi”, e via così.

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  5. Mi ricordavo che qualcuno l’avesse già usato 😀
    “Perciò dava d’occhio a’ birri, che avessero pazienza, e non inasprissero il giovine; e dalla parte sua, cercava di persuaderlo con buone parole.”
    Indovinato l’autore?

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  6. Non so darti un giudizio a pari livello dei precedenti; ti dico solo che, da lettore, il racconto mi è piaciuto molto anche nel suo ritmo. L’unica cosa che mi ha stonato un po’ (ma è solo gusto personale!) è l’ammiccare continuo, specie all’inizio, del narratore al lettore. Quanto a Palahniuk ho iniziato a leggere un paio di suoi libri, ma non sono riuscito ad andare oltre le prime pagine: mi da’ un senso di claustrofobico, mi sembra di essere aggredito in un luogo chiuso, senza via di scampo.

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    • Ciao Temistocle, ti ringrazio. Capisco benissimo il tuo punto di vista sull’ammiccamento, ed è voluto naturalmente. Così come sospetto che sia voluto il senso di claustrofobia che ti trasmette Palahniuk. Nel mio caso è solo per caratterizzare la parlata del personaggio. Nel caso di Palahniuk credo ci sia un motivo più profondo: i suoi romanzi devono farti sentire male. È un loro preciso dovere. 😉

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  7. Pingback: Sostantivo: la formazione del plurale (parte II) | Salvatore Anfuso – il blog

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