scrivere fatti

I fatti, contano?

Ammetto che il titolo qualche perplessità possa lasciarla. Con scrivere fatti non intendo suggerirvi l’uso di stupefacenti durante una sessione di scrittura; semmai, piuttosto, il ricorso a una scrittura stupefacente. Scrivere fatti è l’unico modo per essere pubblicati, per essere letti, per vendere un milione di copie di quel manoscritto che serbate nel cassetto. Quasi tutti gli scrittori scrivono fatti, nei loro romanzi. Persino i giornalisti, nei loro articoli, scrivono fatti. C’era una pubblicità negli anni ottanta, di una marca che non ricordo più, che suonava più o meno così: «Sono i fatti, quelli che contano», da non confondere con un’altra: «Fatti, per credere». Irvine Welsh, negli anni novanta, ha preso un certo numero di “fatti” e ne ha scritto un libro diventato icona di quel decennio, Trainspotting, ma è un caso più unico che raro; per tutti gli altri, gli unici fatti che contano sono quelli veicolati dalle azioni.

Per spiegare meglio questo concetto farò ricorso alla grammatica di base. Come sapete una frase semplice è ammannita da un soggetto, un predicato verbale e un complemento oggetto, più tutta una serie di elementi linguistici come, ad esempio, gli articoli. La cosa fondamentale da capire è che non esiste frase senza predicato verbale. Può esistere una frase senza il soggetto e il complemento oggetto – «Piove!» –, ma non senza il predicato.

Il predicato è solitamente veicolato da un verbo. Ci possono essere frasi predicative dove la funzione del verbo è mantenuta da un altro elemento – il soggetto –, ma in genere sono frasi assertive, quasi inutilizzabili in un contesto narrativo. Quindi il verbo è il cuore pulsante di una frase. Una serie coordinata di verbi danno vita a un fatto; una serie di fatti compongono una storia. Quindi:

verbo → azione → fatti → storia

La mia teoria è che in campo narrativo una storia riproduca nel volume la struttura di base della frase. Come una frase è composta da qualcuno (il soggetto) che compie un’azione (il predicato) ai danni o a favore di qualcun altro (il complemento), così la storia è la narrazione di un certo numero di soggetti che compiono delle azioni ai danni o a favore di qualcun altro. Siamo partiti da una frase semplice, quindi è naturale che questa struttura vi appaia altrettanto elementare. Esistono tuttavia frasi complesse; quindi narrazioni intricate. Quello che m’importa mettere in luce in questo articolo, però, è l’utilità di scrivere fatti.

Che cos’è un fatto?

Un fatto è un accadimento; qualcosa che è successo o che sta succedendo o che succederà a qualcuno. Un fatto è la conseguenza di un certo numero di azioni: azioni compiute da qualcuno. Vedete come ritorna la struttura della frase?

soggetto + predicato + complemento

“Mettiamo che, come ogni mattina, mi diriga in ufficio, e che lungo la strada noti una ragazza. È così particolare da attirare la mia attenzione. Normalmente non lo farei, ma in questo caso il suo aspetto mi spinge a cercare una scusa per attaccare bottone. Io però non sono un playboy, non sono abituato ad abbordare signorine. Mi affianco alla ragazza e mi guardo attorno pensoso. 

Un ciclista arriva in senso contrario. Pedala veloce, indifferente ai guai che può causare. È bravo però, si muove con agilità scansando macchine e persone; ma una signora che spinge un passeggino non lo nota. La mamma è concentrata sul suo bambino e piazza la carrozzina proprio sulla traiettoria del ciclista. 

Un’automobile accelera per svincolarsi da un ingorgo. Il ciclista la scansa scartando a destra, gli inveisce contro continuando a pedalare, alza quindi lo sguardo e si accorge della carrozzina. È troppo veloce; la prenderà in pieno. Ma il ragazzo, come ho detto, è in gamba: scarta ancora, questa volta alla sua sinistra. Quello è il momento esatto in cui mi affianco alla ragazza e mi guardo attorno. 

Lo vedo arrivare. Lo spazio che ci separa è troppo breve. L’inerzia accumulata dal ciclista in principio, gli impedisce di diminuire la propria velocità fino ad arrestarsi. Ha già scartato due volte, dimostrando una notevole agilità, ma tre sono troppe persino per lui. Cosa farò?

  1. Rimango impassibile e osservo il ciclista investire la ragazza al mio fianco
  2. Mi paro davanti alla ragazza, finendo per essere investito assieme a lei
  3. Allungo una mano, afferro la ragazza e l’attiro verso di me

Cercavo una scusa per attaccare bottone, giusto? 

Il ciclista passa sfiorandoci, ma senza causare danno. La ragazza sussulta, sia per lo spavento sia per la mia presenza così improvvisa e altrimenti inopportuna. Alza lo sguardo, il cuore le batte a mille, e mi guarda negli occhi.

«Non c’è di che,» le sussurro. I nostri volti sono così vicini che quasi si sfiorano. Potrei allungarmi e baciarla, ma sono un gentiluomo.

Mi immergo nei suoi occhi. Da dietro non potevo vederli. Sono di un blu intenso, profondo, mi ci potrei quasi perdere. Il mio sorriso è istintivo, naturale, spontaneo e attrae come una calamita il suo. Sembra che questo momento sia destinato a durare per sempre. Il mondo attorno a noi è ovattato, tanto da sembrare finto. C’è una barriera che ci separa da tutto, che ci custodisce soli al suo interno, quasi innamorati. Sembra che la ragazza stia per dire qualcosa…

Un clacson strombazza. I pedoni ricominciano a muoversi. L’attimo svanisce. La ragazza si volta e si allontana. È scossa e cammina incerta. La osservo immobile mentre scivola via dalla mia vita. Neanche un grazie… Sospiro e mi avvio in ufficio.”

Se prendete un certo numero di fatti e li mettete assieme: potete farci una storia. Se aggiungete a questi fatti, ad esempio a quelli appena descritti, anche una motivazione – ad esempio che il personaggio, giunto sulla soglia dei quarant’anni, si sente solo e comincia a sospettare che nella propria vita manchi qualcosa – ecco che avete persino una bella storia. Ma se prendete la sola motivazione e ci girate attorno mostrando, ad esempio, la disperazione del personaggio, la sua solitudine quotidiana, le sue pippe mentali: ottenete solo una scatarrata ignobile da leggere.

Perché sono importanti, i fatti?

Come il verbo è il nerbo di una frase, così i fatti sono l’ossatura di una storia. Non è l’elemento più importante. Si scrive di fatti per veicolari informazioni più sottili, emotive. Tuttavia, senza fatti non esiste storia. Sono pochi gli scrittori che, pur senza escluderli, riescono a gestire i fatti come fossero secondari. Il più bravo in questo senso, a mio avviso, è Haruki Murakami: ditemi quali sono i fatti nei suoi libri e io vi darò un regno. Un altro modo di dirlo è: “Un regno, per un fatto”. Il più bravo, invece, a gestire i fatti nei propri romanzi è Fëdor Dostoevskij. Questa è la mia modesta opinione.

Siamo giunti alla fine di questo articolo, e anche questo è un fatto.

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Note

In calce, un’immagine di: Truman Capote: a sangue freddo.

67 Comments on “Scrivere fatti

  1. Non basta un fatto, deve essere un fatto raccontabile. Qualsiasi situazione è un fatto, ma non è sufficiente per trasformarla in una storia interessante. Il fatto che hai descritto, del ciclista, non basta per farne una storia, almeno messa così. Non è una storia, non è un fatto che ti tiene sospeso, che ti attiri curiosità.
    Di Haruki Murakami ho letto solo 1Q84. La storia c’era, c’erano eccome i fatti.

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    • Non ho detto che nei libri di Haruki Murakami non ci siano fatti – e quello che citi è indubbiamente il suo romanzo più “fattoso” -, ma che li tratta come se fossero in secondo piano, uno sfondo su cui si muove qualcos’altro. La stessa cosa si può dire per Thomas Pynchon (L’arcobaleno della gravità), Kurt Vonnegut (Matatoio n 5) e, presumo, David Foster Wallace (La scopa del sistema) che però sto ancora leggendo. Immagino esista anche una letteratura interamente priva di fatti, ma non saprei citare nessun autore o opera.

      Se è vero che i fatti devo essere anche “narrabili”, quali sono i fatti non narrabili? 🙂

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      • I fatti non narrabili, dal punto di vista letterario, sono fatti che non destano curiosità. Interessa a qualcuno che un tizio ci voleva provare con una ragazza e poi se ne va, lasciando perdere? No. Ma se il tizio la blocca con una scusa, la porta fuori a pranzo, il capo di lei la licenza perché non è andata a lavoro e bla bla bla, allora può uscire fuori una storia interessante.

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  2. Bello questo articolo, Salvo: parla di un “qualcosa” che noi scrittori diamo spesso per scontato (una delle critiche più frequenti ai libri e ai film è: non succede niente) ma che scontato non è.
    Dal mio modesto parere, io penso questo:
    – un fatto senza emozioni è un asettico articolo di cronaca;
    – un fatto corredato di emozioni è una storia.
    Se riesci ad amalgamare quindi fatti ed emozioni (v. psicologia del personaggio e suo percorso evolutivo) il romanzo è completo. Anche nelle scene di azione pura il personaggio prova emozioni. 🙂

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    • Sono perfettamente d’accordo. Solo che tra le due cose, presterei maggiore attenzione ai fatti; per un motivo molto semplice: i fatti sono l’ossatura di una storia; gli aspiranti scrittori tendono a dimenticarsi di “parlare di qualcosa”. Si dice che una delle lamentele più frequenti che si fanno nelle case editrici riguarda proprio quei manoscritti che non parlano di niente… Tradotto, significa: privo di fatti, ma colmo di pippe mentali.

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  3. Articolo interessante, dai sempre modo di riflettere. Tra l’altro mi manca il commento tempestivo di Grilloz, ormai è un punto di riferimento. Provo a fare da solo. 😀

    Credo che i fatti siano il punto pieno della narrazione.
    Una narrazione priva di fatti per quanto possa essere scritta bene è noiosa.

    Io nella mia impostazione di scrittura, divido la storia in due componenti. La dinamica esterna (i fatti, quel che accade) e la dinamica interna (le conseguenze che i fatti hanno sui personaggi).

    Ad esempio: Ad un padre rapiscono il figlio. Il padre farà di tutto per salvare il figlio. Questa è la dinamica esterna. I fatti della trama, dal rapimento a tutte le peripezie cui il padre andrà incontro.
    Posta così è una storia d’azione, potrebbe essere una sorta di thriller.
    Ma la vera forza della storia, il decollo lo si ha quando alla dinamica esterna si associa quella interna: la reazione del padre, le paure, il superare i limiti umani essendo disposto anche a uccidere o andare contro la legge pur di salvare il figlio.
    Il percorso interiore se integrato con fatti avvincenti, rende l’esperienza libro totalizzante.
    Non sto dicendo nulla di nuovo, uso solo i miei termini di dinamica esterna e di dinamica interna.
    Il mio metodo di scrittura elaborato negli anni infatti si chiama: teoria delle dinamiche dominanti.

    Le storie di soli fatti esistono. Prendiamo James Bond di Flemming, o i romanzi di Agatha Christie con Poirot. Il personaggio così come inizia poi conclude, non c’è nessuna evoluzione. Sono libri che intrattengono, anche bene, tenendo incollato alla pagina il lettore, ma che una volta chiusi, non lasciano nulla.

    Questo è ad esempio il limite di molti romanzi di genere: fantascienza, poliziesco, fantasy.
    Viceversa, molto mainstream, soprattutto italiano (in contrapposizione con l’americano) pecca di articolare troppo pensieri, conseguenze, sofisticazioni mentali, che soverchiano i fatti della storia, che la rendono più letteraria, pesante, noiosa e di conseguenza meno vendibile. Per questo (mie deduzioni) gli scrittori italiani, tranne rari casi, vendono poco all’estero.

    Maestri nel dosare bene dinamica esterna e dinamica interna sono gli scrittori di thriller americani.
    Il Silenzio degli Innocenti ne è una pietra miliare. Michael Connelly è molto bravo.
    Riporto uno dei suoi consigli di scrittura. Connelly dice:
    “Nella narrativa poliziesca c’è sempre un conflitto di base incorporato nel racconto: il crimine che deve essere spiegato e risolto dal protagonista. Ma lo scrittore non deve essere soddisfatto solo da questo conflitto di base. Deve inserire anche altri ostacoli. Ci devono essere scommesse personali da risolvere e tempeste emotive da superare, così che quando spiegherà e risolverà il crimine su cui stava indagando, avrà anche spiegato e risolto qualcosa di se stesso.”

    Ad esempio uno dei miei interrogativi è questo.
    E se al mainstream, che possiede delle peculiarità di forza superiori al romanzo di genere, venisse applicata una successione di fatti avvincente, come avviene nei thriller, senza per questo intaccare una importante introspezione interna, cosa accadrebbe?
    Un romanzo letterario con spiccate capacità commerciali?

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    • Molto illuminante il tuo commento, Marco. Grazie. Mi ritrovo in tutto: nella valutazione dei limiti sia della narrativa di genere sia mainstream; nella teoria delle dinamiche dominanti; nella valutazione se inserire maggiori fatti nel mainstream italiano. Fondamentalmente sono le stesse cose che penso io. Infatti sto lavorando a un romanzo che porti in luce queste dinamiche (ne passerà di tempo però), nel frattempo svilupperò quel “romanzetto” – La grande nevicata – di cui parlavo qualche tempo fa, ma lo farò cercando di equilibrare i fatti ai sentimenti, il ragionamento alle emozioni.

      Interessante anche la citazione di Michael Connelly. Nulla di nuovo, certo, ma è sempre importante dirlo. Insomma, ultimamente siamo troppo allineati.

      P.S. Grilloz oggi commenta solo su FB. XD

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    • Molto interessante questo tuo intervento. Grazie. In questo periodo sto proprio ragionando su come, se e perché applicare le tecniche dei gialli al romanzo che sto scrivendo. Che è tutto fuorché un giallo. Sto anche preparando un post a riguardo, se me lo permetti vorrei citare questo tuo commento. 🙂

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            • ahah no dai il guest è una promessa marchiata a fuoco. E a dire il vero ci sto pensando. Dai miei studi, perché ormai anch’io come Salvatore i romanzi non li leggo, ma li studio, ho notato una particolarità nei grandi scrittori americani (e per grandi scrittori non intendo per forza Roth, ma King, Lansdale, gente che sa scrivere bene e vende parecchio) poco utilizzata da noi italiani.
              Gli faccio un guest col trucco, pieno di citazioni con i passi dei grandi scrittori e poche righe di mio commento. Mi sforzo poco e faccio un figurone. XD
              Mi serve ancora qualche lettura di confronto. Qualche mese ancora e poi lo sparo… 😉

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              • Però mi pare che le scuole di scrittura italiane (non che ne abbia affrontate molte in realtà, è più un’impressione) seguano un po’ il metodo americano.

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                • Io purtroppo non ho frequentato scuole di scrittura e dico purtroppo perché se l’insegnante è bravo e ha esperienza reale nella scrittura può essere una valida esperienza.
                  Però da quel che percepisco e vedo dai manuali di scrittura, c’è una forte differenza. Gli americani spingono molto verso la struttura della storia.

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                  • Forse dovrei sbirciare qualcuno di questi manuali, ho letto solo on writing, e non mi è parso che i consigli di King siano molto diversi da quelli che ho trovato in libri italiani, ho sbirciato qualcosa sul famoso fiocco di neve, che invece va in direzione opposta a quella di King, quindi non saprei

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                    • On Writing di King è fantastico, ma proprio King è l’anti-manuale per natura.
                      Due manuali che mi vengono in mente al volo sono: Story di Mckee e The Story Grid di Shawn Coyne.
                      Quest’ultimo basa tutto sulla pianificazione della storia. E’ un editor americano, molti romanzi di successo sono passati dalle sue mani. Non è adatto per i puristi del romanzo, coloro che ritengono che scrivere debba essere solo ispirazione. In alcuni casi ha fatto storcere il naso pure a me, che non sono facile a scandalizzarmi. Però ritengo che in fondo abbia ragione su molti aspetti. Lui da editor dice che è impossibile sapere se un romanzo funziona. Se piacerà ai lettori. Però è possibile capire alla prima lettura quando un romanzo non funziona e perché. E spiega il suo metodo.
                      Resto però convinto che i manuali, così come i corsi, siano strumenti utili, si imparano parecchie cose di base. Poi però è lo scrittore che deve tirare fuori la storia, uno stile di scrittura. Per me è molto più utile in tal senso studiare i romanzi stessi. Come l’autore struttura la storia. Come crea la tensione, scandisce il ritmo, la cadenza delle scene, il dialogo. Sto imparando moltissimo proprio dai grandi. La ritengo la miglior palestra possibile.

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                    • Figurati che a me di on writing è piaciuta più la parte autobiografica che quella di consigli 😉 E una bella storia e lui la racconta in modo schietto senza girare attorno alle pagine più buie.
                      Il manuae di cui parli me lo segno, perchè forse potrebbe essermi utile nel mio “lavoro” di valutatore manoscritti (anche se onestamente scartare certe cose è abbastanza facile :P) Poi sì, io lo vedo con disegno e pittura (magari un corso non mi farebbe male, mi limito ai tutorial su internet) ma prima devi fondare le basi, poi puoi cominciare a definire il tuo stile, le basi sono anche quelle che ti permettono di analizzare i capolavori dei grandi maestri e non fermarti a dire “wow, bello” 😉

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    • “Viceversa, molto mainstream, soprattutto italiano (in contrapposizione con l’americano) pecca di articolare troppo pensieri, conseguenze, sofisticazioni mentali, che soverchiano i fatti della storia, che la rendono più letteraria, pesante, noiosa e di conseguenza meno vendibile. Per questo (mie deduzioni) gli scrittori italiani, tranne rari casi, vendono poco all’estero. ”
      Salvatore, questa potrebbe essere una delle risposte alla domanda che ci facevamo sul perchè la Ferrante vende negli States?

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      • Nell’Amica geniale in effetti ci sono molti fattucci (nel senso di fatti quotidiani, che avvengono nel rione), i quali riempiono la pagina lasciando però ampio spazio alla riflessione e ai pensieri della protagonista.

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  4. Bello questo post, sono d’accordo, è importante scrivere fatti, ma è molto importante anche saperli raccontare, come hai fatto tu con la ragazza e il ciclista, hai creato la tensione giusta.
    😉

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    • ahahah grazie Giulia. Quando vado in ufficio, mi guardo sempre attorno. Si sa mai che riesca a beccare proprio quella ragazza. Ma quella ragazza non la posso beccare: è un’invenzione della mia fantasia… Invece di ciclisti che cercano di asfaltarmi, ne becco tantissimi. XD

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  5. Sono l’ultima che dovrebbe parlare perché, come tu ben sai, i miei racconti hanno ancora un po’ di problemi a questo proposito. 😛
    Tuttavia, da lettrice, sono dell’idea che i fatti hanno senso quando danno la possibilità di leggere un messaggio, che non necessariamente è quello che voleva dare l’autore.

    Nel caso del tuo racconto, posso trarre la conclusione che il ciclista ha vissuto un bel momento quando pensava che attraverso il suo salvataggio avrebbe potuto agganciare la ragazza e che quindi ne è valsa la pena. Altri possono dare il significato opposto, ovvero che non vale la pena fare una buona azione se poi non vieni nemmeno ringraziato. Altri possono dare altre interpretazioni. Insomma, il bello della narrativa è proprio quello di lasciare al lettore la possibilità di trovare ciò che più lo aggrada. Se il racconto lo fa, ha funzionato.
    Lo spiegare troppo (mio classico errore) porta a chiudere le possibilità di interpretazione, come se l’autore avesse la presunzione di portare il lettore dalla sua o la paura di non essere capito.

    Inoltre trovo che il tuo racconto abbia la tensione giusta che porta il lettore a chiedersi che cosa succederà. Indipendentemente dal tema del racconto, che può interessare o meno, cattura l’attenzione di chi legge.

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    • Grazie Silvia. Tieni conto che mi sono limitato a mettere insieme solo dei fatti, cioè: due pedoni uno affianco all’altro che aspettano al semaforo (una è una ragazza attraente, l’altro un ragazzo attratto); un ciclista che pedala troppo veloce in mezzo a pedoni e macchine, che però sa il fatto sua; una mamma distratta con passeggino a seguito; una macchina che accelera nel mezzo di un incrocio per svincolarsi da un ingorgo… Quanto ci ho messo? Forse più a battere i tasti che a pensarci. La conclusione è che parlando semplicemente di fatti il racconto nasce da solo. 🙂

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      • La difficoltà nello scrivere non sta nell’aggiungere, ma nell’essere capace a togliere. Lo sto imparando a mie spese.
        Però una costruzione dietro c’è. Probabilmente per te ormai è automatica. Per stare sull’automobilistico, quando guidi la macchina mica ti chiedi dov’è il freno. Però se davanti hai un’ostacolo freni senza pensarci. A meno che investendo la ragazza, trovi la scusa per portarla a cena! 😉

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        • Aaah è così che bisogna fare: investirle! Me lo avessero spiegato prima… XD

          Comunque, davvero mi sono limitato a mettere quattro fatti insieme; l’esercizio era proprio solo finalizzato a questo.

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  6. Stamattina stavo per salire su un treno, la connessione nelle campagne tedesche non è il massimo (ecco, diciamo così – potrei sfatare un sacco di miti sulla Germania :P) e a scrivere un commento dal cellulare mi si intrecciano le dita 😛 Ma l’argomento è interessante, anche perchè da un po’ mi pongo la domanda su come dovrebbe essere la mia forma di scrittura, la mia metrica, se dovessi scrivere 😛
    Naturalmente ho più domande che risposte 😛 (sennò sarei dietro una cattedra) e se i fatti sono importanti, e immagino lo siano, che spazio deve avere tutto il resto? Pensieri, opinioni, ecc? Nel giornalismo ho una mia idea, i fatti prima, nudi e crudi e senza omissioni, e poi, semmai, le opinioni, e null’altro. Ma in letteratura? Sì può ad esempio scrivere un romanzo senza fatti? O un racconto? (Racconti senza fatti ne ho anche letti, mi sa).

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    • Credo si possa scrivere lunghissimi romanzi senza che accada un beneamato fatto. Come faceva notare marco prima, probabilmente il mainstream italiano pecca in questa direzione. Che spazio dare ai fatti e quanto al resto… è una bella domanda. Non credo esista una risposta. Almeno, io non ce l’ho. Credo che dipenda dalla storia, dal genere, dall’obbiettivo che si pone l’autore, dal pubblico di riferimento, dal mercato di riferimento e via dicendo. Sarebbe però molto interessante assumersi l’onere di questa ricerca è, su base statistica, sondare in percentuale almeno i grandi classici. Magari arriveremmo a scoprire che tutti i libri di successo, per caso o per sapienza, hanno una divisione percentuale analoga tra fatti e non fatti. Io però non mi ci metto… 😛

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      • Ricerca interessante, ma chi ci si mette a farla? insomma, è un lavoraccio, ci vorrebbe un programma di analisi linguistica. Mmm, sai che forse non è manco così impossibile? Si potrebbero dividere i verbi in due gruppi, quelli di azione si riferianno a fatti e gli altri ai non fatti e poi fare una statistica. (A volte il lato oscuro dell’ingegneria è possente in me :P)

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  7. P.S. qui hai barato:
    “Mi immergo nei suoi occhi. Da dietro non potevo vederli. Sono di un blu intenso, profondo, mi ci potrei quasi perdere. Il mio sorriso è istintivo, naturale, spontaneo e attrae come una calamita il suo. Sembra che questo momento sia destinato a durare per sempre. Il mondo attorno a noi è ovattato, tanto da sembrare finto. C’è una barriera che ci separa da tutto, che ci custodisce soli al suo interno, quasi innamorati. Sembra che la ragazza stia per dire qualcosa…”
    Dove sono i fatti qui? 😀

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    • Ecco, questo risponde alla tua domanda precedente. Conta le righe, traducile in una cifra espressa in percentuale e inaugura la statistica… 😛

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      • Contando le parole 82% fatti 18% non fatti, però non so quanto valga, perchè a) questo l’hai scritto con l’intento di mostrare quanto fossero importanti i fatti b) non si può considerare un racconto completo, è più una bozza, un soggetto
        😉

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          • Quello è il nostro lato italiano che viene inevitabilmente fuori, o forse la tua abitudine ormai a scrivere per le lettrici di Confidenze 😉

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            • Più che altro, se elimini quel 18%, ti accorgi come la narrazione stessa s’impoverisce e diventa priva di senso. Perché manca un contesto emozionale in cui inserire i fatti. Allora ne possiamo dedurre che se i fatti sono la sostanza, il resto è il contorno indispensabile. In fondo una narrazione di soli fatti non è altro che una cronaca didascalica di cose che accadono…

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              • In realta potresti, e qui veniamo ad uno dei punti della mia idea di scrittura, esprimere tutte quelle emozioni solo attraverso la gestualità, il movimento, l’espressione dei persnaggi, ovvero esprimere le espressioni attraverso i fatti. Non penso sia una cosa facile, non so neanche se è sempre fattibile, al momento resta a livello di idea.

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                • In realtà è più facile trasmettere un’idea chiara attraverso dei fatti (i comportamenti, il modo in cui un personaggio reagisce in una determinata situazione è un fatto) che attraverso i gesti, l’espressione, ecc. Senza contare che un testo così pieno di gesti e di espressioni è un testo molto descrittivo: se va bene è semplicemente noioso, se va male è pure diffice da leggere. In linea teorica più sono le informazioni che il lettore deve visualizzare per immaginarsi una scena, più è difficile per lui farlo. Cormac McCarthy, ad esempio, è molto bravo a fare questo, i suoi sono personaggi silenziosi, pieni di gesti, ecc.; ma miscela sempre il gesto all’azione (che sembra assurdo, ma sono due cose diverse) e la sua è comunque una scrittura minimale: poche informazioni molto precise.

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                  • Infatti dicevo che non è facile, e forse nemmeno possibile. Però mettevo i gesti nei fatti, se un personaggio allunga il collo per baciare una ragazza ma all’ultimo si ritrae è un fatto, e da quel fatto dovrebbe uscire il suo desiderio nei confronti della ragazza e la sua timidezza che lo porta ad essere insicuro.
                    Il difficile, fra le altre cose, secondo me, è selezionare e centellinare quei gesti che sono significativi e tralasciare tutti gli altri, come un ritrattista che riesce con pochi tratti a rendere un volto somigliante, mentre altri, meno bravi, pur inserendo un gran numero di dettagli molto realistici, mostrano un ritratto, sì bello, ma non veramente somigliante al soggetto.

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                    • Istintivamente suggerirei di lasciare perdere un tipo di narrazione che si mette a descrivere gesti ed espressioni: il cinema ci riesce molto meglio. La narrativa deve andare oltre questo.

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  8. Non c’è pericolo, per ora non scrivo, o al massimo faccio qualche esperimento 😉
    Però, ad esempio, quando Flaubert dice che Madame Bovary si avvicina alla stufa, lui ti descrive un gesto e tu percepisci che ha freddo, e mi pare più efficace di un semplice “aveva freddo” anche se meno diretto, o no?

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  9. Pingback: Il Significato Tecnico Di Storia

  10. Che bella foto che hai scelto… film da far accapponare la pelle, è sicuramente uno dei miei preferiti.
    Questo mi rimanda al discorso delle traduzioni, non so se hai letto la mia risposta sul blog di Hell, comunque anche in questo caso non sarebbe possibile doppiare la maestria di Philip Seymour Hoffman, che ha passato mesi a studiare il modo di parlare di Capote.

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  11. “Per raccontare servono fatti, servono cose. Qui non ci sono cose, c’è solo una serie di deliri.” David Foster Wallace – La scopa del sistema

    P.S. poi dobbiamo parlare di questo libro 😉
    P.P.S. mi sa che mi tocca leggere anche l’arcobaleno prima o poi 😛

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  12. Pingback: Dubbio n. 9: e se usassi le tecniche dei gialli? – LETTORE CREATIVO

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