Come superare pensieri suicidi

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“Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia.”
— Albert Camus

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Analisi di un articolo apparso su VICE

Stavo cazzeggiando nell’attesa che mi assalisse la voglia di lavorare al romanzo quando, nel mio solito giro di social, quotidiani online, chat, controllo della posta elettronica, noto un titolo che attira la mia attenzione: Consigli per superare pensieri suicidi, secondo chi c’è passato. L’articolo è apparso su VICE il 29 agosto 2018. Poiché prima dell’estate avevo scritto qualche post sull’argomento, poiché io stesso quest’anno ho avuto un paio di settimane buie, poiché la mia ex ex ex si è suicidata a seguito di quella che i dottori avevano diagnosticato essere una depressione maggiore, un titolo del genere era destinato ad attirare la mia curiosità.

Prima di conoscerla davvero, tutti facciamo sempre lo stesso errore. Scambiamo la “depressione”, ovvero una malattia cronica dell’umore, per svogliatezza, pigrizia, indolenza, fannullaggine. Avevo più o meno 27 anni – la nebbia dei ricordi mi impedisce d’essere più preciso – e stavamo insieme da circa due quando lei si arrampicò su un edificio alto cinque piani, voltò le spalle al suolo e si lanciò nel vuoto. Non sopravvisse alla caduta. Io, invece, mi sentii sollevato da un peso che gravava sulle mie spalle come se portassi in groppa una montagna. Per mesi le ero stato dietro. Avevamo seguito ogni tipo di terapia. Era stata ricoverata sia al reparto di igiene mentale dell’Amedeo di Savoia sia in una clinica privata, una sorta di grosso casermone in riva a un lago, nei pressi di Viverone.

L’andavo a trovare ogni volta che potevo, anche più volte al giorno lavoro permettendo. Avevo preso contatto con associazioni di parenti dei malati di depressione, ONLUS, esperti, assistenti sociali, psichiatri e psicologi. Una cosa che mi dicevano tutti fra i denti, a voce bassa per non farsi udire, è che dalla depressione non si può guarire. Al massimo, se è in una forma leggera, si può imparare a conviverci. Non so se sia vero, ma questa è anche la mia esperienza. Il suo umore cambiava non solo nell’arco della giornata, ma anche da un giorno all’altro. E se ce n’erano di buoni, ce n’erano anche di terribili.

Un venerdì pomeriggio, rientrando da lavoro, con in testa pensieri felici come li può avere chi ha appena concluso la settimana lavorativa e ha tutto un week end davanti in compagnia della propria convivente – vivevamo assieme già da un paio di mesi – infilai la chiave nella toppa della porta di casa e accaddero due cose. La prima fu che la chiave non ruotò, come se dall’altra parte ce ne fosse un’altra a bloccare la serratura. La seconda fu che sentii distintamente odore di uova marce. L’odore era più intenso in prossimità della porta, ma appariva via via meno forte fino a sparire del tutto se mi allontanavo da essa di qualche passo.

Lì per lì non ci feci troppo caso. Ero molto più interessato a trovare un motivo per cui non riuscivo a entrare nel mio appartamento. Lei, Alessia, era ancora al lavoro. All’epoca lavorava come cassiera in un supermercato. Qualche mese prima, poco dopo che eravamo andati a vivere assieme, il supermercato, un discount di una nota compagnia, aveva subito una rapina a mano armata. Alessia era stata una delle vittime. Si era vista puntare contro una pistola da un uomo con in testa un casco da motociclista, ed era stata costretta a consegnare la cassa. Se Alessia era al lavoro, era impossibile che una chiave bloccasse il nottolino dall’interno. Ma se era impossibile che una chiave bloccasse il nottolino dall’interno, perché la mia non ruotava? E perché sentivo quell’odore di uova marce vicino alla porta?

Fu come essere colpito da un fulmine. Il mio cervello fece due più due e, per quanto assurda, mi snocciolò la soluzione più plausibile. Ho sempre avuto un cervello audace. Ricordo perfettamente gli ingranaggi che prendono a muoversi velocemente fino a fornirmi la spiegazione più ovvia. È come essere stato testimone di un’autentica illuminazione. Non mi chiesi se era possibile. Il mio cervello aveva sentenziato, dovevo solo agire. E così feci. Il caseggiato era una villetta a due piani con due appartamenti. Noi vivevamo al piano terra. Si accedeva dal giardino. Il contatore del gas si trovava all’esterno. La prima cosa che feci, fu di chiudere il gas. La seconda, fu di chiamare i pompieri e spiegare loro la situazione. La portarono via in barella ma ancora in vita.

Quella fu la prima volta che mi imbattei nelle conseguenze più estreme della depressione. Mentre i pompieri sfondavano la porta e trascinavano fuori Alessia, dai palazzi attorno e lungo la via che costeggiava il casolare, una marea di persone guardavano curiose quello che stava accadendo. Non avevo mai visto tanta gente affacciarsi dal balcone o sporgersi dai cancelli per curiosare qualcosa che mi riguardava da vicino. Ricordo che ero più preoccupato dell’imbarazzo che questo mi causa, che del reale stato di salute di Alessia. Nei mesi seguenti, armato della buona volontà di chi pensa si possa sempre trovare una soluzione se ci si mette d’impegno, feci di tutto per trovarne una a questo specifico problema. Parlai con così tante persone, così tante associazioni che ancora oggi non riesco a spiegarmi dove trovai l’energia e il tempo per fare tutto; e per andare anche a trovare Alessia all’ospedale e per continuare a lavorare così da non perdere il posto di lavoro. Ma lo feci.

Una volta dimessa, lei tentò il suicidio di nuovo. E poi ancora. E ad ogni tentativo seguiva un nuovo ricovero, nuove diagnosi, nuovi esperti e nuovi farmaci. Quando infine ci riuscì, era ricoverata al pronto soccorso delle Molinette. Era notte. Aveva ingerito della naftalina. Le avevano fatto la lavanda gastrica ed era stesa su un letto con la flebo attaccata. Mi raccontarono che se la strappò di dosso, scappò dall’ospedale e riuscì a farsi aprire da qualcuno nel palazzo di fronte. Il resto è cronaca. Ma perché lo fece?

Un giovane dottore, che nonostante l’età di casi simili ne aveva visti più di quanto avesse voluto, mi disse che quando si sceglie il suicidio è perché la morte appare come una soluzione felice al dolore di vivere. Ancora una volta non so se sia vero, ma questa è anche la mia esperienza. Qualche mese fa, dopo essere rientrato in Italia dall’estero, una serie di circostanze hanno letteralmente fatto crollare il terreno da sotto i miei piedi. Un colpo di ramazza spazzò via tutte le mie certezze. È bastato così poco perché un uomo intelligente – e non lo dico per vantarmi, lo sono sul serio – sprofondasse in un baratro buio, senza via d’uscita. Ho fatto un paio di pensieri terribili. Poi, come se mi fossi preso l’influenza, è passata com’era venuta. Ma se non avessi stretto i denti, questo articolo non lo avrei mai scritto. E se io ero arrivato a tanto, figuriamoci cosa aveva dovuto provare lei per riuscirci.

Ma stavamo parlando di un articolo. Dunque proviamo ad analizzare i consigli che riporta.

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Chiedi aiuto a chi ti sta vicino, ma chiedilo alle persone giuste

Se l’articolo si fosse fermato alla prima parte della frase, sarei andato di persona a cercarne l’autore per suonargliele di santa ragione. Non sempre “le persone che ti stanno vicino” sono quelle giuste. Viviamo in un mondo, come dicevo, in cui si scambia ancora la depressione per svogliatezza e i pensieri suicidi per qualcosa di oscuro di cui è meglio non parlare. C’è molto imbarazzo su questo argomento, molta omertà. Quando se ne parla, vengono subito in mente immagini da manicomio di inizio secolo scorso. Ci si mette di mezzo anche la religione, che ammonisce a non suicidarsi per non incorrere nel castigo divino. La religione, cattolica sopra tutte le altre, è sempre stata bravissima a vittimizzare le vittime; a farti sentire sbagliato. I sensi di colpa… Sapete dove, i preti, se li possono ficcare i sensi di colpa? Se mi conoscete almeno un po’, ne avete un’idea precisa.

I familiari, a meno di non essere degli autentici illuminati, raramente rientrano nella categoria delle persone “giuste”. Così anche tutti quelli che non sanno cosa dire, che non riescono a capire come si possa stare così male senza una ragione precisa e che non riescono a rendersi conto che la depressione e i pensieri suicidi sono una malattia e non uno “stato d’animo”. Nella categoria dei “giusti” spesso non rientrano né i familiari né i parenti né gli amici, a meno che queste non siano persone con una coscienza superiore. Ci rientrano i medici, e coloro che sono passati per la stessa esperienza e sono riusciti a sopravvivere per raccontarlo. Chi ha avuto momenti simili, non farà mai l’errore di giudicarti: «Hai pensato al suicidio? sei matto?», come se la colpa fosse tua. Chi ha avuto esperienze simili, sa cosa stai passando e può capirti. Non credo ci siano consigli validi in senso assoluto, ma già un po’ di comprensione scevra da ogni giudizio o consiglio è un buon modo per superarla.

I farmaci prescritti in terapia aiutano, ma trovare il giusto mix può richiedere molto tempo

Io non ho preso farmaci, ma la mia ex ex ex sì. E posso dire che non hanno funzionato. Ne ha provati diversi, diversi sono stati i mix… Niente. Ma questo non significa che non funzionino con nessuno. Ricordo però che anche una mia ex collega soffriva di depressione e anche lei si imbottiva di farmaci. Anche con lei i farmaci non hanno funzionato. Forse il mondo clinico non conosce ancora a sufficienza questa malattia. Tuttavia è certamente utile pensare alla depressione e ai pensieri suicidi come una malattia che possa essere curata con una medicina. Questo, spesso, già basta a fare la differenza. Crederci. Credere di poter guarire è sicuramente il consiglio più utile.

Non farti illudere da false partenze nella terapia

È formulata male. La testimone dell’articolo parla di quando un medico le ha suggerito, per guarire, di trovarsi un fidanzato… Ecco, forse io l’avrei detta così: non farti illudere da falsi dottori. Perfino tra i dottori c’è gente che non capisce. Non capisce questa malattia e non sa cosa dire. Ma il suo ruolo di medico gli impone di dire comunque qualcosa. E allora ecco che sciorina la più bieca manifestazione di “buon senso comune”. Banalità…

Prenditi cura di te

Questo è un buon consiglio quando si sta bene. Quando si è vittima della depressione non si ha la voglia, l’energia, la motivazione per prendersi cura di se stessi. Molto meglio delegare a qualcuno che ti sta vicino. L’idea che qualcuno si stia prendendo cura di te, è un toccasana.

Definisci un piano di sicurezza

Quando il pericolo è passato, dice l’articolo, pianifica una strategia per quando ritornerà. Ora, quando si scrive un articolo che debba essere letto da una pletora di lettori molto varia, è normale scrivere cose che non offendano la comune sensibilità, tanto di chi c’è passato quanto di chi non sa nemmeno di cosa si stia parlando ma ha comunque una propria opinione. Il mio suggerimento, ché della sensibilità dei lettori me ne fotto, è pensare che il male non possa tornare mai più. Quindi evita di pianificare una strategia. Insinuerebbe solo l’idea che in quello stato ci si possa ricadere. E per quanto è verosimile che possa succedere, fingere di no è più utile.

E poi ci sono i consigli per i parenti, gli amici, i familiari e i conoscenti…

Non parlare mai di metodi per attuare il suicidio

Mi pare un buon consiglio, anche se un po’ banale. Se state facendo una dieta ipocalorica, vorreste accanto a voi qualcuno che vi parla di cibo spazzatura?

Fatti sentire

Anche questo è un buon consiglio. Sentire che si hanno persone vicine è rinvigorente. L’importante è che non sia evidente che vi facciate sentire solo per paura che l’altro s’impicchi. Questa dinamica porta a formulare pensieri che inducono alla depressione. Fatevi sentire per il puro piacere di farvi sentire.

Mantieni la calma

Può sembrare una banalità, ma è un buon consiglio. Chi vive la depressione da fuori, non sa mai come comportarsi e spesso, fra il ventaglio di scelte possibili, si finisce per fare quelle sbagliate. Mantenete la calma.

Fatti vedere

Non basta farsi sentire, serve anche un rapporto fisico. Ma sempre evitando il peso del “mi faccio vedere perché tu sei malato”. Se non sapete gestirla, evitate. Un buon modo per “farsi vedere” senza farlo pesare è di pensare a un’attività ciclica da svolgere insieme in cui coinvolgere la persona depressa. Ad esempio, vedersi due o tre volte alla settimana per andare a fare una passeggiata salutare al parco. Stessi giorni, stessa ora. Come se fosse un appuntamento fisso.

Non abbandonarli

Non stiamo parlando di cani, giusto? Chi si fa sentire per un po’ e poi sparisce, non è un buon amico.

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Questo è quanto. Può sembrare un argomento spinoso di cui parlare, ma proprio per questo è bene parlarne.

24 Comments on “Come superare pensieri suicidi

  1. La mia provincia ha il triste primato dei suicidi. Ci si chiede spesso il perché e, a parte le ipotesi da bar, davvero non lo si capisce. Nemmeno la scienza oggi sa spiegare il paradosso tra un corpo che cerca di proteggersi e una mente che cerca di distruggersi e soprattutto perché in alcune persone vinca il corpo e in altre, purtroppo, la mente.
    Parlarne, e soprattutto parlarne in termini di malattia e non volontà (o mancanza di volontà), è -credo – il più grosso aiuto che possiamo dare a chi soffre di depressione. Che domani potrei essere io, chi può dirlo.
    Grazie per questo post. Credo che sia uno dei migliori che tu abbia mai scritto.

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    • Grazie, Silvia. Non posso dirmi un esperto. Ho vissuto l’esperienza dall’esterno, terribile e totalizzante, e un po’ l’ho provata anche sulla mia pelle. Non posso dirmi un esperto.

      Di sicuro inizierei col distinguere chi tenta il suicidio per motivi legati a una malattia dell’umore da quelli che scelgono di togliersi la vita con lucidità e consapevolezza. Ci si può suicidare anche se non si è affetti da nessun tipo di disturbo. Magari semplicemente per cavarsi da una situazione, da una realtà che è diventata nociva e immutabile.

      Non so se sia giusto definire la depressione una: “malattia dell’umore”. Ma dal mio punto di vista, mi pare che l’espressione riesca a veicolare pienamente l’idea. Unisce sia il concetto di malattia, quindi non qualcosa che decidiamo, non svogliatezza o pigrizia o indolenza, ma un vero è proprio stato di sofferenza fisica e mentale conseguente la contrazione di una malattia; all’oggetto che questa particolare patologia assume come bersaglio: l’umore, lo stato d’animo.

      Potrei avere il dubbio che gli sbalzi di umore che notiamo in una persona affetta da depressione, siano solo il sintomo della malattia. Un po’ come la febbre alta in chi si becca l’influenza. Ma qui mi fermo.

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  2. Mi spiace molto per la tua esperienza e il triste epilogo. La depressione è davvero una brutta bestia e solo chi la vive, anche marginalmente, o la vede da vicino riesce a capire quanto sia pericolosa. Che non è quel “sono depresso” che ci scappa al lunedì mattina prima del lavoro.
    Se ne dovrebbe parlare di più e si dovrebbe studiare di più. Conosciamo pochissimo del cervello, e dunque della mente umana. Non sappiamo se malattie come questa hanno più origine chimica che psicologica, ecco perché a volte sembra una lotta impari.
    Una domanda, se mi posso permettere: la tua scrittura l’hai incontrata prima o dopo queste vicende?

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    • La cosa che mi stupì, in modo particolare, fu constatare quanto poco gli stessi esperti ne sapessero. Se gli chiedevi una diagnosi precisa o gli facevi domande lecite, simili a quelle che i parenti di un malato di tumore avrebbero fatto al medico curante, le risposte erano sempre vaghe, approssimative, titubanti, indefinite. Gli esperti, hai miei occhi, non erano semplicemente cauti per non sbilanciarsi prematuramente. Come sarebbe normale e comprensibile. Mostravano una ritrosia che aveva il sapore dell’incertezza di chi procede un po’ a tentoni. E non era gente impreparata, tutt’altro.

      Come dici bene tu: il cervello, ancora oggi, è l’organo più oscuro e misterioso del corpo umano. La sua stessa complessità ci rende difficile comprenderlo. Inoltre, parlando di cervello, forse bisognerebbe anche distinguere l’organo in sé, ovvero la parte biologica, dal concetto di “mente”. La mente ha sicuramente sede nel cervello e scaturisce dalle elaborazioni di questo; allo stesso tempo, però, è un “oggetto altro” rispetto all’organo vero e proprio. Complicato…

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  3. Per quanto mi riguarda, ho convissuto con la depressione per almeno dieci anni della mia vita, se non di più. Per fortuna però di recente sono riuscito a uscirne, e posso testimoniare che sì, è possibile farlo.

    Non con la psicoterapia, né coi farmaci: anzi, la mia esperienza in tal senso è stata super-negativa. Per non allungare troppo, ho incontrato un vero incompetente: quel periodo era particolarmente nero, quindi avevo bisogno di sfogarmi, di parlare con qualcuno dei miei problemi. Invece lui non ha fatto altro che darmi dei farmaci – e ho scoperto in seguito che lui aveva frainteso le mie parole e che molti di quei farmaci non erano per la depressione ma per la schizofrenia. Spoiler: non ho mai sentito voci né visto cose che non ci sono, e in generale mai sofferto di schizofrenia 😀 .

    No, a guarirmi è stata senza dubbio la life-coach che ho incontrato l’anno scorso. Mi ha insegnato un sacco di cose che se uno ci pensa sono persino banali: il problema è che uno non tende a pensarci. Soprattutto, mi ha insegnato a dare valore a me stesso, ad avere autostima, a non sentirmi in colpa, a non sminuirmi di continuo – che poi sono i nuclei della depressione. E in generale, mi ha insegnato una mentalità diversa, più razionale e positiva, con cui guardo il mondo sotto una luce nuova.

    C’è anche da dire che non è stato un percorso facile, e continua a non esserlo tutt’ora. Perché la cosa principale che l’articolo di Vice (ne quasi nessun altro) dice è che uscire dalla depressione non è come guarire da un raffreddore. Bisogna lavorare su sé stessi ogni giorno: è faticoso, ma posso testimoniare che ne vale assolutamente la pena. Almeno ora sono mediamente felice (nonostante i miei tanti problemi economici, fisici, e tanto altro), mentre non ho più sofferenza immotivata, né pensieri suicidi: niente più depressione, insomma.

    Con questo comunque non volevo andare fuori tema rispetto al tuo post (mi andava solo di raccontare la mia esperienza in merito alla mia depressione e a come sconfiggerla). Né tanto meno volevo vantarmi, e dire “guardatemi che fico, ho sconfitto la depressione!”. Anche perché col giusto percorso, come il mio, chiunque può riuscirci: in fondo non ho fatto nulla di eccezionale o di disumano 🙂 .

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    • Ciao Mattia, ti ringrazio di cuore per avere condiviso pubblicamente la tua esperienza (altri hanno preferito farlo in privato) e per la connotazione positiva che gli hai dato. Il fatto di pensare “che guarire si può”, come mi pare di aver tentato di veicolare anche io nell’articolo, è sempre preferibile e comunque segna almeno un passo in quella direzione.

      Noto nel tuo intervento anche una bacchettata nei miei confronti: «uscire dalla depressione non è come guarire da un raffreddore», del quale non mi sento affatto risentito ma anzi ti ringrazio. Tengo solo a precisare che l’informazione che volevo veicolare è che la depressione va affrontata come si affronta una malattia (un raffreddore, ad esempio) e che quindi non va intesa come una “svogliatezza” una “indolenza caratteriale” e via dicendo. Tu stesso affermi di aver intrapreso un percorso, ovvero un percorso di guarigione. Come si fa con qualsiasi altra malattia. Chiaro è che, malattie diverse, necessitano di percorsi diversi. Il raffreddore lo affronti e ne guarisci, ad esempio, stando sotto le coperte; la depressione l’affronterai e, si spera, ne guarirai in qualche altro modo. E i modi possono essere anche diversi da individuo a individuo. Credo ci sia un certo grado di soggettività in questo. Per quanto riguarda la mia esperienza, che non può essere paragonata in alcun modo alla tua, è stato proprio come ho descritto. Ma due settimane sono due settimane; dieci anni è ben altra cosa.

      Un caro saluto. 🙂

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      • In realtà non voleva essere affatto una bacchettata 😀 . Né volevo sminuire il fatto che la depressione sia una malattia: non lo dico solo perché ci sono passato, quindi so benissimo che lo è, ma avendo studiato un po’ l’argomento (da profano, non sono uno psicologo) so che anche gli esperti la considerano tale. Quindi, sì, è una malattia al 100%.

        Quel che volevo dire, semplicemente, è che è diversa da un raffreddore, che lo prendi ma poi passa e non ti viene più. E’ più simile a una malattia cronica, che devi continuare a curare sempre se vuoi stare bene. Visto che ho anche un’esperienza con questa malattia, direi che è come la mia gastrite: finché la curi stai bene, se smetti di curarla tornano i dolori. Quindi nessuna bacchettata: condivido anzi in pieno il tuo ragionamento 🙂 .

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  4. Mentre leggevo pensavo e speravo per te che questo si rivelasse alla fine solo un racconto di fiction… che esperienza terribile, mi dispiace molto. Questa è una di quelle cose che ti possono “segnare a vita”, o in termini più tecnici, soffrire di “post-traumatic stress disorder” (PTSD); hai avuto modo di superare il trauma? Ti sei fatto aiutare? Magari potresti scrivere un altro post e aiutare tanti parenti e amici di persone depresse.

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    • Grazie, Lisa.

      Parto con una premessa che è allo stesso tempo, credo, una constatazione di valore assoluto: è impossibile auto-diagnosticarsi. Che è un altro modo per dire che verso se stessi non si riesce a essere obbiettivi.

      Quindi, per tornare alla tua domanda, non lo so mica se ho subito davvero un trauma. E quindi non sono in grado di dirti se questo presunto trauma sia o meno superato. Se dovessi rispondere a istinto, ti direi che no, non mi pare di avere mai conseguito traumi per questa esperienza. Nel frattempo la mia vita è andata avanti. Ho fatto tante cose. Ho vissuto tante altre esperienze. Ho convissuto con altre donne. E via dicendo.

      Forse, dopo Freud, tendiamo a porre un accento troppo marcato sui risvolti psicologici, o presunti tali, delle esperienze. Da che mondo è mondo, l’uomo ha sempre vissuto eventi più o meno traumatici e, nonostante questi, s’è rimboccato le maniche ed è andato avanti. Ha ricostruito quando doveva ricostruire. Ha goduto quando era il momento di raccogliere i frutti. Se riposato quando il contesto l’ha permesso. Insomma, quello che intendo dire è che le esperienze, belle e brutte ma soprattutto brutte, sono formative. Si affrontano gli ostacoli. Si superano se ci si riesce. Ci si lecca le ferite. E poi si ricomincia.

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  5. Mi dispiace per la tua ex, sicuramente era molto malata e non sempre i medici trovano la strada giusta per curare la depressione. Non è facile vivere accanto a una persona depressa, i familiari poi sono quelli più inadatti ad aiutare, parlo per esperienza, mia sorella ha sofferto di depressione fin dall’adolescenza ed è stato davvero difficile starle vicino, per fortuna quando aveva circa ventisei anni trovò un medico che le prescrisse dei farmaci e funzionò, le sue crisi depressive si ridussero e riuscì quasi ad avere una vita normale. Anche io ho passato qualche periodo down e il pensiero del suicidio in quei momenti mi ha sfiorato, però poi è sempre prevalso l’attaccamento alla vita che, paradossalmente, aumenta con il passare degli anni, le rughe e le imperfezioni…

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    • Se ne parla così poco che si rimane sempre un po’ stupiti di scopre quanto sia diffusa. Però hai ragione: l’istinto di sopravvivenza si radica via via più col passare degli anni. Diventeremo tuti dei fottuti highlander! 😛

      Un po’ di ironia… 🙂

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  6. Questo argomento è dolorosamente vero, purtroppo. Tre mie amiche hanno perso il compagno per questa subdola malattia. Sopravvivere e uscirne voglio credere sia fattibile ma i numeri parlano del contrario. Serve voglia di vivere, di combattere, scintilla per lo più spenta.
    Credo che l’esperienza che hai vissuto sia terribile e indimenticabile. Mi spiace tanto, per te e per lei. Io penso sempre che ognuno potrebbe salvarsi se solo riuscisse a vedersi da fuori a comprendere le proprie potenzialità, è un tale dono la vita. E non lo dico dal punto di vista religioso, ma da convinta che a ogni problema esista una soluzione.

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    • Grazie, Nadia.

      Purtroppo chi soffre di depressione, soffre. Nel senso che prova un dolore fisico, totale e avvolgente. Da cui crede ferventemente di non poter uscire. Tuttavia è un dolore dell’anima, in cui gli sbalzi di umore incontrollabili sono il sintomo più evidente.

      A quel punto, morire, appare come una via di fuga facile e allettante.

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  7. Credo che la depressione, ancor più del suicidio, sia uno degli argomenti tabù del nostro tempo. Come dici tu, è importante parlarne.
    Se si va a indagare, quasi tutti hanno conosciuto un suicida. Un amico, un parente, un collega. È un problema reale, tangibile e diffuso. Spesso queste persone diventano fantasmi nei discorsi. Si finge che non si siano mai esistiti, o se ne parla con imbarazzo. E quasi nessuno, neppure se è molto in confidenza, ti dice di averci provato. O pensato seriamente. Perché rasenta l’indicibile. E questo silenzio, temo, alimenta la depressione

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    • Sì, anch’io penso che la diffusa omertà sia dovuta, oltre che per una “timidezza culturale”, anche per il fatto che questi problemi sono così diffusi che alla fine, come dici tu, tutti hanno conosciuto direttamente o indirettamente, una persona che ci ha provato o c’è riuscita e quindi parlarne rievoca ricordi dolorosi. Anche personali, magari. Visto che molti persone posso aver provato questo malattia sulla propria pelle.

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  10. Una volta ho letto che, a parte tutte le possibili motivazioni evidenti, il motivo più grosso che spinga una persona a uccidersi è la solitudine; non tanto una solitudine oggettiva, ma quella percepita: la molla finale è convincersi che nessuno possa capire o aiutare, altrimenti ci sarebbe almeno uno spiraglio. Razionalmente non lo farebbe nessuno, ma in quei casi, così mi pare d’aver capito, interviene la disperazione in senso letterale; perciò è vero, bisogna parlarne e bisogna avere un’idea anche vaga di come muoversi, o si rischia di essere fisicamente vicini ma percepiti come lontanissimi dalla persona che avrebbe bisogno d’aiuto. Mi confermi che non dico idiozie, dato che riporto ciò che ho letto altrove?

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    • Non sono la persona più adatta a cui fare questa domanda. Diversamente da una grande fetta di umanità, io non ho mai sofferto di solitudine. Pur passando gran parte della mia vita da solo, intendo.

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      • Se non altro, la cosa conferma l’importanza della percezione in questi casi: uno può essere materialmente solo ma non sentire il peso della propria ; o sentirsi solo pur essendo corcondato da parenti e conoscenti.

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  11. Ho riletto il tuo articolo almeno 4/5 volte, scioccante.
    Ma ti ringrazio per averlo condiviso, é bello sentire che non si é soli in situazioni del genere e che le persone che ti amano si spingerebbero oltre i propri limiti per farti star meglio. Mi dispiace enormemente che non si sia risolta la situazione per lei, ma spero tanto che almeno tu stia bene perlomeno.
    Grazie anche per i consigli esposti, sarà molto utile a tante persone questo articolo. Complimenti.

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