Io ho questo principio: «Di ogni storia, prima di scriverne il romanzo, fanne un racconto».


Che si scelga la vaghezza o l’esattezza, è inevitabile giungere alla conclusione che tanto l’infinito quanto l’infinitesimale non sono alla portata della mente umana. La mente umana non potendo immaginare l’infinito s’accontenta dell’indefinito, cioè di un’illusone. Il linguaggio, mezzo finito, non è bastevole a definire all’infinito, e in questo è destinato al fallimento. A questo punto, c’è chi si chiede se la parola scritta abbia ancora un senso. Io so perché scrivo: scrivo perché è l’unico modo che conosco per mettere ordine al disordine.


C’è chi sostiene che la traduzione di un romanzo tenda a uniformare lo stile. Romanzi scritti da un acclamato giapponese contemporaneo o da un geniale russo nell’Ottocento o da una raffinata scrittrice britannica del Settecento tradotti in italiano davvero ci apparirebbero tutti uguali? Con questo post intendo confutare questa tesi.


Poiché il Natale rientra cronologicamente nella dinamica del racconto, anche se non è un racconto natalizio, ho chiesto se potevano pubblicarlo attorno alla data fatidica. Mi hanno accontentato, concedendomi proprio la settimana che porta al Natale. Insomma, finora non posso dire d’essermi trovato male. Tanto che… stavo pensando di farne un mestiere.


Calvino dà valore alla rapidità dell’esecuzione; egli considera un’opera ben riuscita come simile a una freccia: cioè, che punta dritto al bersaglio. La rapidità, per Calvino, è uno dei valore della narrativa nel nuovo millennio. Egli tuttavia confonde la rapidità con la brevità. Nell’estratto (la seconda lezione) elogia la tradizione della novella italiana e del racconto breve (short story) americano. E, per sottolineare il concetto, ci regala una favola: